di Angela Calvini
Avvenire, 7 luglio 2024
La quinta edizione del Lecco Film Fest entra in carcere con la proiezione speciale per i detenuti di “Grazie ragazzi” e di “Ariaferma”, ospiti i registi. Applausi, partecipazione intensa ed anche commozione alla Casa circondariale di Lecco grazie al Lecco Film Fest. Il festival, organizzato da Fondazione Ente dello Spettacolo e promosso da Confindustria Lecco e Sondrio, nell’intensa settimana che si conclude domani 7 luglio, ha portato sulla sponda lecchese del Lago di Como il meglio del cinema italiano attraverso proiezioni, incontri e tavole rotonde.
di Elisabetta Berti
La Repubblica, 7 luglio 2024
Quell’area dell’ex carcere speciale sull’isola di Pianosa dove vissero rinchiusi terroristi e mafiosi, ora si può visitare. In quelle celle passarono da Renato Curcio a Leoluca Bagarella a tanti altri detenuti: fino al 1997 quando venne chiuso. Ora apre al turismo: tutti i giorni 88 prenotazioni ed è quasi sempre sold out. Una delle mete toscane più ambite di questa estate è l’isola di Pianosa. Non solo per la sua singolare conformazione geografica o per praticare uno dei tanti sport possibili, dal kayak alla mountain bike, ma da qualche settimana anche per visitare un’ala dell’Agrippa, il carcere di massima sicurezza chiuso da venticinque anni nel quale sono stati detenuti terroristi e mafiosi col 41bis, e per il quale le prenotazioni vanno a ruba. Dopo essere rimasto per anni in stato di abbandono, l’immobile è stato concesso dal Demanio al Parco nazionale dell’Arcipelago Toscano, di cui Pianosa fa parte, e quindi messo in sicurezza ed aperto al pubblico.
Il Papa: la democrazia è partecipazione, in un regime dirigista i cittadini si limitano ad assistere
di Gian Guido Vecchi
Corriere della Sera, 7 luglio 2024
La convergenza con le parole di Mattarella. “Ecco, vorrei dire così, pensando oggi a cosa significhi il “cuore” della democrazia: insieme è meglio perché da soli è peggio”. Chiede “partecipazione”, Francesco, come un antidoto alle patologie dei sistemi democratici: “Democrazia, lo sappiamo bene, è un termine nato nell’antica Grecia per indicare il potere esercitato dal popolo attraverso i suoi rappresentanti. Una forma di governo che, se da un lato si è diffusa in modo globale negli ultimi decenni, dall’altro pare soffrire le conseguenze di un morbo pericoloso, quello dello “scetticismo democratico”.
di Concita De Gregorio
La Repubblica, 7 luglio 2024
Dall’aborto come reato universale ai piccoli spacciatori in carcere. Decreto dopo decreto, legge dopo legge, proposta dopo proposta ecco completarsi il quadro del modello educativo, chiamiamolo così, o se volete la proposta di ordine e armonia sociale immaginata della destra di governo. È facile, è come funzionava negli anni Cinquanta nelle case dei padri padroni: se c’è un problema non se ne parla, si elimina la parola che lo definisce, così vedrai che sparisce. Se persiste, incredibilmente, allora chi si ostina a soffrirne va a letto senza cena, si chiude nello sgabuzzino. Nel recinto dei polli o dei maiali, se ostinato, così impara. Al fratello buono un premio, alla sorella cattiva una punizione esemplare. Funziona per negazione e concessione, l’educazione meloniana. Grande confusione fra cause e conseguenze delle cose, prevenzione e repressione ormai sinonimi nel lessico di governo senza alcuna distinzione fra una funzione - comprendere le ragioni del problema e intervenire a sanarle - e l’altra.
di Enzo Risso
Il Domani, 7 luglio 2024
Negli ultimi dodici mesi il 27 per cento degli italiani denuncia l’aumento di violenza nel proprio quartiere. Un incremento simile è avvenuto in Svezia, Francia e Germania, Spagna, Gran Bretagna e Usa, in un range di percentuali che va dal 27 al 24. Un altro elemento che preoccupa è il fenomeno delle gang. Una società sempre più violenta in cui il quotidiano è presenziato da atti di vandalismo, dall’agire di gang, dal consumo e spaccio di droghe, da furti di auto e in appartamento, ma soprattutto dall’inaccettabile violenza sulle donne.
di Alice Dominese
Il Domani, 7 luglio 2024
Molti di loro hanno assistito all’omicidio della madre. In alcuni casi le famiglie in cui vivono tendono ad “assolvere” il padre. Cambiare cognome, trasferirsi lontano oppure restare con nonni e zii materni e paterni, che da un giorno all’altro diventano genitori dei propri nipoti: ciò che accade agli orfani di femminicidio in Italia è rimasto a lungo ignorato. Tuttora non esistono dati ufficiali dei loro numeri e fino a quattro anni fa non esisteva neppure una normativa dedicata.
di Valentina Petrini
La Stampa, 7 luglio 2024
Vittorio, Sara, Bruno e gli altri: le storie di chi aspetta il suicidio assistito. “Vogliamo una via d’uscita dalle sofferenze senza lasciare l’Italia”. “Ho un adenocarcinoma al polmone da quattro anni e ora anche carcinoma osseo. Soffro molto, mi si stanno paralizzando le gambe. La mia è una patologia irreversibile. Aiutatemi a morire” Vittorio. “Scrivo a fatica con il puntatore oculare. Ho la sclerosi multipla dal 2017. Sto velocemente peggiorando. Le condizioni in cui sono costretta a sopravvivere si sono fatte troppo pesanti. Vorrei scegliere il suicidio assistito”. Sara. “Sono affetta da atassia cerebellare cronica e progressiva. Ho un pacemaker, vivo con l’ossigeno, mangio solo cibo frullato. Senza cerotti di morfina non posso nemmeno lavarmi”. Beatrice.
di Alessandra Algostino, Gaetano Azzariti, Enzo Cannizzaro, Claudio de Fiores, Luigi Ferrajoli, Alessandro Somma
Il Manifesto, 7 luglio 2024
La Convenzione sul genocidio, il crimine dei crimini, impone a tutti gli Stati di prevenire atti che potrebbero essere qualificati come tali. Se uno Stato si adopera attivamente con assistenza militare o altre forme di sostegno, esso potrebbe essere accusato di complicità nel genocidio. Tutto ciò emerge dalla Convenzione del genocidio del 1948, che l’Italia ha ratificato. Le disposizioni di tale convenzione devono essere considerate come norme generali, che si impongono a tutta la comunità internazionale, aventi un carattere inderogabile.
di Mattia Feltri
La Stampa, 6 luglio 2024
Suicida in carcere numero cinquantatré del 2024, Ben Sassi Fedi, tunisino, vent’anni. Era arrivato in Italia a undici, da solo, su un camion che trasportava olio. Ha vissuto per strada, è finito in riformatorio, a diciotto anni e mezzo a Sollicciano dove giovedì s’è chiuso in cella e s’è impiccato. Sarebbe uscito fra poco più di un anno. Suicida in carcere numero cinquantadue, non ho trovato il nome, un italiano di trentacinque anni, tre figli, detenuto a Livorno in attesa di giudizio, qualche giorno fa s’è impiccato in cella con un laccio ricavato da pezzi di stoffa, giovedì è morto. Suicida in carcere numero cinquantuno, Yousef Hamga, egiziano, diciannove anni, detenuto a Pavia, s’è chiuso in cella e s’è impiccato qualche giorno fa, giovedì è morto. Sarebbe uscito fra poche settimane.
di Alessandro Barbano
Il Dubbio, 6 luglio 2024
Non impedire un evento, che si ha l’obbligo giuridico di impedire, equivale a cagionarlo. Così recita il codice penale all’articolo 40, e c’è da chiedersi se questa modalità specifica di imputazione, che si richiama a un principio di responsabilità morale, possa riguardare solo il cittadino, e non anche e soprattutto lo Stato. Non impedire una catena di suicidi in un luogo, il carcere, dove la vita dei singoli è sotto il controllo totalitario dello Stato, non equivale forse a esserne corresponsabili?
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