www.giornalesiracusa.com, 10 febbraio 2015
Resta alta la tensione nelle carceri, è di pochi minuti fa la notizia di una nuova aggressione nei confronti di alcuni agenti penitenziari. Qui di seguito il comunicato del segretario generale dell'Osapp, Domenico Nicotra, che punta il dito sul necessario rafforzamento di personale del Copo di Polizia Penitenziaria: "Ennesima aggressione nel carcere di Siracusa e poliziotti penitenziari inviati al pronto soccorso".
"Alle 11 di ieri - prosegue Nicotra - un detenuto extracomunitario per motivi ancora sconosciuti si è scagliato violentemente contro i Poliziotti Penitenziari presenti causando il trauma cranico e la rottura di un braccio di un ispettore, oltre che varie contusioni riportate da altro personale del Corpo intervenuto per riportare l'ordine e la sicurezza".
L'episodio di questa mattina segue una furente rissa avvenuta nei giorni scorsi tra detenuti, tutti di alta sicurezza, di origine campana e catanese. "È evidente - conclude Nicotra - che le carenze di personale del Corpo fanno regredire gli standard di sicurezza penitenziaria e che, pertanto, non sono più rinviabili urgentissimi provvedimenti che incrementino il poco personale perché diversamente, purtroppo, la questione non può che degenerare".
Adnkronos, 10 febbraio 2015
La Polizia penitenziaria, nell'ambito di un'operazione antidroga, ha trovato e sequestrato circa 100 grammi di hashish nascosti in carcere presso la Sala d'attesa dei familiari dei detenuti. La droga, secondo gli accertamenti effettuati, sarebbe stata pronta per essere ritirata dal detenuto lavorante addetto alle pulizie, per poi introdurla all'interno delle sezioni.
Il personale di Polizia Penitenziaria ha atteso che il detenuto se ne appropriasse per coglierlo in flagranza. A dare notizia del sequestro è Donato Capece, segretario generale del sindacato autonomo polizia penitenziaria, il Sappe.
In una nota, Capece sottolinea che "questa importante operazione di servizio, oltre a confermare il grado di maturità raggiunto e le elevate doti professionali del personale di polizia penitenziaria in servizio nel carcere di Mantova, ci ricorda che il primo compito della polizia penitenziaria è e rimane quello di garantire la sicurezza dei luoghi di, ferma restando la necessità di adottare tutti gli accorgimenti utili a stroncare l'ingresso nei penitenziari di stupefacente e di ogni altro oggetto vietato.
È possibile immaginare quali pericolose conseguenze avrebbe determinato il possesso e il consumo di droga nelle celle". Capece ricorda poi la situazione del carcere di Mantova dove "nel corso del 2014 un detenuto ha tentato il suicidio, salvato in tempo dai poliziotti penitenziari, ci sono stati 17 episodi di autolesionismo, 2 ferimenti e 16 colluttazioni.
A dimostrazione che l'emergenza penitenziaria intesa come vivibilità delle carceri non è affatto superata e che il personale di polizia penitenziaria paga quotidianamente, in termini di stress e di sicurezza personale, un grande tributo per la gestione degli eventi critici che si verificano ogni giorno nelle carceri".
Redattore Sociale, 10 febbraio 2015
La mostra fotografica si chiama "Pure 'n carcere 'o sanno fa" e a volerla è stato il Garante regionale del Piemonte. Vi sono raccolti una ventina di scatti del fotografo cuneese Davide Dutto, che ha immortalato i detenuti nell'atto di cucinare o preparare la moka.
In "Don Raffaé", una delle sue canzoni più famose, il compianto Fabrizio De André raccontava la quotidianità del carcere attraverso una serie di dialoghi tra i detenuti che aspettavano insieme il gorgoglio della moka, per gustare uno dei pochi piaceri ancora concessi a chi è rinchiuso in cella, quello del caffè.
Venticinque anni dopo, il fotografo cuneese Davide Dutto ha preso a prestito uno dei versi di quella canzone per dare titolo a un esperimento sulla stessa falsariga. Realizzata su impulso del Garante regionale dei detenuti per il Piemonte, "Pure 'n carcere 'o sanno fa" raccoglie una serie di scatti realizzati nelle case circondariali di Fossano (Cuneo), Saluzzo, Alessandria e al "Lorusso e Cutugno" di Torino. Ritratti soprattutto durante la preparazione della moka, i detenuti sono immortalati anche in cucina, a tavola o durante il lavoro nei laboratori allestiti dalle cooperative presenti negli istituti di pena.
"La mostra - spiega Dutto - rappresenta l'evoluzione di un progetto iniziato nel 2003 con la mia associazione cuneese, Sapori reclusi, che si occupa principalmente di osservare la cucina e il cibo nelle carceri italiane attraverso la fotografia. Mentre aspettavamo il caffè, a ogni detenuto chiedemmo di raccontarci una storia, che abbiamo poi trascritto con l'intenzione di farne delle didascalie per le foto".
Quegli aneddoti ora accompagnano i venti scatti che dallo scorso lunedì possono essere visitati nell'Ufficio relazioni con il pubblico del Consiglio regionale del Piemonte. C'è il Nord Africano che racconta di un momento di profonda solitudine, quando "nella tazzina piena di caffè, scura, amara, vedevo solo brutti presagi"; quello che alle 7 di ogni mattina si sveglia per andare in cucina a preparare la moca per tutto il suo braccio, "facendo attenzione a non fare troppo rumore, che a quell'ora in carcere dormono ancora tutti"; o ancora il Senegalese, che racconta di non aver mai conosciuto il sapore del caffè prima di venire in Italia, come nemmeno quello della reclusione.
"In carcere - racconta Dutto - la preparazione della moka è un vero e proprio rito, un momento di condivisione e di evasione dalla quotidianità della reclusione. Ogni cella ha una sua variante, che spesso nasce dalla contaminazione delle varie ricette regionali: qualcuno, assieme alla miscela, mette un chicco di sale grosso o una fogliolina di menta; quasi tutti poi, preparano la cremina con lo zucchero e la prima parte del liquido, e anche qui le varianti sono infinite. Gli arabi offrono il caffè alla turca ai detenuti italiani, e viceversa".
Inaugurata alla presenza del presidente del Consiglio regionale Bruno Mellano, e del Garante dei detenuti Mario Laus, la mostra è realizzata con la collaborazione della rete del Caffè Sospeso, circuito di bar ed esercizi commerciali che stanno cercando di riportare in auge la vecchia usanza di lasciare un caffè pagato per chi non può più permetterselo.
Al progetto ha inoltre preso parte la rete delle cooperative che lavorano con i detenuti all'interno delle carceri piemontesi: come "Fumne", l'atelier nato nella sezione femminile del Lorusso e Cutugno di Torino, dove un gruppo di detenute realizza oggetti per la casa, abiti e accessori da donna. All'inaugurazione, inoltre, era presente il regista e sindaco di Fossano Davide Sordella, che ha presentar tre lavori realizzati con i detenuti della casa circondariali del suo comune: il cortometraggio "La squadra" e i videoclip "Pausa caffè" e "Pausa sigaretta".
"Pure 'n carcere 'o sanno fa" rimarrò aperta fino al prossimo 3 marzo nell'Ufficio relazioni con il pubblico del Consiglio regionale del Piemonte, in via dell'Arsenale 14. La mostra è visitabile negli orari di apertura dell'Urp, ovvero dal lunedì al venerdì dalle le 9 alle 13 e dalle 14 alle 16. Per informazioni 800101011.
di Annamaria Rivera
Il Manifesto, 10 febbraio 2015
Il giovane è stato sottoposto a due interventi chirurgici. Proteste degli altri migrati rinchiusi. Decine di volte ho scritto, in saggi e articoli, contro i lager di Stato o, se l'espressione vi sembrasse eccessiva, dei Guantánamo italiani. Ma altra cosa è essere messa brutalmente di fronte alla loro realtà materiale e umana, alla loro concreta essenza concentrazionaria. All'orrore di lunghi, allucinanti corridoi di sbarre, dove i più camminano come fantasmi, qualcuno urla senza sosta la propria angoscia. All'agitazione contagiosa di persone, anche giovani, cui è stata inflitta la "doppia pena": il lager dopo il carcere. Allo squallore di camerate prive d'ogni arredo e colore. Allo stanzino angusto e senza finestre, con un logoro materassino di gommapiuma, messo sul pavimento come giaciglio.
Qui, secondo la spiegazione dei nuovi gestori del Cie di Ponte Galeria, sono isolati certi "utenti" (è il loro lessico, da banalità del male), quelli che hanno bisogno di assistenza o sorveglianza "perché non si facciano del male". Qui ha trascorso la serata e la notte tra il 6 e il 7 febbraio un giovane internato, forse di nazionalità siriana, reduce da un intervento chirurgico per essersi tagliato, con una lametta, vene e tendini di un polso. Ha passato quella notte in compagnia delle forze dell'ordine, che non devono avergli riservato cure troppo amorevoli, né devono essersi commosse oltre misura ai suoi pianti e alla disperazione. Fatto sta che l'indomani mattina, polso e avambraccio erano talmente gonfi da richiedere una nuova visita in ospedale, alla quale seguirà, sembra, una seconda operazione.
Non prendo per oro colato ciò che dicono alcuni testimoni dall'interno del Cie, a proposito d'una presunta istigazione all'atto autolesionistico da parte d'un rappresentante delle forze dell'ordine. Ma non sarebbe troppo sorprendente: lo schema più consueto degli atti di autolesionismo compiuti nei lager per migranti (quello di Ponte Galeria ne ha una storia ragguardevole) contempla la provocazione di qualcuno "che sta sopra". Si consideri, inoltre, che lì agli internati è proibito tenere perfino penne e matite, meno che mai, evidentemente, lamette e altri oggetti affilati.
Lo ho potuto constatare di persona il 27 gennaio scorso, nel corso della visita in quel Cie, compiuta insieme con Gabriella Guido, di LasciateCIEentrare, Daniela Padoan, portavoce dell'eurodeputata Barbara Spinelli e altri. Sarebbe opportuno, dunque, che s'indagasse sulla dinamica che ha indotto un così giovane internato a tagliarsi le vene. Del pari, converrebbe verificare le voci numerose - d'internati ed ex internati - che dicono di una "squadretta" delle forze dell'ordine, talvolta accompagnata da cani (anch'essi vittime di quel sistema), pronta a intervenire con modi non troppo gentili nei confronti dei più agitati tra gli "utenti".
Quel venerdì mattina del 6 febbraio, la vista del giovane siriano che perdeva sangue copiosamente aveva scatenato una rivolta, con l'usuale corollario del rogo di materassi (saranno stati sostituiti con letti più decenti?). Rivolta effimera e vana: tutto sembra tornato come prima, se non fosse per l'attenzione da parte di alcuni rappresentanti della "società civile" e delle istituzioni (tra i quali, la già citata Spinelli). Le cui regolari visite e denunce, però, non sembrano incidere granché sulla struttura e sulla routine di quell'isola concentrazionaria, così come di altre simili.
Può accadere perfino che a visite di tal genere seguano atti illegittimi ai danni degli internati: ritorsioni o solo casuali coincidenze nefaste? Il giorno dopo la nostra, del 27 gennaio, il console nigeriano sarebbe entrato nel Cie per identificare diciannove suoi concittadini da rimpatriare. Il 29 gennaio i diciannove, compreso un giovane richiedente asilo in sciopero della fame e condizioni di salute assai precarie, sarebbero stati deportati in Nigeria con un charter dell'Agenzia Frontex: un caso di scandalosa violazione di direttive europee, della Carta dei diritti dell'Ue, dello stesso articolo 10 della nostra Costituzione.
Quanto alle condizioni del Cie, le cose sembrano perfino peggiorate dacché all'Auxilium, ente gestore fin dal 2010, dal 15 dicembre scorso è subentrata l'Associazione Acuarinto di Agrigento: facente parte di un raggruppamento d'imprese guidato dalla Gepsa, una SpA francese che si occupa di penitenziari, a sua volta filiale di Cofely, holding dell'energia, controllata dalla multinazionale Gdf-Suez.
L'appalto è stato ottenuto grazie alla drastica riduzione dei costi, del personale e dei servizi garantiti. Si immagini cosa voglia dire, in una situazione così esplosiva, la riduzione non solo di cibo, sigarette, tessere telefoniche, ma anche degli oggetti più elementari per il decoro personale e dei servizi di assistenza psicologica. Sempre più si ribelleranno, le nonpersone dette ipocritamente utenti, affermando così la pienezza della loro umanità.
di Alberto Zanconato
Ansa, 10 febbraio 2015
Dall'Italia all'Iraq, con il sogno di entrare a combattere nelle file dello Stato islamico. È questa la storia di un connazionale che dall'estate scorsa è in carcere in Kurdistan. "Una storia strana", l'ha definita il presidente della regione autonoma irachena, Massud Barzani, in un'intervista al quotidiano panarabo al Hayat, sottolineando che l'uomo è arrivato con un visto regolare dalla Turchia dichiarando apertamente alle guardie di frontiera di voler diventare un jihadista.
Il ministro degli Esteri Paolo Gentiloni si è limitato a confermare oggi che un connazionale è stato "arrestato a luglio scorso nella zona di Erbil" ed è "detenuto dal dipartimento antiterrorismo della regione autonoma curda".
Da parte sua, l'ambasciatore a Baghdad, Massimo Marotti, ha detto all'Ansa che le autorità diplomatiche sono state informate in settembre dell'arresto di un italiano e che da allora "gli viene fornita assistenza consolare". Marotti ha aggiunto di non avere ancora ricevuto dalle autorità locali alcun atto in cui vengano precisate le accuse rivolte all'arrestato.
Nessuna notizia è stata data sull'identità dell'uomo. Tuttavia, già il 18 gennaio scorso, il ministro dell'Interno, Angelino Alfano, aveva fatto sapere che un italiano, identificato come Giampiero F., era in carcere in Iraq per terrorismo internazionale. E, secondo fonti locali contattate oggi dall'Ansa, non vi sono altri connazionali che risultino detenuti in Iraq. Giampiero F., nato a Reggio Calabria 35 anni fa, è cresciuto a Bologna. Lì si converte all'Islam, si avvicina a circoli integralisti contigui al terrorismo e crea una rete di contatti.
Dopo un periodo in Spagna (viene segnalato a Granada), transita dal buco nero della Turchia per provare ad arrivare nei territori del Califfato. Alcune comunicazioni via whatsapp con altri convertiti italiani sembrano inequivocabili: "È iniziata la mia lotta contro l'Occidente predone". "Islam libertà per i popoli oppressi".
"Lottiamo fino alla fine per liberare le terre schiacciate dalla violenza occidentale". I suoi familiari, citati recentemente da organi di stampa, erano rimasti sorpresi dalle scelte fatte dal loro congiunto, dicendosi convinti che fosse stato sottoposto ad un lavaggio del cervello.
Intanto però il Califfo dello Stato islamico, Abu Bakr al Baghdadi, ha sospeso proprio il reclutamento di miliziani stranieri, cioè al di fuori dell'Iraq e della Siria, per il timore di infiltrazioni nella rete jihadista, mentre dagli Usa arrivano segnali che si sta preparando una controffensiva contro le forze dell'Isis a partire dall'Iraq.
Il quotidiano panarabo Al Arabi al Jadid, edito dal Qatar, cita a questo proposito una "fonte ben informata del ministero della difesa iracheno" secondo la quale il bando riguarda in particolare gli aspiranti jihadisti provenienti da alcuni Paesi della Coalizione internazionale a guida americana che combatte lo Stato islamico. Coalizione che sta preparando una "massiccia offensiva" a partire dall'Iraq, secondo quanto ha affermato in un'intervista all'agenzia giordana Petra il generale americano John Allen, coordinatore dell'alleanza, che oggi era in visita ufficiale ad Amman.
In Afghanistan, nel frattempo, il jihadista che era considerato il responsabile dell'Isis nel Sud del Paese, il Mullah Abdul Rauf, è stato ucciso da un razzo probabilmente sparato da un drone Usa che ha centrato in pieno l'auto su cui viaggiava nella provincia di Helmand. Lo hanno reso noto oggi i servizi di intelligence (Nds) a Kabul, aggiungendo che Rauf, noto con il soprannome di Khadim, è morto con cinque suoi collaboratori.
L'utilizzazione di un drone è stata resa nota dal vice governatore della provincia di Kandahar. Secondo i servizi d'intelligence, l'attività del Mullah Rauf, che in passato era stato ai vertici dei Taleban addirittura come braccio destro del Mullah Omar, conferma che l'Afghanistan rimane una delle basi del terrorismo internazionale.
Adnkronos, 10 febbraio 2015
Un motore di ricerca online per rintracciare i detenuti. È questa l'iniziativa lanciata dalla Rete siriana per i diritti umani, una ong nata nel 2011 sulla scia della rivoluzione contro il regime del presidente Bashar al-Assad, che si prefigge di documentare tutte le violazioni dei diritti umani che si verificano in Siria.
Il nuovo motore di ricerca contiene i dati di decine di migliaia di detenuti rinchiusi nelle carceri del regime siriano e di cui si ha documentazione, ma il servizio permette anche al visitatore di aggiungere informazioni a sua disposizione su un detenuto, come il nome, la foto, la data di nascita, il luogo o la data dell'arresto. Non esistono dati ufficiali sul numero dei siriani detenuti nelle carceri del regime di Assad dall'inizio della rivoluzione, ma secondo gli attivisti si tratta di decine di migliaia di persone.
Ansa, 10 febbraio 2015
Sarebbe una sorta di "piano B": lo stato americano dell'Oklahoma sta valutando la possibilità di utilizzare le "camere a gas" come metodo per l'esecuzione delle condanne a morte, in attesa che la Corte suprema degli Stati Uniti si esprima sull'uso dei medicinali impiegati per le iniezioni letali. Proprio in seguito al ricorso di tre condannati a morte in Oklahoma, la Corte suprema Usa ha deciso di riesaminare la costituzionalità delle nuove combinazioni di farmaci per l'iniezione letale che alcuni stati utilizzano per le esecuzioni.
L'alta corte, che il mese scorso ha permesso l'esecuzione di un detenuto con lo stessa combinazione di farmaci, dovrà decidere se l'uso del cocktail viola il divieto della Costituzione americana di infliggere punizioni crudeli. In particolare, i giudici dovranno verificare se il sedativo midazolam possa essere utilizzato nelle esecuzioni a seguito dei timori che non produca un profondo stato comatoso e di incoscienza. Dovranno inoltre assicurarsi che il detenuto non sperimenti un dolore intenso e inutile quando gli vengono iniettati altri farmaci per ucciderlo. Lo scorso anno in Tennessee è stata approvata una legge che consente l'impiego della sedia elettrica nel caso in cui non si possano ottenere i farmaci necessari per l'iniezione letale, mentre nello Utah e in Wyoming si sta valutando di ripristinare l'utilizzo del "plotone di esecuzione".
di Marco Sarti
www.linkiesta.it, 10 febbraio 2015
Storia di Nadiya Savchenko, militare ucraina detenuta da giugno in Russia. In Patria è un simbolo. In Ucraina è considerata un'eroina, in Russia un'omicida. Trentatré anni, occhi azzurri e capelli cortissimi, Nadiya Savchenko è divenuta sua malgrado il simbolo del conflitto nel Donbass. Ex ufficiale delle forze armate di Kiev, dalla scorsa estate è detenuta a Mosca. In sciopero della fame dal 15 dicembre, questa settimana un tribunale russo deciderà il suo destino.
Intanto la storia di Nadiya arriva in Parlamento. Un'interrogazione della deputata Pd Eleonora Cimbro porta all'attenzione della politica italiana il dramma della militare ucraina. Tutto a pochi giorni dall'atteso vertice di Minsk, quando i presidenti Petro Poroshenko e Vladimir Putin discuteranno il piano di pace franco-tedesco, al momento senza troppa speranza di trovare una soluzione.
In questi mesi Nadiya è diventata il simbolo dell'orgoglio patriottico. Prima ragazza ammessa nella prestigiosa accademia aeronautica di Kharkov, unica donna a partecipare alla missione di pace in Iraq. Nel 2009 la giovane ufficiale ucraina diventa pilota di elicotteri d'attacco e cacciabombardieri. Un anno fa Nadiya lascia il suo reparto per andare a combattere nella regione di Luhansk, la regione contesa ai ribelli filorussi. Si unisce al battaglione Aidar, uno dei tanti battaglioni di volontari che affiancano le forze regolari contro i separatisti (spesso protagonista di abusi denunciati da Amnesty International).
Il 17 giugno Nadiya viene catturata durante un'azione. Trasferita in Russia pochi giorni dopo, "il 30 giugno - come si legge nel documento depositato alla Camera - la sua detenzione diventa ufficiale". Qui inizia il calvario. La commissione investigativa russa che si occupa della vicenda ipotizza la responsabilità dell'ufficiale nella morte di alcuni giornalisti. Sono due corrispondenti di Mosca. Secondo l'accusa è stata la pilota ucraina a fornire le coordinate che hanno permesso di colpire con alcuni mortai la troupe televisiva. Ma Nadiya sarebbe anche colpevole di aver volontariamente oltrepassato il confine, confondendosi tra i rifugiati.
La versione di Kiev è molto diversa. Il legale di Nadiya è l'avvocato che tre anni fa ha difeso a Mosca le attiviste del gruppo Pussy Riot. Davanti alla commissione investigativa viene presentata una documentazione "indicante chiaramente l'innocenza dell'imputata", spiega l'interrogazione parlamentare. Secondo la difesa, la pilota ucraina è stata fermata dai separatisti filorussi prima dell'attacco che ha causato la morte dei giornalisti. E ne è quindi totalmente estranea.
I legali denunciano le condizioni inaccettabili della detenzione. Per oltre un mese l'ufficiale ucraino viene trattenuto in un ospedale psichiatrico a Mosca. Per le autorità russe è una fase necessaria per i dovuti accertamenti medici. In realtà, spiega l'interrogazione alla Camera dei deputati, la permanenza ha l'obiettivo di isolare ancora di più Nadiya. Nella struttura non viene ammesso alcun osservatore internazionale. Anche i contatti con i legali sono rari. Un incontro a settimana. "I suoi colloqui sono controllati - si legge - avvengono da dietro un vetro, attraverso un telefono. È fatto obbligo di parlare solo in russo".
Russi e ucraini si smentiscono vicenda. Le autorità di Mosca assicurano di aver rispettato tutti i diritti della detenuta, a Kiev si denunciano le torture subite dalla giovane militare. "La luce della cella - spiega l'interrogazione della deputata italiana - è accesa 24 ore al giorno". Nonostante le richieste, a Nadiya vengono negate le cure mediche per un'acuta infiammazione all'orecchio. Fino a quando perde parzialmente l'udito. "Il suo trasporto coatto in Russia - si legge ancora nel documento di Montecitorio - è considerato sequestro dalle principali leggi internazionali". E ancora: "Le accuse verso di lei sono motivate politicamente e le prove non sono imparziali. Ciò in violazione della Convenzione per la salvaguardia dei Diritti dell'uomo e delle libertà fondamentali".
E così il 15 dicembre la Savchenko inizia uno sciopero della fame. In prigione rifiuta il cibo, accettando solo acqua e tè. In Ucraina è già un'eroina. Per il presidente Poroshenko la giovane soldatessa rappresenta "il simbolo del sacrificio del Paese. Imprigionata, ha dimostrato il fiero spirito di un militare che non tradisce la Madrepatria". Pochi mesi prima Nadiya è stata anche eletta in Parlamento. Un'elezione in absentia - durante il voto di ottobre - che le ha consentito di acquisire lo status di deputata. Non è una differenza di poco conto. Il nuovo incarico permette alle Camere di approvare una risoluzione che chiede ufficialmente a Vladimir Putin la liberazione della parlamentare. Richiesta a cui non segue alcuna risposta. Ma non è solo il Parlamento ucraino a rivolgersi alle autorità russe. Lo scorso 18 settembre il Parlamento europeo, adottando una risoluzione sul conflitto ucraino, chiede al Cremlino il rilascio di alcuni cittadini di Kiev, compresa la Savchenko. Richiesta reiterata pochi giorni fa dal presidente ucraino Poroshenko. A richiedere la liberazione di Nadiya, solo poche ore fa, anche quattordici ministri degli Esteri Ue riuniti a Bruxelles. Il destino della deputata ucraina potrebbe decidersi nelle prossime ore. Detenuta nel carcere di massima sicurezza di Lefortovo, a Mosca, i termini della custodia cautelare di Nadiya scadono il prossimo venerdì. La commissione investigativa ha chiesto di estendere le indagini fino a maggio e prolungare l'arresto. A breve un tribunale russo deciderà se accettare la richiesta.
Nova, 10 febbraio 2015
L'avvocato dei detenuti sauditi in Iraq, Hamed Ahmed, ha rivelato la sua intenzione di chiedere una nuova amnistia al presidente della Repubblica dell'Iraq per oltre venti detenuti sauditi, nei vari carcere dell'Iraq. Ahmed ha detto al quotidiano saudita "Okaz" che intende presentare una richiesta di revisione del processo per i prigionieri sauditi condannati a morte, "poiché le loro confessioni sono state estorte sotto la minaccia della tortura". I detenuti sauditi condannati alla pena capitale sono: Abdullah Azzam, Badr Aofan Jarallah, Ali Hassan al-Fadel.
Nova, 10 febbraio 2015
Gli ex capi dell'intelligence saudita Turki al Faisal e Bandar bin Sultan al Saud e il principe miliardario al Waleed bin Talal sarebbero tra le figure di spicco dell'entourage politico e religioso dell'Arabia Saudita che hanno sostenuto finanziariamente al Qaeda negli ultimi anni. È quanto emerge dalle testimonianze rese a un tribunale statunitense da Zacarias Moussaoui, cittadino francese condannato all'ergastolo per il proprio ruolo negli attentati dell'11 settembre 2001. Il jihadista ha affermato di aver ricoperto il ruolo di corriere per l'ex leader dell'organizzazione Osama bin Laden e, sulla base delle informazioni ricevute, di aver compilato una lista dei principali donatori di al Qaeda. "Lo sceicco Osama voleva tenere memoria dei nomi di chi contribuiva al Jihad", ha spiegato Moussaoui.
L'ergastolano ha riferito inoltre di aver incontrato il re saudita Abdullah, scomparso alla fine di gennaio, insieme ad altri membri della famiglia reale di Riad con messaggi da parte di Osama bin Laden. Ancora, Moussaoui ha detto di aver discusso in Afghanistan di un possibile attacco all'Air Force One con un ufficiale dell'ambasciata saudita a Washington. "Sarei dovuto andare negli Stati Uniti con lui per organizzare l'attacco e riuscire poi a fuggire - ha raccontato - ma sono stato arrestato prima di entrare in azione".
- Chi meglio di noi "ristretti" in carcere può raccontare le cose che non funzionano?
- Riflettiamo su quello che davvero può dare un senso alla pena
- Il carcere "maligno", che punisce e non fa capire, serve solo a rendere la società meno sicura
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