Adnkronos, 8 febbraio 2015
"L'elezione del presidente Sergio Mattarella, persona semplice, proba e spontanea, ha suscitato molto apprezzamento tra i detenuti, anche in virtù del grande tributo che la sua famiglia ha pagato per la lotta alla mafia. Sono contento che un grande siciliano, un democratico cristiano, un cattolico, un fine giurista, una persona buona e per bene sia stata prescelta a rappresentare tutti gli italiani". Queste le parole dell'ex presidente della Regione Siciliana Salvatore Cuffaro, in carcere per scontare una pena a sette anni per favoreggiamento aggravato a Cosa nostra, sull'elezione del nuovo Capo dello Stato. Le sue parole sono state affidate all'Adnkronos dal legale di Cuffaro, l'avvocato Maria Brucale.
"Il mio è un giudizio assolutamente sincero e non può essere letto come una captatio benevolentiae perché, a scanso di equivoci, ribadisco che non accetterei mai il beneficio della grazia - dice ancora Cuffaro. Al presidente Mattarella, che so essere molto sensibile alle difficoltà e alle sofferenze delle persone, mi permetto sommessamente di chiedere di rivolgere la sua attenzione alle condizioni di vita in cui versano i detenuti nelle sovraffollate carceri italiane".
di Carlo Verdelli
La Repubblica, 8 febbraio 2015
Una stanzetta per colloqui della Casa di Reclusione di Opera, freddo polare. Vallanzasca ha un giubbotto blu abbottonato fino al collo. Oggi ha 64 anni, di cui poco più di un terzo vissuti in libertà. Soltanto Raffaele Cutolo, il camorrista, ha passato più tempo di lui in prigione.
Eppure in questi giorni l'ex bandito della Comasina avrebbe potuto essere lontano dalle sbarre, se lo scorso giugno un vigilante non lo avesse sorpreso all'uscita di un supermercato (un Esselunga, la stessa catena del primo colpo importante, nel 1972), con un paio di mutande e qualche attrezzo da giardinaggio che non aveva pagato. "Qualcuno mi ha incastrato, ma non ho capito perché", dice, "mentre io in passato mi sono preso anche colpe non mie".
A Opera occupa una cella singola. I suoi compagni di prigione si chiamano Bernardo Provenzano, Mario Moretti e Fabrizio Corona. "Ho un'agenda fittissima", scherza, "qui mi reclamano. Del denaro non mene è mai importato niente. Una baita in montagna, champagne e bella compagnia, questo conta. Sembra poco?". "Dei soldi non me ne è mai fregato niente".
Beh, pochissimo rispetto ai 41 anni di carcere che le sta costando il sogno. "Quarantacinque, prego. Io sono nato in matricola, come si dice tra gente di galera".
Nella sua sterminata fedina penale ne risultano 41. "Ma va. A parte il minorile, che comunque sempre gabbio è, magari si sono dimenticati i due anni per una rapina a Lambrate nel 1969, o era il 1970, boh. Sì, sto un po' perdendo la memoria. Lei dov'era l'11 settembre? O quando abbiamo vinto il Mondiale del 1982? Ogni persona sa perfettamente cosa faceva in giorni così. Io no, forse ero in qualche braccetto speciale. I carceri non sono tutti uguali ma rendono tutto uguale".
Una stanzetta per colloqui della casa di reclusione di Opera, freddo polare nonostante le finestre chiuse. Vallanzasca ha un giubbotto blu abbottonato fino al collo, mani lunghe e curate, capelli corti e radi, e uno Swatch nero con lancette arancioni.
"Me l'ha portato la mia donna. Qui non si può tenere il Rolex, perché è di metallo. Sempre indossato Rolex, anche se il mio ciulava un minuto al giorno. Questo almeno non ruba".
Lei invece pare non aver smesso: un furto in un supermercato, almeno così ha stabilito il giudice, le ha cambiato il pezzo di vita che le restava davanti.
"Qualcuno mi ha incastrato. Sul processo, lasciamo perdere: tutto quello che ho chiesto, dalle impronte sulla merce al confronto con chi mi accusava, mi è stato negato. Nei mille tribunali dove sono stato, mi sono preso anche responsabilità non mie. Quali? Acqua passata. Ma stavolta, dai".
Stavolta è obiettivamente diversa da tutte le altre. Oggi, o domani, sarebbe potuto essere il primo giorno di libertà di Vallanzasca Renato. La domanda di scarcerazione era pronta, il cancello della prigione semiaperto. Magari, per festeggiare, andava alla cooperativa dove lavorava a offrire uno sciampagnino. Possibile, no? Federica, la direttrice del centro per orti e giardini, non prova neanche a sorridere.
"Basta che non scriva che stava qui. Quando i clienti scoprivano che da noi c'era il bandito Vallanzasca, si tiravano indietro". L'ex bandito Vallanzasca sta dentro da un secolo, sono passati vent'anni dall'ultima evasione, gli hanno pure rubato la bicicletta quando era in permesso. "Però un cognome così non si dimentica".
La cooperativa di Federica riunisce persone con varie disabilità e detenuti in via di reinserimento. Tra loro, per un anno, c'è stato anche il signor Renato, regolare contratto tra gli 800 e i 1.100 euro al mese e pranzo gratis. "Aveva un bel modo, gentile coi ragazzi, tante operatrici ne erano affascinate. E lui ci giocava un po': gli piace troppo piacere. Il personaggio vince sulla persona, e questo lo fotterà sempre".
L'Italia ha avuto tanti delinquenti. Ma pochi, o nessuno, come Renato Vallanzasca. E uno solo lo batte per durata della pena scontata: Raffaele Cutolo da Ottaviano. Un boss della criminalità organizzata contro un bandito da strada: 49 per l'imperatore di camorra contro i 41 (o 45) del ras della Comasina.
Che però stava per sfilarsi dall'ingrato podio. Non fosse stato per due paia di mutande marca Sloggi, che lui assicura non metterebbe mai perché indossa solo boxer Versace, più altra minutaglia da giardinaggio, per un totale di 65,97 euro; non fosse stato per un giudice molto puntiglioso, che gli ha rifilato10 mesi per tentata rapina (2 in più di quelli richiesti dall'accusa); non fosse stato per le conseguenze (revoca della semilibertà e stop a ogni beneficio per almeno 3 anni), Renato Vallanzasca sperimenterebbe un'ebbrezza dimenticata: rivivere fuori.
Non succederà, e moltissimi, non solo i parenti delle vittime che ha fatto, saranno sollevati. Quando Vallanzasca diventava Vallanzasca, Matteo Renzi aveva un anno, Berlusconi 40 e neanche una tv, il muro di Berlino sembrava infrangibile, la lira eterna e Nicola Di Bari vinceva Sanremo. La prima cosa incredibile è che, quarant'anni dopo, Vallanzasca è saldamente conficcato nella memoria di questo Paese e fa ancora notizia, basta che respiri o riporti la soffiata di un camorrista sulla morte di Pantani. La seconda è che il regno del balordo che prese Milano per la coda e con la sua banda la fece girare fu brevissimo: neanche sette mesi, il tempo di gestazione di un orso.
Una settantina di rapine, 6 omicidi (tra cui 4 poliziotti, tutti in scontri a fuoco stile western), 4 sequestri di persona, più una guerra vinta col clan Turatello. Il tutto tra il 28 luglio 1976, prima fuga di Vallanzasca da un penitenziario, e il 15 febbraio 1977, arresto definitivo a Roma. Seguiranno tre evasioni in stile col personaggio, macabri regolamenti di conti dentro le mura, persino uno smargiasso matrimonio a Rebibbia come fosse Broccolino.
Ma il più, a inizio 1977, è già alle spalle: all'epoca il "fiore del male", come l'ha colto nell'essenza Carlo Bonini nell'unico libro che il protagonista ha controfirmato, ha soltanto 26 anni e 10 mesi. Eppure le ferite che si lascia dietro non si rimarginano, come non sbiadisce la traccia delle sue spavalderie, lo sguardo beffardo e assassino, una specie di codice d'onore mai disonorato (nessun tradimento di compagni, una strafottenza per qualsiasi potere portata all'estremo). Solo una tardiva dichiarazione di resa, 1999, proprio nella prefazione del libro di Bonini: "La mia esistenza è un naufragio assoluto".
Sessantaquattro, anzi 65 il prossimo 4 maggio, di cui solo una ventina vissuti fuori da una prigione, infanzia compresa. Il fiore del male è appassito, ma stava per uscire dalla serra in ferro che si era costruito con le proprie mani. Quattro ergastoli (più 295 anni), e lo lasciavano andare? Succede per diversi criminali lungodegenti: scontata una cospicua fetta di pena, si prova a ridargli un lembo di dignità. Qualcuno usa male la carta, come Izzo Angelo, il demonio del Circeo: 4 mesi dopo che era libero, omicidio di altre due donne. Il jolly toccava a Vallanzasca. Non c'è modo di verificare se l'avrebbe sprecato.
"Lo Stato ha voluto infierire sul suo nemico, di fatto condannandolo a morte per due mutande", dice disperato, nel senso proprio di "senza speranza", Ermanno Gorpia, il suo ultimo e giovane avvocato. "Ma sì, ci appelleremo, se va bene fisseranno l'udienza tra due o tre anni, intanto non è che lui ringiovanisce". La vita, anche quella di Renato Vallanzasca, è fatta di coincidenze. Il primo arresto importante, nel 1972, fu per una rapina a una Esselunga, in viale Monte Rosa a Milano. Aveva 22 anni, e fu il vero inizio del suo romanzo criminale. L'ultima condanna, nel novembre scorso, è per lo stesso reato e sempre in una Esselunga di Milano, viale Umbria: neanche un anno di punizione supplementare, che però basta a catapultare l'ombra ingrigita di Vallanzasca alla casella di partenza.
Primo effetto: il trasferimento da Bollate, dove ormai dimorava in una cella aperta e col Rolex al polso, a un istituto di tutt'altra pasta come Opera, 37° penitenziario sperimentato in carriera. Un altro record; come l'enormità dei 5 chili e 700 grammi alla nascita. Oppure le sigarette. "Sono arrivato a 110 al giorno, 5 pacchetti e mezzo. Risparmiavo sugli accendini: con una appicciavo quella dopo". Ingabbiato nel giubbotto blu, Vallanzasca ricorda e ricorda, come se girare la testa indietro fosse l'unica salvezza per affrontare quel che ha davanti.
"Poi ho smesso. Di botto. Cazzo, 35 giorni senza cagare, il mio corpo non capiva. Appena sono arrivato a Opera ho comprato una stecca di Marlboro rosse. Saranno le ultime. Fino a qualche anno fa, a calcio, davo ancora la paga a tutti. Adesso mi viene il fiato grosso anche a scendere le scale. Devo avere qualcosa ai polmoni. E non è che l'arietta di Opera aiuta".
Un diverso, Vallanzasca, nel "gene" e nel male. E impermeabile alla superstizione. È un venerdì 13, metà dello scorso giugno, 7 di sera. Il signor Renato stacca dal lavoro nella cooperativa dei fiori e va a fare spesa in un supermarket da 17 casse; mette nel cestello una fetta d'anguria, insalata, mortadella e una busta di salmone, paga gli acquisti, fa per uscire quando un vigilante che l'ha tenuto d'occhio dalla "travespia", un corridoio sopraelevato da cui si sorvegliano i vari comparti (numero 1, giardinaggio; numero 5, intimo), lo ferma e gli chiede di aprire il borsone nero che ha con sé.
Dentro, una mesta refurtiva: le Sloggi, una forbice rasa erba, un flacone di fertilizzante. Il signor Renato dice che qualcuno gli ha infilato dentro quella roba per incastrarlo e che comunque è pronto a saldare, e poi è meglio per tutti chiuderla lì per evitare casini. Il vigilante, Emmanuele Mento, esclude di aver visto qualcuno infilare alcunché nel borsone. Documenti, prego: "Vallanzasca".
Arrivano i carabinieri, al comando del maresciallo Milo Fidelibus, e finisce il resto. Al processo per direttissima, il giudice Ilaria Simi decide che l'imputato ha mentito e in più ha minacciato il vigilante, quindi lo punisce. Ma Vallanzasca le ha rubate o no le mutande e il resto della paccottiglia da giardiniere fai da te? Il bottino fa pensare a un omaggio ai colleghi della cooperativa, un "ghe pensi mi" da trapassata grandeur. O magari una malevola manina voleva davvero vendicarsi per qualcosa. Chissà.
Tra le 225 carceri italiane, Opera è la più grande per numero di condannati in via definitiva (quasi mille). Un imponente cronicario di ex "qualcosa": Bernardo Provenzano, ex capo della mafia; Mario Moretti, ex comandante delle Br; gli Schiavone, ex signori di Gomorra; fino a Fabrizio Corona, ex ragazzo spericolato.
Tra le navate di questi sciagurati, contano zero le eventuali motivazioni psicologiche di Vallanzasca: una bravata, magari inconscia, per scongiurare il terrore di saltare da un muro che in quarant'anni è diventato un Everest. Nemmeno il direttore del carcere, Giacinto Siciliano, ha una spiegazione: "Forse la condanna nella condanna di Vallanzasca è l'impossibilità di diventare uno come gli altri".
Qualcuno bussa alla porta della cella frigorifera che ospita il colloquio. Vallanzasca dice sarcastico: "Mi reclamano. Sa, ho un'agenda fittissima". Lo aspetta una cella singola. "Se sogno di notte? Sempre cosette a sfondo sessuale. Saranno tutti i porno che girano in galera". Sorriso sotto i baffi. Mai visto in una foto senza baffi. "Solo una volta li ho tagliati, quando sono scappato dall'oblò di una nave a Genova. Di solito uno se li mette finti per non farsi riconoscere. Io, il contrario".
Adnkronos, 8 febbraio 2015
"Si è ancora lontani dall'assicurare condizioni tollerabili di vivibilità all'interno di gran parte degli istituti del Lazio, dove si verificano aggressioni al personale di polizia penitenziaria di Frosinone, e le difficili realtà degli istituti di Velletri e di Latina, sono spie di una tensione che resta ancora troppo alta".
Lo sottolinea la Fns Cisl, ricordando come secondo il dato ufficiale del Dap aumentano, anche se di poco, i detenuti nelle carceri della regione. Al 31 gennaio 2015 - spiega il sindacato - i reclusi presenti nei 14 istituti della Regione Lazio risultano essere 5.629, 486 in più rispetto ai 5.114 posti disponibili, e si registra un aumento di 29 detenuti rispetto al dato del dicembre 2014. Da segnalare, inoltre, la presenza di 408 detenute.
Attualmente gli istituti che soffrono maggiormente il sovraffollamento sono Cassino, Civitavecchia, Frosinone, Latina, Rebibbia femminile, Rebibbia nuovo complesso, Regina Coeli, Velletri, Viterbo. Per quanto concerne, invece, i dati forniti dal Dipartimento Giustizia Minorile, osserva ancora la Fns Cisl, "si registra un aumento anche nel settore minorile dove, infatti, sono presenti all'Ipm Casal del Marmo 56 utenti, con una presenza media giornaliera 53.1, 9 in più rispetto a dicembre 2014. Per il sindacato "l'aumento è dovuto dall'entrata in vigore della Legge 11 agosto 2014, n. 117".
Il Velino, 8 febbraio 2015
Il Guardasigilli Andrea Orlando ha presentato ieri a Milano le iniziative con le quali il ministero della Giustizia sarà presente all'Esposizione Universale che si aprirà il prossimo primo maggio. Il dicastero di via Arenula sarà presente con progetti che seguiranno due filoni tematici: su materie più legate al tema di Expo2015 saranno presentati progetti specifici nati in carcere sul settore alimentare, nell'ambito di una più generale prospettiva che vede l'Italia impegnata a sviluppare una nuova prospettiva della detenzione, anche e soprattutto valorizzando la funzione del lavoro.
Nello stesso tempo il ministero vuole presentare le innovazioni normative e organizzative finalizzate a restituire alla nostra giustizia - in particolare quella civile - velocità e certezza, indispensabili per tornare ad attrarre investimenti e favorire la crescita economica. Inclusione sociale, diminuzione della recidiva, scambio di conoscenze, impegno partecipativo: sono queste le parole chiave della partecipazione del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria a Expo 2015. Curato dal provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria della Lombardia e finanziato da Expo 2015, il progetto "Inclusione socio lavorativa", approvato e co-finanziato da Cassa delle Ammende, punta sul lavoro penitenziario come strumento più efficace per ridurre la recidività offrendo ai detenuti un'esperienza lavorativa eccezionale che possa essere utile ad un nuovo progetto di vita sui binari della legalità.
Saranno circa un centinaio le persone in esecuzione penale che saranno attivamente coinvolte nell'organizzazione logistica di Expo in servizi di facchinaggio, assistenza al personale ma anche accoglienza e supporto informativo. I cento detenuti saranno 35 provenienti dalla Casa di Reclusione di Opera; 35 dalla Casa di Reclusione di Milano Bollate; 10 dalla Casa Circondariale di Monza; 20 dagli Uffici di Esecuzione Penale Esterna di Milano tra persone sottoposte all'Affidamento in Prova ai Servizi Sociali.
Al tema del lavoro sarà dedicato anche il convegno che si terrà entro l'estate presso la Casa di Reclusione di Milano Bollate, attigua a Expo 2015 e quindi immediatamente raggiungibile, al quale saranno invitati i Commissari dei 146 Paesi partecipanti. L'obiettivo è di illustrare la strategia del ministero della Giustizia in tema di lavoro nelle carceri come elemento fondamentale per il reinserimento sociale nell'ambito del community sanctions. L'amministrazione promuoverà percorsi di scambio di conoscenze e tecniche con i Paesi partecipanti sulle modalità di trattamento in tema di lavoro penitenziario e inclusione sociale.
L'istituto di Bollate costituisce un progetto pilota sul trattamento avanzato dei detenuti, fondato essenzialmente sulla responsabilizzazione delle persone detenute, offrendo loro una gamma di opportunità scolastiche, formative, culturali ma soprattutto lavorative finalizzate a favorire processi di cambiamento per una pena autenticamente orientata al cambiamento, verso un modello di vita orientato alla legalità, nell'ottica del miglioramento delle condizioni detentive in linea con le raccomandazioni della Corte europea dei diritti dell'uomo.
Il convegno sarà inoltre l'occasione per valorizzare le più significative produzioni agro-alimentari nei penitenziari italiani. In linea con il tema portante di Expo l'occasione consentirà inoltre anche un confronto sul tema dell'alimentazione in ambito penitenziario, regolamentata nel nostro paese da specifiche tabelle predisposte e approvate dal ministero della Salute, sulle abitudini alimentari dei detenuti, sulla cultura alimentare in un contesto che vede la presenza di numerose e diverse etnie.
Numerose sono le iniziative messe in campo dai due istituti penitenziari del territorio milanese. La casa circondariale di Milano "San Vittore" propone "libera scuola di cucina" nella sezione progetti per le donne di Expo 2015 che considera il valore del cibo anche come elemento privilegiato per il dialogo e la conciliazione; eventi didattici, comprese visite in istituto, per comprendere meglio l'azione di inclusione sociale a partire dal penitenziario; eventi nell'ambito di "Expo in città" per la conoscenza e degustazione di cibi con forte impronta etnica da parte dei cuochi coinvolti nel progetto Libera scuola di Cucina.
Ancora a Bollate ci sono invece in programma Visite guidate multilingue all'interno del carcere, sfruttando la particolare vicinanza a Expo; "Mercatini con aperitivo" per mostrare le potenzialità delle produzioni penitenziarie; un calendario "Eventi e concerti" per sensibilizzare la collettività e l'utenza di Expo ai temi dell'inclusione sociale attraverso discussioni; infine "percorsi artisti e mostre" per mostrare le capacità artistiche generate durante progetti trattamentali.
L'Auditorium del Padiglione Italia ospiterà a maggio una grande iniziativa di presentazione delle innovazioni in materia di giustizia, sia sul fronte organizzativo che su quello normativo, al fine di rendere il processo più celere e abbattere l'arretrato, e di raggiungere a breve la piena informatizzazione. Sarà l'occasione anche di presentare sul palcoscenico dell'Esposizione Universale i risultati dell'informatizzazione del processo civile, una delle esperienze più avanzate a livello internazionale che sta dando risultati importanti sia per il servizio offerto sia per il risparmio di tempi e costi.
È una sfida che il ministero vuole presentare al mondo utilizzando il palcoscenico più prestigioso del Paese e che mira a tornare ad attrarre investimenti stranieri grazie ad una riforma che ha l'obiettivo di dotare l'Italia di uno strumento decisivo ai fini di crescita, competitività ed efficienza. "La riforma del sistema della giustizia civile - ha detto recentemente durante la sua visita a Roma il vice presidente della Commissione europea Katainen - è l'esempio perfetto di una riforma che avrà certamente un impatto positivo nel creare un ambiente più favorevole all'impresa e che attirerà investimenti sostenibili".
Ansa, 8 febbraio 2015
Dopo Buoncammino chiude anche un altro carcere sardo, quello di Iglesias. Da questa mattina è in corso il trasferimento degli ultimi detenuti nei carcere di Uta e Sassari. In giornata dovrebbero essere portati nella nuova casa circondariale a Uta una cinquantina di detenuti, altri quindici, invece, saranno trasferiti a Sassari. Come già successo a novembre per il carcere cagliaritano di Buoncammino, gli agenti della polizia penitenziaria si stanno occupando di tutti i dettagli del trasferimento utilizzando uomini e mezzi. Polizia e carabinieri sono impegnati nel servizio di vigilanza e scorta. Il trasferimento dei detenuti, iniziato ieri, si sarebbe reso necessario a causa di alcuni problemi all'interno della struttura, riguardanti l'impianto di riscaldamento, che hanno di fatto anticipato i tempi della chiusura della struttura carceraria, decisa con decreto a maggio dello scorso anno, quando furono programmate le chiusure del carcere di Macomer e della scuola della polizia penitenziaria di Monastir.
www.contattonews.it, 8 febbraio 2015
Una trentina di disoccupati ex Pip (Piano Inserimento Professionale), hanno occupato l'ingresso della cattedrale di Palermo. Chiedono di incontrare l'arcivescovo al quale potere esporre le proprie richieste rimaste inascoltate dal governo regionale. Si tratta di alcuni degli esclusi dal bacino "Emergenza Palermo" rimasti senza stipendio da undici mesi. I lavoratori hanno chiesto al presidente della Regione Sicilia, Rosario Crocetta, di abolire la retroattività del provvedimento che li esclude dal sussidio, ma al momento da Palazzo d'Orleans non è arrivata alcuna risposta. Ad incidere, secondo gli ex pip, sarebbero i loro passati guai giudiziari. Accanto ai lavoratori stamani è sceso anche padre Carollo: "Avranno pure sbagliato nel passato ma per questo non devono restare esclusi per sempre dall'inserimento nel lavoro. Se da undici anni lavoravano hanno dato segno di correttezza. La nostra richiesta è di risolvere il problema".
La Nuova Sardegna, 8 febbraio 2015
La Giunta regionale sostiene la battaglia del Comune di Macomer per il mantenimento del carcere o, in alternativa, per la sua riconversione. Ieri a Cagliari si è tenuto l'incontro convocato dal presidente Pigliaru per discutere della vertenza che il Comune di Macomer ha aperto da tempo nei confronti del ministero della Giustizia. Ha coordinato i lavori il capo di gabinetto della presidenza, Filippo Spanu. C'erano tutto lo staff del presidente Pigliaru, l'assessore alla Sanità Luigi Arru, l'assessore ai Lavori Pubblici Paolo Maninchedda, il sindaco Antonio Succu, il vicesindaco Rossana Ledda e l'assessore Gian Franco Congiu.
Lo staff del presidente Pigliaru ha ribadito la volontà di sostenere la vertenza del carcere di Macomer (mantenimento della sua funzione o riconversione). Su questa seconda ipotesi l'assessore alla Sanità ha sostenuto la proposta del sindaco Antonio Succu su una riconversione che preveda un ruolo per i detenuti-pazienti degli ex ospedali psichiatrici giudiziari su un ala e l'utilizzo dell'altra per i cosiddetti "detenuti difficili", ossia i tossicodipendenti talvolta con doppia diagnosi, cioè con disturbi comportamentali.
"Questo - è spiegato in una nota - comporterebbe una forte collaborazione con i Serd (servizi sanitari territoriali per le tossicodipendenze) che a Macomer già operano. Peraltro il personale del servizio operante a Macomer ha acquisito negli anni una grande esperienza nel settore". Il tavolo si è chiuso con l'impegno di una richiesta al ministero di Grazia e giustizia per un incontro congiunto in tempi rapidi, con l'obiettivo di un accordo complessivo fra presidenza della Giunta, ministero di Grazia e Giustizia, Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, assessorato regionale alla Sanità e rappresentanti del territorio.
"In questa vertenza non siamo più soli - è il commento del sindaco Succu - ma è con noi anche la Regione. Sono molto soddisfatto del sostegno che il presidente Pigliaru ha deciso di darci e lo ringrazio per l'attenzione che vorrà dedicare a questa battaglia, che non è solo del comune di Macomer ma di tutto il territorio".
La decisione di chiudere il carcere di Macomer è apparsa incomprensibile dal primo momento. Si tratta di una struttura nuova che negli ultimi anni è stata attrezzata anche per accogliere il nucleo cinofili della polizia penitenziaria. Con la dismissione è destinata all'abbandono. Riconvertire un carcere in una scuola materna o in qualsiasi struttura destinata a un utilizzo diverso da quello di tipo penitenziario è praticamente impossibile. Già dopo la partenza degli ultimi detenuti alcuni ambienti sono stati lasciati in abbandono e al loro interno è iniziato degrado.
Il Tirreno, 8 febbraio 2015
L'uomo era già stato protagonista di episodi simili nelle carceri di Lucca e Pistoia. Aveva già aggredito diversi poliziotti nelle carceri di Lucca e Pistoia e per questo era stato trasferito alla Casa Circondariale di Pisa. Dove, l'altra notte, ha colpito a calci e pugni e ferendo diversi agenti di Polizia Penitenziaria. Dura la protesta del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe, che non più tardi di cinque giorni fa ha segnalato che, a livello nazionale, "è la Toscana la regione d'Italia con il numero più alto di episodi di autolesionismo in carcere (1.047 casi) e di tentati suicidio sventati (112)".
"Questa aggressione è stata particolarmente violenta ed è ancor più inaccettabile perché vede protagonista un detenuto già resosi responsabile di analoghi gravi episodi in carcere: un detenuto tunisino che, seppur di soli 21 anni, ha commesso una sfilza di reati impressionati tra i quali lesioni, furto, rapina", spiega il segretario generale del Sappe Donato Capece.
"L'altra notte il detenuto, dopo essersi autolesionato il corpo perché pretendeva più terapia farmacologica, negata ovviamente dal medico di guardia perché non ve n'era la necessità (spesso in carcere i detenuti dipendenti da sostanze stupefacenti ed alcool cercano di abusa di farmaci...), veniva accompagnato in infermeria per le cure del caso. Dopo le cure, veniva accompagnato presso il suo reparto, ma giunto davanti alla cella si rifiutava di entrare e minacciava i presenti con una lametta che aveva occultata in bocca.
Dopo vari tentativi di convincere il detenuto a desistere da tale comportamento, visto che lo stesso persisteva nell'essere minaccioso ed aggressivo, si informa il Direttore che autorizzava i poliziotti all'uso della forza fisica, ma il detenuto stesso improvvisamente dava fuoco ad alcuni stracci e li lanciava contro il personale. I nostri poliziotti hanno spento il principio di incendio e hanno tentato di bloccare il detenuto, che però continuava a tirare calci e pugni. Risultato?
Due colleghi sono stati refertati al Pronto Soccorso con prognosi di 10 giorni a testa e altri 6 sono stati refertati in istituto per piccoli traumi e graffi ricevuti nell' immobilizzare il detenuto. Ora il detenuto è stato trasferito nel carcere di Livorno ma capirete bene che tutto questo è gravissimo. Noi non siamo carne da macello e la nostra pazienza ha un limite! E questo grave episodio dovrebbe fare seriamente riflettere tutti quelli che si riempiono la bocca nel dire che l'emergenza penitenziaria è superata".
Il Sappe, che in occasione di altre aggressioni a poliziotti penitenziari in varie carceri italiane aveva chiesto "di dotare le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria di spray anti aggressione recentemente assegnato a Polizia di Stato e Carabinieri", sollecita il Governo Renzi ad azioni efficaci per espellere i detenuti stranieri presenti in Italia: "È sintomatico che negli ultimi dieci anni ci sia stata un'impennata dei detenuti stranieri nelle carceri italiane, che da una percentuale media del 15% negli anni '90 sono passati oggi ad essere quasi 20mila. Fare scontare agli immigrati condannati da un tribunale italiano con una sentenza irrevocabile la pena nelle carceri dei Paesi d'origine può anche essere un forte deterrente nei confronti degli stranieri che delinquono in Italia".
"Il dato oggettivo è però un altro - conclude il leader del Sappe: le espulsioni di detenuti stranieri dall'Italia sono state fino ad oggi assai contenute: 896 nel 2011, 920 nel 2012 e 955 nel 2013, soprattutto in Albania, Marocco, Tunisia e Nigeria.
Si deve però superare il paradosso ipergarantista che oggi prevede il consenso dell'interessato a scontare la pena nelle carceri del Paese di provenienza. Oggi abbiamo in Italia 53.623 detenuti: ben 17.462 (quasi il 35 per cento del totale) sono stranieri, con una palese accentuazione delle criticità con cui quotidianamente devono confrontarsi le donne e gli uomini della Polizia penitenziaria. Si pensi, ad esempio, agli atti di autolesionismo in carcere, che hanno spesso la forma di gesti plateali, distinguibili dai tentativi di suicidio in quanto le modalità di esecuzione permettono ragionevolmente di escludere la reale determinazione di porre fine alla propria vita".
Adnkronos, 8 febbraio 2015
"Urgenti accertamenti" in merito alla gestione della disciplina dei detenuti nel carcere di Torino. A chiederli in una lettera ai vertici dell'amministrazione penitenziaria e al ministro del Giustizia è Leo Beneduci, segretario generale Osapp, sindacato autonomo di polizia penitenziaria. Il sindacato segnala che da mesi riceve lamentele dal personale penitenziari oggetto di "sbeffeggio" da parte dei detenuti nei confronti dei quali "verrebbero molto spesso archiviate o addirittura non contestate - si legge nella lettera - le infrazioni disciplinari scaturenti dai rapporti disciplinari redatti dal personale stesso a loro carico".
Una situazione che Beneduci definisce "preoccupante" e che "determinerebbe anche una forte demotivazione negli addetti del Corpo e un conseguente svilimento delle funzioni". Senza tralasciare le "evidenti ragioni di ordine e sicurezza" sottolinea il sindacalista. Sulla questione ha presentato un'interrogazione alla Camera il deputato della Lega Nord, Stefano Allasia.
di Michele Marangon
Corriere della Sera, 8 febbraio 2015
Su "Dietro il cancello" debutta l'ex presidente della Regione Sicilia condannato in via definitiva a sette anni per favoreggiamento di Cosa Nostra.
È nato "Dietro il cancello", un giornale scritto dai detenuti di Rebibbia. Tra di loro anche un redattore d'eccezione che debutta con due articoli: è Salvatore Cuffaro, l'ex presidente della Regione Sicilia in carcere dal 2011 perché condannato in via definitiva a 7 anni per favoreggiamento aggravato di Cosa nostra e rivelazione di segreto istruttorio nell' ambito del processo "Talpe alla Dda".
Aiutare i carcerati a voltare pagina, anzi a scriverne una nuova. È questo il senso di un giornale confezionato 'dietro le sbarrè, nel luogo dove tutto acquisisce un significato diverso, anzi il vero significato. E allora una parola, un'esperienza nuova, il mettere in fila i periodi di un articolo che leggeranno in molti, si trasformano di colpo negli strumenti per costruire una libertà interiore che vale più di tutto se la vita ti ha portato ad avere come temporaneo indirizzo quello di un carcere. Che non è mai un bel posto.
Non chiamatelo "giornalino", sarebbe riduttivo. Perché "Dietro il cancello", mensile curato dai detenuti dei reparti G8 e G12 del carcere romano di Rebibbia ( nuovo complesso), è molto di più: rappresenta la speranza dei reclusi di comunicare con l'esterno, di imparare - nel novero delle tantissime attività professionali che già si svolgono dentro la struttura - anche i rudimenti di un mestiere non propriamente manuale come quello del giornalista. Rappresenta la scommessa di rieducare attraverso la libertà di espressione, nel rispetto di quelle regole che la scrittura e la comunicazione impongono.
Il numero zero di "Dietro il cancello", diretto dai giornalisti professionisti Federico Vespa e Giovanna Gueci, è in realtà il ritorno di una esperienza nata diversi anni fa, ed oggi tornata alle stampe grazie al rinnovato impegno dei volontari dell'associazione "Gruppo idee", presieduto da Zarina Chiarenza, che oltre al giornale sta portando avanti altre iniziative come il laboratorio sartoriale rivolto elle detenute con marchio "Nero luce - made in Rebibbia" o la squadra di rugby del carcere di Frosinone, oppure la rappresentativa di calcio composta da agenti di penitenziaria e reclusi di Rebibbia.
Alla presentazione coordinata dal giornalista Rai Domenico Iannaccone, svoltasi il 6 febbraio presso la sala università della struttura penitenziaria ( sono sessanta i detenuti attualmente iscritti ad un percorso universitario) hanno partecipato il direttore del nuovo complesso di Rebibbia Mauro Mariani, il sottosegretario alla Giustizia Cosimo Ferri, il giudice Ferdinando Imposimato, il consigliere regionale Giuseppe Cangemi, il giornalista Bruno Vespa.
Il primo numero è stato stampato in tremila copie e punta ad una ampia diffusione in tutte le realtà vicine al mondo carcerario e giudiziario. Ma questo è solo l'inizio di un percorso che vuole essere duraturo e coinvolgente delle altre realtà carcerarie laziali.
"Il progetto editoriale - dice Giovanna Gueci - affidato a soggetti ristretti, con pene relativamente lunghe da scontare, tenta di realizzare innanzitutto una riflessione sulla oggettiva "interruzione di comunicazione" con la collettività a causa del reato e sulla necessità che tale rapporto possa essere ripristinato solo attraverso l'impegno ed il confronto costante tra carcere e società civile. Persone limitate negli spazi fisici e mentali sono alle prese con un lavoro di gruppo, sistematico e da "esportare", che impone un ripensamento del tempo e del linguaggio".
Si legge negli occhi dei redattori (vietato intervistarli in mancanza la dovuta sfilza di autorizzazioni ministeriali) tutto l'orgoglio di aver creato un prodotto dignitoso e profondo, ricco di contenuti che raramente trovano spazio nei media.
Il giornale, infatti, apre con il titolo "Se un detenuto vale otto euro", relativo alla frettolosa ed inapplicata legge italiana sul risarcimento per le detenzioni condotte in regime di tortura (il riferimento è alla sentenza Torreggiani della Corte europea dei diritti dell'uomo), mentre sempre in prima balza all'occhio la firma di Salvatore Cuffaro.
Proprio lui, Totò l'ex presidente della Regione Sicilia che sta scontando sette anni di reclusione dopo la condanna per favoreggiamento mafioso. Oggi detenuto modello, conta di tornare uomo libero tra dieci mesi. Nelle pagine interne un suo pezzo sulla privazione della libertà vissuta in maniera disumana nelle carceri italiane.
"La stampa deve occuparsi ordinariamente del pianeta carcere e non solo nelle occasioni straordinarie - ha sottolineato nel suo messaggio di apertura il direttore Mauro Mariani - poiché la detenzione rappresenta un problema per tutta la società civile. È uno stato che deve necessariamente aprirsi all'esterno e rappresentare una speranza in più rispetto a ciò che è accaduto fino ad oggi. Questa iniziativa è un'ottima occasione per favorire questa apertura e questa conoscenza".
Uno sforzo di apertura incoraggiato anche dal sottosegretario Ferri: "Ammetto che prima del mio attuale incarico, per essere stato giudice penale ma mai magistrato di sorveglianza, conoscevo poco il carcere. Da quando me ne occupo direttamente, ho scoperto un mondo nuovo che ha necessità di cure organiche. La società è divisa tra chiedere sicurezza, certezza della pena, oppure essere alle prese con un buonismo che non tiene conto della realtà. Ecco perché il giornale è benvenuto ed apprezzato per quanto riuscirà a trasmettere anche a chi non è ristretto".
Imposimato: "Riformare il codice penale" Preoccupato dell'uso dei media il presidente Ferdinando Imposimato: "Il carcere non è ben compreso all'esterno e il processo televisivo è un danno enorme poiché si condanna una persona appena indagata, o appena all'atto della denuncia. E questa prassi non è propria di uno Stato civile. Vorrei che il governo metta mano al codice penale utilizzando il prezioso lavoro fatto dalle commissioni negli anni, come quella Pagliaro o quella presieduta dal giudice Nordio. Si tratta - spiega Imposimato - di riuscire a punire finalmente i reati realmente gravi e di allarme sociale come i disastri ambientali (spesso invece prescritti) e evitare carcerazioni in presenza di pene al di sotto dei tre anni, che rappresentano invece il 90 per cento delle condanne della popolazione detenuta".
"Noi giornalisti abbiamo una grave responsabilità - non ha mancato di far notare Bruno Vespa - Il carcere si racconta sempre male. Sono sempre stato dell'idea che il 41 bis vada abolito, poiché una cosa è la sicurezza e un'altra è il rispetto dei diritti umani. Stessa posizione la mia sull'ergastolo, che deve essere immediatamente cancellato dal codice penale".
Infine, il consigliere regionale Cangemi ha promesso sostegno all'iniziativa: "Presenterò un emendamento affinché all'interno della proposta di legge regionale sul pluralismo dell'informazione siano garantiti stessi diritti e opportunità anche ai detenuti del Lazio che intendano cimentarsi con gli strumenti di comunicazione. Un bell'esempio di come anche dal carcere si possa fare informazione".
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