Giornale di Vicenza, 4 marzo 2015
Non era la prima volta che dava in escandescenze. Due settimane fa aveva dato fuoco ai materassi, la settimana scorsa si era barricato nella sua cella e poi aveva distrutto tutti i mobili. Qualche giorno fa è andata ancora peggio: ha aggredito un poliziotto (procurandogli per fortuna solo lievi lesioni) e poi è riuscito a staccare il termosifone dal muro.
Risultato: ha allagato la cella e in pochi istanti anche i corridoi e tutto il piano del San Pio X sono stati invasi dall'acqua. Troppo. Per lui, già in carcere, è scattato un altro arresto e ieri mattina si è presentato davanti al giudice per il processo per direttissima per rispondere delle accuse di lesioni, danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale. Nei guai Mohamed Rayh, 20 anni, di origini marocchine ma nato in Italia e residente a Padova.
In cella a Vicenza da qualche mese, dopo il trasferimento da un altro carcere, il giovane anche in passato era stato accusato di resistenza e lesioni aggravate.
Di certo quello accaduto in questi giorni è soltanto l'ultimo, ennesimo episodio di tensione dietro le sbarre. Solo qualche settimana fa due detenuti avevano prima sfasciato tavoli e sedie, poi avevano divelto i termosifoni dal muro. Alla fine avevano dato fuoco ai materassi ed era scoppiato il caos. Perché i nove metri quadrati di cella, in un istante, si erano saturati di fumo nero e tossico e solo grazie al tempestivo intervento degli agenti si era evitato il peggio: c'era infatti il rischio che le fiamme si propagassero e che il fumo invadesse anche le altre celle.
I due detenuti non avevano avuto ripercussioni, erano invece finite al pronto soccorso per accertamenti le due guardie penitenziarie. E in ospedale, per delle lesioni al collo, è dovuto andare anche l'agente aggredito qualche giorno fa da Rayh.
"Gli operatori di polizia penitenziaria - ha considerato Luigi Bono, segretario provinciale del Sappe - lavorano in costante stato di emergenza dibattendosi tra tagli sia al personale che ai mezzi di servizio". "C'è poi la tanto decantata sorveglianza dinamica - ha aggiunto. Ci sono tensioni continue, ma si è preferito lasciare aperte le porte delle celle e far girare nei corridoi, a non far nulla, i detenuti. Si è creato così un regime aperto che ha acuito l'ozio e favorito le tensioni". "In quest'ultimo caso è scattato l'arresto - ha concluso Bono. Spesso tuttavia, capita che chi danneggia beni della pubblica amministrazione non ne risponda. Neppure economicamente e questo significa che poi sono i cittadini a dover pagare".
Ansa, 4 marzo 2015
A Vigevano gli agenti di polizia penitenziaria hanno salvato la vita a un detenuto che ha tentato il suicidio. Lo rende noto il segretario del sindacato Osapp, Leo Beneduci, in una nota. Il fatto è accaduto ieri attorno alle 19.30, quando un detenuto di nazionalità italiana di 40 anni, all'apparenza tranquillo - riferisce la nota - ha tentato il suicidio per impiccagione, salendo su uno sgabello e lasciandosi cadere. Due agenti sono intervenuti, sono scattati i soccorsi e il detenuto è ora fuori pericolo.
"I due agenti di Vigevano non si sentono eroi - afferma Beneduci - perché questa è la prassi quotidiana e nessuno li ringrazierà. potrebbero dirsi fortunati perché se il ristretto fosse morto la colpa poteva essere anche data a loro. Se avessimo un Ministro oltre che della Giustizia, anche della Polizia Penitenziaria e se avessimo al nostro vertice un Capo del Corpo che apprezza e incentiva il proprio personale, di fatti quali quello di Vigevano, come delle altre centinaia e centinaia di consimili su tutto il territorio, lo verrebbero a sapere tutti, opinione pubblica e mass media, ma purtroppo non è cosi.
L'unica speranza è - conclude Beneduci - che la Polizia Penitenziaria abbia presto un nuovo assetto una nuova e migliore organizzazione lontano dai personaggi che oltre a non considerarne il quotidiano sacrificio ne disprezzano le qualità e il ruolo insostituibile al servizio della Collettività nazionale".
www.trcgiornale.it, 4 marzo 2015
Un debutto importante per la compagnia Sangue Giusto, costituita da un gruppo di detenuti della Casa di Reclusione di Civitavecchia, che si è cimentata per la prima volta venerdì pomeriggio alla Cittadella della Musica con lo spettacolo "L'orda oliva".
Il titolo si ispira al saggio di Gian Antonio Stella, "L'orda. Quando gli albanesi eravamo noi", ma è soprattutto un libero adattamento dal racconto "Il lungo viaggio" di Leonardo Sciascia. Seppure realizzato con scarsissimi mezzi, la scenografia di Francesco Giannini ridotta all'essenziale, con molto spazio all'immaginazione, il lavoro è perfettamente riuscito e merita di essere rappresentato anche su altri palcoscenici, magari anche di fronte a studenti. L'iniziativa, pregevole sotto il profilo socio-culturale, rientra nell'ambito del progetto "Con Amleto dentro - Officine del teatro sociale, sostenuto dalla Regione Lazio con il contributo della Fondazione Cassa di Risparmio, il patrocinio del Comune di Civitavecchia ed il sostegno del Garante dei Diritti dei Detenuti del Lazio.
Si tratta di una riscrittura collettiva dei partecipanti al Laboratorio Teatrale: Massimo Lanzi, Massimiliano Mazza, Francesco Montella e Marco Pirisino per la regia di Ludovica Andò che ha anche presentato lo spettacolo. Le musiche di Andrea Pandolfo e il disegno luci di Michelangelo Vitullo. Trattato con molta sensibilità, il tema è molto attuale per il parallelo con il dramma che molti vivono in questi anni: un gruppo di clandestini, di emigranti italiani, truffati da un malavitoso, tentano di raggiungere l'America dove i nuovi arrivi sono visti con disprezzo ed intolleranza. Così come oggi accade ad altri emigranti, ancor più disperati. Il pubblico presente ha molto apprezzato il lavoro sottolineato da moltissimi applausi.
Ristretti Orizzonti, 4 marzo 2015
Per il secondo anno consecutivo la Casa di reclusione di Eboli si aggiudica il premio "Persona e Comunità - i Migliori progetti nell'ambito della Pubblica Amministrazione e del Volontariato" per la sezione "apprendimento e formazione" con la seguente motivazione:
"Progetto di formazione ad impronta artistico-culturale di inclusione sociale, orientato al recupero e reinserimento nella società di detenuti tossicodipendenti. Attraverso i processi di rappresentazione teatrale mette in atto un buon procedimento educativo di recupero centrato sulle problematiche soggettive".
"L'Attribuzione del premio alla Casa di Reclusione di Eboli" - è stato sostenuto dal Presidente dell' Associazione Italiana Formatori nel corso della premiazione avvenuta a Torino - da parte del il comitato scientifico che ha curato la selezione delle numerosissime candidature "è il riconoscimento del lavoro fatto dalle molteplici api operose di baconiana memoria che fortunatamente ancora sono presenti presso la nostra Pubblica Amministrazione".
In sintesi il progetto premiato ha ad oggetto una complessa e completa attività teatrale che prevede il coinvolgimento a 360 gradi dei detenuti con la costituzione della compagnia teatrale "Le canne pensanti", il suo impegno nell'annesso laboratorio di scrittura creativa, l'allestimento e la messa in scena delle relative pieces con la creazione di costumi e scenografie. Alla già intensa produzione che ha realizzato la scrittura e la messa in scena delle seguenti opere: "Un sogno di libertà. Da Garibaldi al Brigantaggio: la questione Meridionale vista dalla parte dei vinti"; "un Angelo venuto dal mare" vita e morte di Angelo Vassallo, sindaco di Pollica assassinato per il suo impegno; "La Divina Galera: viaggio dagli inferi alle stelle, nel mezzo del cammin di Malavita"; "Dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fiori" (omaggio a Fabrizio De Andrè"); la rievocazione storica di "Ana de Mendoza de la Cerda", principessa di Eboli, che ha abitato il Castello Colonna sede dell' Istituto Penitenziario fatta rivivere in un'atmosfera cinquecentesca attraverso una precisa ricostruzione storica, si sono aggiunti gli spettacoli tratti dalla tradizione come "La Cantata dei Pastori", "La gatta Cenerentola" e "Omaggio a Troisi" oggetto di una complessa e completa rassegna teatrale che ha visto un numerosissimo pubblico. L'ultimo lavoro può definirsi un vero e proprio "colossal" per il coinvolgimento di ben 20 detenuti che porteranno in scena l'opera da loro scritta "Diversamente Italiani: Briganti, Emigranti Terroni".
L'importanza dell' attività è da ricercare nel fortissimo coinvolgimento dei detenuti non solo mediante l'indiscussa valenza terapeutica del teatro, ma soprattutto mediante le ricadute pratiche che l'attività si è imposta e che ha realizzato: dalla scrittura alla messa in scena si è passati alla produzione ed alla pubblicizzazione degli spettacoli che, numerosi, sono stati dati, come già detto, anche all'esterno facendo conoscere una realtà che realizza concretamente la promozione umana e culturale delle persone che le vengono affidate. Indiscusso punto di forza di tutta l'attività è la totale assenza di costi a carico dell'amministrazione: il laboratorio sostanzialmente autogestito si avvale, infatti unicamente del supporto, oltre che degli operatori interni fra cui lo stesso Direttore, di una nutrita schiera volontari.
di Patrizia Meringolo
Il Manifesto, 4 marzo 2015
Si è parlato molto nelle ultime settimane a Firenze di droga a scuola. Casus belli è stato l'intervento "olfattivo" dei cani negli istituti superiori, visto come argine per dissuadere i ragazzi dai cattivi comportamenti, identificati dai cani senza alcun ragionevole dubbio.
Alcuni dirigenti scolastici però hanno rifiutato una prassi di questo genere, con stupore di chi considerava la prevenzione dissuasiva l'unica arma di difesa possibile. Si è originato un dibattito che - al di là dei cani sì/cani no - ha riguardato il consumo giovanile di sostanze illegali e, anche per l'impegno della Flc-Cgil, la scuola come luogo formativo e non come istituzione totale. In primo luogo occorre definire il problema: parliamo di dipendenze in generale o solo di sostanze illegali? e in quest'ultimo caso, solo di cannabis? Perché è questa, e solo in minima quantità, che i cani talvolta trovano nelle scuole. E in definitiva, cosa preoccupa? La salute degli studenti, gli aspetti penali, la prossimità al mercato deviante, oppure il fatto che tutto ciò avvenga a scuola?
Altra questione basilare è la centratura sul prevenire o sul sanzionare. I dati presentati dal criminologo britannico Alex Stevens in un recente seminario promosso da Forum Droghe evidenziano che - a fronte di una stabilizzazione dei consumi nei paesi europei - le politiche penali sono molto diverse, quindi la legge viene usata come deterrente (peraltro di scarsa utilità) e non come strumento di controllo del fenomeno.
Per conoscere, in ogni caso, il trend dei consumi sono disponibili i dati "ufficiali" del Dipartimento delle Politiche Antidroga, secondo i quali il consumo di cannabis, almeno una volta nella vita, riguarderebbe meno del 25% dei ragazzi. Dato preoccupante per chi lo voglia leggere come uno su quattro, ma sicuramente inferiore alla realtà.
A fronte di tutto ciò, le evidenze scientifiche dimostrano che per gli interventi preventivi è basilare analizzare indicatori di setting in grado di dare il "senso" e la "ritualità" dei consumi, la percezione del rischio e soprattutto le esperienze di esplorazione di questo tipo di comportamenti. Si studia la resilienza, nel senso di acquisire le capacità di coping nel confrontarsi con il rischio, proprio o dei pari, e con le sue possibili conseguenze, come la guida dopo il consumo.
Quanto agli interventi, si è rivelata fallimentare una modalità del tipo causa-effetto (intervento repressivo o sanzionatorio, quindi cessazione del comportamento indesiderato) a favore di modalità sistemiche, in cui una politica preventiva nasce da un insieme di attori sociali, utilizzando pienamente le risorse territoriali. Lavorare con una logica "resource oriented" permette di vedere i giovani non come consumatori (e non solo di sostanze) ma come partecipanti attivi nella costruzione del benessere.
Un'ultima considerazione riguarda la "fragilità" del contesto scolastico. La progressiva svalorizzazione della scuola, in particolare pubblica, porta a percepirla come un ambiente di scarso valore formativo e di scarsa credibilità sociale, per cui tende ad assumere le caratteristiche di contesto ricreazionale, con i comportamenti tipici dei luoghi di divertimento.
Se vogliamo davvero parlare di prevenzione a scuola, è necessario ridare valore educativo e formativo sia alle professionalità al suo interno sia a quelle presenti nella comunità locale (Asl, SerT, forze dell'ordine, governo locale), progettando un sistema in cui la scuola è un nodo significativo della rete, non con finalità di ispezione (i cani, o anche l'esame generalizzato del capello), ma per la costruzione del benessere e della convivenza civile.
di Francesca Morese
Il Manifesto, 4 marzo 2015
Dietro le quinte, si profila la possibilità di uno "scambio" tra l'ex militante dei Pac e il sindacalista Pizzolato. Uno schiaffo al garantismo e un colpo basso all'ex presidente brasiliano Lula Da Silva. Sono in molti a leggere in questo modo il procedimento di espulsione deciso da un giudice federale brasiliano nei confronti di Cesare Battisti, ex militante dei Proletari armati per il comunismo, un gruppo attivo in Italia nella temperie degli anni 70.
Nel 2010, l'allora presidente Lula gli aveva riconosciuto l'asilo politico, rifiutando l'estradizione chiesta dall'Italia nell'ultimo giorno del mandato. Uno smacco per il governo italiano di allora, una questione sempre sul piatto per quelli che sono venuti dopo, il "rompicapo" degli anni 70 essendo ancora un passato indigeribile.
Ora, però, secondo quanto ha suggerito la stampa brasiliana e hanno confermato in anonimato fonti ben informate, la questione potrebbe essere tornata in campo a seguito di una vicenda italo-brasiliana: quella del sindacalista Henrique Pizzolato, militante del Partito dei lavoratori (Pt), il partito di Lula e dell'attuale presidente Dilma Rousseff. Pizzolato, alto dirigente del Banco do Brasil si è trovato al centro di una complicata vicenda giudiziaria. Un processo politico e mediatico che gli è costato una condanna a oltre 12 anni di carcere per corruzione e riciclaggio. Un processo-farsa, secondo i suoi legali e il campo che lo difende (movimenti sociali e cristiani, sindacati, associazioni democratiche), pronti a considerarlo "un nuovo caso Tortora". Un capro espiatorio - ha detto alla stampa Pizzolato - punito da una condanna ingiusta per la sua "storia nel movimento sindacale legata strettamente a quella dell'ex presidente Lula, vero bersaglio di tutta la trama politica del mensalão".
Lo scandalo del mensalão (mensile) è scoppiato a giugno del 2005 e ha provocato una crisi politica nel Brasile allora guidato da Lula. Il nome fa riferimento a una tangente corrisposta ai parlamentari in cambio di voti compiacenti nel varo delle leggi. Allora si è parlato di impeachment al presidente. Una minaccia utilizzata anche nei confronti dell'attuale presidente Rousseff a proposito dello scandalo Petrobras, il processo per tangenti che interessa l'impresa petrolifera di stato.
Pizzolato è di origini italiane e, dopo la condanna, è tornato in Italia con documenti falsi, si è costituito e ha chiesto di restare. In Brasile - sostiene la difesa - dato l'alto livello di insicurezza esistente nelle carceri, rischierebbe la vita. A ottobre, la Corte d'Appello di Bologna ha negato l'estradizione, ma la Cassazione ha annullato la sentenza. E tutto è ora nelle mani del ministro della Giustizia Andrea Orlando. A lui si sono rivolti 21 senatori - primi firmatari Lo Giudice e Manconi (Pd) - che hanno presentato un'interrogazione in favore di Pizzolato. Un altro gruppo si sta muovendo all'europarlamento.
Spiega al manifesto Fausto Gianelli, legale di Pizzolato: "In attesa delle motivazioni della sentenza, abbiamo preparato un ricorso alla Corte europea dei diritti umani, che in casi eccezionali ha la possibilità di sospendere la pena e decidere misure intermittenti". Lo scambio con Battisti? "Non si fa mercato sulle persone", risponde l'avvocato.
E mentre Pizzolato attende in carcere, Battisti aspetta di essere espulso. In base alla legge, non può più essere estradato. Però, poiché non possiede documenti ed è entrato in Brasile con quelli falsi, un giudice federale ne ha disposto l'espulsione: molto probabilmente verso i paesi da cui è arrivato, Francia e Messico. Ma gli si potrebbe anche consentire di scegliere la destinazione.
L'ossessione italiana per l'uomo che era negli anni 70, di Andrea Colombo
Dopo quattro anni si riapre, come in un gioco dell'oca in cui si torna sempre al punto di partenza, il caso Cesare Battisti. Era l'8 giugno 2011 quando la Corte costituzionale brasiliana negò l'estradizione nei confronti dell'ex militante dei Proletari armati per il comunismo, detenuto in Brasile dal 2007, dopo aver dovuto abbandonare la Francia dove viveva dal 1981.
Quando la Corte emise il suo verdetto, Battisti aveva già ottenuto da oltre due anni lo status di rifugiato politico concessogli dall'allora ministro della Giustizia Tarso Genro.
Le pressioni italiane, dopo quella decisione, erano state senza precedenti, tali da richiamare addirittura l'ambasciatore italiano in segno di protesta. L'obiettivo era stato centrato. In novembre il Tribunale supremo federale si era espresso contro la concessione dello status di rifugiato, rimettendo però la decisione finale nelle mani del presidente. Nell'ultimo giorno del suo mandato, il 31 dicembre 2010, Lula si era espresso contro l'estradizione, anche sulla base delle regole brasiliane che la vietano in paesi nei quali vige l'ergastolo, che in Brasile non esiste. Sembrava finita. Non lo era.
Per il governo Berlusconi ottenere lo scalpo di Battisti era diventata una questione d'onore, un risultato politico senza alcuna misura con la portata reale della vicenda. Il governo di Roma aveva dunque insistito, esercitato pressioni di ogni sorta, martellato il Brasile, presentato due ricorsi presso l'Alta corte brasiliana contro la negazione dell'estradizione. Entrambi respinti. Una storia che aveva coinvolto le relazioni diplomatiche prima con la Francia, che aveva concesso l'estradizione nel 2004, dopo anni di insistenze italiane, poi con il Brasile, sembrava dunque essersi chiusa il 22 giugno 2011, quando la Corte aveva concesso a Battisti il permesso di soggiorno in Brasile.
Ieri la giostra ha ripreso a girare. Gli esponenti della destra hanno mitragliato di dichiarazioni feroci le agenzie. Il centrosinistra, con qualche eccezione, è stato più cauto. Ancora non è chiaro se Battisti potrà scegliere in quale Paese essere spedito o se dovrà andare in Messico o in Francia, le nazioni da cui aveva raggiunto il Brasile. Facile prevedere che Roma farà di tutto perché lo scrittore venga inviato in uno dei Paesi che si affretterebbero a rimandarlo in Italia, dove lo attende la condanna all'ergastolo.
Quattro omicidi. Due compiuti direttamente, uno progettato, in un altro presente nel commando ma in funzioni di supporto. Queste le motivazioni della condanna, esito di uno di quei processi sommari che erano allora la norma. Un teste d'accusa principale, su cui si basa l'intera architettura della sentenza: il pentito Pietro Mutti, fondatore dei Pac dei quali Battisti è da sempre indicato, a torto, come uno dei capi, mentre era un semplice militante. Testimonianza discutibile, quella di Mutti: accusò Battisti di aver ucciso un agente di custodia, Antonio Santoro, poi fu costretto ad ammettere di aver sparato lui. Lo indicò come esecutore di un altro omicidio, che Mutti conosceva solo de relato, quello dell'agente della Digos Andrea Campagna, ucciso quando i Pac si erano già sciolti. In realtà a sparare era stato un altro militante, Giuseppe Memeo, reo confesso, e l'identikit dell'uomo che era con lui è opposto a quello di Battisti.
Ma in fondo non è questo ciò che importa. Quel che rende assurda l'ossessione italiana per l'ex detenuto comune politicizzatosi in carcere e poi diventato, dopo l'arresto nel '79 e la fuga dal carcere nell'81, scrittore di successo è l'assenza di qualsiasi pericolosità sociale. Battisti ha cambiato vita da ormai 35 anni, con il militante armato degli anni 70 non ha più nulla a che spartire, ha pagato i suoi crimini con anni di galera e con una vita spesa a fuggire da un paese all'altro. Potrebbe bastare. Dovrebbe bastare.
www.acatitalia.it, 4 marzo 2015
La situazione dei diritti umani in Cina resta drammatica. A denunciarlo Acat France, che partendo dai dati forniti da World Coalition, evidenzia come anche nel 2014, il paese asiatico confermi il proprio primato nell'infliggere la pena di morte con 3.000 esecuzioni effettuate, pari al 2013. Anche la tortura e i trattamenti disumani si confermano come fenomeni endemici all'interno dei luoghi di detenzione senza che il Governo abbia cercato di fare nulla per arrestare il fenomeno. Inoltre, dall'inizio del 2013 fino alla fine del 2014 ben 250 difensori dei diritti umani sono stati imprigionati.
Secondo alcune fonti ( ma ancora si attende conferma ufficiale) sarebbe morto mentre era detenuto, anche il vescovo novantaquattrenne Shi Enxiang, arrestato nel 2001 e incarcerato in un luogo segreto della Cina. I famigliari attendono ancora che venga loro restituito il cadaver
Aki, 4 marzo 2015
Un tribunale militare tunisino ha condannato in appello a sei mesi di carcere il blogger Yassine Ayari, 33 anni, accusato di aver diffamato l'esercito. Ayari fu arrestato il 25 dicembre di ritorno da Parigi. Nel suo blog aveva accusato funzionari del ministero della Difesa e ufficiali di appropriazione indebita. "La libertà di espressione è l'unico beneficio della rivoluzione e noi oggi vediamo un blogger punito duramente da un tribunale militare per aver criticato l'esercito", ha detto l'avvocato Malek Ben Amor. Il blogger, figlio di un colonnello dell'esercito ucciso nel maggio del 2011 in scontri con jihadisti, era attivo anche durante il regime del deposto presidente Zine El Abidine Ben Ali. Negli ultimi mesi ha criticato il partito laico di Nidaa Tounes che il 26 ottobre ha vinto le elezioni presidenziali e il cui leader Beji Caid Essebsi è diventato presidente il 21 dicembre. Human Rights Watch aveva descritto la condanna nei confronti di Ayari come "non degna della nuova Tunisia" e ha esortato il parlamento a riformare le leggi che portano alla reclusione per aver diffamato o insultato le istituzioni statali, oltre che di togliere la giurisdizione dei tribunali militari sui civili.
di Danilo Princiotto
www.ubitennis.com, 4 marzo 2015
I valori dello sport in un posto cupo e tristemente noto come il carcere di San Quintino. Ecco come i detenuti dimenticano, per qualche ora, la propria condizione, grazie al tennis: "Quando siamo su quel campo, noi non siamo in prigione".
San Quintino, nato nel 1852, è il carcere più antico della California e sorge a Nord della città di San Francisco, su un area di 1,7 km quadrati. Rappresenta da decenni una delle prigioni più note e discusse del globo, quasi un luogo cult per gli Stati Uniti e per la California, tanto da diventare oggetto di racconti e rappresentazioni cinematografiche. Il penitenziario californiano ospita il temutissimo braccio della morte, area destinata ai condannati a morte o ai detenuti, in attesa di sentenza, ritenuti particolarmente pericolosi. Le fredde mura di quella zona del carcere hanno visto detenuti uccisi in camere a gas, con iniezioni letali o semplicemente impiccati.
Uno dei luoghi più oscuri e temuti d'America, che ospita più di 5.200 detenuti, già condannati o in attesa di giudizio. Le giornate trascorrono lente e inesorabili, se non fosse che l'amministrazione carceraria ha previsto e messo a disposizione dei luoghi ricreativi, dove è possibile praticare sport e respirare la brezza dell'Oceano Pacifico: oltre ai campi di basket e baseball c'è un solo campo da tennis che, ristrutturato nel 2004, rappresenta uno dei luoghi di ritrovo degli appartenenti ad ogni ala del penitenziario, senza distinzioni di razza o colore. Già, perché l'esasperata multietnicità presente in America, si riflette, inevitabilmente, anche a San Quintino, con rischi di contrasti tra etnie e gang, all'ordine del giorno; una sorta di segregazione politica che vede i bianchi da una parte, i neri dall'altra, gli ispanici da un'altra ancora. L'unica eccezione è rappresentata proprio dal campo da tennis, come dimostra un interessante video-documentario girato da Vice Sport: "Quando entriamo in campo, noi ci abbracciamo perché amiamo questo sport, al di là di razza, età o altro, e il rispetto continua anche fuori perché è questo che il tennis ci insegna" ha saggiamente dichiarato uno dei detenuti intervistati.
L'artefice di quest'oasi di pace all'interno di un vero e proprio inferno, è Don Denevi, pensionato ora settantasettenne e direttore dell'area ricreativa, da cui è partita l'idea di restaurare un campo, precedentemente senza reti di protezione e pieno di buche, con le palline che prendendo una di queste schizzavano addosso ad altri detenuti (cosa non propriamente facile da gestire se sei a San Quintino). L'idea di Denevi è stata quella di creare un team di detenuti che coltivasse la passione per il tennis. L'inizio non è stato facile , essendo i più legati al basket e al baseball, sport che dominano la scena in America: "Andai da loro e li insultati, gli dissi "ehi femminucce, questi sono sport da donne, il tennis è uno sport per uomini veri" e loro accolsero la sfida, pur essendo io, all'inizio, l'uomo più odiato del penitenziario".
Inizialmente le sfide dell'Inside Tennis Team (così si fa chiamare il team di Denevi) erano lanciate a gente esterna disposta a passare del tempo con i detenuti, andando così a formare, anche se inconsapevolmente, una sorta di spaccatura ulteriore tra il mondo dei "normali" e quello dei carcerati, non potendoci essere contatti tra le due fazioni. Oggi la situazione è diversa, c'è integrazione tra i team e i match si svolgono mischiando i componenti; ciononostante non è sempre facile trattare con i detenuti di San Quintino, tanto da dover imporre delle regole anche agli esterni: non familiarizzare troppo con i carcerati, parlare quasi solo di tennis e obbligo di pantalone di tuta o leggins per le donne. "La cosa importante da capire è che nel tennis ci sono delle regole e i giocatori devono rispettarle, del resto è per questo se siamo qui, perché non abbiamo rispettato le regole" ha dichiarato un altro dei detenuti "il tennis è il nostro psicologo".
"So che alcuni hanno fatto delle cose terribili, e se potessi li ucciderei con le mie stesse mani" ha ammesso Denevi "ma ai miei ragazzi cerco di chiedere il meno possibile, non voglio sapere, voglio che loro vivano per quello che sono adesso e per dove sono.
Pensare al passato ora non ha senso. Credo che morirò di vecchiaia, qui a San Quintino, sul campo da tennis, dopo aver servito contro un detenuto". L'esperienza dell'Inside Tennis Team,, procede a gonfie vele a San Quintino; dopo una prima fase di scetticismo generale, gli appassionati adesso non ne hanno mai abbastanza: giocano anche con palline consumate, raccolte da vecchi circoli e per loro, oramai, il tennis è diventato una valvola di sfogo indispensabile . Nessuna gerarchia tra di loro, nessuno scontro civile ma una sola regola: "I problemi derivanti dal tennis, si risolvono sul campo da tennis"
Una visione serena e rientrante nell'ottica di rieducazione del condannato, concessa dallo sport in generale, in un ambiente che, in teoria e in pratica, si basa su altro. Basti pensare ai racconti evocati da carcerati e giornalisti inviati a San Quintino: detenuti, scortati dalle guardie nel braccio della morte, coperti da un cappuccio in testa, per evitare di essere sputati, che compiono gli ultimi passi della loro vita, transitando proprio davanti alla zona ricreativa che ospita il campo da tennis: non esattamente una prospettiva incoraggiante per gli altri.
Uno sport di tradizioni nobili, il tennis, che in questo caso, ha anche l'arduo compito di nobilitare gli uomini che fanno parte del carcere di San Quintino. Uomini che hanno ucciso altra gente, violentato donne, commesso ogni tipo di reato; uomini colpevoli o innocenti, pur sempre uomini: "Essere in prigione non è divertente, c'è molta gente triste, siamo molto limitati nelle cose da poter fare e questo campo qui è un grande privilegio: in realtà si trova in una prigione, ma quando giochi a tennis non sei in prigione: sei libero".
di Paolo Lambruschi
Avvenire, 3 marzo 2015
La responsabilità civile dei magistrati e le nuove norme sulla difesa d'ufficio scontentano l'Aivm, l'associazione che tutela chi ha avuto la vita rovinata da errori giudiziari. Per il presidente verrebbero favoriti gli avvocati mentre non cambia nulla per le vittime, di cui non si conosce la reale entità numerica.
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