di Francesca Paci
La Stampa, 16 settembre 2025
Intervista alla premio Nobel per la Pace Narghes Mohammadi a tre anni dalla morte di Mahsa Amini: “La sfida delle ragazze a capo scoperto Gaza? La Repubblica islamica utilizza le tensioni internazionali e le guerre regionali per reprimere ancora di più”. Quando il 16 settembre di tre anni fa il mondo scopriva che la ventitreenne iraniana Mahsa Jina Amini era morta dopo tre giorni di coma per le percosse della polizia religiosa accanitasi su una ciocca sfuggita al chador, pareva che sarebbe finita nel silenzio, l’ennesima vittima inghiottita dal gorgo cieco della teocrazia sciita. Non è andata così, decine di migliaia di donne e di uomini hanno riempito le strade al grido di “donna, vita, libertà” sfidando, con i pasdaran, il sistema dell’apartheid di genere.
di David Allegranti
La Nazione, 15 settembre 2025
Nelle carceri italiane c’erano, al 31 agosto 2025, secondo le statistiche più aggiornate del ministero della Giustizia, 63.167 detenuti, per una capienza regolamentare di 51.274 posti, ai quali però vanno sottratti anche quelli inagibili. Il tasso di sovraffollamento è del 135,5 per cento. La crescita della popolazione detenuta nell’ultimo anno è ormai di 1.409 unità. Ci sono 6.942 persone detenute in più da quando è entrato in carica il governo Meloni, nell’ottobre del 2022.
di Ferruccio Sansa
Il Fatto Quotidiano, 15 settembre 2025
Li chiamiamo “detenuti”. Non persone. Questo riflette il sentimento della nostra società verso uomini e donne che vivono dietro le sbarre. La responsabilità è anche della politica che usa espressioni disumane: “Chiudiamoli in cella e buttiamo le chiavi”. Così le nostre carceri sono divenute luogo di disperazione: il tasso di suicidi è 30 volte superiore a chi vive in libertà. Per non dimenticare l’uso di droghe e psicofarmaci che raggiunge il 75% delle persone recluse.
di Marcello Buttazzo
Il Fatto Quotidiano, 15 settembre 2025
Nelle carceri italiane, sovraffollate fino all’inverosimile, si continua a morire. Domenica 7 agosto, all’alba, a Firenze, nel carcere di Sollicciano, s’è impiccata nella sua cella una donna rumena di 26 anni. Dall’inizio dell’anno sono 61 i detenuti che si sono tolti la vita nelle celle di dura ferraglia. La politica attiva, che ritorna dalle vacanze, dovrebbe essere più accorta e più solerte nell’affrontare finalmente in modo pragmatico e umano una situazione gravemente emergenziale.
di Leo Beneduci*
Il Fatto Quotidiano, 15 settembre 2025
Chi comanda davvero nelle carceri? Verrebbe da rispondere che è lo Stato, ma da tempo non è più così. Le carceri, in Italia, non sono più soltanto luoghi di custodia cautelare o di esecuzione della pena. Sono un mondo a parte, un territorio ad altissima densità criminale, dove proprio lo Stato e chi lo rappresenta hanno perso autorevolezza. Dietro le sbarre si spacciano sostanze, si aggredisce, si estorce, si violenta, si ricatta. E ciò che rende tutto più grave è che, assai spesso, chi commette questi reati resta nella fortezza blindata delle sezioni detentive, persino accanto alla persona offesa.
di Lorenzo Mottola
Libero, 15 settembre 2025
Da quasi due anni Beniamino Zuncheddu è tornato un uomo libero. Non è bastata, però, la prova della sua innocenza, dopo oltre tre decenni trascorsi ingiustamente in carcere, accusato di tre omicidi che il pastore sardo non ha commesso, per far scattare un reale senso di colpa nello Stato “colpevole” - lui sì - di aver tenuto in cella un uomo dai 27 ai 60 anni d’età senza ragione. Il risarcimento ancora non si vede nemmeno all’orizzonte. A bloccarlo, per un tempo ad oggi ancora indeterminato, pare siano imprecisate lungaggini burocratiche.
di Errico Novi
Il Dubbio, 15 settembre 2025
Nel 2011, certo, in Italia si è votato per l’acqua come bene comune. Un referendum abrogativo, il solo che abbia raggiunto il quorum negli ultimi trent’anni. Ma il voto sulla separazione delle carriere sarà un’altra cosa. Sarà uno scontro di civiltà, a suo modo. Un conflitto fra diverse visioni della democrazia. Una conta finale sulle istituzioni della Repubblica assai più di quanto non lo sia stato il referendum Renzi di nove anni fa. È un aspetto da non sottovalutare. Soprattutto perché il pronunciamento degli elettori sulla legge Nordio sarà il momento della verità dopo 33 anni di equivoci sul primato fra poteri. Dal 1993, da Mani pulite, la sovranità sarà anche rimasta formalmente attribuita al popolo, ma è difficile dissentire da chi, come il professor Tullio Padovani ironizza e definisce l’Italia una Repubblica fondata sull’esercizio dell’azione penale in cui, a ben guardare, la sovranità appartiene ai pubblici ministeri. È un’iperbole, che racconta molte cose. Sublima lo sbilanciamento fra politica e magistratura derivato dalla fine della Prima Repubblica.
di Giorgio Spangher
Il Dubbio, 15 settembre 2025
La legge di riforma costituzionale dell’Ordinamento giudiziario si avvia ad affrontare la seconda fase di deliberazione che, pur approvata, richiederà per la sua entrata in vigore il passaggio referendario. In questa prospettiva, i due “campi” che si contrappongono - dato che l’esito, pur ritenuto favorevole ai riformatori, non può ritenersi scontato - si organizzano sia mediaticamente (attraverso il ricorso anche a società ed esperti di comunicazione), sia strutturalmente (attivando i comitati destinati a supportare il confronto pubblico), sia politicamente (cercando i necessari supporti nei diversi punti di riferimento: partiti, corpi intermedi, organi di informazione).
di Giovanni Maria Flick*
Il Dubbio, 15 settembre 2025
Il mio piccolo disagio è rappresentato dal disagio di chi deve concludere ma, evidentemente, non può che concludere con estrema rapidità, per non costringere l’uditorio ad attese immani. Il secondo disagio è che quanti hanno parlato prima, e che io ho avuto la fortuna di ascoltare, sono stati estremamente istruttivi, hanno ampiamente arato il terreno, e rendono inutile quella che si dice una relazione di sintesi. E allora vi dirò, esattamente, cosa penso della separazione delle carriere, nella mia posizione di persona che ha dedicato alla giustizia, nei suoi vari aspetti, tutta la propria vita e la propria esperienza professionale, cominciando dal partecipare a giudicare le persone per passare poi ad occuparsi, come accademico, di come cercare di fare le leggi, da avvocato di come applicarle, vedendone tutti i problemi, passando per una breve tappa ministeriale, come ministro della Giustizia, per poi infine arrivare a quello che era il porto d’approdo migliore, giudice non delle persone ma giudice delle leggi, cioè della conformità alla Costituzione delle leggi che regolano il nostro Paese.
di Paolo Frosina
Il Fatto Quotidiano, 15 settembre 2025
“Noi mai consultati né ascoltati”. Le toghe richiamano la politica alle responsabilità per il probabile fallimento dell’obiettivo sulla durata dei processi civili: “Senza interventi strutturali il servizio non sarà mai efficiente”. “Non si può chiedere all’istituzione giudiziaria di supplire a vuoti che sono innanzitutto di responsabilità politica e ministeriale. Spetta al legislatore e al governo dimostrare che l’efficienza della giustizia è davvero una priorità per il Paese e non terreno di propaganda”.
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