Il Mattino, 18 marzo 2020
"Il decreto carceri è insufficiente. È certamente una presa di coscienza che il problema esiste. Certo un segnale c'è, è un primo passo, vengono incentivate prassi virtuose e si andavano già organizzando in molti istituti penitenziari e in tanti uffici di Sorveglianza. Da adesso si potranno consolidare e diffondere". È quanto afferma Samuele Ciambriello, Garante campano dei detenuti in merito al decreto approvato ieri dal governo in materia di prevenzione e diffusione del Corona virus in carcere.
"Una norma dall'impatto incerto che va nella direzione di liberare dal carcere migliaia di detenuti, quindi liberare migliaia di posti letto per rendere più vivibili e legali le celle. Certo, se queste misure, l'impegno degli operatori penitenziari, dei magistrati, dei direttori delle carceri, del terzo settore, delle associazioni di volontariato non saranno state sufficienti, bisognerà avere il coraggio di tornarci, e soprattutto la politica dovrà essere meno pavida e populista", aggiunge Ciambriello. Il Garante poi comunica che "la procedura prevista stabilisce che la misura sia applicata dal magistrato di sorveglianza, su istanza dell'interessato, per iniziativa della direzione dell'istituto penitenziario oppure del Pubblico ministero. Occorre rafforzare la dotazione di personale presso gli Uffici di Sorveglianza che è un settore strategico della giustizia penale. Su questo tema specifico ho scritto una lettera al ministro della Giustizia. Comunico inoltre che i semiliberi potranno restare a dormire a casa loro fino alla fine di giugno".
romatoday.it, 18 marzo 2020
"Ma è necessario ridurre il numero dei detenuti". La richiesta ribadita dal Garante dei detenuti del Lazio Anastasìa che conferma: "Nessun caso di Covid-19 nel Lazio". Dopo le proteste dei giorni scorsi nelle carceri romane, così come quelle italiane, i detenuti e le loro famiglie attendono di capire quali misure verranno messe in campo e, soprattutto, con quali tempi visto il crescere dell'emergenza Coronavirus. Come ha fatto sapere con una nota il Garante dei detenuti del Lazio, Stefano Anastasìa, oggi dalla Regione sono arrivate le indicazioni sanitarie per contenere e gestire un eventuale contagio da Covid-19 negli istituti penitenziari nel Lazio.
La nota, inviata dal Direttore per la Salute della Regione Lazio, Renato Botti ai direttori generali delle Asl, ai dirigenti regionali dell'Amministrazione penitenziaria e della Giustizia minorile, alla presidente del Tribunale di sorveglianza, disciplina le precauzioni standard di prevenzione della diffusione del virus e le modalità di valutazione ed eventuale assistenza dei detenuti in ingresso o già all'interno negli istituti penitenziari.
Un "passaggio essenziale di condivisione e omogeneizzazione delle procedure", commenta il Anastasìa che però presuppone "un significativo ridimensionamento della popolazione detenuta". Ridurre il sovraffollamento per Anastasìa è "essenziale per poter disporre le misure di isolamento sanitario, anche in via precauzionale, laddove dovessero registrarsi casi di positività". Una preoccupazione comprensibile, viste anche le notizie che arrivano da alcune carceri lombarde, "anche se nel Lazio non si registrano casi di positività", ribadisce il Garante.
In quanto alle misure di sicurezza sanitaria, secondo quanto apprende Romatoday, presso gli istituti penitenziari sono state allestite delle tende della protezione civile "per effettuare controlli sanitari sui detenuti in ingresso". Come raccontato da Romatoday, su impulso del Tribunale di sorveglianza ormai qualche giorno fa ai detenuti di Rebibbia con pene inferiori ai 18 mesi sono state fatte compilare domande di domiciliari e la polizia penitenziaria ha iniziato a verificare i domicili dei diretti interessati.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 18 marzo 2020
Le carceri lombarde scoppiano e in alcuni casi il Coronavirus ha fatto capolino. A causa di ciò, il rischio concreto che possano scoppiare di nuovo le rivolte è sempre più vicino. Un problema che affligge anche gli agenti penitenziari, sempre più insofferenti di questa situazione. Parliamo della regione più colpita dalla pandemia e i presidenti dei Tribunali di sorveglianza di Milano e Brescia, che coprono l'intero territorio, lanciano l'allarme e chiedono "forti interventi normativi", tramite una lettera indirizzata al ministro della giustizia Alfonso Bonafede.
"Nonostante il massimo impegno di tutti gli operatori - scrivono le presidenti Giovanna Di Rosa e Monica Lazzaroni la diffusione del virus all'interno degli istituti costituisce una situazione altamente depotenziante la possibilità di controllo degli stessi", che potrebbe far scoppiare nuove proteste dopo quelle "contenute" dei giorni scorsi. I pericoli di contagio sono "costantemente presenti e attualmente stanno producendo i loro tragici frutti, a causa della diffusione del morbo e dei dati che sono rassegnati quotidianamente anche alla sua attenzione", scrivono a Bonafede.
L'impegno enorme dei magistrati di sorveglianza per valutare e concedere le misure alternative al carcere a coloro che ne hanno diritto, in modo da ridurre il sovraffollamento delle celle e contenere il rischio di contagio "purtroppo prevedibile", non è sufficiente di fronte a norme prevedono una "tempistica non adeguata alla situazione di assoluta emergenza che la Lombardia sta vivendo".
Non è migliore la situazione dei Tribunali di sorveglianza che "lavorano in uno stato di guerra" e sono al "collasso" per svolgere le udienze via skype ed evitare il pericolo di contagio durante le traduzioni. Per "fronteggiare l'emergenza", basterebbero poche, precise norme applicabili senza l'intervento dei giudici di sorveglianza: detenzione domiciliare "per coloro che hanno pena anche residua inferiore ai 4 anni"; riduzione di pena di 75 giorni ogni sei mesi scontati in buona condotta; licenza speciale di 75 giorni ai semi liberi.
"Si tratterebbe ovviamente di provvedimenti destinati a coloro che non hanno partecipato alle note rivolte e che hanno tenuto nel corso della detenzione regolare condotta", puntualizzano subito i due magistrati. Senza questi interventi, avvertono, "non è possibile fronteggiare l'emergenza così drammaticamente insorta: il virus corre più veloce di qualunque decisione che, alle condizioni date, è certo perverrebbe fuori tempo massimo", perché "la Lombardia versa in una situazione che non è possibile assimilare al resto d'Italia, per la sua gravità, ma può costituire il dato esperienziale per evitare che il morbo si propaghi al resto d'Italia", concludono Di Rosa e Lazzaroni, che invitano il Guardasigilli a visitare le carceri della regione per rendersi conto di persona di quello che sta succedendo.
di Massimo Cacciari
L'Espresso, 18 marzo 2020
Tra vent'anni potremmo dire di avere avuto una classe politica all'altezza capace di cogliere l'occasione per affrontare i mali antichi del Paese. Oppure ci diremo che questo è rimasto solo un sogno e l'inizio della fine. Ricordando oggi il lontano giorno in cui tutta l'Italia fu dichiarata "zona rossa" e miriadi di confini dividevano o cercavano di dividere comuni, provincie, regioni, anzi: una casa dall'altra, sembra incredibile misurare il cammino percorso. A molti quella grande crisi sanitaria apparve come il sigillo di un processo di irreversibile decadenza delle istituzioni nostre e europee, il simbolo della loro inettitudine a governare quel generale "mutamento di stato" che la nostra epoca rappresenta.
E invece fu quel toccare il fondo da cui rimbalzò volontà politica, grande Politica. I giovani nati dopo quella data non possono immaginare la vera e propria "conversione" che la crisi produsse nell'intera classe dirigente del Paese, dalle forze politiche a tutte le organizzazioni di categoria. Mai, certo, il male è provvido, ma quello risvegliò intelligenze, fece comprendere i disastri del precedente trentennio, ne iniziò la sistematica cura.
I primi segni della nuova fase, d'altronde, si potevano cogliere già nella gestione dell'emergenza stessa. Sotto il profilo medico-sanitario non vi era altra scelta, infatti, che seguire le indicazioni delle autorità scientifiche, del Consiglio superiore della sanità. Ma il Governo non si limitò affatto a questo né a stanziare confusamente qualche risorsa a fronte della scontata catastrofe per vitali settori della nostra economia. No, grazie anche a un'approfondita concertazione con le stesse opposizioni, il governo indicò le priorità di intervento, criteri e modalità di erogazione.
Dimostrò subito di comprendere benissimo come non ci si ammali soltanto di corona virus, ma anche, e forse son mali di più lunga durata, e facilmente somatizzabili, di crescita ulteriore della disoccupazione, di precarietà dilagante, di smarrimento di ogni fiducia. Perciò si rivolse ai settori più colpiti dalla crisi (e fondamentali per l'economia del Paese), garantendo anzitutto ai lavoratori ogni forma di tutela (cassa integrazione o altro), e promettendo alle imprese una precisa riformulazione complessiva dei loro obblighi fiscali.
Non solo, il Governo disegnò già durante i giorni in cui sembrava che l'unico imperativo categorico fosse "io sto a casa" ("padroni a casa propria" finalmente, scherzava qualcuno) le linee per affrontare le eccezionali difficoltà economico-finanziarie in cui ci si sarebbe trovati a "liberazione" avvenuta. I conti erano presto fatti e vennero esposti con chiarezza ai cittadini: erano in ballo centinaia di miliardi del Pil (il solo turismo, con annessi e connessi, valeva il 13%); altro che qualche miliardo in più di deficit; occorreva finalmente porre mano a riforme strutturali della spesa. Vennero cosi richiamati in servizio i Cottarelli, i Cassese, ed altre voci prima sistematicamente ignorate. Si indicarono i colossali risparmi ottenibili da una radicale spending review collegata a una autentica riforma anti-burocratica e federalistica del nostro Stato.
Si ammisero francamente i ritardi, gli errori, le impotenze dei governi passati. E soprattutto si dichiarò solennemente che i costi della piccola guerra non sarebbero stati "spalmati" sui cittadini, tantomeno su quel 50% di essi che paga regolarmente e in toto le tasse. Finalmente la lotta all'evasione non sarebbe rimasta il solito ritornello.
Tutto questo rassicurò, rincuorò, fece intendere che dalla crisi nascevano volontà e progetti nuovi. Mentre medici, infermieri, protezione civile lottavano nel loro campo con tutti i mezzi a disposizione, malgrado i tagli susseguitisi per tutto il precedente trentennio e le disuguaglianze immense tra le strutture sanitarie delle diverse regioni, il ceto politico compiva cosi il proprio dovere, anche girando Europa e mondo per difendere l'immagine del nostro Paese e combattere lo sciacallismo di "amici" concorrenti. I risultati di tutte queste iniziative e decisioni venivano illustrati ogni sera dopo i bollettini medici.
Il buon giorno si vide cosi fin dal mattino, anzi: dal buio della notte. Il nostro Governo, forte di quella dolorosissima esperienza, si batté in ogni sede perché una nuova cultura politica si affermasse, coerente con il mondo globale in cui, ci piaccia o no, dobbiamo vivere. L'emergenza corona-virus non era "logicamente" diversa da tante altre che tormentavano quell'epoca fortunatamente passata. Nessuna crisi poteva restare locale. Si trattasse di finanza, di movimenti migratori, di ambiente, di malattie. Nessun muro ci difende dal dilagare del contagio. Se non quello che sappiamo costruire attraverso la cooperazione, l'intesa tra Stati, la definizione di regole e norme internazionali che si incardino nel diritto positivo di ciascuno. E ciò vale per ogni materia.
La crisi sanitaria mise a nudo la necessità di questo salto. È vero che la sua natura, come quella dei terremoti, sembra trascendere ogni potenza politica, ma non è così. Il caso trascende soltanto una politica che non sia capacità di analisi e di previsione. Ma su tutte le grandi questioni noi abbiamo la capacità di prevedere e dunque prevenire. Una politica che insegue l'emergenza non poteva essere all'altezza dell'epoca.
Per il semplice fatto che l'emergenza in essa si fa fisiologica e cessa perciò di essere tale. Scoprimmo allora che era necessaria una cultura politica in grado di prevenire, come la buona medicina, pronta, cioè, ad affrontare quello che una volta sarebbe sembrato mero accidente. Ma per saper prevenire occorre sapere; le forze politiche divennero coscienti di ciò, si riorganizzarono in tal senso; interiorizzarono, per così dire, specialismi e competenze; moltiplicarono sforzi e risorse per la formazione di ceti amministrativi, burocratici, tecnici in grado di convivere con la "rivoluzione permanente" del nostro tempo.
Ciò che vent'anni fa sembrava si potesse soltanto sperare contro ogni speranza, nel corso di questa generazione si è quasi realizzato. Le nostre forze politiche hanno saputo far leva su quella crisi sanitaria per iniziare insieme la fase costituente che avevano ignobilmente mancato trent'anni prima, alla caduta del Muro. Per questo celebriamo oggi l'anniversario del 10 marzo 2020.
askanews.it, 18 marzo 2020
Assembramenti dei parenti nonostante ordinanza per Coronavirus. Non si fermano le proteste dei familiari dei detenuti del carcere di Poggioreale, a Napoli. Questa mattina i parenti dei detenuti della Casa Circondariale si sono nuovamente riuniti intorno all'ingresso principale del carcere, in via Nuova Poggioreale, nonostante l'ordinanza che vieta di uscire di casa e di dare vita ad assembramenti.
Le persone hanno anche inscenato una protesta chiedendo la libertà e l'indulto per i loro familiari agli arresti. Diversi cittadini hanno segnalato l'episodio al Consigliere Regionale della Campania dei Verdi Francesco Emilio Borrelli e al conduttore radiofonico Gianni Simioli alla trasmissione "La Radiazza" in onda su Radio Marte, raccontando come siano stati aggrediti dai familiari dei detenuti, attraverso il lancio di oggetti vari, quando gli si è stato chiesto di rispettare le distanze di sicurezza per evitare contatti ed il diffondersi dell'epidemia da Coronavirus.
"I familiari dei carcerati di Poggioreale dimostrano ancora una volta di voler essere al di sopra delle regole e delle leggi. Non solo, in barba ai decreti di sicurezza per il coronavirus, si sono riuniti dando vita ad un pericoloso assembramento di persone ma hanno pure aggredito chi ha chiesto loro di rispettare le ordinanze, hanno scaraventato oggetti contro i balconi dei residenti che chiedevano a questi soggetti di rispettare almeno le distanze di sicurezza. Sono degli irresponsabili che mettono in pericolo l'intera popolazione con il loro modo sconsiderato di agire, vanno fermati e devono essere puniti. Per questo li abbiamo segnalati alla Questura" - ha dichiarato il Consigliere Borrelli.
Quotidiano di Sicilia, 18 marzo 2020
Prime mascherine prodotte dai detenuti nel carcere di Siracusa. Il Garante comunale dei detenuti, Giovanni Villari, si è recato in visita al carcere Cavadonna, per la prima volta dopo i disordini di martedì scorso. "I segni della devastazione - ha detto - sono ancora molto evidenti, sebbene si sia provveduto a rimuovere buona parte delle macerie e degli arredi distrutti.
La cucina centrale, danneggiata insieme alla dispensa, è stata in parte ripristinata, anche grazie al lavoro volontario di alcuni detenuti siracusani, e funziona quasi a pieno ritmo per la preparazione dei pasti. Alcuni ambienti risultano ancora inagibili, pertanto i detenuti sono stati ulteriormente allocati in celle di per sé già molto piccole. Due delle sezioni coinvolte nella rivolta del 'Blocco 50' sono state completamente evacuate. I responsabili dei gravi atti vandalici sono stati denunciati e trasferiti in altre carceri, come tutti gli ospiti delle sezioni stesse. Non tutti i detenuti hanno però preso parte alla devastazione".
"La direzione - ha aggiunto - si è premurata di igienizzare le aree di percorso comuni. Si attendono ulteriori presidi sanitari. Come dal primo giorno di emergenza, le chiamate ai familiari continuano ad essere quotidiane per tutti, ma l'assenza di prodotti adatti per igienizzare le postazioni telefoniche e gli apparecchi di volta in volta mancano, tanto che ciascun detenuto provvede in proprio come può. Si segnala, con rammarico, che attualmente nessun presidio sanitario di protezione è stato fornito al personale amministrativo e ai funzionari giuridico-pedagogici".
Il Prap (Provveditorato regionale amministrazione penitenziaria) ha emanato un ordine affinché vengano realizzate mascherine artigianali di protezione all'interno del laboratorio di tessitoria dell'istituto, che produce il tessuto di cotone e il prodotto finito. Le mascherine saranno distribuite a tutti i detenuti. Si escludono al momento casi di contagio da Covid-19, né potenziali e né effettivi, tra i ristretti. Vi sono tuttavia delle persone detenute che necessiterebbero in tempi brevi di interventi medici specialistici presso la struttura ospedaliera cittadina.
di Patrizia Caiffa
difesapopolo.it, 18 marzo 2020
L'85% dei migranti e rifugiati giunti dalla Libia in Italia dal 2014 al 2020 nel periodo che va dal 2014 al 2020 ha subito torture e trattamenti inumani e degradanti; i due terzi sono stati detenuti, quasi la metà ha subito un sequestro o si e trovata vicino alla morte.
Nove persone su dieci hanno dichiarato di aver visto qualcuno morire, essere ucciso o torturato: è quanto emerge dal rapporto "La fabbrica della tortura" diffuso oggi da Medici per i diritti umani, basato su oltre 3.000 testimonianze raccolte in luoghi diversi. Un lungo e dettagliato report con testimonianze e grafici che mostrano le gravi violazioni dei diritti umani a cui sono sottoposti i migranti in Libia.
Nello specifico "il 79% è stato detenuto/sequestrato in luoghi sovraffollati e in pessime condizioni igienico sanitarie, il 75% ha subito costanti deprivazioni di cibo, acqua e cure mediche, il 65% gravi e ripetute percosse. Inoltre, un numero inferiore, ma comunque rilevante, di persone ha subito stupri e oltraggi sessuali, ustioni provocate con gli strumenti più disparati, falaka (percosse alle piante dei piedi), scariche elettriche e torture da sospensione e posizioni stressanti (ammanettamento, posizione in piedi per un tempo prolungato, sospensione a testa in giù, ecc.)".
Questa tendenza, osserva Medu, "è rimasta invariata - o addirittura si è aggravata - nel corso degli ultimi tre anni, a partire dal 2017, anno di sigla del Memorandum Italia-Libia sui migranti".
"Tutti i migranti detenuti hanno subito continue umiliazioni e in molti casi oltraggi religiosi e altre forme di trattamenti degradanti - si legge nel report -. Nove migranti su dieci hanno dichiarato di aver visto qualcuno morire, essere ucciso o torturato. Alcuni sopravvissuti sono stati costretti a torturare altri migranti per evitare di essere uccisi. Numerosissime le testimonianze di migranti costretti ai lavori forzati o a condizioni di schiavitù per mesi o anni".
L'80% dei migranti, richiedenti asilo e rifugiati assistiti all'interno dei progetti di riabilitazione medico-psicologica per le vittime di tortura di Medu in Sicilia e a Roma (circa 800 pazienti) presentava ancora segni fisici compatibili con le violenze riferite e conseguenze psicologiche e psico-patologiche della violenza.
di Vincenzo Vita
Il Manifesto, 18 marzo 2020
In questi giorni così difficili di emergenza da epidemia di Covid-19 si stanno restringendo diversi diritti, a cominciare da quello della libertà di movimento. Del resto, l'emergenza sanitaria è talmente grave (e inedita) da rendere inevitabile la compressione di talune libertà. Tuttavia, ogni limitazione deve essere limitata, transitoria e - è necessario aggiungere - saldamente controllata, nel suo perimetro e nella sua invadenza, dalla sfera pubblica. La questione diviene particolarmente delicata e per ciò che concerne la circolazione e il trattamento dei dati personali.
Il Garante Antonello Soro si è mosso scrupolosamente fin dallo scorso febbraio, indicando i criteri generali alla Protezione civile. Si tratta di combinare due diritti costituzionali altrettanto cruciali: la salute e la riservatezza. Come può accadere in casi omologhi, in simili situazione è inevitabile scegliere il diritto prevalente.
E la vita di un essere umano prevale sempre. Tuttavia, il tema della raccolta delle tracce che ognuno di noi lascia in giro magari senza esserne cosciente (vedi il caso limite della Corea del Sud in merito alla tracciabilità degli spostamenti) è particolarmente serio. Perché l'identità digitale è parte integrante della cittadinanza e della coscienza. È indispensabile, quindi, uscire da una stretta polarità dialettica, che metta in contrasto elementi ugualmente fondamentali per il tessuto civile. Serve una via di congiunzione garantita dalle istituzioni e dalla sfera statuale.
Guai ad appaltare i servizi di condivisione dei dati, pur per finalità nobili, ai soliti Over The Top: da Google, ad Amazon, a Facebook in poi. Ne ha scritto su il manifesto dello scorso giovedì 12 marzo Michele Mezza e ci ha ragionato sul sito del "Centro per la riforma dello Stato" il direttore di quest'ultimo Giulio De Petra. Ci sentiremmo più tutelati ora e si correggerebbe la disastrosa linea privatistica che ha condizionato le politiche digitali (imposte dalla televisione) negli ultimi venticinque anni, contribuendo al disastro italiano.
Diversi commentatori in questo periodo sembrano riscoprire i difetti teorici e pratici degli approcci liberisti, piangendo sull'assenza in numerose zone della banda larga e di una seria rete infrastrutturale aperta e "bene comune". Ne risentono i pur buoni propositi sull'educazione a distanza e sullo smart working, a prescindere dalle sacrosante problematiche pedagogiche e sindacali. È il caso di rimettere il naso nelle modeste esperienze delle "Agende digitali" e di coordinare meglio (anzi, coordinare) i differenti centri decisionali, che già hanno fatto spendere cifre meglio utilizzabili per comprare i software proprietari di Microsoft, invece di utilizzare i gratuiti programmi free.
Insomma, il dramma che stiamo vivendo è anche l'occasione per cambiare radicalmente rotta, rendendoci indipendenti dagli oligarchi della rete, usi a commerciare i dati con obiettivi meramente commerciali o direttamente politici. La repentina discesa dei consensi nelle primarie democratiche degli Stati Uniti di Elizabeth Warren, che ha più volte proposto lo "spezzatino" di Facebook, troppo grande e prepotente per rimanere in mani così ristrette, fa pensare.
Così pervasivi i social? Certamente sì. L'economista controcorrente Mariana Mazzucato scrive chiaramente ("Il valore di tutto", Bari-Roma, Laterza, 2018, p. 239) che "il punto critico è di assicurare che la proprietà e la gestione dei dati rimangano collettivi come la loro origine: il pubblico...". Un'ipotesi. Antonello Soro dispone a normativa vigente di rilevanti funzioni. E se gli fossero conferiti poteri straordinari?
reuters.com, 18 marzo 2020
L'Iran, il Paese che dopo Cina e Italia registra il numero più alto di contagiati da Covid-19, ha appena liberato temporaneamente 85.000 prigionieri, compresi quelli politici e "legati alla sicurezza", nel tentativo di arginare la diffusione del coronavirus. Ad annunciarlo, il Governo iraniano attraverso il portavoce della magistratura Gholamhossein Esmaili che, come riportato dalla Reuters, ha dichiarato che sono stati liberati solo coloro che stavano scontando condanne a meno di cinque anni, mentre i prigionieri politici e quelli accusati di condanne più pesanti legate alla partecipazione a proteste antigovernative sono rimasti in prigione.
Lo scorso 10 marzo il relatore speciale sui diritti umani dell'Onu in Iran, Javaid Rehman, aveva chiesto a Teharn di liberare temporaneamente tutti i prigionieri politici dalle carceri sovraffollate dove si stava velocemente propagando la diffusione del virus, ma anche malattie legate all'igiene come la tubercolosi e l'epatite C. "Sono molto preoccupato per il fatto che centinaia, se non migliaia, di manifestanti detenuti a novembre stiano attualmente affrontando difficoltà in strutture sovraffollate", ha dichiarato Rehamn, aggiungendo che i prigionieri dovrebbero anche essere sottoposti a test completi per il coronavirus.
Prima del rilascio annunciato e secondo il rapporto che Rehman ha presentato al Consiglio per i diritti umani a gennaio, infatti, l'Iran ha dichiarato di avere 189.500 prigionieri, inclusi centinaia di arrestati durante o dopo le proteste antigovernative a novembre. Nei giorni scorsi, sono stati rilasciati almeno una dozzina di prigionieri politici, secondo attivisti e gruppi dei diritti, ma i prigionieri politici più importanti e simbolici rimangono ancora in prigione. Anche gli Stati Uniti avevano chiesto il rilascio di dozzine di doppi cittadini americani e stranieri detenuti principalmente con l'accusa di spionaggio minacciando che Washington riterrà il Governo iraniano direttamente responsabile di eventuali morti statunitensi.
Intanto in Iran il bilancio alla data di oggi conta 14.991 casi confermati, 853 morti e 4.996 ricoverati e il regime è stato ampiamente criticato per la sua gestione dell'epidemia, a partire dal rifiuto di chiudere i luoghi di pellegrinaggio sacri. Il portavoce Esmaili ha comunque affermato che la metà delle persone liberate erano prigionieri "legati alla sicurezza" e che "nelle carceri sono state prese misure precauzionali per far fronte allo scoppio", ma non ha spiegato quando i liberati dovrebbero tornare in prigione. Anche nelle carceri italiane la situazione è pesantissima e sono al vaglio misure simili per prevenire il contagio in quelle maggiormente sovraffollate.
coe.int, 18 marzo 2020
"Ma occorrerebbero maggiori sforzi per migliorare le condizioni carcerarie". Il Comitato anti-tortura sull'Ungheria: Il trattamento dei detenuti è nel complesso soddisfacente, ma occorrerebbero maggiori sforzi per migliorare le condizioni carcerarie. In un rapporto pubblicato quest'oggi, il Comitato per la prevenzione della tortura e dei trattamenti inumani o degradanti (Cpt) constata i progressi compiuti dall'Ungheria per quanto riguarda il trattamento dei detenuti e delle persone trattenute dalla polizia, dalla sua visita precedente nel 2013.
La maggior parte delle persone interrogate dalla delegazione, che erano o erano state sotto custodia della polizia, non ha denunciato maltrattamenti. Le autorità ungheresi hanno adottato misure per rafforzare le garanzie contro i maltrattamenti da parte delle forze dell'ordine (in particolare il diritto di informare un terzo dell'arresto e di avere accesso a un avvocato), grazie a una nuova norma di procedura penale e ai relativi regolamenti di polizia. Il rapporto, che si basa su una visita effettuata in Ungheria alla fine di novembre 2018, constata inoltre che sono stati compiuti progressi per migliorare la documentazione dell'esercizio dei diritti dei detenuti.
Il Cpt formula altresì raccomandazioni su come affrontare la violenza tra detenuti e migliorare le condizioni materiali nelle carceri minorili, nonché introdurre una procedura per un significativo riesame delle condizioni dei detenuti condannati all'ergastolo, con lo scopo non solo di fornire agli ergastolani la possibilità di ottenere un'effettiva riduzione della pena, ma anche di infondere loro il desiderio di raggiungere degli obiettivi mirati, al fine di motivare un loro comportamento positivo in carcere.
Tra gli altri problemi sollevati nel rapporto, il Cpt sottolinea la necessità di rafforzare le misure per tutelare la sicurezza dei detenuti nell'ambito delle sanzioni di isolamento o segregazione. Raccomanda una modifica della legislazione, al fine di garantire che la durata massima di tali misure a fini disciplinari per gli adulti non superi i 14 giorni per una determinata infrazione, indipendentemente dal regime di sicurezza a cui è sottoposto il detenuto. Per quanto riguarda i minori, il Cpt sottolinea che non dovrebbero essere posti in isolamento disciplinare.
- Francia. Proteste nel carcere di Grasse dopo il blocco dei colloqui in parlatorio
- Povertà e nessun tipo di prevenzione nelle baraccopoli al tempo del virus
- Stati Uniti. Armati di pistola contro il coronavirus
- Ai domiciliari con il braccialetto con braccialetto chi deve scontare da sei a 18 mesi
- Con il decreto potenzialmente i domiciliari solo per 3.000 persone










