di Clirim Bitri
Ristretti Orizzonti, 9 febbraio 2015
Per aderire alla campagna "Gli Stati Generali sulle pene e sul carcere: una occasione per riflettere CON le persone detenute" mandaci un messaggio, una lettera di suggerimenti, una firma di sostegno, o una mail all'indirizzo
di Bruno Turci
Ristretti Orizzonti, 9 febbraio 2015
Le carceri italiane hanno bisogno di grandi cambiamenti, se ne è reso conto anche il Ministro della Giustizia, che ha deciso di indire gli "Stati Generali", dai quali dovrebbero essere ripensate le pene, dentro a un sistema realmente risocializzante per le persone private della libertà, volto a prepararle a reinserirsi nella società, producendo sicurezza per tutti i cittadini.
Il Mattino di Padova, 9 febbraio 2015
La domanda che ci fanno spesso gli studenti quando si parla di pene è: ma se le persone in carcere sono trattate bene, non è che poi non hanno più paura della galera e quindi non si fermano di fronte ai reati? L'idea che il male si può fermare solo restituendo altrettanto male è ben radicata: ma bastano le testimonianze di due ragazzi giovani, che hanno vissuto prima la detenzione in galere dure, isolamento, noia, senso di inutilità, e poi sono arrivati a Padova, non in un "bel carcere", che non esiste, ma in un carcere dove hanno sperimentato una pena dignitosa e sensata, per far capire che il carcere "maligno", che punisce e non fa capire, serve solo a rendere la società meno sicura, restituendole gente arrabbiata, e non uomini responsabili.
di Lionello Mancini
Il Sole 24 Ore, 9 febbraio 2015
Sabato 25 gennaio si è tenuta la cerimonia di apertura dell'Anno giudiziario nei 26 distretti italiani. Sorvoliamo sulle polemiche tra il presidente del Consiglio e le toghe, seguite alle frasi non felicissime pronunciate da alcuni alti magistrati che parlavano nella loro veste ufficiale.
Il Sole 24 Ore, 9 febbraio 2015
Dal 1991 sono stati 23mila i casi di ingiusta detenzione e 600 milioni di euro il totale delle somme liquidate dallo Stato come risarcimento. Ad affermarlo il vice ministro della Giustizia Enrico Costa durante l'inaugurazione dell'anno giudiziario dell'Unione delle camere penali, al palazzo di Giustizia di Palermo.
di Andrea Oleandri (Associazione Antigone)
Il Garantista, 9 febbraio 2015
Al 31 dicembre del 2014 i detenuti immigrati presenti nelle carceri italiane sono 17.462, pari al 32,56% del totale. I reati per i quali gli stranieri sono maggiormente imputati sono quelli a bassa offensività, per lo più legati alla droga, alla prostituzione o all'immigrazione. Su un totale di 34.957 reati, 9.277 sono le imputazioni per uno di questi tre motivi, una percentuale di 26,5%.
I delitti contro la persona commessi da stranieri sono 6.963 (30,3% del totale), mentre solo 111 stranieri sono imputati per reati di associazione a delinquere, ossia l'1,6% del totale. All'allungarsi delle pene inflitte diminuisce la percentuale di stranieri e, in base al residuo pena da scontare in carcere, gli stranieri rappresentano una percentuale più corposa rispetto agli italiani. Questi sono alcuni dei dati che emergono dal rapporto di Patrizio Gonnella "Detenuti stranieri in Italia. Norme, numeri e diritti" che, edito da Edizioni Scientifiche, è stato pubblicato grazie al contributo del lavoro di ricerca dell'Associazione Antigone, di cui Gonnella è presidente, e al sostegno di Open Society Foundations.
Le ricerche di questo genere, servono a fotografare una realtà carceraria spesso sottovalutata, con tutte le conseguenze del caso, in termine di politiche specifiche e, quindi, di diritti. Ma, andando con ordine, è bene partire come fa Gonnella dal perché e come la popolazione straniera sia cresciuta in maniera costante negli ultimi vent'anni, arrivando al numero attuale. Sicuramente grande impatto hanno avuto le politiche sulla cosiddetta "sicurezza" che, dal 1996 in poi, hanno portato a una sorta di "criminalizzazione" dello straniero.
Basta guardare i numeri per capire quanto questa affermazione sia vera. Fino al 1996 la quota di stranieri detenuti in Italia si mantiene piuttosto bassa, sia in termini assoluti che percentuali. Dopo quell'anno e, ancora più segnatamente dopo l'entrata in vigore del Testo Unico sull'immigrazione, la componente straniera nelle carceri italiani comincia a crescere. Tra il 1998 e il 2000 toccherà la soglia del 30%, dalla quale non scenderà più.
Nel 2002, poi, la legge Bossi-Fini porta a compimento il progetto di etnicizzazione del diritto penale, con l'introduzione di fattispecie delittuose intrinsecamente connesse all'immigrazione. In quegli anni la percentuale di detenuti stranieri arriva al 31,78% per giungere infine
all'attuale 32,56%. Un dato questo che sarebbe potuto essere certamente più alto se non fosse stato per i provvedimenti legislativi degli ultimi anni, alcuni dettati dalle sentenze della Corte Europea dei Diritti Umani e della Corte Europea di Giustizia che hanno condannato l'Italia a causa del trattamento degradante subito dai detenuti nelle carceri del nostro Paese.
Tali provvedimenti hanno per lo più permesso la scarcerazione di quanti erano stati condannati a pene non elevate. Gli immigrati, che come è noto provengono da contesti sociali disagiati e marginali e sono puniti per reati meno gravi rispetto agli italiani, hanno potuto avvalersi di tale sconto.
Proprio i contesti dal quale arrivano i detenuti stranieri è uno dei fattori sui quali si sofferma il re-port, partendo dalla premessa che non sia facile definire il profilo sociale di queste persone. Perché non esistono a livello istituzionale dati disaggregati per età, nazionalità o religione; perché le storie e progetti migratori di ogni persona sono molto diversi e perciò non paragonabili, Se una fotografia va fatta si può dire, comunque, che in Italia la popolazione detenuta straniera è per lo più costituita da persone più giovani rispetto agli italiani.
Nella fascia di età tra i 18 e i 20 anni il 58% sono stranieri; questi sono inoltre il 51% tra i 21 e i 24 anni e il 54% tra i 25 e i 29 anni. Man mano che si va salendo la proporzione si inverte in maniera sempre più netta. Anche i dati sul livello di educazione, quando rilevati, risultano molto generici: non vi è distinzione per nazionalità, tipo di laurea, ecc. L'unico fatto certo è che i livelli di alfabetizzazione sono molto bassi, e questo vale sia per i detenuti italiani che per quelli stranieri. La grande maggioranza (4083) hanno un diploma inferiore. Solo 144 sono i laureati, mentre gli analfabeti sono 300.
Un dato su cui occorre riflettere è quello degli stranieri in custodia cautelare che, rispetto al totale delle persone non condannate presenti in carcere, è in media del 28% contro il 21% del totale comprendente anche i condannati. Il 34% dell'intera popolazione straniera detenuta è in attesa di primo giudizio o comunque non giudicati in via definitiva. Lo stesso dato, ma relativo agli italiani, è del 29%. Lo scarto di 5 punti percentuali si spiega con la minore possibilità di accesso dei primi a una tutela legale qualificata. Gli stranieri sono soltanto il 17,3% delle persone che fruiscono di una misura alternativa alla detenzione.
Si tratta di una percentuale molto più bassa (ben 14 punti in meno) rispetto agli stranieri che scontano la loro pena in carcere. Le ragioni di questo scarto così ampio sono da attribuire alla minore fiducia verso loro sia da parte dei magistrati di sorveglianza che da parte dei servizi sociali, e alle minori risorse economiche e legali a disposizione. Una situazione ancora più complessa per gli immigrati irregolari che, non avendo un permesso di soggiorno che ne attesti un domicilio stabile, non possono essere tenuti agli arresti domiciliari.
Pertanto l'immigrato non regolare finirà più facilmente in carcere in custodia cautelare rispetto allo straniero regolare, anche perché le legislazioni di quasi tutti i Paesi europei non riconoscono i diritti di cittadinanza a coloro che entrano irregolarmente sul loro territorio. Ciò è segno di un sistema giudiziario fortemente discriminatorio da questo punto di vista. Un ulteriore dato raccolto nel rapporto è quello delle religioni degli stranieri in carcere.
Anche in questo caso i numeri sono più un'indicazione che una reale fotografia della situazione, essendo questo un dato che non viene rilevato e, a volte, neanche dichiarato dal detenuto stesso. 5513 sono infatti gli stranieri di cui non e stato possibile rilevare l'appartenenza religiosa. Tra quelli rilevati spicca la presenza di detenuti di fede islamica (5.693), cattolica (2.663) e ortodossa (2.246). Gli italiani invece sono a stragrande maggioranza cattolica (28.131), seguiti dagli evangelici (94) e dagli islamici (93).
Affrontati i numeri, nel rapporto vengono poi approntate 33 proposte di cambiamento legislativo e regolamentare che costituiscono un vero e proprio statuto dei diritti dei detenuti migranti in Italia. L'elenco evidenzia l'incompletezza della legislazione interna ancora troppo centrata sull'idea di un detenuto tipo che è italiano. Incompletezze che riguardano ad esempio il numero bassissimo di mediatori culturali presenti nelle carceri, quando la raccomandazione del 2012 del Consiglio d'Europa ci dice che bisogna investire su queste figure, sugli interpreti e sui traduttori, allo scopo di diminuire la conflittualità che. spesso nasce dall'incomprensione - da parte del detenuto straniero - di alcune disposizioni impartite in una lingua, l'italiano, che non padroneggia.
Altre raccomandazioni riguardano l'inserimento della lingua inglese fra le materie d'esame per l'accesso ai vari ruoli della carriera penitenziaria e del servizio medico. E l'organizzazione nelle case di reclusione di corsi di educazione interculturale e l'inserimento di norme nel regolamento di esecuzione dell'ordinamento penitenziario che tengano conto delle identità culturali e religiose. Tra le proposte anche quella di cumulare le ore di colloquio oltre i limiti mensili per consentire a parenti che arrivano da paesi lontani, la concessione di un visto utile per entrare in Italia e far visita ad un proprio parente detenuto e l'accesso a internet, Skype o alle mail per tutti i detenuti che non hanno censura nella corrispondenza epistolare in modo da facilitare la comunicazione soprattutto agli stranieri che hanno parenti lontani.
di Errico Novi
Il Garantista, 9 febbraio 2015
Tutti entusiasti dell'anticorruzione. Tutti in attesa del primo sì di Palazzo Madama, atteso per metà della settimana prossima, sul ddl Grasso, che contiene inasprimenti di pena per i corrotti e per il falso in bilancio. Tutti contenti? Non proprio.
Intanto non lo sono i penalisti, non lo sono per nulla, e lo hanno detto molto chiaramente nel corso del maxi convegno da loro celebrato a Palermo tra venerdì e ieri mattina. Ma ci sono anche le perplessità della magistratura, a rendere imbarazzante il trionfale countdown in vista della seduta con cui mercoledì Palazzo Madama darà il primo via libera al testo con l'innalzamento delle condanne per corruzione.
"Alzare le pene è un modo per inseguire il consenso, ma dire che è la strada più efficace per rispondere ai reati, corruzione compresa, è sbagliato", dice Rodolfo Sabelli, presidente dell'Anm, a sua volta intervenuto alla "Inaugurazione dell'anno giudiziario dei penalisti".
Stavolta toghe e avvocati sono d'accordo. Nessuno è davvero convinto che la strada giusta sia quella di uno Stato che mostri la faccia feroce. Eppure il ddl anticorruzione è una specie di destino segnato, verso cui ci si avvia con un misto di rassegnazione e finto entusiasmo. Nessuno può dirlo, naturalmente. Tantomeno nel giorno in cui il Movimento Cinque Stelle, con Di Maio, torna ad accusare tutti, e più di tutti il Pd, di non volere davvero farsi paladino della legge Grasso all'esame del Senato, ma solo di reagire in modo scomposto e un po' ipocrita all'ultima spinta esterna arrivata in ordine di tempo, quella del presidente della Repubblica.
Al maxi convegno organizzato dall'Ucpi a Palermo per la verità si finge poco, e anzi persino il presidente dell'Anm Rodolfo Sabelli si sofferma sul controsenso delle norme penali utilizzate come strumento di bonifica sociale (come riferito con ampiezza nell'intervista pubblicata in altra pagina, ndr). Nella seconda giornata di questa "Inaugurazione dell'anno giudiziario dei penalisti" si dedica molto spazio a interventi di grande spessore e profondità come quelli di Oreste Dominioni e del professore di Diritto penale di Firenze Fausto Giunta.
Ma è anche l'occasione per ascoltare le considerazioni di un protagonista del processo legislativo che dovrebbe portare le condanne per corruzione propria dall'attuale limite di 6 a 8 anni di pena massima, il relatore il ddl Nico D'Ascola. Con doverosa diplomazia, il senatore dell'Ncd spiega che "il mio interlocutore non può che essere il Parlamento, ho il dovere di rappresentare solo in commissione Giustizia il mio punto di vista, a maggior ragione per la responsabilità che ho rispetto a questo testo".
Ma D'Ascola non manca di ricordare i ritardi che si sono accumulati su molte questioni, e che ancora impediscono di affrontare la riforma della giustizia in modo davvero organico. "Intanto siamo di fronte a una quantità di provvedimenti davvero notevole. È anche la conseguenza dell'inattività registrata per anni sulla revisione del processo penale.
Ma in ordine di priorità, dovremmo inevitabilmente dire che siamo costretti a lavorare a una serie di interventi non sempre caratterizzati dal tratto della sistematicità". I motivi non sono difficili da individuare: "Stiamo intervenendo su una situazione emergenziale, a cominciare dalle carceri. Quello è un intervento a cui siamo stati costretti dalla Corte europea, ma che affronta questioni relative alle sofferenze dei singoli individui. L'applicazione della norma sui rimedi risarcitori peraltro si è rivelata molto problematica.
Dopodiché a mio giudizio, anche da professore di Diritto penale, direi che si dovrebbe innanzitutto intervenire sul processo. Ora registriamo una situazione che rimane identica a quella che era qualche anno fa su alcuni temi". E tra questi, dice D'Ascola, c'è proprio "l'eccesso di reati: quando da giuristi paliamo del carcere come extrema ratio alludiamo a qualcosa che nella pratica viene tradita quotidianamente".
Ecco, e il punto è che l'obiettivo dichiarato del ddl anticorruzione, dopo le modifiche sull'entità della pena, è proprio quello di portare in carcere la quantità maggiore possibile di condannati per reati contro la pubblica amministrazione. Il tutto per rispondere allo sdegno generale provocato dalle inchieste mostre degli ultimi due anni, da Mafia Capitale fino a risalire al Mose.
È il controsenso più chiaro dell'ultima svolta impressa dall'esecutivo alla legislazione in campo penale. Ed è una contraddizione che probabilmente non sfugge neppure al ministro della Giustizia Andrea Orlando, che nella prima delle due giornate del maxi convegno organizzato dall'Ucpi ha chiesto soprattutto di mantenere alta la guardia di fronte ai rischi del "populismo penale".
D'altronde è difficile sottrarsi all'inerzia di questa spinta restrittiva, nel giorno in cui persino il governatore della Banca d'Italia Ignazio Visco evoca a sua volta la corruzione come un male assoluto. E non bastano a modificare questa specie di coazione a ripetere impadronitasi del premier e del suo esecutivo le parole del viceministro della Giustizia Enrico Costa: "Dovremmo avere maggiore cautela quando viene individuata una nuova fattispecie penale", dice, "bisogna cercare di comprendere le conseguenze per il cittadino di una norma".
Evita di esprimersi in modo problematico sulle modifiche all'anticorruzione, si limita a rilevare che certamente con il nuovo impianto della legge Grasso "si affronta il nodo corruzione in modo diverso". Costa ricorda i dati sulla prescrizione e soprattutto quelli sull'ingiusta detenzione, sui risarcimenti che ogni anno lo Stato è costretto a pagare.
In effetti anche su questo versante ci sarebbe una proposta di legge da un bel po' all'esame della Camere, quella che dovrebbe introdurre parametri più chiari e definiti per la custodia cautelare. Ma è assai ragionevole credere che a tagliare il traguardo dell'approvazione finale arriverà prima il testo che fa la faccia feroce con i corrotti.
di Sara Menafra
Il Messaggero, 9 febbraio 2015
La partita sulla riforma del Codice di procedura penale che introduce la possibilità di archiviare alcuni reati sulla base della "lieve entità del fatto" è ancora aperta. Ma dopo l'approvazione dei pareri delle commissioni giustizia di Camera e Senato al decreto legislativo, il governo si prepara a correggere il tiro e a delimitare il campo d'azione della riforma. Nel tentativo di spegnere le polemiche che si sono irradiate da numerosi ambienti, economici e non soltanto.
Negli ultimi mesi, in particolare l'Ania (l'associazione nazionale che raggruppa delle imprese assicuratrici), la Confindustria cultura, l'Enpa e la Lav-Lega antivivisezione hanno sollevato diverse obiezioni alla struttura del testo. L'Ania, più di altri, sostiene che il decreto legislativo "arrecherebbe un pesante vulnus al principio costituzionale di legalità e certezza del diritto in quanto renderebbe di fatto discrezionale l'esercizio dell'azione penale". Va però detto che, nel corso della recente inaugurazione dell'anno giudiziario, il primo presidente della Cassazione Giorgio Santacroce si è espresso a favore del mutamento sottolineando che "il potenziamento delle misure deflative" tra le quali "la rilevanza della lieve entità ai fini della punibilità del reato" si muovono "nella direzione auspicata, tra gli altri, anche dal Consiglio superiore della magistratura".
Il governo ha sempre respinto le obiezioni, sostenendo che i casi di non punibilità saranno limitati a casi specifici e davvero minori. E i pareri appena approvati dalle Commissioni giustizia di Camera e Senato hanno specificato meglio come sarà corretto il testo, chiarendo che l'archiviazione per "lieve entità del fatto" sarà solo per i reati davvero "bagatellari" (il furto della mela al supermercato, ad esempio) e - per quanto possa far rizzare i capelli in testa alle associazioni contro la violenza - per i maltrattamenti occasionali, come il calcio al gatto o lo schiaffo al minorenne.
Per le truffe assicurative, la situazione è più complessa visto che il reato previsto dall'articolo 642 ha come pena massima 4 anni di detenzione e il decreto legislativo interviene su tutti i reati con pena massima di 5 anni. Ma viene assicurato che le tutele alla difesa delle parti offese saranno rafforzate più di quanto previsto oggi.
Tre le correzioni principali proposte finora: prima di tutto sarà chiarito che la legge esclude la punibilità di "offese" tenui e non di "fatti" tenui, escludendo dall'ambito di applicazione della legge "le condotte che determinano la distruzione del bene protetto
(ad esempio uccisione degli animali maltrattati), ovvero comportano una compromissione parziale anche non grave di tale bene". Quindi, saranno delimitate le modalità della condotta collegandolo ai criteri specificati dall'articolo 133 del codice penale, escludendo, scrive la Camera, l'"aver agito per motivi abietti o futili, aver adoperato sevizie o aver agito con crudeltà o in violazione del sentimento di pietà per gli animali o in condizioni di minorata difesa della persona offesa anche in riferimento all'età".
Infine, una modifica che potrebbe incontrare il favore delle assicurazioni è la previsione che alla parte offesa sia sempre data notizia dell'archiviazione. Una tutela rafforzata rispetto a oggi, visto che il querelante attualmente deve precisare di voler essere avvisato, ma che comunque non basta all'Ania.
di Alessandra Vaccari
L'Arena, 9 febbraio 2015
Fa discutere anche tra gli addetti ai lavori la scelta del Governo di depenalizzare i reati cosiddetti minori. E anche all'interno delle forze di polizia c'è dibattito. D'altra parte ogni giorno poliziotti e carabinieri fanno arresti e il giorno dopo le persone arrestate vengono rimesse in libertà.
Roberto Grinzi, del Siap è chiaro: "I poliziotti e tutte le forze dell' ordine si sentono profondamente mortificate da quanto prevede il decreto legislativo sulla depenalizzazione. Chi ci governa deve capire che snellire i carichi di lavoro della magistratura non si concilia con la richiesta di sicurezza della cittadinanza, che quotidianamente ci chiede perché chi delinquere sia poi nuovamente messo in condizione di reiterare determinati reati, irridendo e svilendo il quotidiano lavoro degli operatori della sicurezza.
Se non vi saranno modifiche sostanziali nel decreto in via di conversione, la sua approvazione sarà un ulteriore colpo basso per tutti coloro che vogliono una legge giusta ed equa e soprattutto al passo con la realtà odierna e vicina ai cittadini". Un poco più possibilista il Siulp, con Davide Battisti che afferma che di per sé, la depenalizzazione dei reati minori può non essere una scelta sbagliata "L'attuale sistema carcerario è senza ombra di dubbio da rivedere e, certamente, non è svuotando le carceri (o non riempiendole) grazie a mini-indulti che si risolveranno i problemi. Occorre ragionare in termini più seri e non ricorrere a soluzioni tampone e, per fare ciò, non si può non discutere dell'annosa questione della certezza della pena che, a quanto pare, nel nostro Paese non trova positivi riscontri".
E aggiunge: "Sostanzialmente non potranno beneficiare delle possibili esimenti i delinquenti abituali o chi eccede nella condotta criminosa. Ciò si tradurrà in un potenziale sfoltimento della popolazione carceraria "di primo pelo" e, per l'appunto, attrice di reati minori".
"Quello che più preoccupa è che la depenalizzazione va a toccare reati come il furto, lo stalking, i crimini della strada, e molti altri, cioè quei reati che più creano insicurezza nei cittadini, i cosiddetti reati predatori, e a farne le spese saranno come sempre i cittadini", sostiene Massimiliano Colognato dell'Ugl, "invece di punire si perdona il delinquente che continuerà ad agire forte di queste scelte scellerate in tema di sicurezza Forze dell'ordine prese in giro ancora una volta e sempre più impotenti e una magistratura obbligata ad applicare queste leggi e norme che sono solo una garanzia di impunibilità dei delinquenti.
Aumenterà così la percezione di insicurezza proprio in un momento storico come questo dove tra attentati terroristici, furti, scippi, rapine, i cittadini chiedono sempre più sicurezza da parte delle istituzioni, per questo secondo noi queste non sono di certo le scelte più azzeccate in tema di sicurezza e contrasto alla criminalità".
Altrettanto critico il Sap, con Nicola Moscardo: "Se la scelta del Governo è dare una velocità nuova alle procedure giurisdizionali non si può non affermare che in realtà tale provvedi mento è solamente finalizzato a svuotare le carceri italiane dal sovraffollamento. Non è solo di questi giorni la nostra contrarietà a questo tipo di manovre, anche con l'indulto il Sap si era schierato contro, quindi anche l'attuale indirizzo governativo merita una critica. Tali operazioni non hanno mai prodotto un vantaggio ai cittadini né hanno ridotto la morsa del crimine ma, anzi, hanno determinato, e gli ultimi episodi di cronaca ne sono testimoni, una notevole recrudescenza dei fatti delinquenziali tanto che il nostro territorio viene scelto da consorzi criminali quale miglior teatro dove operare tanto tra incertezza della pena e incertezza della esecuzione della stessa sono sinonimi di impunità".
La Repubblica, 9 febbraio 2015
Il boss corleonese è stato trasferito sabato scorso nel reparto detenuti. Massimo riserbo sulle sue condizioni. L'avvocato: "Situazione grave e condizioni di detenzione assurde". Il boss di Cosa Nostra Totò Riina, dall'aprile dello scorso anno detenuto in regime di 41 bis nel carcere di Parma, sabato scorso è stato ricoverato nel reparto detenuti del Maggiore. Le sue condizioni sono mantenute nel massimo riserbo per questioni di privacy, ma indiscrezioni parlano di una prognosi preoccupante.
"Il dato del ricovero conferma la gravità della situazione - dichiara l'avvocato Luca Cianferoni, che assiste Riina insieme al collega Antonio Malagò - e conferma l'assurdità delle condizioni in cui Totò Riina viene mantenuto in detenzione". Il legale non entra nel merito delle condizioni di salute "per questioni di rispetto della dignità del mio cliente". Già da tempo gli avvocati di Riina hanno denunciato pubblicamente che il boss corleonese è molto malato, chiedendo al tribunale di Sorveglianza di valutare un'alternativa al carcere duro. Totò Riina, 84 anni, soffre da anni di problemi cardiaci. Ha avuto attacchi ischemici, ha subito interventi chirurgici al cuore per l'applicazione di pacemaker, ha una forma di Parkinson e problemi al fegato.
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