di Rita Rapisardi
Il Manifesto, 24 ottobre 2025
Il processo per la morte di Moussa Balde prosegue e a rafforzare il quadro che sta uscendo dalle testimonianze (tra cui quella rilasciata da Mauro Palma, garante nazionale delle persone private della libertà dell’epoca, che ha definito il Cpr di Torino un “vecchio zoo”) arriva il Consiglio di Stato. Il processo per la morte di Moussa Balde prosegue e a rafforzare il quadro che sta uscendo dalle testimonianze (tra cui quella rilasciata da Mauro Palma, garante nazionale delle persone private della libertà dell’epoca, che ha definito il Cpr di Torino un “vecchio zoo”) arriva la sentenza del Consiglio di Stato.
di Ibrahima Lo
Avvenire, 24 ottobre 2025
La lettera-denuncia di Ibrahima Lo, studente e attivista, che si è salvato dalle atrocità dei lager libici. “L’accordo Roma-Tripoli è contro la dignità delle persone, chiedo all’Italia di non collaborare più a questa catena di violenza”. Caro direttore, sono Ibrahima Lo, un giovane di ventisei anni, originario del Senegal e residente in Italia da un decennio. Con questa lettera ad “Avvenire”, rivolgo un appello alle Autorità italiane in qualità di cittadino residente, scrittore e attivista, ma soprattutto come testimone diretto di una crisi umanitaria che interpella l’etica e i valori fondanti della nostra Repubblica.
di Luigi Ferrajoli
Il Manifesto, 24 ottobre 2025
Ottanta anni fa, il 24 ottobre 1945, all’indomani delle due spaventose guerre mondiali, è entrata in vigore la Carta dell’Onu, con la sua promessa di pace. Una promessa non mantenuta, dato che l’Onu non è riuscita a impedire nessuna delle tante guerre che in questi otto decenni hanno insanguinato l’umanità. Il suo lento logoramento, fino all’odierno fallimento, si è aggravato con la fine della guerra fredda. Con il crollo del muro di Berlino e con l’implosione dell’Urss avrebbe potuto aprirsi un’era di pace. Venuto meno il “nemico” con la fine del comunismo sovietico, non avevano più senso le alleanze militari, inclusa la Nato, che avrebbe potuto sciogliersi, unitamente allo scioglimento, se l’avesse proposto la superpotenza Usa allora incontrastata, di tutti gli eserciti nazionali.
di Barbara Stefanelli
Corriere della Sera, 24 ottobre 2025
A Gaza non c’è ancora la pace, mentre in Italia continua una zuffa politica con accuse e contraccuse che non offre alcun contributo e diventa una paradossale comfort zone ideologica alla quale rischiamo di abituarci. “The war is over”. La guerra è finita, ma non esattamente. Non a Gaza, dove Hamas - a colpi di kalashnikov ed esecuzioni sommarie degli “oppositori” - sta riempiendo il vuoto lasciato tra le macerie dall’esercito di Israele. Non in Italia, dove accuse e contraccuse tra schieramenti opposti si inseguono lasciandoci in balìa di una ruota di verità alternative che non porta da nessuna parte. È un po’ quella “stasi iperaccelerata” o “inerzia polare” di cui parla, sul piano della riflessione filosofica, Mauro Bonazzi (a pagina 31). La sensazione è che la ruota dei famosi criceti sia diventata una paradossale comfort zone ideologica: sappiamo che non contribuiamo ad alcun cambiamento, continuando ad azzuffarci, ma non doverci spostare - non dover abbandonare la nostra gabbietta - ci regala un sollievo inconfessato. Magari resta, sì, un residuo di cattiva coscienza: confidiamo però di abituarci, come si fa con il fischio costante dell’acufene. E così la guerra non finisce.
di Nello Scavo
Avvenire, 24 ottobre 2025
Fermata più volte per le attività studentesche, è finita nel “buco nero” delle prigionie indefinite. Più di tremila come lei. Layan ha 25 anni, gli ultimi due trascorsi in galera, senza accuse. Fino a una condanna a sette mesi, in un processo celebrato pochi giorni fa in sua assenza. È palestinese ed è cristiana. E come altri tremila non ha diritto di sapere quali prove ci siano contro di lei. Si chiama “detenzione amministrativa”, una prassi giudiziaria israeliana che consente di trattenere chiunque per un tempo indefinito. Come Layan Nasir, cristiana anglicana di Bir Zeit, a nord di Ramallah, bloccata nel 2023 poco dopo essersi laureata in Scienze della nutrizione.
di Lorenzo Santucci
huffingtonpost.it, 24 ottobre 2025
Come conferma anche il Times of Israel, molti prigionieri catturati da Idf durante l’offensiva sono stati riconsegnati con evidenti segni di tortura e maltrattamento. Le prove in immagini molto aspre. Il ministro Ben Gvir ammette, e dice: “Ci vuole la pena di morte”. Omicidi, esecuzioni sommarie, torture sistematiche. È il resoconto offerto dai medici dell’ospedale Nasser di Khan Younis, dopo aver esaminato i corpi di alcuni prigionieri palestinesi rimpatriati da Israele. Su almeno 135 corpi erano evidenti “chiari segni di spari [esplosi] a distanza ravvicinata”, così come alcuni sono stati “schiacciati sotto i cingoli dei carri armati israeliani”. Il che rende ancor più difficile il loro riconoscimento. Nei sacchi in cui sono stati infilati non c’era alcun nome che permettesse l’identificazione della vittima: solo un codice. Dove siano state inflitte le torture non è dato sapere. Forse in carcere, a Gaza o durante l’attacco del 7 ottobre, quando, oltre ai miliziani di Hamas, anche molti civili gazawi hanno oltrepassato la barriera.
di Cristina Giudici
Il Foglio, 23 ottobre 2025
Il Garante dei detenuti di Milano, Pagano, spiega il “sudoku umano” del carcere. Sistema al collasso: celle strapiene, detenuti costretti a passare ore chiusi, suicidi e diritti calpestati. Servono decentramento, differenziazione dei circuiti, sorveglianza dinamica e più attività trattamentali. Solo così il carcere potrà uscire dal suo tragico paradosso. Il Guardasigilli Nordio? In estrema sintesi incongruente perché garantista nella teoria e securitario nella prassi di governo. Chi si lamenta dell’assetto carcerario? “Tutti (per ragioni diverse) formano un coro diffuso che, privo di uno spartito comune, produce una penosa cacofonia degna del finale del film Prova d’orchestra di Fellini”.
di Vittorio Feltri
Il Giornale, 23 ottobre 2025
A proposito delle “stanze dell’amore” per i detenuti. Il nostro sistema giuridico non prevede né la tortura né la pena di morte. Togliere ogni affetto a un essere umano per anni è una forma di tortura. Non per il condannato soltanto, ma anche per chi lo ama, pur senza aver fatto nulla di male. Chi è in carcere ha perso la libertà, non la dignità. E in una democrazia civile, che tale vuole restare, questo fa tutta la differenza del mondo. Il termine affettività non è un eufemismo, bensì una realtà complessa, che riguarda non soltanto il rapporto tra coniugi, ma anche quello tra genitori e figli, tra fratelli, tra familiari che, pur non avendo commesso alcun reato, subiscono una pena collaterale. È bene ricordare che nelle carceri italiane vivono ogni giorno bambini nati da madri detenute, che non possono essere privati del contatto con un padre. È davvero questo che vogliamo chiamare scandalo?
di Riccardo Morgante
politicamag.it, 23 ottobre 2025
Il caso Cucchi resta una ferita aperta nel corpo vivo della giustizia italiana. Nonostante i processi, le sentenze, le condanne definitive, quella ferita non si è mai rimarginata. Stefano non è morto per caso. È morto per mano di chi avrebbe dovuto proteggerlo, anziché brutalizzarlo. Ricordarlo oggi non significa solo tornare sulla sua vicenda, ma ribadire che le ingiustizie, le pene arbitrarie e la violenza non possono trovare spazio nello Stato di diritto.
gnewsonline.it, 23 ottobre 2025
Il ministero della Giustizia ha sottoscritto ieri i protocolli di intesa con Regioni, Province e Comuni, distribuiti su tutto il territorio nazionale, che istituiranno e gestiranno 36 Centri per la giustizia riparativa. Il Ministero si è avvalso delle 26 Conferenze locali per la giustizia riparativa, operanti presso ciascun distretto di Corte d’Appello. Dopo una accurata ricognizione delle esperienze esistenti, si sono formalmente impegnati i Comuni di Bari, Bologna, Reggio Emilia, Brescia, Bergamo, Cagliari, Caltanissetta, Catania, Firenze, L’Aquila, Genova, Taranto, Messina, Milano (per due centri), Monza, San Fermo della Battaglia, Lecco, Napoli, Palermo, Terni, Matera, Velletri, Roma, Salerno, Novara, Torino, Venezia, Verona e Padova; la Provincia di Latina e le Regioni Marche, Calabria (per entrambi i distretti giudiziari del territorio), Lazio e Trentino-Alto Adige/Südtirol; per complessivi 29 Comuni, 1 Provincia e 4 Regioni.
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