di Giuliana Ubbiali
Corriere della Sera, 18 febbraio 2015
Fili e percentuali di colore dei sedili sono identici. Per l'accusa è la prova "risolutiva" contro il muratore. Controllati duemila proprietari di vetture simili: quel giorno nessun altro si trovava nella bergamasca.
Al Ris di Parma hanno simulato la scena. Un capitano donna dei carabinieri è salita sul furgone Iveco Daily di Massimo Giuseppe Bossetti e si è seduta sul sedile. Quando è scesa, sui vestiti aveva appiccicate fibre del tessuto sintetico di tipo industriale che lo riveste. Fili gialli, grigi, blu e celesti come quelli che Yara Gambirasio aveva sui leggings e sul giubbotto che indossava la sera del 26 novembre 2010, quando è sparita dalla palestra di Brembate Sopra e non è più tornata a casa. L'ha uccisa il carpentiere di Mapello, moglie e tre figli, è convinto il pubblico ministero Letizia Ruggeri.
Che il 16 giugno l'ha mandato in carcere principalmente perché il suo Dna corrisponde a quello di Ignoto 1, il presunto killer, trovato sugli slip e sui leggings della vittima. Poi sono trapelati altri elementi che chi indaga ritiene siano forti. Anzi "risolutivi", in questo ultimo caso. Le fibre colorate - decine - sono distribuite sugli indumenti di Yara nella stessa percentuale, in proporzione, con cui compongono il rivestimento. Analizzate al microscopio, corrispondono per caratteristiche chimiche, morfologiche e cromatiche a quelle dei rivestimenti. Ma i sedili dell'Iveco di Bossetti sono così personalizzati da poter sostenere che quel tessuto appartenga solo a quel furgone? In realtà sono di serie.
C'è però un passaggio precedente che giustifica la sicurezza degli inquirenti. Sono risaliti a 2.000 Iveco Daily immatricolati nel Nord Italia, da Reggio Emilia in su. Li hanno controllati e fotografati tutti. Poi hanno verificato dove si trovassero i proprietari, il 26 novembre del 2010. Qualcuno è stato convocato per chiederglielo, ma per buona parte è bastato verificarlo con le celle telefoniche agganciate dai loro telefonini.
Nessuno di loro risulta essere stato nella zona di Brembate Sopra, il giorno dell'omicidio. Nessuno tranne Bossetti, che ci passava abitualmente per tornare dal lavoro - come ha sempre detto - e che alle 17.45 di quella sera ha agganciato la cella di Mapello compatibile con quelle catturate dal cellulare della bambina. E che - è convinzione del pm - era sull'Iveco che la sera del delitto ha girato nella zona del centro sportivo, dalle 18 alle 18.47, e che è stato filmato dalle telecamere di una banca sulla via della casa di Yara, di una ditta e del distributore di benzina sulle vie di lato e davanti alla palestra.
L'accertamento sulle fibre si può ripetere. Per questo motivo non è stato coinvolto nessun consulente di parte. Se non fosse trapelato da notizie giornalistiche, l'avvocato Claudio Salvagni l'avrebbe saputo solo a inchiesta chiusa. Non sa che reazione ha avuto Bossetti. Lo vedrà venerdì, dopo il deposito dell'appello a Brescia contro il secondo recente no del gip alla scarcerazione. Sbotta alla notizia delle fibre: "Guarda caso esce a una settimana dall'udienza in Cassazione (contro il primo no alla scarcerazione, ndr). Commento una notizia giornalistica con tutti i benefici del dubbio. Ma esiste un Dna del tessuto che dice che è proprio quello dei sedili del furgone di Bossetti?".
Legale: ogni elemento letto sempre contro Bossetti
"Ancora una volta mi trovo a commentare perizie di cui non ho neppure l'atto di avvenuto deposito e di nuovo ho la sensazione che tutto viene letto contro Massimo Giuseppe Bossetti". Così Claudio Salvagni, legale del 44enne muratore in carcere con l'accusa di aver ucciso Yara Gambirasio, commenta le ultime indiscrezioni relative a un supplemento d'indagine del Ris di Parma sul furgone dell'indagato: sui leggings della 13enne di Brembate di Sopra, scomparsa il 26 novembre 2010, sarebbero stati ritrovati fili del sedile del camioncino del suo presunto assassino.
Una notizia che il legale non può né confermare né smentire, ma su cui osserva: "un conto è capire se c'è una compatibilità su quanto trovato sui leggings della vittima e il materiale presente sul furgone di Bossetti, un altro è dire che è compatibile con un tipo di tappezzeria di serie che, in quel caso, indicherebbe solo un modello di furgone. Ma tanto - aggiunge - tutto viene letto contro il mio assistito; ci difenderemo a processo". E mentre la procura va verso la chiusura indagine, l'avvocato Salvagni si prepara al nuovo appello da presentare al Riesame - dopo la bocciatura 'bis' del gip di Bergamo - e all'udienza in Cassazione fissata per il prossimo 25 febbraio.
di Virginia Piccolillo
Corriere della Sera, 18 febbraio 2015
"Questa è un'altra Ustica. Ci credo poco che queste rivelazioni riescano a tirare fuori dal carcere un innocente". È scettico l'avvocato Douglas Duale. Stasera a Chi l'ha visto, Federica Sciarelli manderà in onda la ritrattazione del falso supertestimone: Ahmed Ali Rage, detto Jelle, che sostenne di aver visto il somalo, Omar Hashi Hassan, sparare a Ilaria Alpi e Miran Hrovatin. Ma in realtà, rivela ora, avrebbe mentito, su pressioni "degli italiani che avevano fretta di chiudere il caso", in cambio di denaro.
"Che ci fossero state pressioni da parte dell'ambasciatore Hashi lo dice" rivela il legale. "Lui stesso venne portato all'ambasciata da Jelle con una scusa: faceva parte di una lista di testimoni, attesi dalla procura di Livorno e dalla commissione Gallo per deporre sui maltrattamenti subiti da alcuni militari italiani" spiega. Il diplomatico gli avrebbe chiesto collaborazione, in cambio di soldi, per sfrondare quella lista. "Poi, racconta Hashi, l'ambasciatore si alzò con una scusa e Hashi vide che gli stava scattando foto. E allora se ne andò".
"In seguito - continua il legale - Hashi venne avvicinato da Jelle che gli propose un "business". Gli disse che gli italiani volevano chiudere il caso Alpi e gli avrebbero offerto dei soldi se si fosse accusato dell'omicidio. Lo avvertì anche di non andare a deporre in Italia, Hashi lo mandò al diavolo. E venne perché non aveva nulla da nascondere. All'arrivo fu arrestato. Ma è innocente. Al processo di primo grado venne fuori tutto e fu assolto.
Ma dopo venne condannato ed è ancora è in carcere. Ma non si capacita ancora del perché". "Spero tanto che venga scarcerato" dice la mamma di Ilaria Alpi, Luciana, che attende con trepidazione di sapere chi ha depistato e perché. "È un ragazzo buono. L'anno scorso per la prima volta ha avuto un permesso di mezz'ora, mi ha telefonato: "Mamma è per te che dici a tutti che sono innocente che l'ho avuto. Grazie". Capirai. Io e mio marito abbiamo sempre pensato che fosse innocente. Aspetto i colpevoli veri".
di Tiziana Maiolo
Il Garantista, 18 febbraio 2015
Il procuratore capo di Milano, Edmondo Bruti Liberati, reduce di una vittoria a tavolino (e che tavolino!) sul suo (ex) vice Robledo, ha usato la fanfara delle grandi occasioni. Con un comunicato stampa ha annunciato di aver disposto perquisizioni nelle case di una serie di giovani amiche di Berlusconi e persino di un avvocato, Luca Giuliante, il primo difensore di Ruby. Ha anche interrogato il ragionier Spinelli, il "cassiere".
Voleva controllare le uscite, anche recenti. Il Grande Fratello aveva notato "recenti movimentazioni di danaro sui conti correnti". Berlusconi è sospettato di generosità. L'inchiesta, detta "Ruby ter", a riprova dell'accanimento che ricorda tanto le indagini sulla mafia, dormicchiava da un anno, da quando era stata aperta al termine del processo nel quale Berlusconi era stato condannato. Del fatto che nel frattempo un altro dibattimento e altri giudici avessero ribaltato quella sentenza e assolto, alla procura di Milano importa poco, quel che conta è stabilire una volta per tutte che Arcore fosse una sorta di quartiere a luci rosse e le ragazze che frequentavano le cene, puttanelle prezzolate.
Infatti il succo del "Ruby ter" - processo eterno come quello sulla morte di Borsellino, lì siamo al quater, dopo ventitré anni - è che le ragazze, che nel frattempo grazie allo scandalismo orchestrato dal solito circo mediatico-giudiziario, avevano perso il lavoro, siano state corrotte. La logica è sempre quella del complotto. La sub-cultura che lo ispira è analoga a quella del processo più ridicolo del secolo, quello che si chiama "Stato-mafia": quando si è incapaci di leggere la realtà storica, prima la si trasforma in storia criminale, poi si costruisce il complotto di oscure forze diaboliche. In questo caso i complottisti sarebbero Berlusconi e i suoi avvocati Longo e Ghedini i quali, insieme a un gruppo di ragazze, si sarebbero resi responsabili di "corruzione in atti giudiziari" e falsa testimonianza.
Cioè gli aiuti economici sarebbero stati finalizzati a indurre le testimoni a mentire sulle serate di Arcore. Ma mentire su che cosa, dal momento che Silvio Berlusconi è stato assolto nel processo d'appello dai due reati di cui era imputato? Perché va sempre ricordato che nei processi non si giudicano (non si dovrebbe) la moralità e i comportamenti sessuali degli imputati. Si deve solo verificare se l'imputato abbia o meno commesso un determinato reato.
Berlusconi doveva rispondere della famosa telefonata in questura in cui avrebbe concusso un signore che negava di esser stato concusso, ed è stato tardivamente assolto, in appello. Ma gli era cascata in testa anche l'accusa di "prostituzione minorile", un reato assurdo voluto da una maggioranza politica di centro-destra (nel nostro ordinamento esiste solo lo sfruttamento della prostituzione), di cui non si capisce bene neppure quale ruolo avrebbe svolto una persona come
Berlusconi: quello di pappone o di fruitore? In ogni caso la corte d'appello ha detto che lui poteva benissimo non conoscere l'età di Ruby, l'unica minorenne (17 anni e mezzo) presente alle serate. Quindi, assolto. Su che cosa avrebbero quindi mentito le ragazze prezzolate?
Il sospetto è, come sempre, che anche questo terzo processo (quarto, se si considera anche quello contro Emilio Fede e Lele Mora) voglia in realtà giudicare i comportamenti di Berlusconi più che la commissione di reati. Nessuno ha mai nascosto gli aiuti economici liberamente offerti da un signore molto ricco a una serie di sue amiche. Mantenute? Può darsi, come capita a tante e tanti. E allora? E se anche, come la Procura sospetta, queste elargizioni si fossero protratte nel tempo, se durassero tutta la vita? Quale reato sarebbe? Aspettiamo fiduciosi il "Ruby quater" per saperlo.
Il Garantista, 18 febbraio 2015
Non è capace di intendere e di volere, non sa dove si trova né perché: sua madre non riesce più ad aiutarlo. La lettera che pubblichiamo è stata scritta da un gruppo di detenuti della Casa di Reclusione di San Gimignano. L'avevano inoltrato, prima della scadenza del suo mandato, al presidente della Repubblica Napolitano per chiedere la Grazia per un loro compagno, Alfio Freni. È un ergastolano, entrato in carcere da giovanissimo a 19 anni, e ininterrottamente detenuto da 24 anni.
Ma non è una persona come tutti gli altri perché Alfio ha gravi problemi mentali. Chi in carcere lo incontra racconta di una persona chiusa, estremamente remissiva, diffidente di tutto e di tutti e sembra spaventato dall'idea che vogliano da lui "confessioni: non comprende dove si trova, non sa difendersi, non si fa difendere.
È un uomo completamente abbandonato dalla famiglia. A suo tempo era seguito solo dalla madre, ma ora è anziana, ammalata e non ha soprattutto risorse economiche per aiutarlo. A tratti quel che ha dentro esplode in comportamenti violenti e spacca tutto quello che ha in cella, per poi finire quindi isolamento con altrettante denunce per danni.
I suoi compagni di detenzione sono sconvolti dalle sue condizioni, soprattutto trovano incomprensibile l'atteggiamento delle istituzioni. E quindi hanno preso a cuore il suo caso e si sono rivolti al presidente della Repubblica. Hanno deciso di non rimanere indifferenti, a differenza delle istituzioni che hanno semplicemente rinchiuso Alfio e buttato via la chiave. Per sempre. Ci auguriamo che l'attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella prenda a cuore questo caso.
Illustrissimo Presidente della Repubblica Italiana...
Signor Presidente, siamo dei detenuti della Casa di Reclusione di San Gimignano (Siena), le scriviamo affinché interceda con un atto di Clemenza e di Grazia nei confronti di un detenuto di questa Casa di Reclusione.
Le nostre parole sono mosse soltanto dalla compassione e dall'umanità che proviamo verso quest'uomo, il quale è entrato poco più che maggiorenne ed è da 24 anni detenuto ininterrottamente. Lo stesso, attualmente, per problemi "mentali" non ha alcuna possibilità di difendersi, in balia di se stesso oltre che del sistema giudiziario, e privo della capacità di intendere e di volere.
Un diritto questo garantito dalla nostra Costituzione, sia dall'art. 3 (che assicura pari dignità sociale a tutti i cittadini davanti alla legge), sia dall'art. 27 (dove si dice che le pene non possono consistere in un trattamento contrario al senso di umanità, tendendo alla sua rieducazione). Come detenuti, e in quanto tali cittadini, anche se "ultimi degli ultimi" di questa società, ci appelliamo ad Ella, massima carica Istituzionale Garante della Costituzione, proprio in nome dell'imprescindibile diritto alla dignità, ed umanità di tutti gli uomini, nessuno escluso. Le scriviamo, di conseguenza, per porre fine ad un'infinita sofferenza di una vita umana, ormai non più consapevole della realtà in cui vive.
Ci chiediamo a cosa serve allo Stato Italiano tenere detenuto, applicando la legge, un essere umano senza che l'espiazione della sua pena non sia collegata ad una speranza di rieducare collegata ad una tenue possibilità di libertà? O forse, meglio per lui, la morte? Nemmeno nei Paesi dove è in vigore la pena di morte è consentito l'applicazione di questa pena mostruosa, se il condannato a morte non è consapevole del suo stato, per cui addirittura viene sospesa la pena.
Questo è il caso di Alfio Freni matricola n. KK029000779, il suo fine pena è "9999, Ergastolo": ma l'unica cosa che Freni comprende è fumare, o mangiare; e questo è possibile solo grazie allo spirito di solidarietà nostra, che ci facciamo carico di tutto affinché non sprofondi in un abisso senza ritorno.
Quanto scriviamo è solo una piccola porzione della vita giornaliera dì Alfio, perché la sua non è una vita degna d'essere chiamata tale; sarebbe meglio chiamarlo "stato vegetale", risultando egli condannato ancor più dall'ergastolo della "natura", che da quello Stato Italiano. Alfio Freni è in uno stato di completo ed assoluto abbandono, l'unico collegamento della sua vita è la sua Mamma. Lei, pur in precarie condizioni di salute, l'ha sempre sostenuto in qualche modo.
Ma anche questo legame, almeno per lui, si sta allontanando, i ricordi si fanno sempre più fievoli, tanto che egli perde ormai ogni controllo delle sue azioni. Questa povera donna è disperata, segue il figlio fin da quando, a 19 anni è entrato in carcere, non sa come poterlo aiutare, non avendo risorse economiche per poterlo fare. Signor Presidente, Ella è l'unica speranza di Alfio, ci sono moltissime cose che si potrebbero scrivere per meglio farle comprendere quanta e quale sofferenza, in-
consapevole, viva quest'uomo, che non si rende conto né dello spazio né del tempo in cui vive. Noi, qui, non possiamo girare la testa dall'altra parte, facendo finta di non vedere la cella dove vive, restando indifferenti. La nostra coscienza ci impedisce di non provare una grande tristezza nell'assistere giornalmente a questo rito.
Non possiamo guardare solo la nostra anche se dolorosa condizione, senza far nulla, e l'unica cosa che possiamo, dal posto dove ci troviamo, è scriverle. Mettere a conoscenza la sua persona caratterizzata, oltre che dall'alto profilo delle sue funzioni istituzionali, dalla sensibilità che Ella ha sempre avuto, come uomo, per i più deboli.
Pertanto, qualora ritenesse opportuno valutare ed accogliere in qualche modo le nostre parole, ci renderebbe oltremodo felici di poter offrire il nostro contributo per liberare dalle "catene" un uomo, che non ha più nulla da chiedere alla vita, e che ha bisogno dell'umanità di tutta la società perché si possa sottrarre ad una fine certa, oltre che annunciata. Per quanto esposto chiediamo la Grazia per Alfio Freni, apponendo ognuno di noi la firma a sostegno della richiesta nella speranza possa essere accettata.
Ringraziamo
Il Garantista, 18 febbraio 2015
Ci scrive la moglie del signor Roberto Jerinò, morto - secondo la denuncia - per noncuranza e disattenzione del carcere di Arghillà (Reggio Calabria). In seguito alla denuncia fatta in queste stesse pagine, Enza Rruno Rossio, deputata del Partito Democratico e membro della Commissione Bicamerale Antimafia, ha presentato una interrogazione parlamentare al Governo. Al momento, le indagini dirette dal pubblico ministero, dott. Giovanni Calamita, stanno procedendo e ci auguriamo che ci siano risvolti positivi affinché sia fatta giustizia.
Mi chiamo Caterina Gligora e sono la moglie di Roberto Jerinò. A distanza di un mese e mezzo dalla morte di mio marito e dopo la peggiore sentenza che poteva essere emessa nei suoi confronti nel processo di appello in cui era imputato, per la prima volta scrivo queste poche parole per ricordare il suo nome.
Prima di ogni cosa, non posso esimermi dal ringraziare pubblicamente, a nome mio e di tutta la mia famiglia, il Sig. Michele Caccamo e questa speciale sezione del Garantista "Lettere dal Carcere" che primi fra tutti, il 6 gennaio 2015, hanno ricordato mio marito raccontando la sua tragica fine. Un ulteriore ringraziamento lo rivolgo a Marco Pannella e Emilio Quintieri e tutti coloro che stanno facendo luce sul caso di mio marito.
Sono una moglie, una madre e, soprattutto, una cittadina di questo Paese, sconcertata da quello che è successo, che oggi chiede Giustizia per quello che è accaduto a mio marito. Il 26 ottobre 2014, mio marito, un uomo buono ed educato, veniva colpito da un malore improvviso per cui sarebbe stato necessario un suo immediato ricovero in ospedale, ma così non fu e, quindi, aveva inizio il suo lungo calvario che lo ha portato alla morte il 23 dicembre 2014 presso l'Ospedale Riuniti di Reggio Calabria. Eppure, mio marito, tra le mura fredde di quella cella del carcere di Arghillà, cercava aiuto, ma nessuno che avesse le competenze per farlo lo ha aiutato, aveva il diritto di essere curato, aveva il diritto di vivere. Mi domando, ma in quale mondo viviamo?? In che Paese viviamo?
Sono scioccata per tutto quello che ho visto negli ultimi due mesi di vita di mio marito. Non c'è umanità, questa è la fine del mondo. Vivere nelle carceri, significa vivere nel silenzio ogni sofferenza, essere isolati dal resto del mondo e si deve essere tanto forti perché il sostegno lo puoi ricevere tutto al più, un'ora a settimana dalla famiglia. Dinanzi al rigetto degli arresti domiciliari, la mia famiglia è caduta nello sconforto più totale.
Mio marito aveva bisogno di cure e di affetto familiare, ma gli sono stati negati. Mi domando ancora una volta, ma quando succedono queste ingiustizie, lo Stato dov'è? I nostri politici pensano solo come possono salire al potere? Questa è una vergogna!
Quello che è successo a mio marito, è successo anche ad altri detenuti, ma il problema è che domani potrebbe succedere ancora e noi non possiamo accettarlo. Sono tanto arrabbiata con lo Stato, perché non effettuano controlli per rendersi conto di questa difficile o addirittura mostruosa realtà delle carceri italiane e dei numerosi casi di mala sanità che attanagliano il nostro Paese. Hanno distrutto la mia vita e quella dei miei figli e che, per questo, finché avremo l'ultimo sospiro vogliamo che venga fatta giustizia e che i responsabili paghino le loro colpe. Ci affidiamo alla magistratura competente, per individuare tutti i colpevoli della morte di mio marito che non meritava l'ingiusta fine che ha fatto. Nessuno merita di morire così!
In ultimo mi chiedo se la sera, il/i responsabile/i riescono a dormire in pace e se hanno la coscienza pulita. Di una cosa sono certa, un giorno dovrà o dovranno dare conto a Dio, perché solo lui dà la vita e solo lui può toglierla. Siamo tutti figli di Dio e mio marito lo era pure, ma, nonostante ciò, dopo tante ingiustizie che ha subito, gli è stato negato di entrare in Chiesa per avere un degno funerale.
Chi è l'uomo per decidere chi deve entrare e chi non deve entrare nella Casa di Dio. Grido con tutta la mia voce, la vergogna per quello che è successo a mio marito. Con questa mia lotta, mi unisco a tutte quelle persone e quelle famiglie, che stanno soffrendo come me e la mia famiglia. Mi rivolgo anche a loro, non dobbiamo smettere di lottare e di chiedere che sia fatta giustizia. Rispetto per ogni vita umana, perché essa è un dono di Dio.
Corriere Adriatico, 18 febbraio 2015
Un detenuto, che da poco più di un mese si trova rinchiuso nel carcere di Marino, versa in gravissime condizioni nel reparto di rianimazione dell'ospedale regionale di Torrette dove è stato ricoverato nella tarda serata di venerdì scorso, subito dopo essere stato rinvenuto dagli agenti di polizia penitenziaria di turno privo di sensi all'interno della cella dove si trovava recluso. Si tratta del cinquantatreenne Achille Mestichelli abitante a Castel di Lama dove vive con gli anziani genitori.
Ieri mattina quest'ultimi, assistiti dall'avvocato Felice Franchi, si sono recati in Procura per depositare un esposto in cui si chiede che vengano accertate le cause che hanno provocato al loro congiunto una lesione al cervello con conseguente coma che sembra possa rivelarsi irreversibile. Tra le ipotesi anche quella di un ictus. Achille Mestichelli nello scorso mese di gennaio era stato arrestato dai carabinieri della stazione di Castel di Lama in esecuzione di una sentenza definitiva.
Era stato condannato a due anni di reclusione per aver commesso un furto, episodio risalente ad alcuni anni fa. Intorno alle 21 di venerdì scorso i detenuti con i quali divideva la cella hanno lanciato l'allarme in quanto il loro compagno dava flebili segni di vita.
È stato prontamente soccorso e visitato dal medico di turno il quale, valutato il suo stato di salute, ha deciso che l'uomo venisse trasferito a Torrette dove si trova tuttora ricoverato in rianimazione intubato ed in coma profondo. Sono state aperte due inchieste: una da parte della Procura di Ascoli, l'altra dalla direzione del carcere.
Dalle poche notizia che sono trapelate sembrerebbe che nella cella dove si trovava rinchiuso Achille Mestichelli vi fossero altri cinque detenuti: tre italiani e tre di nazionalità straniera. Dagli interrogatori che verranno effettuati dagli investigatori si potrà ricostruire la dinamica dei fatti. Il pesante sospetto è che il trauma riportato dal cinquantatreenne possa essere stato causato da uno o più colpi ricevuti al volto. Non si esclude, comunque, che possa essere caduto accidentalmente dal letto a castello dove si potrebbe essere sdraiato in attesa di prendere sonno. Le due inchieste, in attesa della chiusura delle indagini, sono state secretate.
www.informarezzo.com, 18 febbraio 2015
Il guano è alto almeno dieci centimetri e non è infrequente imbattersi in cadaveri rinsecchiti di piccione: la situazione del carcere di Arezzo risulta offensiva per la dignità umana. "La situazione del carcere di Arezzo non è affatto migliorata. Anzi, è peggiorata.
E circa l'abbandono dei lavori di ristrutturazione da parte dell'impresa incaricata, se non otterrò risposte adeguate dovrò prendere in considerazione l'ipotesi di un esposto alla procura perché si valuti se ci sono responsabilità nell'utilizzo del denaro pubblico". Lo ha dichiarato il garante dei detenuti della Regione Toscana, Franco Corleone, dopo il sopralluogo di questa mattina al carcere di Arezzo, prima tappa di una serie di visite che nei prossimi giorni interesseranno i penitenziari di Prato, Lucca e Pisa.
"Nonostante l'impegno dei consiglieri regionali, che hanno presentato e approvato più di una mozione, e nonostante gli interventi dei parlamentari, la situazione del carcere di Arezzo risulta offensiva", ha sottolineato Corleone. "Il deterioramento avanza. Adesso per spostarsi da una sezione all'altra servono gli stivali. Il guano è alto almeno dieci centimetri e non è infrequente imbattersi in cadaveri rinsecchiti di piccione".
Il garante ha definito "impressionante" la stato di molte sezioni che "sono completamente abbandonate, come dopo un terremoto, con letti e materassi lasciati a sé stessi, così come i libri della biblioteca, le chitarre della sala e i computer della sala informatica". Tutto ciò è il risultato dei lavori di ristrutturazione, iniziati ma "interrotti improvvisamente".
"Da quel momento", ha aggiunto Corleone, "è iniziato lo scarica barile tra l'Amministrazione penitenziaria e il commissario straordinario per l'edilizia carceraria. Domani i garanti dei detenuti della Toscana incontreranno il provveditore regionale e, se non ci saranno risposte sulla situazione di Arezzo, scriverò al dipartimento nazionale. Se anche in questo caso non avrò risposte valuterò l'ipotesi di presentare un esposto alla procura di Arezzo".
Riguardo alla situazione dei detenuti, Corleone ha detto che ad oggi le persone incarcerate ad Arezzo sono 22, "ma con la ristrutturazione la struttura potrebbe ospitarne circa 100". Le sezioni utili, ha spiegato il garante, sono due: quella degli arrestati e quella dei collaboratori di giustizia (attualmente sono sei). Quest'ultima sezione è stata definita "abbastanza decente, anche se priva di laboratori dove svolgere una qualche attività", mentre la sezione degli arrestati e la micro sezione dei semiliberi "hanno celle piccole, passeggi angusti di sei metri per uno, reti sopra la testa, come ci si trovasse in un carcere di massima sicurezza".
Il Garante regionale ha riferito che il direttore del carcere "ha proposto all'amministrazione penitenziaria un finanziamento per migliorare le condizioni di vita ed igienico sanitarie delle celle, "dove in molti casi i due detenuti devono condividere il wc senza alcun tipo di riservatezza, una situazione che è inaccettabile per la dignità della persona" e che è segno di inciviltà".
"Spero", ha concluso, "che questi lavori di emergenza siano fatti al più presto, ma la questione della finta ristrutturazione, ci si è limitati solo a ritinteggiare le pareti esterne, va assolutamente risolta, anche perché ha provocato danni aggiuntivi, come aver ostruito l'accesso alla palestra. È una struttura che va riconcepita e serve un'assunzione di responsabilità da chi la può esercitare, perché ci sono gli atti del Consiglio regionale e quelli dei parlamentari che non possono essere ignorati".
di Simona Carnaghi
La Provincia di Varese, 18 febbraio 2015
Si allarga l'inchiesta della procura: il sospetto è che sapessero del piano d'evasione. Controlli su computer, cellulari e pen drive. Il dubbio: altri hanno ricevuto denaro? Terremoto Miogni: l'inchiesta si allarga, ci sono altri sei indagati. Sono altri agenti appartenenti alla polizia penitenziaria di Varese: l'autorità giudiziaria sta conducendo indagini su loro. Il sospetto è che i nuovi indagati sapessero del piano per l'evasione dei tre detenuti, e del diretto coinvolgimento dei cinque colleghi poi arrestati, ma che abbiano taciuto. Condotta omissiva, insomma, non è ancora chiaro se mantenuta in cambio di qualcosa oppure per spirito di corpo.
Accertamenti sono in corso su computer, cellulari e pen drive finiti sotto sequestro. In tutto ad oggi, per la magistratura, sarebbe 20 i coinvolti nella rocambolesca fuga andata in scena il 21 febbraio del 2013 dal carcere varesino.
Il 9 dicembre scorso, all'alba, scattarono le manette per cinque agenti della polizia penitenziaria di Varese: in manette, finirono un graduato del carcere di Varese, Rosario Russo, 45 anni, assistente capo, e quattro agenti: Francesco Trovato di 55 anni, Domenico Di Pietro di 57 anni, Carmine Petricone di 28 anni e Angelo Cassano di 40 anni. A far scattare le manette fu un'operazione congiunta tra polizia penitenziaria di Varese, carabinieri di Luino, squadra mobile guardia di finanza.
Per l'accusa i cinque arrestati ricevettero sesso e denaro per far evadere Victor Miclea, 31 anni, Daniel Parpalia, 30 anni e Marius Bunoro, 25 anni, tutti romeni. Miclea, in particolare, era in carcere per sfruttamento della prostituzione. Considerato la mente del piano avrebbe fornito ragazze gratis ai cinque coinvolti. Contestualmente ai cinque arresti, furono iscritti nel registro degli indagati altri nove agenti della penitenziaria.
Da settimane la procura è impegnata in una lunga serie di interrogatori. Indagando altri sei appartenenti alla Penitenziaria e portando a 20 il numero di agenti sospettati di essere coinvolti in un gran giro di corruzione tutta interna ai Miogni.
Già dall'ordinanza firmata dal gip Anna Giorgetti che ha portato a far scattare le manette lo scorso dicembre era chiaro che anche altri fossero quantomeno informati del piano di fuga. Tra chi per tre ore sentì il rumore causato dalla lima usata dai tre fuggiaschi per segare le sbarre della finestra della cella attraverso la quale i detenuti scapparono, a chi sapeva che ai tre erano stati forniti telefoni cellulari attraverso i quali la fuga fu organizzata, sino a chi pur avendo colto anomalie e irregolarità commesse dai colleghi evitò di segnalare l'accaduto al direttore del carcere. Fu un "gioco di squadra" tra chi era direttamente coinvolto e chi fece finta di non sapere? Qualcun altro ricevette denaro o sesso per voltarsi dall'altra parte? Furono effettivamente chiesti favori ai detenuti? L'inchiesta della procura punta in questa direzione.
www.lametino.it, 18 febbraio 2015
Pubblichiamo la lettera che il Sappe ha inviato al ministro della giustizia sulla riapertura della casa circondariale. "Questa O.S. intende evidenziare come l'Istituto penitenziario in oggetto risulti dismesso dal 28 marzo 2014, pur non essendovi ancora un provvedimento formale in tal senso. Al riguardo, corre l'obbligo di evidenziare che non vi sono state specifiche concertazioni sindacali né con gli Enti locali; inoltre, la struttura, oggetto di recenti significativi interventi di restauro, non è stata riattivata né si è provveduto a farne sede logistica della Polizia Penitenziaria e men che meno vi è stato trasferito il Provveditorato Regionale nei locali di proprietà dell'Amministrazione Penitenziaria.
Per di più, non è stato considerato quanto segue: la città di Lamezia Terme che è sede di aeroporto, unitamente a quello di Reggio Calabria, costituisce un riferimento geografico e logistico essenziale e di particolare rilevanza per la regione; tutte le camere di detenzione sono state ristrutturate e dotate di servizi igienici individuali, con doccia inclusa, ai sensi di quanto previsto dal Regolamento di esecuzione del 2000, n. 230; i soggetti arrestati o fermati per cui è disposta l'associazione in carcere devono essere condotti dagli agenti operanti presso la Casa Circondariale di Catanzaro, con dispendio di risorse umane ed economiche notevoli, in palese contrasto con la spending review e con gli intendimenti sottesi alla nuova geografia penitenziaria; parimenti, dicasi per le procedure di notifica di carattere giudiziario che gravano sulle forze di polizia limitrofe; la città in questione ospita gli Uffici della Procura e del Tribunale in cui si celebrano processi rilevanti anche di criminalità organizzata, sicché anche in tali circostanze si verificano disagi e disfunzioni sia per quanto riguarda l'organizzazione e, quindi, la sicurezza sia per le traduzioni dei detenuti causandi; trattasi, pertanto, anche sotto tale profilo, di soluzione antieconomica. In ordine a quanto sopra, il Sappe ritiene che debba essere riconsiderata la disposta chiusura della Casa Circondariale di Lamezia Terme, alla luce del fatto che ancora non è intervenuto il decreto formale di dismissione".
www.lafraternita.it, 18 febbraio 2015
Mentre già si allentavano i tappi di spumante in vista del passaggio di consegne tra l'anno 2005 e l'anno 2006, il 30 dicembre 2005 veniva pubblicato con immediato vigore il Decreto legge dedicato alle "Misure urgenti per garantire la sicurezza ed i finanziamenti per le prossime Olimpiadi invernali", che aggiungeva però alcune norme di modifica al testo unico sugli stupefacenti. Entrava così in scena, con una strana piroetta sul ghiaccio assolutamente non olimpico, la cosiddetta legge Giovanardi, dal nome dell'allora ministro che l'aveva appassionatamente voluta.
Parti molto discutibili di quella legge sono state successivamente cancellate dalla Corte costituzionale, ma alcune disposizioni, che abbiamo sempre apprezzato, sono rimaste. In particolare, riferendoci agli attuali articoli dall'89 al 94 del testo unico 309/90, viene data quasi sempre ai tossicodipendenti detenuti la possibilità di non stare in carcere ma di seguire, all'esterno, un programma di cura, seguito da strutture pubbliche o private. L'alternativa è offerta sia a chi è in attesa di giudizio, sia a chi è condannato con un residuo di pena da scontare non superiore ai 6 anni, più altre ipotesi di sospensione che non stiamo a dettagliare.
In pratica, dovrebbero restare in carcere pochissime persone tossicodipendenti, quelle che hanno commesso reati gravissimi o quelle che proprio non vogliono saperne di cambiare la loro condizione.
E invece al 31 dicembre 2012 i detenuti classificati "tossicodipendenti" (approssimati quindi per difetto) risultavano 15.663, quasi un quarto dell'intera popolazione detenuta. A Montorio erano 193, il 22%. Alla stessa data in tutta Italia erano 3.150 le persone inserite in un programma terapeutico esterno con la misura alternativa dell'affidamento definito dall'art. 94 "in casi particolari". Oggi di poco questi ultimi sono aumentati: al 31 dicembre 2014 erano ancora solo 3.259.
In mancanza di una stima attuale, possiamo assumere come indicatore il numero di detenuti per violazione delle norme sugli stupefacenti, che ovviamente non coincide con quello dei tossicodipendenti. Se al 31-12-12 erano 26.160, al 31-12-14 sono considerevolmente diminuiti a 18.946. Proporzionalmente, i tossicodipendenti possiamo stimarli sugli 11.000, poco più del 20% del totale dei detenuti, cioè sempre un numero esagerato che contraddice sia la legge sia il buon senso di chi ritiene che i drogati vadano curati e non rinchiusi, per il bene loro e per interesse sociale.
Cosa succede dunque? Perché la legge Giovanardi è così poco applicata nelle sue parti apprezzabili? Possiamo portare solo il punto di vista della nostra esperienza quotidiana. Ci saranno forse altri fattori e altre precisazioni che non conosciamo. Capita spesso che un detenuto lamenti di non essere sufficientemente conosciuto e seguito dal personale del Servizio dipendenze (Serd), che dovrebbe sia valutare l'effettivo desiderio di ricevere un trattamento terapeutico esterno, sia identificare una struttura idonea.
O ancora ci capita che, trovata in qualche modo (dai familiari, dall'avvocato, dai volontari) una struttura convenzionata disposta ad accogliere la persona detenuta, l'inserimento non sia possibile perché il Serd non ha i fondi sufficienti per pagare la retta. Per insufficienza di personale e di finanziamenti alcune migliaia di tossicodipendenti non vengono curati adeguatamente e gravano sui numeri e sui costi dell'affollamento carcerario.
Stiamo leggendo della vertenza che contrappone l'Ulss 20 ad alcuni medici del Serd di via Germania a Verona, recentemente licenziati. Tra questi il dott. Serpelloni, rientrato a capo del Serd veronese dopo aver diretto per anni il Dipartimento nazionale delle politiche antidroga, in grande sintonia col ministro Giovanardi. Pare che complessivamente il Dipartimento nazionale abbia finanziato progetti per circa 50 milioni di euro. La Guardia di Finanza si è interessata all'impiego delle considerevoli cifre stanziate per progetti coordinati dall'Ulss 20, per un totale di 4 milioni e mezzo.
È interessante citarne alcuni:
"Edu" - Rete di portali informativi e interattivi per studenti - 437 mila euro
"Alert 11" - Ampliamento e potenziamento degli aspetti operativi biotossicologici - 395 mila euro
"Non è mai troppo presto" - Drug test precoce per minori - 390 mila euro
"N.e.w.s. 2010" - Sistema nazionale di allerta precoce - 250 mila euro
"Alert web monitoring" - Monitoraggio on line della vendita di droghe e dell'organizzazione di eventi musicali illegali - 250 mila euro.
Per un totale di 14 progetti, più altri 4 sostenuti dalla Giunta Regionale. Senza altri commenti o giudizi, se non impliciti, possiamo confrontare queste iniziative e questi numeri con le vicende dei detenuti che conosciamo, che per asserita mancanza di fondi sono costretti a stare chiusi in carcere, da dove mandano richieste inascoltate di aiuto ad essere curati non a dosi di metadone e psicofarmaci ma con i metodi e gli strumenti delle comunità terapeutiche e delle altre strutture territoriali.
- Milano: emozione e interesse tra gli studenti nell'incontro con i detenuti a Opera
- Torino: in Consiglio comunale mozione Pd-Sel per dare lavoro e dignità ai detenuti
- Napoli: il Garante nazionale per l'infanzia e l'adolescenza in visita all'Ipm di Nisida
- Civitavecchia: Fns-Cisl; al carcere di Borgata Aurelia detenuto aggredisce un agente
- Monza: Sappe; porta pasticche di droga al compagno sudamericano detenuto, arrestata









