di Matteo Macor
La Repubblica, 20 febbraio 2024
A decidere l’adeguamento francese alle sentenze di Consiglio di Stato e Corte di Giustizia europea, dopo otto anni di violazione sistematica delle norme comunitarie. Le ong: “Avevamo ragione noi”. Qualcosa è cambiato, lungo la frontiera che da nove anni fa da imbuto d’Europa. Lo dicono numeri inaspettati e per certi versi inediti, almeno dal 2015 a questa parte: dall’anno della grande crisi dei rifugiati nel mondo, quando tra Ventimiglia, il suo mare e il muro del confine francese si iniziarono a fermare i sogni di migliaia di migranti, a oggi.
di Nadia Urbinati*
Il Domani, 20 febbraio 2024
Aleksej Navalny è soltanto l’ultima vittima politica del regime di Vladimir Putin. Se ci spostiamo dagli Urali verso ovest, troviamo diversi piccoli e grandi indizi di quanto sia sensato parlare di libertà come di un bene scarso. La libertà civile è un bene pericolosamente scarso in quest’epoca di confusione ideologica e di tolleranza, quando non di attrazione, per governi forti e leader plebiscitari. Con le ovvie proporzioni, la scarsità accomuna regimi diversi e persino opposti. Il caso estremo è quello del dispotismo che l’Europa ospita come est, il regime che è solito eliminare fisicamente i suoi oppositori, in esilio o in prigione.
di Filippo La Porta
L’Unità, 20 febbraio 2024
Ipernazionalista, anti-immigrati, sembrava fatto apposta per non piacerci. Eppure nella sua battaglia per i diritti e la democrazia, è stato, come i Kennedy, un paladino di retroguardia. Per capire la qualità contradditoria della grandezza di Aleksej Navalny - una grandezza peraltro assoluta - ci occorre Pasolini, e in parte anche Lermontov: un “eroe della retroguardia” (come Kennedy a suo tempo) e un “eroe del nostro tempo” (dove la confusione è prima di tutto nelle cose, negli eventi). Diciamolo: Navalny aveva tutto per non piacerci! Ipernazionalista benché non propriamente xenofobo, oscillante in merito all’invasione della Georgia, ferocemente avverso all’immigrazione. In un’occasione ha voluto testimoniare in difesa di un leader neonazista arrestato (tutte notizie che ho appreso in Rete, incrociando le fonti). Ma tutto ciò ora conta pochissimo.
di Pasquale Pugliese*
Il Fatto Quotidiano, 20 febbraio 2024
Negli stessi giorni in cui in Italia impazzavano le censure e la guerra alle parole, dell’ambasciata israeliana prima e della Rai dopo, perché dal palco sanremese il giovane Ghali osava evocare nella sua canzone i bombardamenti sugli ospedali e perfino chiedere lo “stop al genocidio” a Gaza, Edgar Morin ospite al Festival del libro africano di Marrakech, dall’alto dei suoi 102 anni, scandiva parole limpide e nette: “Sono indignato per il fatto che coloro che rappresentano i discendenti di un popolo che è stato perseguitato nei secoli per motivi religiosi o razziali, oggi decisori dello Stato d’Israele, possano non solo colonizzare tutto un popolo, scacciarlo in parte dalla sua terra - volendolo scacciare una volta per tutte - ma anche, dopo il massacro del 7 ottobre, commettere una vera e propria carneficina, massiccia, della popolazione di Gaza, continuando senza sosta”. E indicava il compito al quale nessun operatore della cultura e dell’informazione può sottrarsi: “L’unica cosa che possiamo fare, se non riusciamo a resistere concretamente a questa tragedia orribile, è testimoniare. Resistere con la mente, senza mistificazioni, ma avendo il coraggio di guardare in faccia la realtà per continuare a testimoniare”.
di Valentino Maimone
La Ragione, 19 febbraio 2024
Dal primo giorno dell’anno a oggi, in carcere si sono tolti la vita già 20 detenuti, più o meno uno ogni due giorni e mezzo. Che strano Paese è quello che sa indignarsi quando vede una sua concittadina all’estero condotta in ceppi e catene al processo da presunta innocente, ma affonda la testa nell’ignavia pur di non guardare all’orrore che coltiva senza troppi patemi in casa propria. Un Paese capace di commuoversi di fronte al fisico devastato dai soprusi di chi ha subìto il carcere da innocente per quasi trentatré anni, ma bravissimo a fare spallucce e a relegare la notizia di un suicidio in carcere in un riquadro a pagina 16 (meglio se in basso e a sinistra). Dal primo giorno dell’anno a oggi, fra le mura del nostro disgraziato sistema carcerario si sono tolti la vita già 20 detenuti. Più o meno uno ogni due giorni e mezzo. E non ci vuole del genio per prevedere che il numero continuerà a salire fino a superare facilmente il totale di quelli registrati l’anno scorso (69) e magari anche quello del 2022, annus horribilis dei nostri penitenziari con 84 suicidi (il primato più nero degli ultimi trent’anni).
di Josephine Carinci
ilsussidiario.net, 19 febbraio 2024
Da quindici anni Suor Anna Donelli è volontaria nel carcere di San Vittore a Milano, dove si dedica ad aiutare chiunque le chieda qualcosa “senza differenze di età, di provenienza, di cultura e religione”, spiega. “Il mio incontro è con la persona, non con l’autore di questo o quel reato. Parto dalla consapevolezza che ogni persona sia sempre di più di qualsiasi fatto commesso. All’interno di questa relazione di fiducia si può parlare in modo costruttivo, da compagna di viaggio, sperimento i piccoli salti di qualità e i cambiamenti di vita profondi, perché raggiunti con tanta fatica e pochi aiuti, ma ad un certo punto riusciti”.
di Liana Milella
La Repubblica, 19 febbraio 2024
La riforma voluta dai berlusconiani procede a ritmo spedito. Il capogruppo in commissione vuole il via libera già in questa settimana. E può ottenerlo grazie ancora all’appoggio di Azione e Iv. Forza Italia gioca pesantemente la partita della giustizia. È noto che se il premierato tocca a Giorgia Meloni e l’Autonomia a Matteo Salvini, il campo della giustizia è quello dove gioca Forza Italia. Pesantemente. A poche ore dall’aver incassato il disegno di legge sul sequestro degli smartphone, riscritto e inasprito da Carlo Nordio, ma che rappresenta già di per sé una vittoria di Forza Italia perché il capogruppo al Senato Pier Antonio Zanettin lo aveva già proposto a luglio 2023 firmando un ddl assieme alla presidente della commissione Giulia Bongiorno. I due sono in ottimi rapporti, entrambi avvocati, s’intendono bene, e marciano spediti sulle riforme. A marcare la lentezza semmai è proprio Nordio. Tant’è che la settimana scorsa c’è stata più di una frizione sui decreti attuativi della legge Cartabia. Dove via Arenula ha fatto un grande pasticcio sui fuori ruolo, facendo innervosire pesantemente anche Enrico Costa di Azione che considera la riduzione del numero delle toghe (da 200 a 180) una sua materia prioritaria.
di Giuseppe China
Il Tempo, 19 febbraio 2024
A una settimana dal primo ok al ddl del ministro Carlo Nordio pronunciato dal Senato, la riforma della giustizia voluta dal Guardasigilli, che tra le altre cose cancella il reato di abuso d’ufficio e modifica le regole di pubblicazione di alcuni di nunvo atti giudiziari, approda a Montecitorio. Un contributo importante al via libera di Palazzo Madama è arrivato anche grazie all’apporto concreto di Azione, un partito di minoranza. pronunciato dal Senato, la riforma della giustizia voluta dal Guardasigilli, che tra le altre cose cancella il reato di abuso d’ufficio e modifica le regole di pubblicazione di alcuni atti giudiziari, approda a Montecitorio. Un contributo importante al via libera di Palazzo Madama è arrivato anche grazie all’apporto concreto di Azione, partito di minoranza.
di Dario Martini
Il Tempo, 19 febbraio 2024
Si parla di molto di riforma del processo penale, ma una delle piaghe della giustizia italiana è sicuramente la durata eccessiva di quella civile, una delle più lente d’Europa. In base alle ultime rilevazioni per arrivare al termine dei tre gradi di giudizio ci vogliono in media 2.215 giorni: 1.063 in Cassazione, 620 nelle corti d’appello e 532 nei tribunali. È evidente quanto mai sia necessario accorciare questi tempi. È proprio in questa direzione che si muove lo schema di decreto legislativo proposto dal Guardasigilli Carlo Nordio e approvato nell’ultimo Consiglio dei ministri che va ad apportare alcune modifiche alla riforma Cartabia. Ora dovrà passare al vaglio del Parlamento.
di Giovanni Bianconi
Corriere della Sera, 19 febbraio 2024
Il sovrintendente capo Pasquale Campanello aveva finito il suo turno nel carcere di Poggioreale quando lo uccisero con una raffica di 14 proiettili e altri 4 sparati quasi a bruciapelo, l’8 febbraio 1993. A 33 anni d’età, era la terza vittima della polizia penitenziaria ad appena otto mesi dall’introduzione del “41 bis”, il cosiddetto “carcere duro” per boss e gregari delle organizzazioni criminali. Prima di lui era toccato all’agente Michele Gaglione e al sovrintendente Pasquale Di Lorenzo; dopo fu la volta dell’assistente capo Luigi Bodenza, dell’agente Carmelo Magli e dell’agente scelto Giuseppe Montalto, assassinati tra il ‘93 e il ‘95 in Sicilia, Campania e Puglia. Bersagli pressoché sconosciuti dell’attacco mafioso allo Stato proseguito oltre le stragi, quando le prigioni erano diventate uno dei fronti della guerra scatenata per ricattare le istituzioni.
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