di Agnese Ambrosi*
Il Fatto Quotidiano, 20 marzo 2023
Chi vive sulla strada non è occupabile. Mostafa aveva solo 19 anni. Non è stato il gelo di dicembre ad ucciderlo a Bolzano, ma l’incuria delle istituzioni. La Federazione Italiana Organismi per le Persone Senza Dimora (PSD) prova a tenere il conto delle PSD decedute in conseguenza della condizione di deprivazione, in quella che definisce la “strage invisibile”. Scorrendo l’elenco fatto di nomi, data, luogo, circostanze e causa della morte, nazionalità, si ha la rappresentazione plastica di una umanità privata di ogni diritto di cittadinanza, a volte anche del diritto all’identità. Spesso, infatti, nella casella del nome c’è uno spazio vuoto, a testimoniare che nessuno conoscesse le generalità delle PSD decedute, a tutti gli effetti invisibili. Invisibili - in primo luogo - alle istituzioni, che le hanno uccise per incuria.
di Elena Loewenthal
La Stampa, 20 marzo 2023
Secondo il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli, se due persone dello stesso sesso chiedono il riconoscimento “e cioè l’iscrizione all’anagrafe di un bambino che spacciano per proprio figlio, significa che questa maternità surrogata l’hanno fatta fuori dai confini nazionali”. Di fronte a un pensiero e a un linguaggio del genere il primo impulso è quello di sgranare gli occhi per la brutalità, per lo scatto di spietata indifferenza verso tutto ciò che significa la genitorialità: cura, fatica, responsabilità, ma soprattutto un amore che non è un cristallo inerte ma cresce e cambia e si fa giorno per giorno. E che ben poco se non nulla a che vedere con l’accertamento di un Dna condiviso. La genitorialità, cammino bello e difficile come nessun altro, chiede innanzitutto un rispetto assente in quelle parole pronunciate, con una disinvoltura che sconfina nella volgarità. Di fronte a quella frase tutti i genitori, uomini e donne, eterosessuali o gay, non possono non indignarsi.
di Francesco Bechis e Valentina Errante
Il Messaggero, 20 marzo 2023
Il pressing per liberare i quasi due miliardi promessi dall’Fmi. Il nodo sono i soldi. Da un lato il prestito di 1,9 miliardi di dollari destinato a sostenere la Tunisia e sospeso dal Fondo monetario internazionale. Dall’altro i fondi Ue, anche quelli bloccati, dopo la svolta autoritaria del presidente tunisino Kais Saied, tra l’altro vicino alla Russia e alla Cina. Con un Paese sull’orlo della bancarotta e un’ondata di migranti che rischia di arrivare sulle nostre coste: le partenze aumentate del 164% in un anno e l’intelligence ha già lanciato l’allarme sulle prospettive future. La questione tunisina, una polveriera che rischia di esplodere da un momento all’altro, è in cima all’agenda del governo. Un cruccio quotidiano per Giorgia Meloni e infatti da settimane si susseguono riunioni a Palazzo Chigi con i ministri competenti e i vertici dei Servizi. Sarà questo dunque il cuore della missione della premier al Consiglio europeo di giovedì: un’occasione per convincere gli Stati membri ad accelerare il sostegno finanziario al Paese nordafricano in dissesto. La stessa missione vede al lavoro il vicepremier e ministro degli Affari esteri Antonio Tajani, che ha in programma tra oggi e domani un colloquio telefonico con Antony Blinken, il segretario di Stato dell’amministrazione Biden, per sciogliere il nodo dei fondi del Fmi. Senza quei soldi, spiegano i nostri diplomatici a Tunisi, il Paese di Saied ha tra i sei e i nove mesi di autonomia prima di finire in bancarotta. L’emergenza sarà affrontata oggi anche a Bruxelles, dove Roma ha ottenuto dal capo della diplomazia Ue, Josep Borrell, la disponibilità per un’azione europea nel Paese nordafricano. Tra le opzioni al vaglio una “partnership operativa”, ovvero una nuova missione navale, per il contrasto ai trafficanti sulle coste tunisine ma anche il lancio di una “talent partnership” per aprire entro l’estate nuovi corridoi di immigrazione legale in Europa per chi voglia e possa lavorare. Al vertice dei ministri degli Esteri, Tajani tenterà di ottenere risposte concrete. E rivendicherà il lavoro della diplomazia italiana per sostenere il mercato del lavoro tunisino. C’è già una prima lista di richieste delle aziende italiane in Tunisia e la disponibilità a inaugurare corsi di formazione professionale per 200 operatori tessili, 100 meccanici, altri 150 tra alberghiero, automotive e calzaturiero, mentre saranno reclutati 300 infermieri per lavorare in Italia.
di Franco Corleone
L’Espresso, 20 marzo 2023
Nel 1968 uscì il libro delle lettere dal carcere di Ernesto Rossi con il titolo “Elogio della galera”. È proverbiale l’ironia tagliente dell’allievo di Salvemini, ma in questo caso la scelta di una espressione così paradossale ricorda l’Elogio della ghigliottina di Piero Gobetti. Il carcere come scuola di intransigenza e di dignità.
di Tonia Mastrobuoni
La Repubblica, 20 marzo 2023
Alla vigilia di un cruciale viaggio in Georgia, la ministra degli Esteri tedesca Annalena Baerbock (Verdi) accetta di parlare a tutto campo con Repubblica e altri tre giornali europei. In particolare sulla tragedia di Cutro, sull’Ucraina e sulla Cina, ma anche sulla “politica estera femminista”, sulle tensioni in Medio Oriente e la crescente irritazione in Europa per l’erraticità e la perdita di leadership in Germania.
di Carlo Bonini e Fabio Tonacci*
La Repubblica, 20 marzo 2023
Quindici minuti di tempo per mangiare, il gelo, i ritratti dei cosacchi, la mappa dell’Ucraina con la Crimea in evidenza, a rimarcare l’identità di un Paese sovrano e invaso. I vinti hanno la faccia al muro e il capo chino perché è così che vanno le cose nella prigione di guerra. Tengono le mani dietro la schiena come legate da manette immaginarie. Non emettono un fiato. È la regola. Lungo un corridoio scuro tagliato da spifferi gelidi, settantacinque uomini in giubba di panno blu e berretto nero fino a un secondo fa marciavano in fila indiana verso il refettorio e d’un tratto si sono bloccati. Senza che nessuna delle guardie proferisse verbo, si sono rivolti verso la parete e ora fissano il nulla rigato di condensa che sta a dieci centimetri dai loro occhi. Sono i soldati catturati al fronte. Sono russi per lo più ma anche ucraini che combattono contro l’Ucraina. Qualcuno appoggia la fronte per stanchezza, per prostrazione, forse per non pensare. Gli è concesso. Si cammina tra loro provando un senso di disagio. Per quanto respirano piano, al buio non se ne avvertirebbe la presenza. E invece sono qui, reali e innocui, in riga, e sono tanti, cristallizzati eppur vivi, galleria di nuche dei silenti che attendono. Hanno l’ordine di rimanere in questa posizione fino a quando il visitatore, che sia un colonnello, un operatore della Croce Rossa internazionale o come oggi un giornalista, non si sarà allontanato. Viene naturale accelerare il passo per togliersi dall’imbarazzo. Il nostro, il loro.
di Domenico Quirico
La Stampa, 20 marzo 2023
L’invasione americana e inglese del 20 marzo 2003 si basava su prove false e ora sappiamo che menzogna e propaganda sono anche “democratiche”. Le guerre sono quasi sempre mancanza di un perché, non hanno alcun significato, sono soltanto confusione e paura. Venti anni fa (le 23.30 ora di Washington, le 5. 30 ora di Baghdad), iniziò la invasione dell’Iraq da parte degli americani e degli inglesi. Il perché era semplicemente, desolatamente una gigantesca deliberata, pianificata, bugia. A ingannarci non fu Saddam, il dittatore, solo l’ultima delle canaglie psicopatiche del Novecento. Da lui con mani e sogni sporchi di sangue che altro potevamo aspettarci? Eravamo vigili, sospettosi con lui. Ci ingannò una democrazia, anzi la Democrazia, e ci incamminammo verso la peggiore delle catastrofi, la catastrofe morale. Con l’America eravamo fiduciosi, inermi, anche ad avere nari sottili non sentivamo odore di zolfo. Una avvelenata propaganda ci corruppe. Siamo entrati da allora in una epoca di liquidazione, di dissoluzione. Quella guerra ha distrutto molto, uomini sentimenti valori, non siamo stati in grado di ricostruire granché. E dopo venti anni siamo di nuovo in guerra. Incapaci di distinguere ormai verità e bugie.
di Enrico Franceschini
La Repubblica, 20 marzo 2023
Il 15 febbraio milioni di persone marciarono per chiedere ai governanti di scongiurare il conflitto che incombeva. Solo alcuni governi condivisero le istanze dei manifestanti. Qualcuno lo ricorda come il giorno in cui il mondo disse no alla guerra. Un’esagerazione, perché naturalmente non tutto il pianeta scese in piazza in nome della pace: ma il 15 febbraio di venti anni fa si svolsero in decine di Paesi enormi manifestazioni di protesta contro il conflitto che minacciava di scoppiare e che ebbe poi inizio, nonostante l’opposizione di milioni di dimostranti, poco più di un mese dopo. Oggi, nel ventesimo anniversario dell’invasione dell’Iraq, quelle marce vengono ricordate come il momento più vitale per il movimento pacifista internazionale dal tempo della guerra del Vietnam in poi. Cosa rappresentarono esattamente? Come divisero l’Europa? E che eredità hanno lasciato al pacifismo, mentre sul fronte europeo infuria la guerra in Ucraina?
di Paolo Mastrolilli
La Repubblica, 20 marzo 2023
Parla il generale americano che comandò la forza multinazionale, ex direttore della Cia. “Non c’è paragone”. Sobbalza l’ex direttore della Cia David Petraeus, quando gli ricordi la versione dei putiniani, secondo cui la Russia sta facendo in Ucraina quanto gli Usa fecero in Iraq: “Io c’ero, fummo accolti da liberatori. Errori massicci furono commessi dopo e sono pronto a riconoscerli, ma la maggior parte degli iracheni voleva rovesciare il brutale regime di Saddam, mentre la maggioranza degli ucraini combatte Putin”.
di Fulvio Fulvi
Avvenire, 19 marzo 2023
Per don Raffaele Grimaldi, Ispettore generale dei cappellani penitenziari, permettere di scontare la pena fuori dal carcere a chi è tossicodipendente potrebbe risolvere il dramma del sovraffollamento “ma è necessario un dialogo con il Terzo settore”.
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