Adnkronos, 3 febbraio 2015
"Siamo certi che il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, proseguirà l'azione messa in campo da Napolitano circa il richiamo al Governo sull'annosa questione delle critiche condizioni delle carceri italiane". Lo dichiara in una nota Pompeo Mannone, Segretario Generale della Fns Cisl, la federazione che raggruppa Polizia Penitenziaria, Dirigenti penitenziari, Vigili del Fuoco e Forestali.
di Carmine Saviano
La Repubblica, 3 febbraio 2015
L'associazione Antigone illustra la situazione dei detenuti immigrati nel nostro Paese. Dati, cifre, analisi delle norme vigenti. E alcune proposte che potrebbero rendere l'Italia un paese all'altezza della tradizione della sua giurisprudenza. "Detenuti stranieri in Italia", il libro pubblicato dalle Edizioni Scientifiche italiane frutto di una ricerca che Antigone ha svolto insieme alla Open Society Foundations.
di Paola Rebecchi (Responsabile Osservatorio Ucpi sulla Difesa d'ufficio)
Il Garantista, 3 febbraio 2015
Il lavoro che ha portato alla riforma della difesa d'ufficio è nato con l'ambizione di dare una risposta a una esigenza avvertita da anni: quella di restituire ai cittadini che si avvalgono dell'opera del difensore d'ufficio il loro diritto ad una difesa effettiva. Si tratta di una riforma coraggiosa, fortemente voluta dall'Unione delle Camere penali italiane e rappresenta il positivo esito di una battaglia storica, sempre combattuta sul terreno del diritto alla effettività della difesa e nell'esclusivo interesse dei cittadini.
di Maria Brucale
Il Garantista, 3 febbraio 2015
Si attende la verità per la terribile fine del giovane ventitreenne nel carcere di Bari: chiesta per due volte l'archiviazione. Era il 30 marzo del 2011, quattro anni fa. Dopo uno scontro fisico con un agente di polizia penitenziaria, alla presenza di altri agenti e di detenuti, Carlo Saturno, un ragazzo di soli 23 anni, veniva rinchiuso in una cella di contenimento del carcere di Bari e, dopo poco meno di un'ora, veniva ritrovato soffocato con un lenzuolo legato al collo e già in condizioni disperate. Il 7 aprile Carlo moriva.
Nel 2010, era stato testimone in un processo penale a carico di agenti di polizia penitenziaria minorile imputati per lesioni, abuso dei mezzi di correzione, lesioni gravi ed altri reati. Carlo, come altri ragazzi, detenuti in quell'istituto minorile, veniva pestato, vilipeso, sbeffeggiato, costretto al silenzio, messo in celle di isolamento, legato nudo alle reti metalliche dei letti. Allora Carlo, come i suoi compagni di sventura, aveva appena 14,15 anni.
Con enorme coraggio, si era fidato della Giustizia ed aveva denunciato quei fatti. Con altrettanto coraggio, poi, si era presentato in aula ed aveva testimoniato tutto ciò che aveva subito. Ma la denuncia, sofferta, rabbiosa e solitaria di Carlo non avrebbe prodotto alcun risultato. Si sa, a volte, la giustizia si fa ancora più lenta e il processo penale, scaturito dal dolore di Carlo, nel giugno del 2011 si è prescritto.
Dal 7 aprile 2011 ad oggi la Procura di Bari ha richiesto ben due volte l'archiviazione e ben due volte è stata rigettata dal gip dietro opposizione dell'avv. Tania Rizzo, difensore dei due fratelli, Ottavio ed Anna. Necessarie nuove indagini. Imprescindibile ascoltare i testimoni, scrive il giudice nell'ordinanza con cui rigetta la seconda richiesta di archiviazione del pm Isabella Ginefra.
"Le indagini non risultano complete" afferma il gip. Tra le anomalie del tutto senza spiegazione, rileva anche la circostanza che incredibilmente un soggetto che era considerato fragile e assumeva psicofarmaci, dopo uno scontro fisico con alcuni agenti di polizia penitenziaria, era stato lasciato solo, in una cella asfittica dove, forse da solo, aveva avuto la possibilità di stringersi una corda al collo.
Agli atti del pm che chiedeva l'archiviazione, non c'erano i verbali delle sommarie informazioni rese dagli altri detenuti presenti quel giorno nel carcere di Bari, né le cartelle mediche e psichiatriche del ragazzo che ne attestavano la condizione psicologica determinata dalle violenze in passato subite, né erano state raccolte le dichiarazioni dei medici che lo avevano visitato dopo il pestaggio, né di quelli che lo avevano accompagnato in ospedale dopo il tentativo di suicidio, né della sua educatrice cui, a quanto pare, non era stato consentito di incontrarlo sebbene Carlo, dopo quanto accaduto, ne avesse chiesto la presenza perché era in stato di grande agitazione emotiva.
Una inspiegabile voragine investigativa a fronte della notizia di reato elaborata: istigazione al suicidio. Un'ipotesi, in realtà, già oltremodo circoscritta che esclude l'accertamento sulla dinamica del suicidio ed allontana il sospetto sulla eventuale responsabilità di terzi nella drammatica morte del giovane sebbene una perizia disposta dalla Procura ed eseguita dal medico legale Francesco Introna, abbia stabilito che i segni intorno al collo sarebbero compatibili sia con un salto nel vuoto che con un eventuale strangolamento da parte di altri.
Quattro anni di indagini, dunque, all'esito dei quali, tuttavia, non c'è ancora un'iscrizione nel registro degli indagati presso la Procura di Bari. Non si conoscono i nomi di coloro che picchiarono Carlo, che lo condussero a forza nella cella di isolamento, che lo lasciarono morire. È un procedimento a carico di ignoti ed ancora giace sulla scrivania del pubblico ministero. Carlo era in carcere per furto, sottoposto a pena preventiva, detenuto in custodia cautelare. Non colpevole, fino alla sentenza definitiva di condanna. Così è morto in carcere. Non colpevole, non ancora!
Ristretto come "giovane adulto", aveva avviato le richieste per essere assegnato ad una casa famiglia al nord nella quale avrebbe potuto imparare ad occuparsi dei più bisognosi e avrebbe potuto studiare. Ma i giudici della Corte di Appello avevano rigettato la richiesta pur corredata della disponibilità piena della casa famiglia ad accoglierlo anche in carcerazione preventiva.
Extrema ratio, il carcere, quando ogni altra misura cautelare risulti inadeguata. Oggi Carlo sarebbe vivo. Ma tant'è! Da quattro anni la vita di un giovane adulto è ferma su una scrivania. Inutili i solleciti del difensore dei due fratelli: ad oggi non è pervenuta nessuna novità dalla Procura di Bari. Sospese sono le lacrime dei familiari, la loro incredulità, la loro attesa di verità, la loro speranza di giustizia.
di Maria Brucale
Il Garantista, 3 febbraio 2015
La notte del 25 settembre 2005, Federico Aldrovandi sta tornando a casa dopo una serata con gli amici. In quegli stessi minuti, la pattuglia "Alfa 3", con a bordo Enzo Pontani e Luca Pollastri si imbatte nel giovane. Federico viene definito un "invasato violento in evidente stato di agitazione". Vengono chiamati i rinforzi.
Dopo poco tempo arriva la volante "Alfa 2", con a bordo Paolo Forlani e Monica Segatto. Lo scontro tra i quattro poliziotti e il giovane è molto violento. Due manganelli vengono spezzati sul corpo di Federico. Muore: "asfissia da posizione", con il torace schiacciato sull'asfalto dalle ginocchia dei poliziotti, a lungo.
All'arrivo sul posto il personale del 118 trovava il paziente "riverso a terra, prono con le mani ammanettate dietro la schiena [...] era incosciente e non rispondeva". L'intervento si conclude, dopo numerosi tentativi di rianimazione cardiopolmonare, con la constatazione sul posto della morte per "arresto cardiorespiratorio e trauma cranico-facciale".
Il 6 luglio 2009 i quattro poliziotti vengono condannati in primo grado a 3 anni e 6 mesi di reclusione, per "eccesso colposo nell'uso legittimo delle armi". La condanna viene confermata in cassazione. I poliziotti che hanno ucciso Federico indossano ancora una divisa.
È il 14 giugno 2008, Giuseppe Uva, 43 anni, di Varese, insieme ad un amico, per gioco, per aver bevuto un po', sposta delle transenne che interrompono una strada. Arrivano i carabinieri, poco dopo anche due poliziotti e portano i due in caserma. Li separano. Passano tre interminabili ore. Giuseppe viene poi trasportato nel reparto di psichiatria dell'ospedale di Varese, con la richiesta di trattamento sanitario obbligatorio. Muore.
Dagli esami tossicologici risultano somministrati farmaci controindicati in caso di assunzione di alcool. Il corpo di Giuseppe è martoriato da botte e lividi, fratture alla colonna vertebrale, forse una sigaretta spenta sul viso e tantissimo sangue. Si apre uno scenario di violenze e di orrore.
Dopo anni di silenzi e di negligenze investigative, il processo è finalmente iniziato ma sono già passati quasi sette anni!
Stefano Cucchi muore 31 anni in custodia cautelare. Il 15 ottobre 2009 viene fermato dalla polizia dopo essere stato visto cedere a un uomo delle confezioni trasparenti in cambio di una banconota. Già durante il processo ha difficoltà a camminare e a parlare e mostra evidenti ematomi attorno agli occhi. Dalle celle del Tribunale, al carcere di Regina Coeli, al Fatebenefratelli, ancora al carcere e, infine, alla struttura detentiva dell'ospedale Sandro Pertini dove Stefano muore, il 22 ottobre 2009. Ha perso sei chili, è disidratato e denutrito. Il suo corpo porta i segni orribili di un martirio. La Corte di Assise di Appello di Roma ha assolto tutti gli imputati: sei medici, tre infermieri, tre agenti della polizia penitenziaria. Mancanza di prove. Disposte nuove indagini ma ancora contro ignoti.
Michele Ferulli, di 51 anni, il 30 giugno 2011 subisce un fermo di polizia sotto la sua abitazione, in via Varsavia a Milano. Si trovava in compagnia di due amici. Ascoltavano musica, chiacchieravano e bevevano birra. Erano le 21.30 quando i poliziotti intervengono, chiamati da qualcuno infastidito dal suono dello stereo. Secondo quanto riferiscono alcuni testimoni, Ferulli risponde pacatamente alle domande degli agenti e fornisce loro i documenti. In pochi attimi, il clima si scalda, Michele Ferulli viene immobilizzato, ammanettato e buttato a terra.
I video acquisiti dalla Procura mostrano come Ferulli, sia stato colpito più volte con calci e pugni. Il processo, con una imputazione di omicidio preterintenzionale, si è concluso in primo grado il 02 luglio 2014. I giudici della prima Corte d'Assise di Milano hanno deciso di non dare seguito alla richiesta del pm, di condanna degli imputati a sette anni di reclusione. "Il fatto non sussiste". Gli agenti che hanno immobilizzato a terra Michele non sono responsabili della sua morte.
Dino Budroni muore la mattina di sabato 30 luglio del 2011, freddato da un colpo di calibro 9 sparato dall'agente scelto Michele Paone mentre lui era in macchina, sul Grande Raccordo Anulare, all'altezza dell'uscita Nomentana, dopo che polizia e carabinieri lo avevano inseguito per chilometri. Inutile la corsa al Pertini. La macchina, una Ford Focus, era ferma davanti al guard rail.
La prima marcia era inserita, il freno a mano tirato. Tutto dimostrava che l'auto era ferma quando il colpo mortale attingeva il corpo di Dino, già arreso, già inerme. Due spari. Uno colpiva la ruota, l'atro, esploso qualche secondo dopo, raggiungeva Dino al petto uccidendolo. Tre anni dopo arriva la sentenza: Michele Paone viene assolto: "Il fatto non costituisce reato", legittimo l'uso delle armi. Morti, insieme a tanti altri senza nome, nelle mani dello Stato.
di Gianluca Boccalatte
Il Sole 24 Ore, 3 febbraio 2015
Il personale impedimento derivante dallo stato di detenzione del contribuente non configura un caso di "forza maggiore" e non esclude, quindi, la punibilità per il mancato rispetto di obblighi dichiarativi e comunicativi. Questo il principio stabilito nella sentenza 708/01/2014 della Ctp Caltanissetta (presidente e relatore Lupo).
Davanti alla Ctp è stato impugnato un atto di contestazione di sanzioni: al contribuente (ditta individuale) veniva imputata l'omessa presentazione delle dichiarazioni Irpef e Iva (senza imposta dovuta); l'omessa tenuta delle scritture contabili, dei registri e dei documenti previsti dalle norme fiscali; la tardiva dichiarazione di cessazione attività ai fini Iva.
Nel ricorso il contribuente - dimostrando il proprio stato di detenzione nell'anno in questione (e in quelli precedenti) - ha invocato la causa di non punibilità prevista dall'articolo 6, comma 5, del Dlgs 472/1997, in base al quale "non è punibile chi ha commesso il fatto per forza maggiore".
Nelle controdeduzioni, l'agenzia delle Entrate si oppone alla tesi del ricorrente, sostenendo che la fattispecie oggetto del contendere non rientri nell'ambito della "forza maggiore". Secondo l'ufficio per forza maggiore si deve intendere una forza naturale (esterna al soggetto) che lo induce a uno specifico atto. Si configura in presenza di un evento che si sottrae alla volontà umana. I giudici nisseni hanno respinto il ricorso, facendo proprie le considerazioni dell'ufficio, negando per il caso di specie l'applicabilità della causa di non punibilità invocata dal contribuente. Secondo la Ctp, si può parlare di forza maggiore (e quindi di non punibilità) solamente in presenza di un evento, causato dalla natura o dall'uomo, che non può essere impedito, anche se fosse possibile prevederlo. Lo stato di detenzione non può rientrare nella nozione "atteso che gli atti e i comportamenti censurati non devono e non dovevano di necessità avvenire personalmente, ma potevano essere realizzati con le modalità e per il tramite di soggetti terzi quali professionisti abilitati, parenti, conoscenti, etc.".
Per i giudici di primo grado, quindi, il contribuente era sicuramente impossibilitato a esercitare l'attività imprenditoriale, ma avrebbe potuto adempiere ai propri obblighi dichiarativi e comunicativi, quanto meno avvalendosi di un delegato. Dalla materiale possibilità di rispettare gli adempimenti, dunque, discende la punibilità di chi non li ha rispettati.
di Francesco Grignetti
La Stampa, 3 febbraio 2015
L'omicidio colposo, per cortesia, non consideratelo mai un reato "tenue". E neppure lo stalking, che è seriale e abietto. Oppure le sevizie contro gli animali. Il Parlamento si prepara a votare un Parere su un decreto legislativo che cambierà sostanzialmente la procedura penale in Italia, laddove il magistrato potrà decidere l'archiviazione di un reato se considerato "di lieve tenuità". Renzi si è mostrato attento, promettendo correzioni.
E la Camera sta per proporre diverse modifiche. Viste le polemiche dei leghisti, la maggioranza chiede sostanzialmente di togliere dal novero della "lieve tenuità" i reati di allarme sociale. Ad esempio la truffa ai pensionati, che potrebbe astrattamente apparire "lieve" se si guarda al valore economico in gioco, ma è particolarmente odiosa in riferimento all'età della persona offesa.
A discrezione del giudice
"Non è una depenalizzazione", spiega il sottosegretario alla Giustizia, Cosimo Ferri. Bisogna capire il meccanismo: da una parte c'è un lungo elenco di reati, quelli con pena massima fino a 5 anni; dall'altra ci sarà il vaglio discrezionale del magistrato, che tra tutti quelli ricompresi nell'elenco, dovrà stabilire se il processo riguarda un fatto lieve o grave che merita di andare avanti. Per fare un altro esempio: il furto astrattamente rientra nell'elenco, ma le cose cambiano molto se è stata rubata una mela oppure un gioiello milionario.
"Il magistrato - dice ancora Ferri -potrà archiviare solo a condizione che il danno provocato sia esiguo e che il reo non abbia ripetuto altre volte quel comportamento illecito. È uno strumento giuridico nuovo, che permetterà alla macchina giudiziaria di non perdere tempo e risorse su fatti bagatellari di lievissima gravità, così potendosi concentrare sui reati più gravi e complessi".
Reati da allarme sociale
In linea astratta, considerando il tetto di pena, l'elenco prevede un'infinità di reati anche gravi: la violenza privata, la minaccia aggravata, il furto, il danneggiamento, la truffa, l'appropriazione indebita. Potrebbero rientrare nella "lieve tenuità", e quindi essere archiviati d'ufficio, anche lo stalking o i maltrattamenti in famiglia.
Oppure i reati contro gli animali, dal maltrattamento all'uccisione, all'abbandono, al divieto di combattimenti, al commercio di animali esotici. Di qui le polemiche. Le associazioni animaliste come Lav e Enpa hanno protestato perché trovano inconcepibile che i reati nei confronti degli animali rischino di finire tutti nel cestino. "Per fortuna - racconta Annamaria Procacci, Enpa - la nostra denuncia, su Facebook, ha superato il milione di commenti in pochi giorni. Un autentico allarme sociale".
Le correzioni chieste
Il Parlamento, su proposta del relatore David Ermini, Pd, chiede di non fermarsi all'elenco dei reati, ma di fissare paletti all'interpretazione del magistrato. "Ci - dice Ermini - si rifaccia all'articolo 133 del codice, quello che fissa la gravità del reato per valutare la pena.
I criteri sono lì. Così raggiungiamo il nostro obiettivo: archiviazione per i reati oggettivamente minori e non altro". Sullo stalking si fisserà il parametro che un reato "reiterato" non può mai essere tenue. Sull'omicidio colposo, "la morte è incompatibile con il concetto di tenuità dell'offesa". Sul maltrattamento degli animali, non potrà essere mai considerato tenue un fatto se è avvenuto con "crudeltà" o "in violazione del sentimento di pietà nei confronti degli animali".
di Marco Omizzolo e Roberto Lessio
Il Manifesto, 3 febbraio 2015
Antimafia. L'ultimo caso è quello dell'imprenditore Di Palo, che per protesta si è dato fuoco davanti alla prefettura di Monza. Ma non sono infrequenti le storie dei collaboratori, e dei loro familiari, quasi del tutto abbandonati dallo Stato dopo che è stato attivato un programma di protezione
È una sorte amara quella dell'imprenditore di Altamura, Francesco Di Palo, che venerdì scorso ha tentato di darsi fuoco dinanzi al palazzo della Prefettura di Monza. Un gesto esasperato dalla latitanza e inefficienza di uno Stato che non ha saputo proteggere un cittadino coraggioso e la sua famiglia. Di Palo è, infatti, un testimone di giustizia, recentemente escluso, insieme ai suoi familiari, dal relativo programma di protezione, nonostante continui a denunciare gravi minacce e ritorsioni.
Di Palo era titolare della Venere srl di Matera, società che produceva vasche idromassaggio, dichiarata fallita un anno prima che l'imprenditore decidesse di collaborare con la magistratura locale denunciando i soprusi subiti dalla mafia murgiana. L'imprenditore durante la sua attività è stato più volte avvicinato da mafiosi locali per estorcergli denaro in cambio di una presunta sicurezza sociale e imprenditoriale. Da lì la decisione di denunciare i suoi aguzzini.
Le sue dichiarazioni rilasciate alla Dda di Bari portarono al rinvio a giudizio di numerosi mafiosi, tra i quali gli affiliati al clan Dambrosio di Altamura, imprenditori compiacenti, esponenti delle forze dell'ordine, professionisti, politici e amministratori pubblici accusati a vario titolo di associazione mafiosa, omicidi, occultamento di cadavere, detenzione illegale di armi da guerra e relative munizioni, estorsione, usura, detenzione e spaccio di sostanze stupefacenti. Sempre dalle sue denunce si svilupparono altri filoni di indagine che consentirono al Tribunale di Lecce di rinviare a giudizio circa venti persone accusati di aver agito ancora in favore del boss Bartolomeo Dambrosio e dei suoi affiliati. Dopo le denunce e i processi Di Palo non ha più avuto vita facile e le promesse fattegli sono evaporate come acqua al sole. Un uomo lasciato solo dallo Stato, costretto a minacciare e infine a compiere atti estremi con lo scopo di attirare l'attenzione sul suo caso.
Purtroppo non si tratta di un caso isolato. Sono molti i testimoni di giustizia, come Ignazio Cutrò, Piera Aiello, Lea Garofalo, Pino Masciari e sua moglie Marisa Salerno, figure chiave in decine di processi, a ritrovarsi soli, abbandonati dallo Stato.
I testimoni di giustizia in Italia sono 85, la maggior parte tra i 26 e i 60 anni. Nel programma di protezione del Viminale ci sono anche 253 loro familiari, di cui 103 hanno tra i 0 e 18 anni. Famiglie che vivono disagi continui e che denunciano, anche mediante la loro associazione, le molte promesse mancate da parte di tutti i governi, quello Renzi compreso. Già nel febbraio 2014 molti di loro protestarono davanti la sede del ministero dell'Interno. Anche in quel caso promesse e grandi illusioni. Poi il silenzio.
In Italia la sorte di queste famiglie è davvero appesa a un filo. I vuoti normativi sono enormi e l'inefficienza della burocrazia li espone a continue frustrazioni e pericoli. La loro sorte è formalmente decisa dalla Commissione centrale, ma gestita dal Servizio centrale di protezione del ministero dell'Interno (che gestisce anche i collaboratori di giustizia), al quale sono stati tolti 25 milioni di euro, nonostante il suo bilancio fosse stato già risanato e razionalizzato. Un colpo durissimo per chi si occupa di lotta alle mafie. Il taglio è la conseguenza della variazione di bilancio collegata alla legge di stabilità del governo Renzi.
Una possibile svolta che avrebbe aiutato i testimoni a ricostruirsi una vita era rappresentata dalla legge dell'ottobre del 2013 che prevedeva il diritto alla loro assunzione nella Pubblica amministrazione. Una norma anche in questo caso inefficace. Manca infatti il relativo decreto attuativo, firmato dai ministri Alfano e Madia prima dell'ultimo Natale, ma non ancora pubblicato.
La situazione diventa, se possibile, ancora più grave per i testimoni di giustizia sottoposti al programma speciale in località segreta. I loro "documenti di copertura" adoperati per nasconderne a fini di tutela l'identità, non hanno alcun valore legale costringendo le persone a comportamenti spesso contraddittori. Ciò vale per qualunque loro attività, obbligati a vivere in un limbo fatto di assurde complicazioni.
L'apoteosi è stata raggiunta nel maggio del 2014 con il vice ministro dell'Interno Bubbico, il quale in pompa magna annunciò la redazione di una "Carta dei Diritti" dei Testimoni di giustizia, di cui ad oggi, a quasi un anno di distanza dall'impegno pubblico, non c'è traccia.
E in Sicilia? Le cose non vanno meglio. La relativa legge regionale, che prevede un percorso più efficace per l'assunzione dei testimoni di giustizia nella Pubblica amministrazione, avendo previsto risorse economiche ad esso dedicate, ad oggi non è operativa e nessuno dei testimoni (che sono la maggioranza del totale) ha potuto sinora firmare un solo contratto.
La Commissione Antimafia, attraverso il V Comitato coordinato da Davide Mattiello, ha condotto un'accurata inchiesta e prodotto una relazione, approvata all'unanimità, preludio a una proposta di legge di riforma. Un possibile riscatto, a patto di un sostegno politico ampio e determinato.
Chi rischia in prima persona, deve poter contare sullo Stato. Non si può chiedere ai cittadini di denunciare boss, affiliati e criminali, e poi lasciarli soli. Forse aveva ragione De Andrè, quando in Don Raffè cantava "prima pagina venti notizie, ventuno ingiustizie e lo Stato che fa. Si costerna, s'indigna, s'impegna poi getta la spugna con gran dignità". A Bubbico, Alfano e Renzi decidere se cambiare musica o continuare con la retorica dello Stato anti-mafia.
di Piero Sansonetti
Il Garantista, 3 febbraio 2015
Silvio Berlusconi sta per tornare alla politica attiva. Proprio all'indomani dell'elezione di Sergio Mattarella alla Presidenza della Repubblica, che ha segnato quasi simbolicamente l'annus horribilis del Cavaliere. Prima l'ordine di esecuzione della pena per la sentenza Mediaset (evasione fiscale per la sua azienda, quattro anni di condanna di cui tre coperti dall'indulto), poi la sconfitta alle elezioni europee, poi la nascita dell'opposizione Fitto in Forza Italia, infine la rottura da parte di Renzi del patto del Nazareno e l'esclusione dalla scelta del candidato da mandare al Quirinale.
Berlusconi sta per tornare in campo perché il tribunale di sorveglianza - respingendo la scontata opposizione della Procura di Milano - gli ha concesso lo sconto di pena di 45 giorni previsto dalla legge Gozzini (è una legge degli anni ottanta e dice che in caso di buona condotta ogni sei mesi di condanna si ha diritto a uno sconto di 45 giorni).
La decisione del giudice di sorveglianza ha sollevato delle polemiche. Si è detto che non si capisce perché altri cittadini, di fronte all'opposizione della Procura, non abbiano ottenuto lo sconto, e Berlusconi sì. Penso che siano polemiche infondate. Per due ragioni. La prima ragione è che trovo che sarebbe ragionevole - se le cose stanno così - protestare per i diritti negati a questi cittadini e non - viceversa - per i diritti riconosciuti al cittadino Berlusconi.
La seconda ragione è evidente: probabilmente anche la giudice di sorveglianza che ha deciso di concedere lo sconto di pena ha ben chiaro quello che più o meno tutti sanno: e cioè che la Procura di Milano è impegnata in una crociata ad personam contro Berlusconi che ha ormai assunto il carattere di una vera fissazione. La Procura di Milano ha già ottenuto di collocarsi, nella battaglia politica in Italia, in una posizione di primissimo piano. Vent'anni fa , come sapete, sciolse tre o quattro partiti; in questi mesi - dopo oltre due decenni di inchieste a raffica, la grandissima parte delle quali finite in una bolla di sapone - è riuscita a infliggere un colpo micidiale a Berlusconi - cioè a uno dei massimi protagonisti della battaglia politica in Italia e il capo indiscusso di uno dei due schieramenti - determinando le condizioni nelle quali - con grande abilità - Renzi ha trovato la maniera per imporsi come capo assoluto di questo paese.
Francamente non si capisce perché, dopo aver portato a casa questo risultato politico ragguardevolissimo (che non era stato raggiunto, usando le armi tradizionali della lotta politica, né da Occhetto, né da D'Alema, né da Veltroni, né da Ber-sani) ora deve incattivirsi fino al punto di voler negare i 45 giorni di sconto. Con una motivazione singolare: Berlusconi ha in più occasioni attaccato la magistratura. Più che singolare, potremmo dire che è una motivazione "imperiale".
E cioè si ritiene di poter imporre la propria sacralità, la sacralità dei pm, simile a quella degli imperatori romani. Si afferma il principio che in Italia è un atto di "cattiva condotta" esprimere opinioni non lusinghiere nei confronti della magistratura. È così: non c'è niente da fare.
Come succedeva in una qualunque dittatura sudamericana o dell'est Europa negli anni ottanta. Del resto la stessa giudice che ha concesso lo sconto, ha dovuto precisare che lo ha fatto non perché non considerasse gravi gli attacchi di Berlusconi alla magistratura, ma perché questi avvennero prima dell'inizio dell'esecuzione della condanna, mentre la legge prevede che la buona condotta - come è ovvio - sia mantenuta durante la pena.
In questo clima un po' medievale c'è da rallegrarsi almeno un po' per l'atto di cortesia del nuovo Presidente della Repubblica, il quale ha invitato Berlusconi alle cerimonie per il suo insediamento. È logico che l'abbia fatto, visto che Berlusconi è il capo del partito giunto secondo alle ultime elezioni (a poche migliaia di voti di distanza dal primo partito). Però in questo clima è chiaro che Mattarella ha dovuto superare delle resistenze. Speriamo che sia un segnale. O addirittura che sia l'inizio dell'opera di un Presidente che ha voglia di riportare la magistratura dentro l'alveo della democrazia repubblicana, dal quale è uscita ormai da un paio di decenni.
di Michela Nicolussi Moro
Corriere Veneto, 3 febbraio 2015
Ricerca dell'Università di Padova: corpo afflitto da nonnismo. Denuncia dei Sindacati. Gianpietro Pegoraro (Cgil): stress, superlavoro e sottorganico hanno aumentato gli invii alla commissione medica.
Non è un episodio isolato la rivolta scoppiata al Due Palazzi di Padova la scorsa settimana (a proposito 7 dei 30 indagati sono già stati trasferiti e gli altri lo saranno a breve): le carceri venete sono vere polveriere. Sovraffollamento (3.180 detenuti contro una capienza regolamentare di 1947), polizia penitenziaria in perenne sottorganico (fino a -30%), strutture fatiscenti e poche risorse per le attività interne (lavoro, studio, sport, cultura) che riescono a coinvolgere solo la metà dei reclusi, alzano il livello di tensione e abbassano quello di sicurezza.
Gli agenti lamentano una vita d'inferno, denunciando un malcontento che nel 15-20% dei casi degenera in depressione, uso di alcol o droga. "È un grave campanello d'allarme - dice Gianpietro Pegoraro, segretario regionale di Cgil Penitenziari - anche perché abbiamo un'arma. Negli ultimi due anni si sono uccisi due colleghi a Padova e uno a Venezia e sui 1.500 in servizio il 15-20% soffre di depressione o ricorre ad alcol e droga per reggere lo stress.
Sono frequenti gli invii alla Commissione medica ospedaliera, che certifica lo stato di malattia e prescrive da 40 a 90 giorni di prognosi. Ma non è una soluzione, bisognava far partire i Centri d'ascolto con gli psicologi delle Usl, mai attivati perché da una parte era garantito l'anonimato e dall'altra le direzioni delle carceri volevano l'elenco dei poliziotti utenti".
Emerge a late re della ricerca sulle condizioni lavorative della Polizia penitenziaria in Veneto, condotta dall'Università di Padova con Francesca Vianello, docente di Sociologia della devianza, e il dottorando Alessandro Maculan. I due hanno somministrato ai 1.500 agenti un questionario per capirne il grado di soddisfazione e dall'analisi (hanno risposto in 416, circa il 30%, con il 2% di Vicenza: appena 11 partecipanti) è saltato fuori un altro dato preoccupante.
"Nel corpo sussiste una sorta di nonnismo - rivelano i ricercatori - vige una stretta gerarchia militare: più uno è giovane e basso di grado, peggiori sono le condizioni di lavoro. Non c'è una rotazione del personale, tocca sempre a loro stare a contatto con i detenuti, mansione che implica le maggiori criticità e più ore di straordinario". "Un agente penitenziario si sobbarca un carico di sofferenza smisurata - commenta il professor Giuseppe Mosconi, docente di Sociologia del diritto - il suo molo è legittimato dall'accezione positiva di rappresentare la legge, che però all'esterno non è riconosciuto. E ciò è fonte di frustrazione".
L'altra fetta di personale che considera il proprio mestiere pesante e demotivante è quella del Nucleo Traduzioni e Piantonamenti. "L'aver a che fare con un alto e continuo numero di trasferimenti dei detenuti, il dover fare viaggi lunghi e passare la notte fuori casa, dormendo nelle caserme di altri istituti spesso prive di comfort, essere costretti a confrontarsi con una popolazione poco disciplinata e con persone arrestate da poco possono concorrere a rendere questo lavoro particolarmente duro e privo di soddisfazioni", si legge nella ricerca.
Va detto che le situazioni più difficili si riscontrano nei circondariali, gravati da turn over frequente. Il dossier indica poi Verona come la realtà più dura, per struttura e organizzazione, mentre la Giudecca di Venezia (Femminile) è l'isola felice priva di sovraffollamento.
In mezzo Belluno e Treviso, dove si evidenzia una maggior collaborazione tra agenti. Padova invece si distingue per la sezione dedicata ai tossicodipendenti con residuo di pena al massimo di due anni e che si stanno disintossicando sotto il controllo dell'Usl 16: godono di custodia attenuata, cioè possono stare sempre con le celle aperte.
Tornando alle lamentele del personale, riguardano il degrado strutturale, la conflittualità interna, la mancanza di soddisfazioni, formazione e occasioni di crescita professionale. Meno critici i poliziotti più anziani, che hanno figli o che fanno sempre lo stesso orario: si sentono parte di una squadra.
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