www.globalist.it, 11 febbraio 2015
È successo in Ohio, la ragazzina avrebbe picchiato a morte una bimba di due mesi, figlia di amici di famiglia. È la storia di una ragazzina dell'Ohio colpevole di aver picchiato a morte una bimba di due mesi. La tragedia si è consumata alla periferia di Cleveland.
La bambina, la cui identità non è stata rivelata, era in casa con la madre che stava facendo da babysitter alla figlia di un'amica. Sia madre che figlia erano sul divano nel soggiorno. Ad un certo punto la donna si è addormentata nel cuore della notte per poi essere svegliata dalla figlia che teneva in braccio la piccola ferita. Dopo poco si è accorta che la bimba sanguinava e aveva la testa gonfia. Immediatamente ha chiamato soccorsi ma la neonata è morta poco dopo in ospedale. La polizia del posto si è trovata ad avere a che fare con un caso del genere, vista la giovane età della sospettata.
Secondo il tribunale dello stato l'età minima per essere detenuti in un riformatorio è di 13 anni. Tuttavia pare che episodi del genere non sono una cosa del tutto inconsueta negli Stati Uniti. Secondo i dati dell'Fbi, infatti, nel 2012 ci sono stati 20 casi di bambini al di sotto dei 12 anni ad essere accusati di omicidio. La ragazzina al momento non può essere neanche processata come un adulto perché secondo la legge dell'Ohio bisogna avere 14 anni. Pare inoltre che non si sia resa conto della gravità di ciò che ha fatto, perché secondo gli agenti non mostra alcun segno di rimorso.
www.tgitalia.com, 11 febbraio 2015
Certo, la proposta sembra un po' cruenta, ma sicuramente l'esperienza può essere unica, e se si decide di trascorrere una notte in carcere, non ci sarà bisogno di colpi di testa o bravate. Infatti, sembrano essere sempre più numerosi nel mondo, secondo Repubblica, gli istituti detentivi trasformati per accogliere turisti ed amanti dei romanzi del crimine.
Si può così partecipare a speciali tour alla scoperta di celle leggendarie, come quelle dell'Eastern State Penitentiary di Philadelphia o di Alcatraz, dove per esempio trascorse numerosi anni Al Capone, della Prigione Pawiac di Varsavia o del Gedenkstätte Berlin-Hohenshönhausen di Berlino, dove la polizia segreta soleva sottoporre ad estenuanti interrogatori i detenuti. Restando nei confini nazionali, invece, si può visitare il carcere Le Nuove di Torino, dove è possibile scoprire le storie dei prigionieri politici e visitare le celle e il tenebroso bunker sotterraneo. Ma chi ha voglia di una vacanza alternativa può optare, addirittura, di trascorrere alcuni giorni "tra le sbarre". È il caso per esempio del Carcere della Corona di Stoccolma, trasformato in albergo di lusso nel 1975, prendendo il nome di Hotel Langolmen, dove si può scegliere di soggiornare in celle singole o doppie, oltre ad avere la possibilità di visitare il museo. Altri casi analoghi si hanno anche in Svizzera con il Jailhotel Löwengraben, o nel Regno Unito, dove la struttura di detenzione di Oxford è stata trasformata nel lussuoso Malmaison.
di Errico Novi
Il Garantista, 10 febbraio 2015
Il ministro della Giustizia: i reclusi protagonisti dell'evento di aprile. A parlarne erano stati proprio i penalisti. Pochi giorni dopo l'annuncio degli "Stati generali del carcere" fatto dal ministro Orlando, l'Unione Camere penali aveva chiesto allo stesso Guardasigilli, con un intervento sul Garantista, di aprire l'evento ai detenuti.
di Beniamino Migliucci (Presidente Unione Camere Penali)
Il Garantista, 10 febbraio 2015
Dopo le consuete anticipazioni su Micromega, abbiamo avuto notizia che il dottor Nicola Gratteri, Procuratore aggiunto presso la Procura della Repubblica di Reggio Calabria e ministro ombra del governo Renzi, ha depositato una relazione di 266 pagine con la sua proposta di riforma antimafia. Non ne conosciamo ancora il contenuto, ma già quanto riportato dagli organi di stampa conferma le preoccupazioni espresse a suo tempo dall'Ucpi, sia riguardo al metodo, sia riguardo al merito.
Ansa, 10 febbraio 2015
C'è un "evidente dualismo" tra Nicola Gratteri, "ministro ombra del governo Renzi", e il Guardasigilli Andrea Orlando, che "reca grave danno alla credibilità della Politica e all'autorevolezza del Ministro della giustizia".
Il Velino, 10 febbraio 2015
Da un mese nelle mense sono tornati a lavorare i detenuti gestiti direttamente dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria. È passato poco meno di un mese, ma quel mercoledì 15 gennaio 2015, il D-Day della cooperazione sociale in carcere, ha lasciato il segno: la brusca interruzione dei servizi di mensa inframuraria nei dieci istituti di pena in cui dal 2004 altrettante coop danno lavoro a detenuti ha rappresentato un colpo dall'impatto clamoroso per le realtà coinvolte.
di Gaia Bozza
www.fanpage.it, 10 febbraio 2015
Il 17 marzo l'Osservatorio dell'associazione Antigone presenterà i dati sugli stranieri in carcere nel 2014. Ma quella dei detenuti stranieri non è l'unica emergenza, perché dietro le sbarre si continua a morire ed è presente una forte negazione dei diritti. Con il pericolo sovraffollamento per niente sventato, soprattutto "se si confondono immigrazione e terrorismo".
di Arrigo Cavallina (Volontario dell'Associazione "La Fraternità")
L'Arena, 10 febbraio 2015
L'articolo "Servono più strumenti per monitorare il carcere", sull'Arena del 24 gennaio, apre prendendo ingenuamente per buona la versione degli incidenti nella casa di reclusione di Padova data dal Sappe, sindacato della polizia penitenziaria. Scelta comprensibile: perché dubitare di quella fonte?
Riprendo dal quotidiano di Padova "Il Mattino" le affermazioni virgolettate del segretario del Sappe: "Quel che è accaduto giovedì sera è gravissimo, anche in relazione all'atteggiamento assunto da molti detenuti di nazionalità araba. Nella sezione si respirava alta tensione, con atteggiamenti palesemente provocatori da parte di buona parte dei detenuti verso i poliziotti.
All'atto dell'ingresso nel Reparto detentivo di due poliziotti penitenziari questi sono stati aggrediti e feriti senza alcuna giustificazione e le cose sono drammaticamente degenerate con urla e grida. Molti dei detenuti, di origine araba, inneggiavano ad Allah e all'Isis. Era comunque qualcosa di organizzato visto che sono stati rinvenuti bastoni e coltelli artigianali. Le manifestazioni di solidarietà e sostegno al gruppo islamista dell'Isis da parte dei detenuti arabi sono inquietanti e preoccupanti."
Tanto è bastato per scatenare immediatamente le reazioni degli esponenti leghisti. Il sindaco di Padova Bitonci: "Esprimo la mia solidarietà agli agenti aggrediti. Trovo molto preoccupante per la loro incolumità e per quella di tutti i padovani che alcuni detenuti arabi abbiano inneggiato all'Isis durante la rivolta di ieri".
Il capogruppo alla Camera Fedriga: "A Padova carcerati immigrati scatenano l'inferno inneggiando ad Allah e all'Isis, i servizi segreti israeliani dicono che il 70% delle moschee è a rischio terrorismo, ma Alfano sminuisce il problema con affermazioni irresponsabili." Il deputato Caon: "Preoccupante che, nel corso della rivolta, ci sia chi ha inneggiato all'Isis: è chiaro che il rischio è elevatissimo", occasione quindi per rilanciare gli slogan consueti: "La nostra ricetta è pronta da sempre: stop immigrazione, stop Triton, moratoria su nuove moschee e controlli ferrei su quelle esistenti, pene severissime e confisca del passaporto per chi fa apologia di terrorismo".
L'ispezione compiuta congiuntamente dal magistrato inquirente e dal capo della squadra mobile ha accertato che i fatti si sono svolti in modo completamente diverso e che l'assist del Sappe ai leghisti si basava su notizie false. Ci informa "Il Mattino", nello stesso articolo, che nel reparto dove è scoppiata una rissa tra detenuti sono alloggiate solo persone provenienti dall'est europeo, non ci sono arabi, detenuti in un altro reparto separato. Non c'era né provocazione né preordinazione; gli agenti intervenuti per sedare la rissa sono stati a loro volta aggrediti. E nessuno si è sognato di inneggiare all'Isis, che almeno in questa occasione non c'entra proprio.
Resta la ragionevole preoccupazione che dove le condizioni di vita, e tanto più se di vita incarcerata, costringono ai margini, all'esclusione, alla compressione dei diritti, alla scarsa comunicazione con la società circostante, lì potrebbero aprirsi un varco la lettura distorta e rabbiosa della religione e l'esempio terroristico.
Ci chiediamo come far emergere questo rischio eventuale, come prevenirlo o sanarlo. Probabilmente proprio chi ha la possibilità di pregare in libertà nelle moschee riconosciute, chi conosce e pratica la cultura islamica, chi è capace di guidare pubblicamente le letture religiose, chi già partecipa al pacifico confronto tra le fedi, ha la competenza e l'intuito, più di noi, di cogliere i segnali oscuri e di operare sul piano efficace delle spiegazioni, e non solo su quello dell'ulteriore compressione. Si tratterebbe quindi, per esempio, di intensificare la collaborazione con gli esponenti della comunità islamica, le cui posizioni sono state ampiamente esposte anche in precedenti articoli dell'Arena.
Gridare al lupo dove non c'è, per farne strumentalizzazione politica, e propagandare provvedimenti che andrebbero verso l'esasperazione, è il modo più certo per aggravare i fattori di rischio senza vedere e capire dove un'eventuale minaccia potrebbe invece annidarsi e in che cosa potrebbe consistere.
In questo senso sono molto apprezzabili gli interventi, citati nell'articolo dell'Arena, di due persone perfettamente informate sulla realtà del carcere di Montorio, la Direttrice Maria Grazia Bregoli, che parla di "ottimo esempio di convivenza e di capacità di integrazione, dove la solidarietà scatta subito nel momento del bisogno", e la Garante dei diritti dei detenuti Margherita Forestan, che aggiunge: "In questi anni hanno convissuto serenamente a Montorio persone di religione diversa, senza che vi siano mai state tensioni o scontri".
Anche l'associazione La Fraternità ritiene di aver dato un qualche contribuito alla costruzione di questo clima organizzando, negli anni scorsi, gruppi di dialogo interculturale, dei quali si possono scaricare e leggere ampie relazioni, per gli anni dal 2008 al 2013 alla pagina www.lafraternita.it/2011/03/progetto-intercultura. In proposito è doveroso fare memoria riconoscente di Silvana Pozzerle, che ci ha lasciati proprio un anno fa e che per prima aveva pensato e partecipato a quell'esperienza.
di Gianni Macheda
Italia Oggi, 10 febbraio 2015
Testimoni di giustizia assunti dalle pubbliche amministrazioni, ma dopo aver superato un test di "meritevolezza" del beneficio, una prova di idoneità e sapendo comunque di dover rinunciare a tutto o parte dell'assegno statale di mantenimento dei familiari. Chi non si trova bene nel nuovo posto di lavoro potrà fare domanda di comando o distacco presso altri enti.
Lo prevede il regolamento del ministero dell'interno 18 dicembre 2014, n. 204, che dà attuazione al dl 101/2013 e che è stato pubblicato ieri sulla Gazzetta Ufficiale n. 30. In vigore dal prossimo 21 febbraio, il decreto siglato di concerto con il ministro della funzione pubblica, si applica ai testimoni di giustizia sottoposti alle misure speciali di protezione previste dalla legge in quali, per accedere a un programma di assunzione per chiamata diretta nominativa, dovranno presentare domanda alla Commissione centrale per la definizione e applicazione delle speciali misure di protezione, indicando una o più sedi territoriali dove gradirebbero essere collocati.
Compito della Commissione, anche valutando quanti e quali benefici economici i testimoni abbiano già percepito o se abbiano già fruito di interventi finalizzati al reinserimento sociale, è quello di deliberare il riconoscimento del diritto all'assunzione. Di tali soggetti verrà poi fatto un elenco, partendo da chi ha percepito al momento più benefici (che quindi avrà meno possibilità di essere assunto) a chi ne ha ottenuti di meno (che dunque avrà più chance).
Entro il 1° gennaio e il 1° settembre di ogni anno viene fatta la ricognizione dei posti disponibili, acquisendoli presso le amministrazioni locali e le camere di commercio e gli uffici statali. Una lista che viene poi incrociata con quella delle domande, tenendo conto del titolo di studio e della professionalità dei testimoni, delle esigenze di sicurezza personale e delle preferenze espresse.
Scattano dunque le pratiche dell'assunzione che prevedono anche lo svolgimento delle prove di idoneità, il quale non comporta valutazione comparativa ma è volto solo ad accertare l'idoneità del lavoratore a svolgere le mansioni del profilo nel quale avviene l'assunzione. Fatta l'assegnazione il testimone ha 15 giorni di tempo per accettare o no; se rifiuta, decade dal beneficio.
Una volta assunto, se subentrano motivi di sicurezza che impediscano di lavorare nel posto scelto, si aprono le porte all'assegnazione in comando o distacco presso altre amministrazioni, ed è comunque garantito il collocamento dei testimoni di giustizia in aspettativa retribuita. Nell'ipotesi di assunzione la Commissione centrale può poi rideterminare la misura dell'assegno di mantenimento per le persone a carico e prive di capacità lavorativa, ma anche misure atte a favorirne il reinserimento sociale.
Il Velino, 10 febbraio 2015
"I delinquenti in uno Stato normale vanno in galera, in Italia no: girano liberi continuando a rapinare, aggredire se non di peggio. E se un cittadino onesto si difende finisce nei guai. Come direbbe il grande Gino Bartali, "è tutto sbagliato, è tutto da rifare".
Lo afferma Roberto Calderoli, Vice Presidente del Senato, che spiega: "In uno Stato normale chi compie furti, sparatorie e aggressioni va in galera, non è libero di andare in giro armato a rapinare gioiellerie, costringendo la gente onesta a difendersi rispondendo al fuoco e - continua - in uno Stato normale uno spacciatore con 4 espulsioni alle spalle che accoltella due carabinieri se ne sta in prigione, non viene scarcerato dopo una notte diventando uccel di bosco".
"In uno Stato normale esiste la certezza della pena, ma, purtroppo, in Italia vengono protetti i delinquenti mentre chi si difende rischia carcere e risarcimento", denuncia l'esponente della Lega Nord. "Invece di perdere tempo, Renzi e Orlando mettano mano a quell'assurdità che è l'eccesso di legittima difesa", è la proposta di Calderoli che aggiunge: "E Alfano utilizzi le forze dell'ordine per il presidio del territorio e il ripristino della legalità anziché - conclude - per traghettare ed accogliere gli immigrati clandestini".
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