Corriere Adriatico, 18 febbraio 2015
Un detenuto, che da poco più di un mese si trova rinchiuso nel carcere di Marino, versa in gravissime condizioni nel reparto di rianimazione dell'ospedale regionale di Torrette dove è stato ricoverato nella tarda serata di venerdì scorso, subito dopo essere stato rinvenuto dagli agenti di polizia penitenziaria di turno privo di sensi all'interno della cella dove si trovava recluso. Si tratta del cinquantatreenne Achille Mestichelli abitante a Castel di Lama dove vive con gli anziani genitori.
Ieri mattina quest'ultimi, assistiti dall'avvocato Felice Franchi, si sono recati in Procura per depositare un esposto in cui si chiede che vengano accertate le cause che hanno provocato al loro congiunto una lesione al cervello con conseguente coma che sembra possa rivelarsi irreversibile. Tra le ipotesi anche quella di un ictus. Achille Mestichelli nello scorso mese di gennaio era stato arrestato dai carabinieri della stazione di Castel di Lama in esecuzione di una sentenza definitiva.
Era stato condannato a due anni di reclusione per aver commesso un furto, episodio risalente ad alcuni anni fa. Intorno alle 21 di venerdì scorso i detenuti con i quali divideva la cella hanno lanciato l'allarme in quanto il loro compagno dava flebili segni di vita.
È stato prontamente soccorso e visitato dal medico di turno il quale, valutato il suo stato di salute, ha deciso che l'uomo venisse trasferito a Torrette dove si trova tuttora ricoverato in rianimazione intubato ed in coma profondo. Sono state aperte due inchieste: una da parte della Procura di Ascoli, l'altra dalla direzione del carcere.
Dalle poche notizia che sono trapelate sembrerebbe che nella cella dove si trovava rinchiuso Achille Mestichelli vi fossero altri cinque detenuti: tre italiani e tre di nazionalità straniera. Dagli interrogatori che verranno effettuati dagli investigatori si potrà ricostruire la dinamica dei fatti. Il pesante sospetto è che il trauma riportato dal cinquantatreenne possa essere stato causato da uno o più colpi ricevuti al volto. Non si esclude, comunque, che possa essere caduto accidentalmente dal letto a castello dove si potrebbe essere sdraiato in attesa di prendere sonno. Le due inchieste, in attesa della chiusura delle indagini, sono state secretate.
www.informarezzo.com, 18 febbraio 2015
Il guano è alto almeno dieci centimetri e non è infrequente imbattersi in cadaveri rinsecchiti di piccione: la situazione del carcere di Arezzo risulta offensiva per la dignità umana. "La situazione del carcere di Arezzo non è affatto migliorata. Anzi, è peggiorata.
E circa l'abbandono dei lavori di ristrutturazione da parte dell'impresa incaricata, se non otterrò risposte adeguate dovrò prendere in considerazione l'ipotesi di un esposto alla procura perché si valuti se ci sono responsabilità nell'utilizzo del denaro pubblico". Lo ha dichiarato il garante dei detenuti della Regione Toscana, Franco Corleone, dopo il sopralluogo di questa mattina al carcere di Arezzo, prima tappa di una serie di visite che nei prossimi giorni interesseranno i penitenziari di Prato, Lucca e Pisa.
"Nonostante l'impegno dei consiglieri regionali, che hanno presentato e approvato più di una mozione, e nonostante gli interventi dei parlamentari, la situazione del carcere di Arezzo risulta offensiva", ha sottolineato Corleone. "Il deterioramento avanza. Adesso per spostarsi da una sezione all'altra servono gli stivali. Il guano è alto almeno dieci centimetri e non è infrequente imbattersi in cadaveri rinsecchiti di piccione".
Il garante ha definito "impressionante" la stato di molte sezioni che "sono completamente abbandonate, come dopo un terremoto, con letti e materassi lasciati a sé stessi, così come i libri della biblioteca, le chitarre della sala e i computer della sala informatica". Tutto ciò è il risultato dei lavori di ristrutturazione, iniziati ma "interrotti improvvisamente".
"Da quel momento", ha aggiunto Corleone, "è iniziato lo scarica barile tra l'Amministrazione penitenziaria e il commissario straordinario per l'edilizia carceraria. Domani i garanti dei detenuti della Toscana incontreranno il provveditore regionale e, se non ci saranno risposte sulla situazione di Arezzo, scriverò al dipartimento nazionale. Se anche in questo caso non avrò risposte valuterò l'ipotesi di presentare un esposto alla procura di Arezzo".
Riguardo alla situazione dei detenuti, Corleone ha detto che ad oggi le persone incarcerate ad Arezzo sono 22, "ma con la ristrutturazione la struttura potrebbe ospitarne circa 100". Le sezioni utili, ha spiegato il garante, sono due: quella degli arrestati e quella dei collaboratori di giustizia (attualmente sono sei). Quest'ultima sezione è stata definita "abbastanza decente, anche se priva di laboratori dove svolgere una qualche attività", mentre la sezione degli arrestati e la micro sezione dei semiliberi "hanno celle piccole, passeggi angusti di sei metri per uno, reti sopra la testa, come ci si trovasse in un carcere di massima sicurezza".
Il Garante regionale ha riferito che il direttore del carcere "ha proposto all'amministrazione penitenziaria un finanziamento per migliorare le condizioni di vita ed igienico sanitarie delle celle, "dove in molti casi i due detenuti devono condividere il wc senza alcun tipo di riservatezza, una situazione che è inaccettabile per la dignità della persona" e che è segno di inciviltà".
"Spero", ha concluso, "che questi lavori di emergenza siano fatti al più presto, ma la questione della finta ristrutturazione, ci si è limitati solo a ritinteggiare le pareti esterne, va assolutamente risolta, anche perché ha provocato danni aggiuntivi, come aver ostruito l'accesso alla palestra. È una struttura che va riconcepita e serve un'assunzione di responsabilità da chi la può esercitare, perché ci sono gli atti del Consiglio regionale e quelli dei parlamentari che non possono essere ignorati".
di Simona Carnaghi
La Provincia di Varese, 18 febbraio 2015
Si allarga l'inchiesta della procura: il sospetto è che sapessero del piano d'evasione. Controlli su computer, cellulari e pen drive. Il dubbio: altri hanno ricevuto denaro? Terremoto Miogni: l'inchiesta si allarga, ci sono altri sei indagati. Sono altri agenti appartenenti alla polizia penitenziaria di Varese: l'autorità giudiziaria sta conducendo indagini su loro. Il sospetto è che i nuovi indagati sapessero del piano per l'evasione dei tre detenuti, e del diretto coinvolgimento dei cinque colleghi poi arrestati, ma che abbiano taciuto. Condotta omissiva, insomma, non è ancora chiaro se mantenuta in cambio di qualcosa oppure per spirito di corpo.
Accertamenti sono in corso su computer, cellulari e pen drive finiti sotto sequestro. In tutto ad oggi, per la magistratura, sarebbe 20 i coinvolti nella rocambolesca fuga andata in scena il 21 febbraio del 2013 dal carcere varesino.
Il 9 dicembre scorso, all'alba, scattarono le manette per cinque agenti della polizia penitenziaria di Varese: in manette, finirono un graduato del carcere di Varese, Rosario Russo, 45 anni, assistente capo, e quattro agenti: Francesco Trovato di 55 anni, Domenico Di Pietro di 57 anni, Carmine Petricone di 28 anni e Angelo Cassano di 40 anni. A far scattare le manette fu un'operazione congiunta tra polizia penitenziaria di Varese, carabinieri di Luino, squadra mobile guardia di finanza.
Per l'accusa i cinque arrestati ricevettero sesso e denaro per far evadere Victor Miclea, 31 anni, Daniel Parpalia, 30 anni e Marius Bunoro, 25 anni, tutti romeni. Miclea, in particolare, era in carcere per sfruttamento della prostituzione. Considerato la mente del piano avrebbe fornito ragazze gratis ai cinque coinvolti. Contestualmente ai cinque arresti, furono iscritti nel registro degli indagati altri nove agenti della penitenziaria.
Da settimane la procura è impegnata in una lunga serie di interrogatori. Indagando altri sei appartenenti alla Penitenziaria e portando a 20 il numero di agenti sospettati di essere coinvolti in un gran giro di corruzione tutta interna ai Miogni.
Già dall'ordinanza firmata dal gip Anna Giorgetti che ha portato a far scattare le manette lo scorso dicembre era chiaro che anche altri fossero quantomeno informati del piano di fuga. Tra chi per tre ore sentì il rumore causato dalla lima usata dai tre fuggiaschi per segare le sbarre della finestra della cella attraverso la quale i detenuti scapparono, a chi sapeva che ai tre erano stati forniti telefoni cellulari attraverso i quali la fuga fu organizzata, sino a chi pur avendo colto anomalie e irregolarità commesse dai colleghi evitò di segnalare l'accaduto al direttore del carcere. Fu un "gioco di squadra" tra chi era direttamente coinvolto e chi fece finta di non sapere? Qualcun altro ricevette denaro o sesso per voltarsi dall'altra parte? Furono effettivamente chiesti favori ai detenuti? L'inchiesta della procura punta in questa direzione.
www.lametino.it, 18 febbraio 2015
Pubblichiamo la lettera che il Sappe ha inviato al ministro della giustizia sulla riapertura della casa circondariale. "Questa O.S. intende evidenziare come l'Istituto penitenziario in oggetto risulti dismesso dal 28 marzo 2014, pur non essendovi ancora un provvedimento formale in tal senso. Al riguardo, corre l'obbligo di evidenziare che non vi sono state specifiche concertazioni sindacali né con gli Enti locali; inoltre, la struttura, oggetto di recenti significativi interventi di restauro, non è stata riattivata né si è provveduto a farne sede logistica della Polizia Penitenziaria e men che meno vi è stato trasferito il Provveditorato Regionale nei locali di proprietà dell'Amministrazione Penitenziaria.
Per di più, non è stato considerato quanto segue: la città di Lamezia Terme che è sede di aeroporto, unitamente a quello di Reggio Calabria, costituisce un riferimento geografico e logistico essenziale e di particolare rilevanza per la regione; tutte le camere di detenzione sono state ristrutturate e dotate di servizi igienici individuali, con doccia inclusa, ai sensi di quanto previsto dal Regolamento di esecuzione del 2000, n. 230; i soggetti arrestati o fermati per cui è disposta l'associazione in carcere devono essere condotti dagli agenti operanti presso la Casa Circondariale di Catanzaro, con dispendio di risorse umane ed economiche notevoli, in palese contrasto con la spending review e con gli intendimenti sottesi alla nuova geografia penitenziaria; parimenti, dicasi per le procedure di notifica di carattere giudiziario che gravano sulle forze di polizia limitrofe; la città in questione ospita gli Uffici della Procura e del Tribunale in cui si celebrano processi rilevanti anche di criminalità organizzata, sicché anche in tali circostanze si verificano disagi e disfunzioni sia per quanto riguarda l'organizzazione e, quindi, la sicurezza sia per le traduzioni dei detenuti causandi; trattasi, pertanto, anche sotto tale profilo, di soluzione antieconomica. In ordine a quanto sopra, il Sappe ritiene che debba essere riconsiderata la disposta chiusura della Casa Circondariale di Lamezia Terme, alla luce del fatto che ancora non è intervenuto il decreto formale di dismissione".
www.lafraternita.it, 18 febbraio 2015
Mentre già si allentavano i tappi di spumante in vista del passaggio di consegne tra l'anno 2005 e l'anno 2006, il 30 dicembre 2005 veniva pubblicato con immediato vigore il Decreto legge dedicato alle "Misure urgenti per garantire la sicurezza ed i finanziamenti per le prossime Olimpiadi invernali", che aggiungeva però alcune norme di modifica al testo unico sugli stupefacenti. Entrava così in scena, con una strana piroetta sul ghiaccio assolutamente non olimpico, la cosiddetta legge Giovanardi, dal nome dell'allora ministro che l'aveva appassionatamente voluta.
Parti molto discutibili di quella legge sono state successivamente cancellate dalla Corte costituzionale, ma alcune disposizioni, che abbiamo sempre apprezzato, sono rimaste. In particolare, riferendoci agli attuali articoli dall'89 al 94 del testo unico 309/90, viene data quasi sempre ai tossicodipendenti detenuti la possibilità di non stare in carcere ma di seguire, all'esterno, un programma di cura, seguito da strutture pubbliche o private. L'alternativa è offerta sia a chi è in attesa di giudizio, sia a chi è condannato con un residuo di pena da scontare non superiore ai 6 anni, più altre ipotesi di sospensione che non stiamo a dettagliare.
In pratica, dovrebbero restare in carcere pochissime persone tossicodipendenti, quelle che hanno commesso reati gravissimi o quelle che proprio non vogliono saperne di cambiare la loro condizione.
E invece al 31 dicembre 2012 i detenuti classificati "tossicodipendenti" (approssimati quindi per difetto) risultavano 15.663, quasi un quarto dell'intera popolazione detenuta. A Montorio erano 193, il 22%. Alla stessa data in tutta Italia erano 3.150 le persone inserite in un programma terapeutico esterno con la misura alternativa dell'affidamento definito dall'art. 94 "in casi particolari". Oggi di poco questi ultimi sono aumentati: al 31 dicembre 2014 erano ancora solo 3.259.
In mancanza di una stima attuale, possiamo assumere come indicatore il numero di detenuti per violazione delle norme sugli stupefacenti, che ovviamente non coincide con quello dei tossicodipendenti. Se al 31-12-12 erano 26.160, al 31-12-14 sono considerevolmente diminuiti a 18.946. Proporzionalmente, i tossicodipendenti possiamo stimarli sugli 11.000, poco più del 20% del totale dei detenuti, cioè sempre un numero esagerato che contraddice sia la legge sia il buon senso di chi ritiene che i drogati vadano curati e non rinchiusi, per il bene loro e per interesse sociale.
Cosa succede dunque? Perché la legge Giovanardi è così poco applicata nelle sue parti apprezzabili? Possiamo portare solo il punto di vista della nostra esperienza quotidiana. Ci saranno forse altri fattori e altre precisazioni che non conosciamo. Capita spesso che un detenuto lamenti di non essere sufficientemente conosciuto e seguito dal personale del Servizio dipendenze (Serd), che dovrebbe sia valutare l'effettivo desiderio di ricevere un trattamento terapeutico esterno, sia identificare una struttura idonea.
O ancora ci capita che, trovata in qualche modo (dai familiari, dall'avvocato, dai volontari) una struttura convenzionata disposta ad accogliere la persona detenuta, l'inserimento non sia possibile perché il Serd non ha i fondi sufficienti per pagare la retta. Per insufficienza di personale e di finanziamenti alcune migliaia di tossicodipendenti non vengono curati adeguatamente e gravano sui numeri e sui costi dell'affollamento carcerario.
Stiamo leggendo della vertenza che contrappone l'Ulss 20 ad alcuni medici del Serd di via Germania a Verona, recentemente licenziati. Tra questi il dott. Serpelloni, rientrato a capo del Serd veronese dopo aver diretto per anni il Dipartimento nazionale delle politiche antidroga, in grande sintonia col ministro Giovanardi. Pare che complessivamente il Dipartimento nazionale abbia finanziato progetti per circa 50 milioni di euro. La Guardia di Finanza si è interessata all'impiego delle considerevoli cifre stanziate per progetti coordinati dall'Ulss 20, per un totale di 4 milioni e mezzo.
È interessante citarne alcuni:
"Edu" - Rete di portali informativi e interattivi per studenti - 437 mila euro
"Alert 11" - Ampliamento e potenziamento degli aspetti operativi biotossicologici - 395 mila euro
"Non è mai troppo presto" - Drug test precoce per minori - 390 mila euro
"N.e.w.s. 2010" - Sistema nazionale di allerta precoce - 250 mila euro
"Alert web monitoring" - Monitoraggio on line della vendita di droghe e dell'organizzazione di eventi musicali illegali - 250 mila euro.
Per un totale di 14 progetti, più altri 4 sostenuti dalla Giunta Regionale. Senza altri commenti o giudizi, se non impliciti, possiamo confrontare queste iniziative e questi numeri con le vicende dei detenuti che conosciamo, che per asserita mancanza di fondi sono costretti a stare chiusi in carcere, da dove mandano richieste inascoltate di aiuto ad essere curati non a dosi di metadone e psicofarmaci ma con i metodi e gli strumenti delle comunità terapeutiche e delle altre strutture territoriali.
www.informazione.it, 18 febbraio 2015
Prosegue l'attività di Cisproject-Leggere Libera-Mente che, dopo l'incontro di febbraio, porterà a marzo altri ragazzi delle scuole medie all'interno della casa di reclusione di Opera per assistere al film documentario "Levarsi la cispa dagli occhi".
Emozione, riflessione, commozione, comprensione, felicità e tristezza allo stesso tempo. Sono queste alcune delle reazioni dei circa 150 studenti milanesi, che mercoledì 4 febbraio hanno incontrato altri studenti e i corsisti del carcere di Opera del progetto "Leggere Libera-Mente".
In questa occasione è stato proiettato il film documentario "Levarsi la cispa dagli occhi", che narra la nascita e lo sviluppo di un progetto formativo e di recupero, basato sulla lettura e la scrittura, attivato all'interno del carcere di Milano-Opera. Il dibattito è iniziato con la lettura della poesia di un corsista, scritta in occasione della visita. È seguito un dibattito di grande intensità emotiva e rispetto.
Dopo questa esperienza toccante, molti studenti hanno dichiarato di essersi messi nei panni delle persone detenute e di aver ascoltato con partecipazione i loro racconti di come, grazie ai laboratori di lettura, siano riusciti ad affrontare la detenzione in maniera diversa.
I giovani hanno inoltre espresso soddisfazione per aver interagito con le persone detenute e per essere riusciti a capire come si svolge la loro vita e cosa provano dopo tanti anni di sofferenza. L'ispettrice Maria Visentini - che ha portato i saluti della direzione del carcere - ha sottolineato l'importanza di queste iniziative.
"Siamo molto soddisfatti di come si è svolto l'incontro e delle reazioni positive degli studenti - spiega Barbara Rossi di Cisproject-Leggere-Libera-Mente, associazione che si occupa di biblioterapia con le persone detenute attraverso la lettura, la scrittura creativa, poetica, autobiografica e giornalistica - Siamo convinti che il confronto tra i giovani e le persone detenute sia un'occasione importante di crescita per entrambi. E in considerazione dei risultati ottenuti ripeteremo ora l'esperienza a marzo con altri studenti".
Il prossimo incontro di Cisproject- Leggere-Libera-Mente, che rientra nell'ambito degli eventi di BookCity per le scuole organizzati dal Comune di Milano, si svolgerà mercoledì 18 marzo, sempre all'interno del carcere di Milano-Opera. Per prenotare scrivere a:
Ansa, 18 febbraio 2015
Restituire dignità ai detenuti, a partire dal lavoro, impiegandoli in lavori di pubblica utilità anche nel carcere Lorusso e Cutugno: è quanto chiede una mozione presentata da Pd e Sel, che oggi con i capigruppo della Sala Rossa hanno visitato l'istituto penitenziario torinese.
"Con questa mozione si concretizza un disegno socialmente utile - spiegano le presidenti delle commissioni Servizi sociali e Pari Opportunità, Lucia Centillo e Domenica Genisio - dare la possibilità ai detenuti di sentirsi a pieno titolo appartenenti alla vita della città. Dobbiamo riconoscere e tutelare la dignità della persona in carcere e possiamo farlo a partire dal lavoro e dalla riqualificazione della struttura dove risiedono". Durante la visita, infatti, si è considerato di convertire un'area inutilizzata in uno spazio dedicato all'incontro tra i detenuti e i loro famigliari.
Ansa, 18 febbraio 2015
Dopo una tappa nel segno della ricostruzione e del gioco di squadra, a L'Aquila, il 15 febbraio, il "Diritti al futuro tour" voluto del Garante per l'infanzia e l'adolescenza, Vincenzo Spadafora, approderà giovedì 19 a Nisida per incontrare i ragazzi ospiti dell'Istituto penale per i minorenni. "Un altro momento - si legge in una nota - per ascoltare i giovani e chi lavora con loro, in una realtà che a buon diritto è annoverata fra "le buone pratiche", cioè quelle formule pensate per supportare i più giovani, per aiutarli a uscire da situazioni di disagio e per ripartire credendo nel futuro, nelle regole, nel senso del collettivo.
Nisida è un esempio virtuoso: un istituto pieno di risorse, costruite nel tempo con uno scambio proficuo e costante con la città di Napoli. Oltre la scuola, i ragazzi possono seguire sport, corsi di formazione professionale, laboratori artistici di ceramica, recitazione e scrittura. Particolarmente originale è il "Laboratorio della politica", dove le ragazze e i ragazzi detenuti hanno la possibilità di confrontarsi con persone esterne, che spesso sono personalità di rilievo come l'ex Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano".
Il sottotitolo del tour - Una piccola grande Italia da raccontare - "spiega il senso profondo dell'iniziativa che vuole mettere in rete quanti si impegnano". Oltre che su garanteinfanzia.org, il tour potrà essere seguito su Facebook e altri social.
www.trcgiornale.it, 18 febbraio 2015
Ancora un'aggressione al personale della Polizia Penitenziaria all'interno del carcere di Borgata Aurelia. A denunciarla è stato il segretario responsabile della Fns-Cisl Lazio Francesco Ciocci che racconta come a farne le spese questa volta sia stato l'assistente capo B.E., aggredito da un detenuto italiano nella giornata di domenica. Alla base dell'aggressione il fatto che il detenuto pretendesse una dose superiore di farmaci rispetto a quanto prescritto dal medico.
Per l'agente della Polizia Penitenziaria dieci giorni di prognosi a causa delle numerose percosse subite dal detenuto. "Purtroppo detto evento critico è dovuto ad assenza di misure di sicurezze del personale - il commento di Ciocci - soprattutto da quanto è stata istituita la vigilanza dinamica anche all'interno del carcere. Carcere che occorre ricordare ha un sovraffollamento di circa 90 detenuti".
Ansa, 18 febbraio 2015
Cerca di portare droga al compagno in carcere a Monza, ma viene fermata ed arrestata. L'episodio si è verificato ieri pomeriggio all'interno della casa circondariale di San Quirico, durante un colloquio tra un detenuto di origine peruviana condannato per omicidio e la sua convivente. La polizia penitenziaria ha sequestrato un pacco portato dalla donna, contenente cinquanta pasticche di stupefacente (che verranno ora analizzate) e l'ha arrestata per detenzione di droga ai fini dello spaccio.
A riferire l'accaduto è il Sindacato Autonomo di Polizia Penitenziaria. "Questi episodi confermano le elevate doti professionali del Personale di Polizia Penitenziaria in servizio nel carcere di Monza e impongono oggi più che mai una seria riflessione sul bilanciamento tra necessità di sicurezza e bisogno di trattamento dei detenuti.
Tutti possono immaginare quali e quante conseguenze avrebbe potuto causare l'introduzione di droga in un carcere - dichiara il segretario generale del Sappe Donato Capece - nel 2014 a Monza sono stati sventati 13 tentati suicidi, 125 episodi di autolesionismo, 1 suicidio, 71 ferimenti, 22 colluttazioni. Questo deve fare comprendere quali e quanti disagi quotidiani caratterizza il lavoro quotidiano dei Baschi Azzurri di Monza".
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