Adnkronos, 26 marzo 2015
Dopo essere stato trasmesso in anteprima sulla piattaforma Ray, da lunedì 16 marzo, il cortometraggio "Mala vita", della durata di 25 minuti, va in onda su Rai3, domani alle 22.45. "Mala Vita" nasce da un progetto rivolto ai detenuti nelle carceri italiane e che ha l'obiettivo di far emergere problematiche sociali spesso ignorate.
Il breve film, per la regia di Angelo Licata, vede protagonista Luca Argentero, nei panni di un uomo abituato ad entrare e uscire dal carcere, che considera quasi la sua seconda casa, e dove tutto sommato riesce a cavarsela. Questa volta, però, dovrà vedersela con un boss della camorra prepotente e aggressivo, che gli renderà più pesante la già difficile esistenza in galera.
Nel ruolo dell'antagonista, Francesco Montanari, che molti ricorderanno quale interprete del personaggio del Libanese in "Romanzo Criminale - La Serie", che dà vita ad un delinquente duro e violento. Prodotto da Fabrizio Rizzolo per Riviera Film, con il patrocinio del Ministero della Giustizia, del Ministero dei Beni e delle attività Culturali e del Turismo e della Presidenza del Consiglio dei Ministri, è liberamente ispirato al racconto "Pure in galera ha da passà 'a nuttata" di Giuseppe Rampello, vincitore del "Premio Goliarda Sapienza" 2013, edito da RAI ERI nella raccolta "Mala Vita". I proventi derivati dall'opera saranno interamente devoluti a beneficio di progetti volti al miglioramento delle condizioni carcerarie.
di Katia Ippaso
Il Garantista, 26 marzo 2015
Chi c'era, ha vissuto in presa diretta le fasi inesorabili di quel terremoto. Si respirava un'elettricità, un'euforia, e naturalmente anche una follia che avrebbe provocato esili e suicidi. Il tribunale di Milano, le sue strade, gli interni che fino a quel momento erano chiusi a chiave coi loro segreti di famiglia, divennero il teatro di un dramma che è difficile storicizzare: una guerra inedita alla corruzione che si rivelerà spietata ma che in quel momento portava in sé una grande novità, una luce in grado di accecare.
Un oggetto che porti la data "1992" non può che destare sentimenti contrastanti, e ci si chiede come mai non ci sia scritto accanto anche "fragile". Come si narra Tangentopoli? Da quale distanza, con quale lente d'osservazione? "1992, la nuova serie tv di Sky, prodotta da Wildside in collaborazione con la7 (da stasera in onda su Sky Atlantic Hd, in contemporanea con altri 4 paesi: Inghilterra, germania, Irlanda e Austria) è andata a rovistare tra le pagine chiare e le pagine scure di quella straordinaria vicenda che ha segnato un punto zero della storia giudiziaria e politica di questo paese, trovando un equilibrio che era certamente difficile da mettere a fuoco, e che è il frutto di un lavoro serio ma anche leggero, che rispetta il documento ma non si intimorisce né indietreggia rispetto alla materia.
Il primo dei dieci episodi parte dal 17 febbraio del 1992 con l'arresto di Mario Chiesa (Valerio Binasco), presidente di un ente comunale di assistenza agli anziani, il Pio Albergo Trivulzio. Il modo con cui viene raccontato ci fa capire che questi personaggi non verranno condannati e neanche assolti, perché non è questo il compito di una creazione televisiva (la prima di Sky veramente originale: le altre serie erano basate su romanzi), ma descritti nella loro ruvida ambiguità: gli inquirenti, gli indagati, i poliziotti, i pubblicitari, le loro amanti, le loro figlie, tutti.
Prendiamo Antonio Di Pietro (Antonio Gerardi). I suoi primi gesti sono persino sgradevoli, come sono antipatici i comportamenti di Dell'Utri. Ma ogni azione è polisemica. Persino un personaggio come quello di Stefano Accorsi (che ha avuto l'idea della serie), freddo uomo di marketing con un passato nero alle spalle, porta fin dalle prime battute un doppio tracciato che rende fertile la narrazione. Anche chi non è abituato alla serialità, troverà in "1992" un'opera densa, molto poco supponente, ma seduttiva, che si avrà voglia di seguire fino alla fine.
Scritta con indubbia abilità dagli sceneggiatori Alessandro Fabbri, Ludovica Rampoldi e Stefano Sardo (story editor Nicola Lusuardi), che hanno saputo mischiare il documento e l'invenzione, si affida ad una regia priva di quegli egotismi estetizzanti di cui ormai siamo saturi: la firma Giuseppe Gagliardi ("Tatanka"), che in conferenza stampa dichiara: "In genere un regista parte per la tangente, invece in questo caso è stato bello prendere stimoli da tutti". Perché gli sceneggiatori sono stati sempre sul set, per creare in contemporanea una partitura che si è andata costruendo nel corso di lunghi tre anni, tra ideazione, documentazione, riprese, montaggio.
In "1992" ci sono alcuni personaggi i cui nomi aderiscono al piano del reale (Antonio Di Pietro, Piercamillo Davigo, Gherardo Colombo, Giovanni Falcone, Mario Segni, il leghista Formentini, Umberto Bossi), e altri sei personaggi immaginari che trattengono invece le scorie di tutto ciò che non si trasforma automaticamente in mega-inchiesta, una certa temperie culturale, una febbre, e a cui gli autori hanno potuto attribuire anche vicende private che potessero irrobustire il piano romanzesco della vicenda: i due poliziotti che lavorano nel pool di Antonio Di Pietro, Luca Pastore (Domenico Diele) e Rocco Venturi (Alessandro Roja), entrambi portatori di verità nascoste, la bella Veronica Castello (Miriam Leone) la cui ambizione è "di non essere una delle tante", che passerà nelle mani di tanti uomini importanti prima di intrecciare una relazione differente con Pietro Bosco (Guido Caprino), quel reduce dall'Iraq chiamato "Batman" che diventerà deputato leghista a Roma, e infine Beatrice Mainaghi (Tea Falco), figlia borderline di un potente industriale che finirà anche lui in manette, giovane erede suo malgrado di un impero che non sa come amministrare.
Questo non significa che ci sia un doppio registro, perché anche i personaggi "veri" sono comunque ricreati nel senso che gli autori si sono sentiti liberi di fare i loro tradimenti e gli attori di cercare le proprie linee: "questo è l'Antonio Di Pietro di Gerardi, non è Antonio Di Pietro" dice Stefano Accorsi, che ha insistito per realizzare "1992" al fine di raccontare un'epoca su cui non esisteva narrazione: "Tangentopoli ha portato un senso di sorpresa enorme. Era una grande novità. E volevamo ricreare quel clima. Non c'è nessuna idealizzazione di quei personaggi, semmai sono cinematografati in un modo che non è politico né morale".
Deliberatamente, gli autori hanno scelto di non trovare un attore per il personaggio di Berlusconi, che entra in scena nel secondo episodio ma che diventerà centrale strada facendo: sarà presente solo attraverso il materiale d'archivio, perché, come spiegano gli sceneggiatori, il Cavaliere ha avuto una sovra-esposizione rappresentativa e non c'era bisogno di un altro volto ancora. C'è invece il personaggio di Bettino Craxi, anche se viene dato respiro più all'intreccio stesso che all'uomo.
C'è poi un'altra protagonista della serie, forse la più importante: la città di Milano, ricostruita con attenzione filologica ("abbiamo dovuto abolire soprattutto le smart e non inquadrare i grattacieli che nel frattempo sono sorti" ha dichiarato il regista) e con la consapevolezza che forse Tangentopoli non sarebbe potuta accadere che lì.
Non più Napoli, o Roma, ma Milano, diventa lo scenario di una trattazione cinematografica che cuce i personaggi e i loro discorsi attorno al tessuto sonoro dell'unico luogo d'Italia in grado di esaltare i talenti fino a mangiarseli vivi, come aveva giustamente intuito negli anni Sessanta Luciano Bianciardi, che a Milano aveva ambientato "La vita agra". Una città grigia ma anche affascinante e sinuosa, operosa e cinica, l'unica capace di lanciare in alto le sue creature migliori, senza occuparsi minimamente di dare poi riparo alle loro cadute.
recensione di Marco Rovelli
Il Manifesto, 26 marzo 2015
"Anima" di Wajdi Mouawad per Fazi editore. Un omicidio dove la ricerca dell'assassino è una discesa negli abissi della Storia. Un romanzo scandito dalle parole degli animali. Cosa intende Spinoza per etica, si chiedeva Deleuze. Per capirlo pensiamo all'etologia, ovvero una "scienza pratica delle maniere di essere". Se la morale ha a che fare con l'essenza e con i valori, e dunque col giudizio, un'etica parla di singolarità, dove singolarità è cosa opposta a individualismo, perché non di atomi separati gli uni dagli altri si tratta, ma di un mondo fatto di infinite connessioni tra ogni singolarità.
Ecco, Anima di Wajdi Mouawad (Fazi, 18 euro) è un romanzo-mondo che è (anche) un capolavoro di etica. Quella raccontato da Mouawad è un universo senza giudizio dove ogni ente (uomo o animale che sia) è connesso con ogni altro ente, ognuno restituito nella sua forma di vita assolutamente singolare, eppure intramata dell'altro da sé. Un universo di risonanze di "anime animali", dove a risuonare è una scrittura impetuosa, trascinante, a tratti miracolosa.
Mouawad è un libanese cresciuto in Francia, dove è celebratissimo anche come autore teatrale. In questo romanzo, la messa in scena inizia con un evento tremendo: il selvaggio, folle, macabro omicidio di una donna. Da lì inizia il viaggio: il suo uomo si mette sulle tracce dell'assassino psicopatico, che la polizia ha rinunciato a cercare, e in quella rincorsa si aprono mondi, uno dopo l'altro. Prima le riserve indiane del Quebec, perché l'assassino è un mohawk; e poi sarà una corsa lungo tutti gli States, un punto zero che non si fermerà alla ricerca dell'assassino, ma proseguirà fino alla radice dell'orrore, una radice che abitava il protagonista da sempre. Sarà insieme una anabasi e una catabasi, per Wahhch (nome che in libanese significa "mostruoso", dove il cognome Debch significa "brutale"), una discesa/risalita al suo proprio orrore rimosso e cancellato, fino a quella Sabra e Chatila dove era nato, e dove aveva vissuto l'orrore che adesso doveva riscoprire nelle sue viscere, nella sua anima.
Ma l'anima, racconta Mouwad, è una sola, nei suoi infiniti modi: tutto si tiene, tutto è connesso nel regno della vita. Anime ed animali, tutto risuona. Ed è questa la particolarità narrativa del romanzo: che a raccontare gli eventi sono gli animali che li osservano. È il loro sguardo "alieno" a farne parola. Fino a scoprire che quella presunta alterità degli animali rispetto all'uomo è solo apparente, fino a scoprire la profonda animalità dell'uomo stesso, nel bene e nel male: là dove bene e male scompaiono, e c'è solo un unico canto animale che tutto tiene, e lascia scorrere.
Le parole risuonano grazie al silenzio degli animali che ascoltano gli uomini, ed è proprio grazie a quel silenzio che il mondo degli umani si riconnette al proprio senso più profondo. Gli animali guardano, e la sapienza narrativa di Mouawad riesce a mostrarci lo sguardo degli animali, la loro specifica forma di vita (restituita con precisione nella scrittura: del resto ogni capitolo, nelle prime due parti del romanzo, si intitola col nome scientifico dell'animale che racconta, e già questo segnala che non c'è impressionismo naif nell'immaginarsi quegli sguardi). Si costruisce così una trama di senso del mondo che coincide con la trama stessa del romanzo.
Ovviamente, non c'è nessuna idillizzazione della natura: la ferocia appartiene al regno animale, è una delle modalità di quell'interconnessione universale. Ma la ferocia dell'umano ha un suo senso specifico, sembra dirci Mouawad, particolarmente abietto. E allora il viaggio del protagonista a partire dalla ferocia che lo ha toccato è un percorso ("una macabra caccia al tesoro") che va a toccare le corde più intime della violenza degli uomini, i frammenti di una storia esplosa che sono le loro guerre, che si richiamano le une con le altre.
"Gli umani sono soli", così a un certo punto riflette Tomahawak, lo scimpanzé del capo indiano che aiuterà Wahhch. "Malgrado la pioggia, malgrado gli animali, malgrado i fiumi e gli alberi e il cielo e malgrado il fuoco. Gli umani sono sempre sulla soglia. Hanno avuto il dono della verticalità, e tuttavia conducono la loro esistenza curvi sotto un peso invisibile. C'è qualcosa che li schiaccia. Piove: ecco che corrono. Sperano nella venuta delle divinità, ma non vedono gli occhi degli animali che li guardano. Non sentono il nostro silenzio che li ascolta. Prigionieri della loro ragione, la maggior parte di loro non faranno mai il grande passo dell'irragionevolezza, se non al prezzo di un'illuminazione che li lascerà esangui, e folli. Sono assorbiti da ciò che hanno sotto mano e quando le loro mani sono vuote, se le portano al viso e piangono. Sono fatti così".
Askanews, 26 marzo 2015
Superare Fini-Giovanardi, basta tribunale inquisizione. "Se dessimo spazio al monopolio pubblico daremmo l'opportunità allo stato di maggiori introiti e più sicurezza ai cittadini". Lo ha detto il capogruppo di Sel alla Camera, Arturo Scotto, dopo la conferenza stampa di presentazione della proposta di legge sulla libertà di coltivazione della cannabis e sul monopolio pubblico della cannabis.
Con questa proposta, ha spiegato Scotto, "vogliamo mettere fine alle norme antiproibizioniste e repressive di dieci anni di dominio della destra italiana. La legge Fini-Giovanardi ha affollato le carceri e depresso generazioni: occorre una svolta, non si può avere questa impostazione in un paese moderno come l'Italia. Tutto il mondo va verso quella direzione, solo in Italia siamo ancora al tribunale della santa inquisizione".
"Si tratta di un'operazione antimafia: vogliamo sottrarre un mercato a coloro che hanno distrutto questo paese, lo hanno ridotto alla periferia dell'impero, a coloro che hanno accumulato enormi capitali in questi anni, offeso il territorio, ammazzato per droga. Questa operazione antimafia ha anche un impatto economico molto significativo: stimiamo un impatto per la fiscalità generale tra i 5 e i 10 miliardi di euro.
Immaginiamo solo cosa si può fare con quei soldi: dal reddito di cittadinanza, al riassetto del territorio, all'abbassamento delle tasse. Inoltre abbiamo una mole intensa di donne e uomini che in questi anni hanno scontato per queste norme repressive mesi in carcere". "Non pensiamo che bisogna diffondere la marijuana - ha concluso Scotto - ma regolamentarla, interrompere una catena di continuità tra droghe leggere e pesanti perché quando un giovane entra in un mercato la distinzione non è molto facile, è anche un'operazione pedagogica".
Ansa, 26 marzo 2015
Un importante boss della droga turco già detenuto anche in Italia, Francia e Germania è riuscito a scappare dal carcere grazie a un falso fax che ordinava la sua liberazione. Dogan Alagoz, detto anche "Dottor Droga" o "Barone della Sintetica", scontava una condanna a 12 anni e mezzo nella prigione di Silivri, a Istanbul.
In gennaio un fax, apparentemente proveniente dalla Corte Suprema d'Appello, che ordinava la sua scarcerazione era arrivato alla Corte Penale di Istanbul. Il funzionario responsabile aveva avuto conferma dell'ordine, spiega Hurriyet, chiamando il numero di telefono indicato sul fax, che aveva poi girato alla direzione della prigione.
Alagoz era stato quindi rimesso in libertà. Solo dopo due mesi un procuratore di Istanbul ha constatato che il "barone" non era più in carcere. Ha controllato, si è reso conto della truffa, e ha dato l'allarme. Alagoz è di nuovo attivamente ricercato in Turchia. Ma è possibile che nel frattempo sia fuggito, indisturbato, all'estero.
Adnkronos, 26 marzo 2015
Due vignettisti turchi del popolare settimanale satirico Penguen, Bahadir Baruter e Ozer Aydogan, sono stati condannati a undici mesi di carcere con l'accusa di aver "insultato" il presidente turco Recep Tayyip Erdogan. I due erano stati citati in giudizio il 21 agosto del 2014 a proposito della vignetta di copertina della rivista satirica sull'elezione di Erdogan alla presidenza della Turchia. Nel disegno appariva Erdogan che chiedeva ai funzionari del palazzo presidenziale di Ankara se avessero preparato "qualche giornalista da macellare", in riferimento al rituale del sacrificio nell'Islam, per celebrare la sua elezione.
Dopo la pubblicazione, un cittadino turco, Cem Safcier, ha sporto querela sostenendo che uno dei funzionari raffigurati nella vignetta e che accoglie Erdogan farebbe un gesto con la mano considerato offensivo nella cultura turca, ovvero starebbe a indicare che la persona alla quale viene rivolto è omosessuale. Il gesto disegnato, secondo la procura, va "contro le norme etiche e culturali della società turca" e "va oltre il diritto di critica, è un insulto". L'accusa aveva chiesto per Baruter e Aydogan due anni di carcere, diminuiti a 11 mesi e 20 giorni per buona condotta. Gli avvocati di Erdogan avevano riferito che il loro era stato un "insulto a pubblico ufficiale".
Nella prima udienza che si è svolta a Istanbul lo scorso 19 marzo, i due vignettisti si sono proclamati innocenti e affermano che il concetto su cui la vignetta ironizza non ha nulla a che fare con il gesto del funzionario, che sarebbe stato disegnato in modo casuale. "Se si guarda all'intera vignetta si può vedere che la battuta non ha nulla a che fare con quel gesto", ha detto Baruter. Non è la prima volta che Penguen finisce nel mirino di Erdogan, che ha già chiesto 40mila lire turche di danni per una serie di vignette nelle quali, quando era premier, venne rappresentato con le sembianze di vari animali. I disegni erano stati pubblicati in risposta a precedenti condanne di vignettisti dei quotidiani Cumhuriyet ed Evrensel, sempre per insulto a Erdogan. Sono oltre 70 le persone processate in Turchia per aver "insultato" Erdogan dalla sua elezione alla presidenza nell'agosto del 2014. Il reato di "insulto" viene punito in Turchia con tre mesi di carcere, ma se si tratta di un pubblico ufficiale la pena viene estesa a un anno.
di Carmelo Musumeci
Ristretti Orizzonti, 25 marzo 2015
"Senza i miei figli non sarei in grado di pensare e neppure di sognare". (Diario di un ergastolano: www.carmelomusumeci.com).
Quando il nostro Ministro della Giustizia Orlando ha annunciato la convocazione degli Stati Generali sul carcere e sulla pena, ci siamo subito dati da fare perché fosse riconosciuto un ruolo fondamentale alle persone detenute.
di Totò Cuffaro (detenuto a Rebibbia)
Il Garantista, 25 marzo 2015
La testimonianza di chi, a Rebibbia, vede il dolore di chi non ha futuro. "L'ergastolo è un omicidio di stato che si realizza attraverso il suicidio. Ma questa non è libertà, è tortura"
Abolire l'ergastolo o ipocrisia fine pena 9999: speranza che conosce la canzone del mio cuore e me la canta. Giovedì 2 aprile papa Francesco, che ha abolito nel suo Stato l'ergastolo, verrà a Rebibbia a lavare i piedi a 12 detenuti ergastolani, fine pena 9999, e a celebrare la Santa Messa.
di Silvina Pérez
L'Osservatore Romano, 25 marzo 2015
Abolire la pena di morte in tutte le sue forme così come l'ergastolo, una "pena di morte nascosta". Francesco non potrebbe essere più netto nelle sue richieste. "La giustizia rispetti la dignità della persona" quindi no anche alla carcerazione preventiva, di fatto una pena illecita occulta, e no alle carceri di massima sicurezza dove la reclusione si trasforma in tortura.
di Piero Sansonetti
Il Garantista, 25 marzo 2015
Il patto del Nazareno "due-punto-zero", come lo abbiamo chiamato su questo giornale qualche giorno fa, e cioè il patto tra Renzi e i vertici dell'Anni (associazione magistrati), prende forma sempre più netta. Le prime clausole sono già state rispettate.
Ieri è stata approvata alla Camera la "prescrizione lunga" (ma sarebbe meglio dire l'abolizione della prescrizione, che diventa così lunga da essere praticamente disinnescata), e il partito di Alfano, che era contrario, è stato messo a tacere; intanto in Senato è iniziato l'esame di un disegno di legge che istituisce un nuovo reato, e cioè quello di omicidio stradale.
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