di Chiara Galletti
Corriere della Sera, 14 settembre 2025
Due squadre di studenti si affronteranno in un confronto aperto al pubblico domenica 14 settembre durante il Tempo delle Donne alla Triennale di Milano. Si può imparare ad amare e a relazionarsi con rispetto tra i banchi di scuola? La domanda, attualissima e complessa, viene rivolta ai diretti interessati. Domenica 14 settembre alle ore 16.00 al Salone d’Onore della Triennale di Milano, due squadre di studentesse e studenti del liceo Giulio Natta e del Liceo classico Giuseppe Parini di Milano si sfideranno in un debate, analizzando pro e contro dell’introduzione dell’educazione affettiva a scuola. Al centro del confronto una mozione che chiama in causa il ruolo formativo della scuola: “I sentimenti sono fenomeni culturali, storici e sociali e per questo possono rientrare a pieno diritto nell’educazione. A scuola si può imparare ad amare con rispetto e responsabilità”.
di Anna Granata*
Corriere della Sera, 14 settembre 2025
Se la scuola italiana resiste, in un Paese che spende più in armi che in istruzione, si deve ai docenti che ne fanno parte. Ogni settembre la scuola italiana riparte tra emergenze regolarmente annunciate: mancano docenti, dirigenti e collaboratori scolastici. Un copione che si ripete, rivelando la fragilità del nostro sistema educativo e la disaffezione crescente verso i mestieri formativi, sempre meno riconosciuti e valorizzati sia a livello economico che di prestigio sociale. Ma il mondo della scuola non è soltanto questo. E il personale docente, in particolare, non può essere misurato utilizzando solamente criteri quantitativi. Perché a tornare in aula anche quest’anno non sono numeri ma volti, persone, storie e talenti: docenti al primo incarico, freschi di laurea e carichi di entusiasmo, maestri e maestre di lunga esperienza che hanno cresciuto generazioni di bambini, insegnanti immessi in ruolo dopo lunghi anni di precariato, docenti di sostegno specializzati che tengono viva la vocazione all’inclusione delle nostre scuole.
di Michela Rovelli
Corriere della Sera, 14 settembre 2025
L’inclusione passa anche dalle relazioni e dal linguaggio. E se le nostre comunicazioni, la nostra socialità, sono sempre più intrise di digitale, allora anche il digitale deve essere messo sotto osservazione per capire quali potenzialità può offrire. Dei danni ne parliamo e ne parleremo ancora a lungo: i pericoli negli spazi virtuali dei social media, i mutamenti che stanno provocando i dispositivi e le piattaforme che ci permettono di ottenere tutto e subito, la superficialità che prevale sull’approfondimento perché la velocità con cui passiamo da un’app all’altra, da una chat all’altra, non permette la riflessione. La domanda allora è: possiamo trovare anche dei lati positivi in questa rivoluzione digitale? La virtualità può anche essere un mezzo tramite il quale costruire una società più equa. Sono questioni che abbiamo provato a rivolgere ai partner di CampBus, il progetto del Corriere della Sera che ha proprio l’obiettivo di diffondere cultura digitale nelle scuole italiane e che, quest’anno, prova anche a portare spunti di educazione sentimentale insieme alla Fondazione Cecchettin. Due sfere sociali che si intersecano. Perché se nel digitale le nuove generazioni costruiscono ormai la maggior parte delle loro relazioni, allora è il digitale che dobbiamo studiare per capire come può essere utilizzato al meglio per migliorarci e non danneggiarci.
di Letizia Pezzali
Il Domani, 14 settembre 2025
Perché a volte preferiamo scrivere a mano e non al computer? L’idea di fondo credo sia quella di liberarsi dalle distrazioni che gli schermi portano. Di recuperare capacità di attenzione. Una ricerca di silenzio e solitudine. Scrivere a mano oggi significa anzitutto provare un dolore superfluo al braccio, un dolore che potresti evitare: scrivere al computer non fa male allo stesso modo. Non è neppure un dolore suggestivo. È molto simile all’indolenzimento che proviamo quando teniamo in mano uno smartphone troppo a lungo. Però vedere le parole che si accumulano sulla pagina, quella misura dello sforzo in forma di svolazzi, effettivamente dà una soddisfazione primitiva.
di Beppe Severgnini
Corriere della Sera, 14 settembre 2025
L’omicidio di Charlie Kirk è orribile, ma non era imprevedibile. In America ci sono più armi che persone - non è un paradosso, è un numero - e l’odio spinge qualcuno a usarle. “In Fiesta di Ernest Hemingway, a un personaggio viene chiesto come abbia fatto ad andare in bancarotta, e lui risponde con una battuta memorabile: “In due modi. Poco alla volta e all’improvviso”“. Prendo in prestito la citazione dal mio amico e collega Bill Emmott che, su La Stampa, riassume così la precaria situazione della democrazia americana. La bancarotta, per ora, procede lentamente. Ma c’è il timore che, da un momento all’altro, accada qualcosa di drammatico.
di Jan-Werner Mueller*
Il Domani, 14 settembre 2025
La speranza è che Trump diventi presidenziale e cerchi l’unità, ma ci sono tutte le ragioni per credere che il suo comportamento la notte dell’uccisione di Kirk continuerà: la polarizzazione è sempre stata il suo modello di business politico. Purtroppo, in un momento in cui la sua amministrazione sta coltivando non tanto il “gusto per il disaccordo” quanto il gusto per la crudeltà, alcuni americani potrebbero prendere ispirazione da lui. L’orribile uccisione dell’attivista di estrema destra Charlie Kirk ha dimostrato ancora una volta la fondamentale asimmetria della politica americana contemporanea. Molte figure di spicco della destra, fino al presidente Donald Trump, hanno invocato nientemeno che una punizione contro la “sinistra radicale”, il tutto in assenza di informazioni sull’assassino e sulle sue motivazioni.
di Bill Emmott*
La Stampa, 14 settembre 2025
Mentre cerchiamo di riflettere su tutte le possibili ripercussioni dell’assassinio dell’attivista conservatore Charlie Kirk, 31 anni, amico stretto di Trump, dobbiamo tenere presente tre fattori. Il primo è che l’America è un Paese nel quale vi sono più armi in mano a privati che persone. Il secondo è che la violenza politica in America è usuale. E il terzo è che Trump e alcuni dei suoi sostenitori più fedeli hanno reagito al terribile omicidio enfatizzando e sfruttando la spaccatura politica del Paese, invece di lanciare appelli all’unità.
di Anna Maselli
Corriere del Veneto, 14 settembre 2025
Dieci mesi di detenzione, 302 giorni. Fra l’Italia e il Venezuela non c’è solo l’oceano ma un muro di silenzio che ogni giorno si fa più angosciante perché di Alberto Trentini nulla sappiamo, la trattativa per il rilascio sembra percorrere un binario morto. E allora la società civile, nel Chiostro del Museo M9 di Mestre, ieri mattina ha fatto rumore, con il proprio corpo ha detto “Io ci sono”. E il senatore dem Andrea Martella ha proposto “una delegazione di parlamentari che possa incontrare le autorità di Caracas, interloquire con Trentini, fare tutti gli sforzi per poterlo riportare a casa dopo oltre 300 giorni di detenzione. Noi siamo disponibili”.
di Ilaria Dioguardi
vita.it, 13 settembre 2025
Sono quattro le donne detenute che si sono suicidate in carcere dall’inizio dell’anno. L’ultima aveva 26 anni e si è tolta la vita impiccandosi nella sua cella a Sollicciano (Firenze). Pochi giorni prima un’altra detenuta si era suicidata a Rebibbia. Daniela De Robert, giornalista e vice presidente dell’associazione Volontari in carcere: “Le donne detenute sono il 4% della popolazione detenuta: per questo hanno maggiori difficoltà nelle carceri. Non esiste un pensiero di genere sulla realtà della detenzione femminile”.
di Federica Olivo
huffingtonpost.it, 13 settembre 2025
Per il centrodestra l’intesa è fondamentale per “il reinserimento sociale”. L’opposizione: “Siamo preoccupati, non ci sono le condizioni”. Al momento è applicabile ad appena quattro condannati in via definitiva, due per parte. Servirebbe il loro consenso, ma è aggirabile. Tra qualche mese l’Italia potrà mandare i detenuti libici a scontare la pena “a casa loro”. In quelle strutture che i report internazionali denunciano per la violazione dei diritti umani dei detenuti. Potrà succedere anche il contrario: gli eventuali detenuti italiani in Libia, se condannati in via definitiva, potranno tornare in Italia. L’accordo, firmato dai ministri della Giustizia di Roma e Tripoli nel 2023, è stato approvato l’11 settembre dal Senato. La discussione è stata veloce ed è passata in sordina.
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