recensione di Luca Tortolini
Redattore Sociale, 8 febbraio 2015
Diventa un libro (Contrasto Books), il viaggio durato dieci anni del fotoreporter italiano in 74 carceri del Sudamerica. Le condizioni spietate della detenzione, le speranze di chi è privato della libertà, le regole di un mondo chiuso dove nessuno entra mai se non costretto
Di "Encerrados", il progetto di Valerio Bispuri, avevamo parlato qualche tempo fa, quando era in via di ultimazione. Ora il lungo lavoro di Bispuri, durato dieci anni, trova la sua forma ideale in un libro pubblicato da Contrasto Books, con la prefazione di Roberto Saviano e un commento dello scrittore e giornalista uruguaiano Eduardo Galeano.
Il racconto fotografico di Bispuri ci fa entrare dove nessuno entrerebbe se non fosse costretto: nel mondo dei rinchiusi. Ci fa vedere attraverso le sbarre di metallo, dietro le recinzioni e nei cortili circondati dalle mura, dentro le celle, nei corridoi bui e stretti. Ci fa entrare nelle latrine. Ci mostra i volti dei detenuti, si muove tra quelli più pericolosi del Sudamerica, nei reparti dove nemmeno le guardie entrano più. Come nel padiglione numero 5 del carcere di Mendoza in Argentina, in cui per entrare Bispuri firma un documento con cui si assume tutta la responsabilità della propria decisione. Entra senza nessuno che lo accompagni e con le gambe che gli tremano, come racconta lui stesso. All'interno del Padiglione numero 5 ci sono novanta detenuti, i più violenti di tutti. Ma nessuno gli farà del male, anzi gli mostrano cosa fotografare e chiedono di raccontare cosa ha visto, le condizioni spietate in cui sono costretti a scontare la loro pena. Valerio Bispuri lo fa, organizza una mostra e svela agli occhi dell'Argentina la polvere nascosta sotto il tappeto. Mette a fuoco l'umanità dei prigionieri in cui chiunque può riconoscersi, costringendo a guardare con gli occhi spalancati un atto di disumanità perpetrato in nome dello Stato. Grazie a lui e Amnesty International il Padiglione numero 5 verrà chiuso.
"Encerrados non è un libro sulle carceri; è un libro sulla libertà perduta, sulla libertà mai avuta", scrive Roberto Saviano nella prefazione e continua, "l'obiettivo di Bispuri era puntato sulla mancanza di libertà che spesso precede e segue la vita di chi finisce in prigione. La mancanza di libertà, e quindi di scelta, è ciò che ha condannato le migliaia di detenuti che Bispuri ha raccolto con il suo obiettivo". La mancanza di libertà in Ecuador, in Argentina, in Cile, in Uruguay, in Brasile, in Colombia in Venezuela che sono poi i paesi in cui Valerio Bispuri va a visitare le carceri, va a indagare.
In 10 anni di lavoro, foto dopo foto Bispuri ha avuto la possibilità di capire molte cose sulle regole di questo ambiente chiuso, le leggi che lo abitano; ha avuto la possibilità di vivere sulla propria pelle l'esperienza del carcere attraverso il contatto con migliaia di detenuti e di guardie, spinto sempre dal desiderio di raccontare, e quindi di conoscere studiare analizzare, un continente attraverso il mondo dei detenuti. "Le carceri sono un riflesso della società, uno specchio di quello che succede in un paese, dai piccoli drammi alle grandi crisi economiche e sociali" scrive Bispuri all'interno del libro, nel racconto del suo lungo viaggio nelle carceri.
Dice: "Ho capito che una scarpa legata fuori dalla cella significa che in quel posto si vende droga".
E anche: "Che le donne detenute non hanno diritto alla "visita intima" (rapporti sessuali con i propri compagni) al contrario dei detenuti uomini".
Ancora: "Ricordo le sacche di urina che mi hanno tirato i detenuti arrabbiati a Quito".
Ancora: "Non posso scordare la minaccia di un coltello puntato sul collo".
E ancora: "Non dimentico l'urlo di un ragazzo di Como, dentro per spaccio di cocaina, che mi ha salvato la vita avvisandomi di uscire immediatamente perché era pronta per me una siringa di sangue infetto".
Chi ha avuto modo ci conoscere Bispuri, di stare ad ascoltarlo per un po', sa bene la carica, l'energia che riesce a trasmettere, l'amore per la fotografia, per il fotogiornalismo, e in generale per le cose della vita, per i rapporti umani. Tutto ciò, ascoltarlo, guardare le sue fotografie, non può che far nascere un forte rispetto per il suo lavoro e senz'altro per la sua persona.
Di "Encerrados" si continuerà a parlare a lungo, un libro importante, prezioso, che non dimenticheremo facilmente. Quando il fotogiornalismo non è solo documentazione, testimonianza, sommo servizio di indagine e denuncia per una società; quando un reportage fotografico diventa racconto universale grazie all'arte fotografica, attraverso un nuovo profondo sguardo, nuove visioni sul mondo che ci costringono a guardare gli altri diversamente, nuovamente, come se stessimo guardando noi stessi per la prima volta. È il caso del lavoro di Bispuri e di "Encerrados". Un capolavoro. Valerio Bispuri presenterà "Encerrados" a Roma il 19 febbraio, ore 19.00, al Fandango Incontro, insieme a lui Omero Ciai.
Ansa, 8 febbraio 2015
Un ex sergente dei Marines di guardia a Guantánamo sostiene che tre detenuti della base prigione per sospetti terroristi furono torturati a morte dalla Cia. Joseph Hickman, un veterano che dopo l'11 settembre si era riarruolato nella Guardia Nazionale, fa l'esplosiva denuncia nel suo libro "Assassinio a Camp Delta: un sergente che insegue la verità su Guantánamo Bay". La versione di Hickman contraddice quella ufficiale del Pentagono secondo cui i tre prigionieri - lo yemenita Yasser Talal al-Zahranie i sauditi Salah Ahmed al-Salami e Mani Shaman al-Utaybi - si sarebbero impiccati il 9 giugno 2006 in un patto suicida.
All'epoca l'ammiraglio Harry Harris, il comandante della base prigione, aveva definito la morte dei tre uomini "un atto di guerra asimmetrico commesso contro di noi". I tre prigionieri facevano parte del gruppo che faceva lo sciopero della fame per protestare contro la detenzione. "Ero di servizio il 9 giugno 2006 e so che sono stati uccisi", scrive l'ex Marine nel libro, e spiega al Times che il suo obiettivo è "ottenere una piena inchiesta da parte del Congresso", pur rendendosi conto delle difficoltà che ciò accada. Nel libro Hickman sostiene che i tre sono morti soffocati da stracci che erano stati infilati loro in gola sotto tortura e che gli infermieri della base non erano riusciti a estrarre. L'ex Marine descrive un sinistro "laboratorio di battaglia" per nuove, inventive tecniche sperimentali di tortura.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 8 febbraio 2015
Donne detenute per aver "disonorato" la famiglia, altre per aver osato sfidare il marito padrone, denunce da parte dell'Onu per le torture sistematiche all'interno della sezione maschile. Tutto questo avviene in un carcere afghano, ritenuto il fiore all'occhiello dalle autorità militari italiane che lo hanno finanziato per scopi "umanitari". La struttura penitenziaria in questione si trova ad Herat, la seconda città più grande dell'Afghanistan. Il carcere è diviso in due: c'è la parte maschile composta da 3.310 detenuti, e quella femminile, da 160.
La maggior parte delle donne detenute stanno scontando una pena che da noi non sarebbe considerata neppure un peccato veniale. L'aver amato un uomo diverso da quello scelto dalla famiglia, l'essere rimasta incinta fuori dal matrimonio o l'aver mancato di rispetto a un padre padrone sono considerati reati da punire e quindi c'è l'arresto e le donne possono scontare anni di galera.
C'è la storia di Saaeqa che ha 27 anni e quattro bambini. La sua colpa? Essere scappata di casa perché il marito (sposato a 13 anni) era un violento. "Mi picchiava - aveva racconta Saaeqa - non poteva fare a meno dell'oppio". Lei si sente colpevole e si era detta disposta a ritornare dal marito, ma alla condizione di non essere picchiata. Ma sa che ciò non accadrà e che sarà "costretta" ad andare a vivere dalla madre, e questo verrà considerato un grande disonore. Si dovrà vergognare per tutta la vita.
Poi c'è la storia di Naeeba, 25 anni. È stata accusata di aver ucciso il marito. Lei si dichiara innocente. A 12 anni era stata costretta a sposarsi con l'uomo di 51 perché era incinta di lui. Poi un giorno fu ritrovato bruciato e venne accusata di omicidio. Secondo lei sono stati i figli perché non sopportavano più che la picchiasse. Ma non finisce qua.
Sempre nello stesso carcere finanziato dal governo italiano - specificamente nella sezione maschile dove finiscono i presunti talebani catturati dal nostro contingente - avvengono delle torture sistematiche. A denunciarlo è stata l'Onu attraverso un dossier del 2011 corredato da prove definite "schiaccianti". Un dossier che dovrebbe far riflettere sui compromessi - come quelli sulle donne detenute - accettati dal nostro governo nella missione che dovrebbe portare 'la civiltà alle popolazioni afghane.
L'inchiesta dell'Onu si concentra sulle persone custodite dai servizi di sicurezza di Kabul, chiamati National directorate of security o in sigla Nds. I quattro reclusi catturati dalla polizia nazionale non hanno nulla da denunciare, mentre dei dodici uomini affidati agli agenti speciali, ben nove parlano di maltrattamenti che arrivano fino alla tortura: tra loro c'è anche un ragazzo di sedici anni.
La delegazione dell'Unama - l'organismo Onu che vigila sulla rinascita dell'Afghanistan - scrive che ci sono "prove schiaccianti che gli agenti del Nds sistematicamente torturano i detenuti per ottenere informazioni e, possibilmente, confessioni". Le testimonianze raccolte dall'Onu sono agghiaccianti e sembrano simili alla detenzione del carcere di Abu Ghraib, la prigione irachena dove gli americani torturavano i reclusi.
E così il dossier racconta che ad Herat, durante la notte, un agente del Nds preleva il detenuto dalla cella, gli lega le mani dietro la schiena e benda gli occhi, poi lo porta in un'altra stanza nell'edificio dell'intelligence afghana. Lì comincia l'interrogatorio e, a un certo punto, arriva la minaccia: "Se non ci dai le informazioni ti picchiamo". Allora lo sbattono con la faccia sul pavimento e cominciano a colpirlo sulla pianta dei piedi, con un cavo elettrico. Poi con i piedi sanguinanti lo costringono a camminare sul pietrisco o sul cemento grezzo.
Nel rapporto sono inclusi i resoconti dei detenuti picchiati. "Io avevo gli occhi bendati e i polsi legati, stavo seduto su un tappeto. Loro urlavano: "Parlaci del capo dell'attacco. Io continuavo a rispondergli che non c'entravo, a ripetere il mio alibi. Sembrava che loro sapessero che io non ero coinvolto nell'attacco ma volevano informazioni da me e non mi credevano. Mi dicevano: "Se non ci dici la verità, ti picchiamo".
Allora mi hanno gettato con la faccia sul pavimento, legando le miei ginocchia e sollevandole in modo che i piedi fossero sospesi in aria. Quindi mi hanno colpito due volte sulla schiena con una specie di tubo, poi sono passati a colpire i miei piedi. Non so cosa usassero, ma era molto doloroso: penso fosse un cavo elettrico, perché sulla pelle mi sono rimasti tanti buchi lasciati dai fili che spuntavano dalle estremità. Mi facevano domande, poi picchiavano e ricominciavano a chiedere. Io urlavo per il dolore. Allora mi hanno fatto alzare e camminare fino al cortile e mi hanno lasciato in piedi sul cemento grezzo per cinque minuti".
I militari italiani potrebbero risultano complici indiretti? Non si parla solo della ricostruzione del carcere, ma anche del fatto che formalmente, ogni nostro reparto consegna immediatamente i presunti talebani o i sospetti criminali nelle mani della polizia nazionale Anp . Ufficialmente quindi non abbiamo mai fatto prigionieri, nonostante esistano immagini di miliziani ammanettati dalla Folgore nel 2009 o rapporti ufficiali di operazioni concluse con la cattura di numerosi sospetti. Il penitenziario di Herat - la capitale del distretto a guida italiana - è stato sempre comunque affidato ad una sorta di supervisione delle nostre truppe.
L'inaugurazione del carcere di Herat è avvenuta nel marzo del 2010 e sono due i progetti curati dal Provincial Reconstruction Team italiano del Regional Command West su base Brigata "Sassari". Il primo progetto, del valore di circa 54 mila euro, ha riguardato la costruzione del nuovo centro polifunzionale (dotato di cucina, servizi igienici ed impianto di climatizzazione) utilizzato sia come "training room" per lo sviluppo di corsi studio e di recupero professionali, sia come "visiting room" per favorire momenti d'incontro tra i detenuti ed i loro familiari.
Il secondo, invece, è consistito nella realizzazione del nuovo sistema di videosorveglianza del carcere, progetto del valore di circa 37mila euro messi a disposizione dal Ministero della Difesa, che comprende una sala di controllo interna dotata di monitor ed un sistema di registrazione delle immagini che, attraverso diciannove telecamere esterne, ha consentito di migliorare le misure di sicurezza ed assicurare la sorveglianza dell'area perimetrale interna ed esterna della struttura.
Non sono mancate le passerelle dei nostri politici per osannare in pompa magna il nostro "fiore all'occhiello". Aveva fatto visita alla struttura l'allora eurodeputato Pino Arlacchi , ricevendo congratulazioni dal governatore della città di Herat. Ma non è mancata nemmeno la visita di Michele Vietti, il vice presidente del Consiglio Superiore della Magistratura. Dopo aver incontrato i militari italiani in servizio presso il Comando della International Security and Assistance Force di Kabul e presso il Regional Command - West di Herat, il Comando subordinato responsabile per la regione occidentale attualmente guidato dalla Brigata alpina "Taurinense", aveva fatto visita ovviamente ad Herat, dove ad accoglierlo all'aeroporto è stato il generale Dario Ranieri, comandante del Regional Command West, il quale lo ha aggiornato circa l'attuale situazione nella regione occidentale, con particolare riferimento al settore della giustizia e ai progressi registrati nel processo di transizione. Nella seconda giornata di visita, l'Onorevole Vietti aveva innanzitutto incontrato il Governatore della Provincia di Herat per poi visitare il carcere femminile.
Il vice presidente del Csm aveva espresso soddisfazione per il nostro operato e ricevuto ringraziamenti dalle autorità afghane per il nostro sostegno alla loro giustizia. Un sostegno per assicurare la detenzione delle donne per reati non contemplati dalle democrazie che hanno ottenuto l'emancipazione femminile, arresti e deportazioni coatte, torture inenarrabili. Sono state queste le nostre missioni umanitarie?
www.newscattoliche.it, 8 febbraio 2015
Si tiene oggi e domani a Fatima il X Incontro Nazionale di Pastorale Penitenziaria dedicato al tema "Dare dignità ai detenuti: dalle parole all'azione".
Padre João Gonçalves, Coordinatore della Pastorale Penitenziaria portoghese, ribadisce che "è sempre bene parlare di carceri e di detenuti, poiché si tratta di un argomento poco conosciuto e del quale si discute poco all'interno delle nostre comunità, ecclesiali o no. In carcere - spiega il sacerdote - il nostro rispetto ed il nostro aiuto vanno a tutti, sia nel periodo di reclusione, sia successivamente, nella fase di reinserimento familiare, lavorativo e sociale".
I lavori del Convegno si apriranno nel pomeriggio di domenica, con la prima sessione dedicata al settore religioso della Pastorale Carceraria.
Il giorno seguente, dalle 9.30 alle 12.30, si discuterà dell'argomento dal punto di vista giuridico, mentre dalle 14.30 alle 17.30 si affronterà la questione sociale.
L'incontro nazionale di quest'anno segue quello del maggio 2014 a carattere transnazionale, al quale hanno preso parte Rappresentanti di Spagna, Gibilterra, Andorra e Portogallo. Nel comunicato finale diffuso lo scorso anno, si ribadisce la necessità di tutelare i diritti dei detenuti e ci si appella alle Istituzioni affinché ricorrano alla pena della privazione della libertà solo come ultima scelta.
Viene sottolineato inoltre l'impegno della Pastorale Penitenziaria ad offrire supporto educativo ai prigionieri, come pure la necessità di una giustizia "più umana", che implichi il perdono e la misericordia, e non sia solo "il prolungamento di una condizione di povertà" in cui si trovano molti detenuti ancor prima di commettere un reato. Il messaggio che si vuol far passare, dunque, è che "non è l'inasprimento delle pene a ridurre i casi di recidiva nel crimine, bensì processi penali equi e dalla giusta durata, che guardano alla persona nella sua integrità".
Ristretti Orizzonti, 7 febbraio 2015
La Segretaria di Radicali italiani, Rita Bernardini, appoggia pienamente e convintamente la proposta della redazione di Ristretti Orizzonti - formalizzata con una lettera aperta al Ministro della Giustizia - di organizzare gli Stati Generali sulle pene e sul carcere presso la Casa di Reclusione Due Palazzi di Padova.
Adnkronos, 7 febbraio 2015
Organizzare gli stati generali sul carcere con i detenuti della Casa di reclusione di Padova. A lanciare la proposta al ministro della Giustizia, Andrea Orlando, è la redazione di Ristretti Orizzonti, la rivista realizzata da detenuti e volontari nel carcere padovano, con una lettera aperta con la quale invita il guardasigilli a visitare la sede.
"Ogni anno organizziamo un Convegno, a cui partecipano circa seicento persone dall'esterno, e 150 persone detenute. Non pensa che portare gli addetti ai lavori a confrontarsi con le persone detenute sul senso che dovrebbero avere le pene avrebbe un valore davvero fortemente educativo per tutti, per chi deve essere protagonista di un percorso di rientro nella società, e per chi deve aiutare a costruire quel percorso? - chiede Ristretti Orizzonti al ministro.
di Errico Novi
Il Garantista, 7 febbraio 2015
"Abbiamo una cosa in comune: la passione per il panino con la milza". Beniamino Migliucci accoglie così il ministro della Giustizia Andrea Orlando alla "Inaugurazione dell'anno giudiziario dei penalisti", maxi convegno che il presidente dell'Unione Camere penali organizza a Palermo per rispondere al fuoco di fila proposto dalla magistratura nelle cerimonie dell'altra settimana.
di Beniamino Migliucci (presidente dell'Unione delle Camere penali italiane)
Il Garantista, 7 febbraio 2015
All'attuale guardasigilli va riconosciuta l'apertura al confronto, ma deve guardarsi da chi come Gratteri propone riforme penali per decreto. Spesso l'avvocatura critica la politica per i metodi che adotta. E perché mostra il più delle volte di avere una corsia preferenziale nei confronti della magistratura.
di Roberta Giuliani
Il Sole 24 Ore, 7 febbraio 2015
Disegnato un nuovo precorso per la riabilitazione dei detenuti con problemi legati alla tossicodipendenza. La Regione Molise, il ministero della Giustizia, Anci Molise e tribunale di sorveglianza di Campobasso hanno firmato un protocollo d'intesa per potenziare l'accesso alle misure alternative al carcere. Sale dunque a 12 il numero di accordi sottoscritti in poco più di un anno tra le Regioni e il dicastero di Via Arenula per trasformare le pene detentive dei soggetti più fragili in programmi di inclusione sociale e reinserimento lavorativo.
di Chiara Rizzo
Tempi, 7 febbraio 2015
Ad un convegno sulla pena organizzato dalla Camera penale di Milano, magistrati, avvocati e direttori riflettono sulla detenzione.
- Giustizia: Corte dei conti assolve il generale Ragosa, le 35 auto blindate del Dap servivano
- Giustizia: caso Yara; legale Bossetti, dubbi su dna sufficienti per scarcerarlo
- Sardegna: integrato il bando per progetti e interventi di inclusione sociale dei detenuti
- Isernia: svolta nelle indagini per detenuto morto, fu colpito in testa con una spranga
- Trani: nella "sezione blu" del carcere il Medioevo, detenuti murati vivi in un cesso









