di Enrica Lattanzi
Avvenire, 6 luglio 2024
A Como il progetto di inclusione lavorativa con formazione per realizzare sistemi molto richiesti dalle aziende. Collaborano don Rigoldi, Intesa Sanpaolo, MekTech, Cooperativa Ozanam. “Non vedo l’ora di iniziare”. Sta negli occhi lucidi di Mohammed - che si allargano in un sorriso quando gli chiediamo cosa ne pensa del percorso in cui è stato inserito - il senso dell’iniziativa presentata a inizio settimana alla Casa Circondariale del Bassone di Como. Si tratta di un progetto imprenditoriale innovativo, tecnologico e altamente qualificante sviluppato all’interno del carcere, che comprende anche la sistemazione di un’intera ala della struttura: 180 metri quadri di spazi rimessi a nuovo, ritinteggiati e con gli impianti a norma che accolgono laboratorio di cablaggio e assemblaggio di quadri elettrici, palestra, aula informatica. Tutto è partito due anni fa da un’idea di don Gino Rigoldi - storico cappellano del minorile “Beccaria” di Milano -, e ha catalizzato un insieme di realtà pubbliche e private: l’istituto di pena comasco, il gruppo Intesa Sanpaolo, l’azienda MekTech di Giussano (Mb), la Cooperativa Ozanam di Saronno (Va), il Provveditorato regionale lombardo per l’amministrazione penitenziaria e il Centro servizi per il Volontariato dell’Insubria. “Dal carcere di Como arriva un messaggio di speranza concreto, che parla di futuro e dignità”, ci ha detto don Rigoldi.
di Alice Bertino
La Voce e il Tempo, 6 luglio 2024
La drammaticità delle condizioni delle carceri italiane tra suicidi e sovraffollamento è tornato all’onore delle cronache anche se il muro del pregiudizio (“chi ha commesso un reato deve marcire in carcere”) spesso confina nell’indifferenza verso chi è dietro le sbarre. C’è chi invece - come questa rubrica - vuole fare sentire la voce dei ristretti cercando di comunicare le condizioni di chi si trova privato della libertà anche utilizzando i nuovi media frequentati dai più giovani.
di Marina Lomunno
La Voce e il Tempo, 6 luglio 2024
Non sono solo “dentro” i problemi che affliggono le nostre c arceri: per la maggior parte dei detenuti che finisce la pena e si lascia alle spalle la cella inizia un percorso in salita: se, come raccomanda l’art. 27 della nostra Costituzione, davvero il tempo trascorso dietro le sbarre “deve tendere alla rieducazione del condannato” in vista del suo reinserimento sociale, come mai nel nostro Paese la recidiva - cioè la ricaduta nel reato - per i reclusi che non hanno avuto la possibilità di un inserimento lavorativo sfiora il 70%, mentre per coloro hanno frequentato corsi di formazione e tirocini in azienda si abbassa al 2%?
Corriere della Sera, 6 luglio 2024
In scena per due sere lo spettacolo “Creta”, ultima produzione di un laboratorio molto partecipato nato nel 2012. Come la creta può essere plasmata, così anche l’essere umano può trasformarsi, assumere una nuova forma, magari ricomporre alcuni frammenti. Un ragionamento che è uno dei pensieri-guida della compagnia #SIneNOmine, nata nel 2012 da un laboratorio teatrale realizzato nella Casa di Reclusione di Spoleto e da allora attiva con numerosi spettacoli realizzati dagli attori-detenuti della media e dell’alta sicurezza: “Creta” è stato proprio il titolo andato in scena nei giorni scorsi in carcere, con due appuntamenti inseriti nel calendario del Festival dei Due Mondi.
di Mauro Gentile
La Voce e il Tempo, 6 luglio 2024
In un caso su tre sono bastati meno di cinque minuti, per portare a termine un altro 30% delle udienze. È il tempo trascorso davanti al giudice di pace per convalidare (o rigettare) la richiesta di trasferimento di un immigrato nel Centro di permanenza per il rimpatrio di Torino (Cpr). Una durata simile, meno di cinque o non oltre i dieci minuti, tra il 70 e l’80% per cento dei casi, quello delle udienze relative alla prima, seconda e terza proroga. Solo per l’1% il tempo dedicato ad affrontare il caso è risultato maggiore di un’ora. Gli esiti? Nove volte su dieci il giudice di pace ha convalidato il trattenimento richiesto dalla Questura e, nell’83% dei casi, le motivazioni di accoglimento della domanda di convalida sono state espresse attraverso un modulo prestampato.
di Franz Baraggino
Il Fatto Quotidiano, 6 luglio 2024
La Corte europea ordina all’Italia di liberare e curare Camelia. Che i Centri di permanenza per il rimpatrio, i famigerati Cpr, siano un buco nero che strappa la dignità alle persone è cosa nota. Eppure non può esistere assuefazione di fronte a storie degradanti, per le vittime e non solo, come quella di Camelia, una donna che si fa chiamare Giovanni, con evidente “incapacità di intendere e di volere”, di relazionarsi: non si fa avvicinare, urla se vede qualcuno, specialmente donne o personale sanitario. Tuttavia è stata rinchiusa e isolata in una cella del Cpr di Roma Ponte Galeria per nove mesi, senza cure adeguate e con il trattenimento prorogato dal giudice di Pace su richiesta della Questura di volta in volta, nonostante di lei non si conosca di preciso nemmeno la nazionalità, il che renderebbe impossibile ogni ipotesi di rimpatrio e dunque illegittimo il trattenimento anche al netto del grave disagio mentale che la donna presenta. Bisogna ringraziare le deputate del Partito democratico Rachele Scarpa e Eleonora Evi, e le altre persone attivatesi, se qualcosa finalmente si è mosso. Ma non certo per l’interessamento delle autorità italiane. Evi e Scarpa hanno presentato ricorso alla Corte europea che in pochi giorni, il 3 luglio scorso, ha preso la decisione “di indicare al Governo italiano che la ricorrente dovrebbe ricevere l’assistenza medica richiesta dal suo stato di salute, compreso il suo immediato trasferimento dal Centro per il rimpatrio di Roma - Ponte Galeria ad una struttura adatta alle sue condizioni”, si legge nella richiesta della Corte, ai sensi dell’art. 39 del regolamento Cedu che consente un intervento immediato in caso di rischio di danni irreparabili.
di Mario Riccio*
Il Dubbio, 6 luglio 2024
Nel lontano 2006, nel pieno del caso Welby, l’allora ministra della Salute - Livia Turco - chiese al Consiglio Superiore di Sanità (CSS, organo tecnico dello stesso ministero) di definire cosa si intendeva per accanimento terapeutico e se Welby ne fosse al momento sottoposto. Con l’evidente intento - pur non dichiarato - di approvarne il distacco dal ventilatore qualora il CSS avesse decretato che Welby era sottoposto a tale trattamento. Il CSS rispose - come era ovvio - che non era possibile definire cosa fosse l’accanimento terapeutico, stante l’assoluta soggettività del concetto.
di Linda Maggiori
Il Manifesto, 6 luglio 2024
Il report. Impennata di azioni legali, arresti, multe, misure preventive, sanzioni pecuniarie spropositate contro attiviste e attivisti. Il caso Nicoletta Dosio. Un’ondata repressiva sta investendo chi manifesta pacificamente per la protezione dei territori e per la giustizia climatica. È quanto emerge dal rapporto “Diritto, non crimine. Per la Madre Terra, la giustizia sociale, ambientale e climatica”. Il report a cura della Rete in Difesa e dell’Osservatorio Repressione, è scaturito da un gruppo di lavoro promosso all’indomani della visita nell’aprile 2023 in Italia di Michel Forst, relatore speciale delle Nazioni Unite per i difensori dell’ambiente, unendo avvocati e legali dei movimenti No Tap, No Tav, Greenpeace Italia, Amnesty International Italia, Yaku, A Sud, Extinction Rebellion XR! Italia, Fridays for Future, Ultima Generazione, Osservatorio Repressione, Per il Clima fuori dal Fossile, Controsservatorio Valsusa e Case Italia.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 luglio 2024
In un momento di grave crisi del sistema carcerario italiano, segnato da sovraffollamento cronico, carenze di personale e un’allarmante escalation di suicidi, il governo ha varato un decreto legge che promette di affrontare queste criticità. Purtroppo il bilancio delle persone che si sono tolte la vita in cella dall’inizio dell’anno continua ad aumentare: siamo a 52. Ieri altre tre vittime: un detenuto di 35 anni è morto in ospedale a Livorno, dove era in coma dopo il tentato suicidio avvenuto tra il primo e il 2 luglio. Nel pomeriggio a Pavia e a Sollicciano due ragazzi ventenni si sono tolti la vita, anche loro impiccandosi. Nel carcere fiorentino sarebbero state appiccate anche le fiamme e dalle finestre è stato calato uno striscione sul quale si legge “Suicidio carcere aiuto help”.
di Thomas Usan
La Stampa, 5 luglio 2024
Nel 2024 ci sono stati 54 suicidi nelle carceri italiane: uno ogni tre giorni e mezzo. Tre suicidi in nemmeno 24 ore. Il 4 luglio è stata una giornata nera per le carceri italiane. Tutti e tre under 35. Il primo a Livorno, 35 anni, padre di tre figli. Ha perso la vita in ospedale, dopo aver tentato il suicidio la notte tra l’1 e il 2 luglio. Il secondo a Firenze, nel carcere di Sollicciano, un 20enne. Un altro suicida. I detenuti si sono rivoltati dando fuoco ai materassi in due sezioni. Il terzo morto a Pavia, anche lui 20 anni. Gli ultimi tre si aggiungono al conteggio, macabro, di 54 suicidi nelle carceri italiane nel 2024: uno ogni tre giorni e mezzo. “Una situazione destinata a peggiorare” commenta il segretario di S.pp (sindacato di polizia penitenziaria) Aldo Di Giacomo.
- E questo sarebbe un decreto per umanizzare il carcere?
- Il decreto che non svuota le carceri ma che contribuirà a riempirle
- Il difficile compromesso di Carlo Nordio sulle carceri
- Ostellari: “Non svuotiamo le carceri, le cambiamo con meno burocrazia e più agenti”
- Paola Severino: “L’emergenza carcere è una priorità, bisogna combattere la recidiva”










