ilporticocagliari.it, 26 ottobre 2024
L’idea, sostenuta dall’impresa sociale Con i Bambini, offre un’opportunità di riscatto e integrazione a 90 destinatari. “Liberi dentro per crescere fuori” è il nome del progetto che in Sardegna si impegna a combattere stigmi e pregiudizi per favorire la crescita e l’integrazione sociale dei minori con genitori detenuti, sia dentro che fuori la Casa circondariale di Uta. Selezionato in Sardegna da Con i Bambini nell’ambito del Fondo per il contrasto della povertà educativa minorile, l’iniziativa mira a creare opportunità e a preservare il legame affettivo con il genitore recluso, in linea con il bando nazionale Liberi di crescere.
lavocediasti.it, 26 ottobre 2024
Seconda edizione del progetto che unisce arte e rieducazione. Due spettacoli aperti al pubblico il 23 novembre. L’arte drammatica come strumento di cambiamento e rinascita. Torna per il secondo anno consecutivo il progetto teatrale nella casa circondariale di Asti, un’iniziativa che sta dando risultati sorprendenti nel percorso di recupero e risocializzazione dei detenuti. Il prossimo 23 novembre, la compagnia “Teatro Oltre”, formata da quindici detenuti, presenterà al pubblico uno spettacolo in due atti, frutto di mesi di lavoro e preparazione. “Raccontare i luoghi e gli eventi e anche quello che accade intorno a noi: cultura è fare esattamente questo: cercare di capire quali sono le istanze che arrivano dal basso, quelle che sono le esigenze di un territorio, quelle che sono le nuove sensibilità da abbracciare”, sottolinea l’assessore Paride Candelaresi.
di Mario Giro*
Il Domani, 26 ottobre 2024
Più si politicizza la questione migratoria e meno se ne esce. Davanti a 120 milioni di rifugiati nel mondo, meglio sarebbe preparare una ragionevole strategia bipartisan. Invece, tra centri off shore e respingimenti in mare, stiamo diventando antipatici a tutti. “L’ong ha scelto di bighellonare…”: si racchiude in questo termine tutta la cultura (dis)umanistica dell’avvocata Giulia Bongiorno a difesa del ministro Matteo Salvini. Se salvare vite è paragonabile a bighellonare, allora vuol dire che siamo del tutto fuori e lontani dalla tradizione e dalla cultura umanistica, civile e giuridica euro-occidentale. Si può essere in disaccordo sul fatto che le ong si facciano carico di un’incombenza che dovrebbe essere della Guardia costiera; si può pensare che la questione migratoria debba essere risolta in altro modo e non con interventi di questo tipo. Ci si può scontrare sul credere che difendere i confini sia più importante che difendere la vita, anche se siamo già al limite.
di Ilaria Sesana
Avvenire, 26 ottobre 2024
Un rapporto di ActionAid svela la cruda realtà di questi centri per immigrati, molto simili a prigioni. Nel biennio 2022-2023 hanno pesato sulle casse dello Stato per 39 milioni di euro. I Centri di permanenza per il rimpatrio (Cpr) italiani nel biennio 2022-2023 sono costati 39 milioni di euro. Con un costo medio che sfiora i 29mila euro per posto letto, che registra picchi di 40mila euro a Torino, 71mila a Brindisi, 36mila a Milano. Queste cifre sono state elaborate da ActionAid e dal dipartimento di Scienze politiche dell’Università degli Studi di Bari in base ai dati ufficiali ottenuti (non senza fatica) da ministero dell’Interno, questure e prefetture all’interno del report “Trattenuti 2024. Una radiografia del sistema detentivo per stranieri”, pubblicato ieri. Tra il 2014 e il 2023 sono state 50mila le persone straniere trattenute “in centri che violano i diritti umani e sono un disastro per le finanze pubbliche - denuncia ActionAid -. I Cpr in Italia appaiono come modello di disumanità, gestione incontrollata e fallimentare da cui prendono forma i nuovi centri di trattenimento in Albania”.
di Dino G. Rinoldi*
Il Dubbio, 26 ottobre 2024
C’è voluto un po’ ma finalmente, a distanza di due giorni dal Consiglio dei ministri che l’ha approvato (lunedì), il decreto legge contenente Disposizioni urgenti in materia di procedure per il riconoscimento della protezione internazionale ha superato il vaglio del Presidente della Repubblica, che ai sensi dell’art. 87 della Costituzione fra l’altro “emana i decreti aventi valore di legge”. Nel testo, sostitutivo di precedente regolazione di rango interministeriale, i Paesi definibili sicuri ai fini del ritorno del migrante cui non sia riconosciuta la protezione internazionale da parte del nostro Paese son ridotti a 19, con l’esclusione dei precedentemente compresi Colombia, Camerun e Nigeria. Ciò per venire incontro - nelle parole di esponenti del governo - alla sentenza della Corte di giustizia Ue del 4 ottobre scorso, resa in via pregiudiziale circa un caso di negazione della protezione a un cittadino moldavo da parte della Repubblica Ceca. Ma, conseguentemente, l’esigenza è quella di superare i 12 decreti della sezione specializzata del Tribunale di Roma di “non convalida” del trasferimento in Albania di altrettanti stranieri per i quali era stato avviato un percorso procedurale accelerato, comprensivo di dislocazione territoriale, consentito dal Protocollo italo-albanese del 6 novembre 2022 sul “rafforzamento della collaborazione in materia migratoria” (i “delocalizzati” erano inizialmente 16 ma riguardo a 4 si era incorsi in errore perché in condizioni o di minore età o di vulnerabilità già contemplate dal Protocollo come impedimento al trasferimento).
di Giansandro Merli
Il Manifesto, 26 ottobre 2024
“Trattenuti”. Lo studio di Action Aid e Uni Bari mostra la nascita di un circuito di privazione della libertà personale parallelo ai Cpr: serve a rinchiudere chi chiede protezione. Prima rinchiusero i migranti che consideravano “irregolari”, poi vennero a prendere i richiedenti asilo. Sempre di più. È questa la principale direttrice di cambiamento del sistema italiano di detenzione amministrativa, quello riservato a chi non ha commesso reati. Sistema che doveva restare un’eccezione e invece guadagna spazio, estendendosi a nuove categorie di persone e differenziandosi al suo interno. Di “nuova geografia della detenzione” parla Trattenuti, rapporto curato da Action Aid e Uni Bari. Uno studio sistematico che copre gli anni dal 2014 al 2023 e si basa sulle informazioni contenute nelle (poche) fonti pubbliche ufficiali e sui dati ottenuti con una mole importante di accessi civici generalizzati. Strumento usato per rompere l’omertà istituzionale e superare l’opacità di informazioni disponibili sul tema. Che comunque in parte resta.
di Raffaella Chiodo Karpinsky
Avvenire, 26 ottobre 2024
Sette anni di prigione per aver recitato poesie e criticato la guerra in Ucraina. Secondo organizzazioni russe un migliaio di persone sono state processate e incarcerate per aver espresso dissenso. Professori e maestre d’asilo, negozianti e pensionate: è il mondo dei reclusi sconosciuti che pagano la ribellione alla violenza. La repressione in Russia è tutt’altro che finita. Dopo lo storico scambio di prigionieri si è diffusa una sorta di illusione, come se tutti i prigionieri politici ancora detenuti fossero stati liberati. Eppure secondo le organizzazioni russe per i diritti umani che seguono la situazione nel Paese sono tra 800 e 1200 le persone che per aver espresso il dissenso hanno subito un processo e sono detenuti. Spesso in colonie penali lontane migliaia di chilometri dai propri di cari e dai loro legali. Una condizione che rende difficile poterli visitare e garantire il supporto legale. I costi per il viaggio sono spesso insostenibili. L’aiuto arriva dalle catene di solidarietà che via via si sono create all’interno del Paese nonostante la paura e la dura repressione. Fanno miracoli per i prigionieri e le loro famiglie. Raccolgono fondi per le multe di chi ha avuto la fortuna di essere vessato solo con misure economiche oppure per sostenere le spese per garantire una difesa di chi non è in grado di farlo.
di Franco Corleone
L’Espresso, 25 ottobre 2024
Suicidi, sovraffollamento. Invece di aumentare reati e pene, l’esecutivo inverta subito la rotta. Filippo Turati pronunciò un’esaustiva analisi per la riforma carceraria alla Camera dei deputati il 19 marzo 1904 e il discorso fu pubblicato con il suggestivo titolo “I cimiteri dei vivi”. Dopo 120 anni, la crisi è ancora aperta. Crudamente si potrebbe dire che il carcere è un cimitero non metaforicamente: a metà ottobre si sono verificati 75 suicidi, 1.564 tentati suicidi, 105 morti “naturali” e 17 da accertare. Se aggiungiamo i 10.301 casi di autolesionismo, che sono costituiti soprattutto da tagli alle braccia o al torace, possiamo dire che il sangue scorre nelle carceri italiane nell’indifferenza diffusa e nella assuefazione colpevole. È davvero impressionante il quadro simile determinato dalla detenzione sociale.
di Alice Dominese
L’Espresso, 25 ottobre 2024
Nelle carceri cresce la consapevolezza di poter rivendicare i diritti violati tra sovraffollamento e degrado. Il caso di Torino insegna. Ma il ddl Sicurezza mira a sopire ogni protesta pacifica. Con il ddl Sicurezza, gli spazi di protesta pacifica rischiano di ridursi anche in carcere. Con i nuovi reati che il disegno di legge introduce, chi manifesta il proprio dissenso nei centri di permanenza per il rimpatrio e negli istituti di pena rischia fino a vent’anni di carcere. In questi luoghi, rivendicare i propri diritti fondamentali è già molto difficile. Spesso, infatti, le persone detenute non hanno le risorse economiche per rivolgersi a un’assistenza legale e la priorità per loro è quella di affrontare i problemi quotidiani legati a sovraffollamento e degrado.
di Antonio Nastasio*
bergamonews.it, 25 ottobre 2024
Lettera aperta. Signor Presidente della Repubblica, mi rivolgo a Lei con profondo rispetto e altrettanta preoccupazione per quanto sta accadendo all’interno del sistema carcerario italiano. Quello che emerge è un quadro drammatico, e la Sua autorevolezza e profonda umanità e verso il dolore che in esso si concretizza, è ormai l’unica speranza per promuovere un cambiamento reale e profondo in un contesto che non può più essere ignorato. Un contesto da 30 anni privo di una propria politica detentiva del come custodire, optando di essere solo a rimorchio delle varie
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