di Carlantonio Solimene
Il Tempo, 6 gennaio 2015
Che poi, a dirla tutta, che una legge favorisca qualcuno è ovvio. Altrimenti sarebbe inutile farla. Il problema, semmai, sorge quando a beneficiarne è una sola persona e non - magari - un'intera categoria precedentemente svantaggiata. Di certo, comunque, non è questo il caso dell'articolo 19bis del decreto attuativo della riforma fiscale.
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 6 gennaio 2015
Nessuna paternità per la norma che permetterebbe all'ex Cavaliere di ricandidarsi. Renzi promette di cancellare la "svista", ma intanto il decreto attuativo della delega fiscale rimane congelato. Per il toto Quirinale.
di Dino Martirano
Corriere della Sera, 6 gennaio 2015
Al ministero dell'Economia e delle Finanze lo schema di decreto legislativo che attua la delega fiscale, al quale in extremis verrà aggiunto il vagoncino della soglia di non punibilità sotto il 3% del reddito dichiarato, ha avuto una gestazione apparentemente tranquilla e trasparente. Ma ora è su Via XX Settembre che si addensano minacciosi nuvoloni carichi di veleni.
di Donatella Stasio
Il Sole 24 Ore, 6 gennaio 2015
Matteo Renzi, più che una marcia indietro, ha solo deciso di rinviare a marzo il decreto di Natale che all'articolo 19-bis depenalizza i reati fiscali se l'evasione non supera il 3% dell'imponibile. Ma non è detto che a marzo la norma battezzata salva-Silvio abbia perduto il suo potenziale "devastante" rispetto a processi in corso e condanne definitive.
Adnkronos, 6 gennaio 2015
"La tenuità del fatto non è affatto una depenalizzazione". A ribadirlo è il presidente dell'Associazione nazionale magistrati, Rodolfo Sabelli, intervenuto a "Voci del mattino" su Radio 1, a proposito del decreto legislativo del ministro della Giustizia, Andrea Orlando, che prevede la non punibilità per i reati che hanno pene massime fino a 5 anni.
www.agensir.it, 6 gennaio 2015
"L'annuncio che a Frank Van Den Bleeken, ergastolano belga 52enne, da 30 anni detenuto per omicidi, stupri e violenze, sia stata concessa l'eutanasia che aveva lui stesso richiesto per la disperazione di non poter essere curato è una notizia che lascia sgomenti e che segna un punto di non ritorno nella democrazia".
Agenparl, 6 gennaio 2015
Sulla Gazzetta Ufficiale 5° serie speciale, n. 141 del 10 dicembre 2014, è stato pubblicato l'avviso d'aggiudicazione di un appalto pubblico indetto dal Ministero della Giustizia, dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, relativo alla fornitura di 2.000 magliette a favore della Polizia penitenziaria, modello polo a manica corta in tessuto ignifugo (resistente al fuoco) con la scritta ricamata "Polizia Penitenziaria", al valore finale dell'appalto - si legge sulla gazzetta - di euro 793.000,00, iva esclusa. Trattandosi di un acquisto di 2.000 magliette, facendo due calcoli, il costo unitario di ciascuna di esse peserebbe sui contribuenti per circa 480 euro iva inclusa.
Poiché il costo è apparso piuttosto elevato, Alessandro De Pasquale, Segretario Generale del Sippe - Sindacato Polizia Penitenziaria, il 19.12.2014, ha immediatamente inviato una email al vice capo vicario del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria dott. Luigi Pagano, chiedendo chiarimenti in merito all'assurda vicenda, lo stesso Pagano, rispondendo all'email del sindacato, dichiara di conoscere la notizia e che lunedì avrebbe dato i dati esatti della questione che - secondo quanto da lui dichiarato - non è nei termini così riferiti. Tuttavia, dalla data dell'email di Pagano sono trascorsi già tre lunedì e il sindacato non ha ancora ricevuto i dati promessi.
Leggendo però l'avviso di aggiudicazione, la questione però sembrerebbe essere proprio nei termini indicati dal Sippe e cioè che la Griffe Srl di Force (Ap), l'unica ad aver partecipato alla gara e quindi ad averla vinta, si aggiudica l'appalto per la fornitura di 2000 magliette ignifughe per un valore di euro 793.000,00 iva esclusa e cioè, circa 400 euro ciascuna.
Inizialmente, si legge nel bando di gara pubblicato nella gazzetta ufficiale serie speciale - contratti pubblici n. 67 del 16.06.2014, il valore stimato, iva esclusa dell'appalto delle magliette era idi 80.000,00 e cioè 40 euro ciascuna; nell'aggiudicazione, improvvisamente, si scopre che l'Offerta economicamente più vantaggiosa è di euro 793.000,00 iva esclusa.
Sarà un errore? Dopo l'intervento del Sippe, non si fa attendere quello del movimento cinque stelle della Camera dei Deputati che il 22.12.2014 presenta un'interrogazione parlamentare nella quale è stato chiesto al Ministro della Giustizia se ritenga opportuno valutare la sussistenza dei presupposti per inviare gli ispettori presso il Dap ai fini dell'esercizio dei poteri di competenza.
Alessandro De Pasquale, Segretario Generale del Sippe, auspica che possa trattarsi di un errore e che il Dap possa immediatamente sanare, pubblicando nuovamente l'aggiudicazione in Gazzetta con i dati corretti che il dottor Pagano ha promesso.
di Maria Elena Vincenzi
La Repubblica, 6 gennaio 2015
Mafia Capitale, nelle intercettazioni successive all'arresto le minacce degli intermediari con la 'ndrangheta Confermati i legami con i clan. Il capo della "29 giugno" ai suoi: "Adesso che sono in carcere non mettetevi a litigare".
Minacce di morte, pizzini e regole sulla successione. Roba da associazione mafiosa, per l'appunto, quella che ieri la procura di Roma ha depositato al tribunale dei Riesame, chiamato a decidere sulla revoca della custodia cautelare di Rocco Rotolo e Salvatore Ruggiero, entrambi calabresi ed entrambi in carcere dall'11 dicembre scorso nell'ambito dell'inchiesta su Mafia Capitale (i giudici si sono riservati).
I due, accusati di associazione per delinquere di stampo mafioso, sarebbero il collegamento tra la banda guidata da Massimo Carminati e il clan Mancuso di Vibo Valentia. Un legame che avrebbe uno snodo centrale in Salvatore Buzzi, il ras delle cooperative capitoline, considerato dai pm il braccio finanziario del "Cecato". Parla chiaro l'informativa che i carabinieri del Ros del 3 gennaio: i legami con i calabresi c'erano eccome, secondo l'accusa.
Il 3 dicembre, giorno successivo ai primi arresti, Rotolo e Ruggiero (in quel momento ancora a piede libero, ndr) non si danno pace. Commentano gli arresti con gli amici, si preoccupano di non fare la stessa fine. E pensano alla gestione futura: già il giorno successivo alla retata, fissano un incontro per decidere che cosa ne sarà della Cooperativa 29 giugno, fino ad allora guidata da Buzzi.
Prima di andare alla riunione Rotolo incontra Franco La Maestra, ex brigatista condannato a 18 anni di carcere e coinvolto nell'omicidio di Massimo D'Antona, e uomo di fiducia di Buzzi. L'ex terrorista racconta: "Ieri l'ho visto (Buzzi, ndr). C'ha teso a specificare a noi de Giovanni (Campennì, ndr). .. ha detto... "quello non deve... non si deve neanche avvicinare..." le testuali parole so state queste mentre lo portavano via... "non voglio che Giovanni stia in mezzo ai piedi"... ci ha detto a me e a Salvatore (Ruggiero, ndr)". Giovanni Campennì, imprenditore, secondo i pm Giuseppe Cascini, Paolo Ielo e Luca Tescaroli è il collegamento tra Buzzi e la 'ndrangheta.
Non a caso Rocco e La Maestra si stupiscono delle parole di Buzzi e si chiedono se quest'ultimo non avesse appositamente voluto far individuare Campennì dalle forze dell'ordine. "E se l'è cantatu stu scemo di merda? - chiede Rotolo - I Mancuso u 'mmazzano". Sta di fatto che, proprio come nella tradizione mafiosa, Buzzi negli attimi prima di finire in carcere, riesce a dare le indicazioni sulla sua "successione" alla guida delle cooperative. Vuole escludere Campennì e decidere chi deve prendere il suo posto. "Mentre andava via - dice ancora La Maestra a Rotolo - m'ha guardato e m'ha fatto: "Me raccomando, non litigate. Tu sei il capo, mi raccomando, non litigate". Poi mentre andava via mi ha detto: "Ci vediamo tra due anni"... lui s'è già attrezzato".
Infine i pizzini. I militari del Ros ne hanno sequestrati alcuni a casa di Salvatore Ruggiero. In mezzo a una serie di ricevute di pagamento da parte della Cooperativa 29 Giugno, gli investigatori hanno trovato anche due pen drive, una lettera del 2004 in cui Buzzi invitava i suoi soci e dipendenti a votare Oriano Giovannelli e Nicola Zingaretti al Parlamento europeo e tre pizzini. Uno con la dicitura "Glok 179.21, uno con scritto "Rosario 29 giugno" e un terzo: "Fasciani". Probabilmente il riferimento è al clan che da anni gestisce la malavita di Ostia. Elementi sui quali ora il Ros è al lavoro.
di Paolo Berizzi
La Repubblica, 6 gennaio 2015
Intervista a Massimo Bossetti, accusato di avere seviziato e ucciso la tredicenne. Parla per la prima volta e contesta le prove contro di lui: "In tribunale dimostrerò che sono innocente".
"Dal 16 giugno, il giorno del mio arresto, le hanno provate tutte per farmi confessare. Speravano che prima o poi sarei crollato. Ma non confesso un delitto che non ho commesso. Il killer di Yara non sono io, lo dimostrerò in aula, davanti ai giudici. Però vorrei un processo giusto. Anche nei tempi".
Sei mesi e mezzo di silenzio mediatico (ha risposto solo alle domande dei magistrati). Cento trentaquattro giorni in una cella di isolamento. In totale, a oggi, 204 giorni di custodia cautelare dietro le sbarre. Con un'accusa che pesa come un macigno: avere seviziato e ucciso, la sera del 26 novembre 2010, Yara Gambirasio, 13 anni, la stessa età del primo dei suoi tre figli.
Adesso parla, Massimo Bossetti. Attraverso il suo avvocato, Claudio Salvagni - il legale a cui si è affidato in vista del processo che lo vedrà imputato di omicidio volontario con l'aggravante della crudeltà - il carpentiere di Mapello offre la sua versione a Repubblica.
"Sono stato dipinto come un mostro - dice - accusato di un reato orribile. Ma io con la morte di quella povera ragazzina non c'entro niente. In carcere le rivolgo ogni giorno un pensiero. Spero che al processo venga fuori la verità".
Perché ha deciso di parlare?
"Perché hanno fatto indagini in un'unica direzione, è come se l'opinione pubblica, i media, mi avessero già condannato. Ancora prima del processo. Invece sono pronto a dimostrare la mia innocenza: e lo farò in aula. Non sono io il killer di Yara".
C'è il suo Dna sugli indumenti della vittima, ci sono le immagini delle telecamere di Brembate che riprendono il suo furgone vicino alla palestra da dove è sparita Yara.
"Sul mio dna deve essere stato fatto un errore. Io, come ho sempre detto, non ho mai conosciuto né visto Yara. Dopo la Cassazione (udienza il 25 febbraio, si discuterà la richiesta di scarcerazione presentata dalla difesa; le richieste precedenti erano già state respinte dal gip di Bergamo e dal Tribunale del Riesame di Brescia, ndr) con il mio avvocato chiederemo eventualmente la ripetizione dell'esame del dna".
Per dimostrare cosa?
"Ammesso sia davvero mia, quella traccia potrebbe essere finita lì, come ho detto ai magistrati, a causa dell'epistassi di cui soffro da sempre. Anche sul lavoro. Il mio sangue potrebbe essere finito su degli attrezzi usati dall'assassino. In cantiere ho perso spesso sangue dal naso, lo sanno anche i miei colleghi. Non ho accusato nessuno, ma ho offerto spunti, piste alternative. Finora non mi hanno ascoltato".
E il suo furgone ripreso a girare attorno al centro sportivo fino a pochi minuti prima della scomparsa di Yara?
"Quelle immagini non provano niente. Ho raccontato e confermato che passavo sempre spesso, da Brembate di Sopra tornando dal lavoro. Anche per delle commissioni. Che il mio furgone sia stato ripreso per strada dalle telecamere non fa di me un assassino. Non ho mai fatto mistero delle mie abitudini, delle mie giornate. Ho raccontato tutto della mia vita, anche i particolari più intimi e privati. Ho ribadito di essere disposto a rispondere a qualsiasi domanda in nome della ricerca della verità. Dopodiché la mia memoria non è indelebile".
Si è contraddetto sugli spostamenti di quel giorno.
"Sfido chiunque a ricordarsi esattamente che cosa ha fatto quattro anni prima, soprattutto quando ha una vita fatta di giornate fotocopia, una identica all'altra. Il fatto è che hanno rivoltato la mia vita e non hanno trovato niente. Come non hanno trovato nessuna traccia riconducibile a Yara sul mio furgone e sulla mia auto. E nemmeno su tutto quello che hanno sequestrato con le perquisizioni in casa. Non avevo e non ho segreti, altrimenti credo sarebbero emersi".
Sul suo pc sono state trovate ricerche su "sesso" e "tredicenni", con particolari anatomici precisi: per l'accusa sta lì il movente dell'omicidio.
"L'ho già detto in interrogatorio, è capitato che abbia guardato dei siti porno con mia moglie. Ma io non ho mai fatto ricerche o visto video con minori (la difesa di Bossetti ha spiegato che quei clic potrebbero avere tutt'altra spiegazione scientifica, ndr)".
La chiusura delle indagini è imminente, poi si andrà a processo.
"Sono pronto a difendermi. Ma chiedo un processo giusto. Anche nei tempi. La giustizia in Italia è lentissima: perché nel mio caso corre così velocemente? (va detto che i termini - 180 giorni dal fermo - entro i quali il pm avrebbe potuto chiedere il giudizio immediato, che fa saltare l'udienza preliminare, sono scaduti, ndr)".
Lei è accusato di avere ucciso una ragazzina, di averla massacrata abbandonandola in un campo.
"Yara aveva la stessa età di uno dei miei tre figli (gli altri due hanno 8 e 10 anni, ndr). Non potrei mai fare una cosa così atroce. È come se la facessi a uno dei miei bambini. Immagino il dolore devastante dei familiari di Yara, mi sono sempre messo nei loro panni, fin dal primo giorno. A Yara rivolgo un pensiero ogni giorno. A lei e anche alla mia famiglia, che continua a credere nella mia innocenza e mi sta vicino".
Che cosa dice a chi si stupisce del fatto che in questi sei mesi e mezzo in cella non ha mai avuto un crollo, nemmeno un piccolo cedimento?
"È il mio carattere, sono fatto così. Cerco di farmi forza ogni giorno. Se sei in carcere da innocente puoi avere dentro anche tutta la disperazione del mondo ma, allo stesso tempo, trovi anche la forza per non mollare. Ho ricevuto pressioni fortissime, hanno cercato di convincermi in ogni modo a confessare: hanno provato a allettarmi con il conto degli anni, la riduzione della pena, 20 anni anziché 30... speravano che crollassi. Ma non ho confessato perché non ho niente da confessare".
Sua moglie, i suoi figli, i suoi genitori continuano a venire a trovarla.
"Quando vedo i miei figli e i miei genitori mi commuovo. Sapendo che sono incontri a termine, concentro tutto in quell'ora: poi rimane il vuoto. Se fossi colpevole, al mio avvocato lo avrei detto. Anche per chiedergli un aiuto su come affrontare, appunto, i miei familiari".
Il reato di cui è accusato è inaccettabile nel codice non scritto dei carcerati. Riceve ancora minacce?
"Sì, le ultime mi sono arrivate con una lettera spedita da un detenuto di un altro carcere. Mi ha scritto "quando esci ti stacco la testa e la porto ai Gambirasio". Però adesso in cella va meglio, da quando mi hanno tolto dall'isolamento ho socializzato con gli altri detenuti. Mi sento un po' più sollevato. Aspetto il processo. Ho paura di una condanna, certo. Ma credo ancora nella giustizia".
di Adriano Sofri
Il Foglio, 6 gennaio 2015
C'è ormai una tradizione. L'onorevole Paolo Fontanelli, il professor Michele Battini e io compriamo i panettoni - quest'anno si risparmiava, solo 220 panettoni. A volte la Coop ce li regala, e non è nemmeno mafiosa. Li andiamo a caricare con un furgone della cooperativa dei detenuti guidato dall'ingegner Bigarella.
Li scarichiamo in modo che vengano distribuiti insieme ai doni procurati dal cappellano, monsignor Filippini. (Nella tradizione c'era un posto centrale per suor Cecilia, ma i regolamenti del suo Ordine l'hanno richiamata altrove, e, con tutto il rispetto, è stata una gran perdita per i carcerati di ogni fede). Poi visitiamo a lungo il carcere.
Parecchi detenuti sono habitué - recidivi, li chiamano: si capisce che chi commette piccoli reati non può che commetterli spesso, per sbarcare il lunario; se si ruba all'ingrosso, basta un colpo, e tuttavia si direbbe che anche i ladri grossi subiscano una coazione a ripetere, ma è raro incontrarli in galera, a Pisa nemmeno uno.
Così nonostante gli anni che passano, i detenuti miei amici - e anche gli agenti - restano numerosi, ed è tutto un abbracciarsi. Ormai ci sono anche i loro figli, e ci si abbraccia lo stesso. I veterani mi dicono: "Non sei cambiato", e intendono: "Azzo, come sei invecchiato!".
Sorridono, e io tengo il conto dei denti in meno dall'anno precedente: i detenuti non riempiono i buchi dei denti perduti, e le pareti del carcere non suturano le loro crepe. Il numero ridotto di detenuti sembrava un buon segno, se non fosse che ci sono sezioni chiuse, compreso il femminile e il centro clinico.
Fervono i lavori, per così dire, come vuotare il mare col secchiello. Il direttore, Fabio Prestopino, ci ha illustrato equanimemente le toppe volenterose (anche i veri progressi, per esempio telefoni a scheda nelle varie sezioni) e le falle riaperte. Sono proprio falle, crepe nei muri, sale chiuse perché ci piove dentro, pavimenti insorti, eczemi di intonaci.
È tutto di un'insensatezza suprema. Il sistema penitenziario si regge su un'insensatezza così smisurata da far dubitare della possibilità di metterci mano: se si riducesse l'insensatezza, crollerebbe tutto. I direttori e le direttrici di carcere, quando non sono cattivi, suscitano una gran solidarietà, come capitani di traghetti lasciati in balia del naufragio. Peccato davvero, perché saprebbero che cosa farne della loro nave, se gli dessero una bussola. Il caffè l'abbiamo preso in una cella di napoletani: un buonissimo caffè.
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