www.stranieriinitalia.it, 4 febbraio 2015
Il rapporto dell'associazione Antigone sui 17 mila immigrati dietro le sbarre, il 33% della popolazione carceraria. "Oggi le norme sono tarate su un detenuto tipo italiano". Alla fine del 2014 i detenuti stranieri nelle carceri italiane erano 17.462, il 32,56% del totale. Un calo significativo, se si considera il 37% registrato nel 2009, ma la tendenza potrebbe invertirsi, perché "non è stata adottata una strategia penale diretta a redistribuire il peso delle iniquità sociali. Quando a decidere è il caso e non un piano ben determinato il rischio è che in breve tempo si torni al passato".
Il dossier "Detenuti Stranieri in Italia", scritto dal presidente dell'associazione Antigone Patrizio Gonnella e presentato oggi a Roma, non fotografa solo dettagliatamente uno stato di fatto, ma denuncia l'inadeguatezza dei nostri sistemi penale e carcerario nei confronti degli immigrati, che spesso si traduce in una violazione di diritti. Tra la altre cose, Gonnella propone uno Statuto dei detenuti stranieri in Italia, che trovate qui di seguito. É un elenco, spiega il presidente di Antigone, che "contiene proposte di cambiamento legislativo e regolamentare, alcune delle quali hanno una valenza generale ma un impatto maggiore sulla detenzione straniera" ed "evidenzia l'incompletezza della legislazione interna ancora troppo centrata sull'idea di un detenuto tipo che è italiano".
Lo statuto dei diritti dei detenuti stranieri in Italia
1. Eliminare tutte le forme di espulsione giudiziaria o amministrativa automatica a fine pena per il detenuto straniero.
2. Cancellare dall'ordinamento giuridico l'espulsione quale misura di sicurezza.
3. Inserire nel codice di procedura penale una norma che preveda il divieto di trasferimento della persona da noi detenuta verso paesi dove vi sia il rischio di sottoposizione a tortura o a trattamenti inumani o degradanti. I giudici devono tenere conto delle sentenze degli organismi di giustizia sovranazionali, dei rapporti delle organizzazioni internazionali intergovernative e delle segnalazioni delle organizzazioni non governative.
4.Inserire nel sistema procedurale italiano il principio del favor rei, secondo il quale nessuno deve essere soggetto in Italia a una sanzione o una misura alternativa più afflittiva rispetto a quella del Paese di provenienza.
5.Inserire nell'ordinamento penitenziario una norma dedicata interamente ai detenuti stranieri recependo i contenuti della Raccomandazione del 2012 del Consiglio d'Europa.
6.Estendere con apposita legge alle camere di sicurezza le regole sulla disciplina di vita interna alle carceri quanto meno nella parte relativa alla salute, all'igiene, ai pasti, agli spazi, alle visite, ai rapporti con i difensori con una clausola finale che affermi come mai quella detenzione, seppur breve, debba avvenire comprimendo o calpestando la dignità umana.
7.Assumere con concorso pubblico interpreti e traduttori dalle varie lingue in numero sufficiente affinché possano operare in ogni istituto penitenziario.
8.Inserire la lingua inglese fra le materie d'esame per l'accesso ai vari ruoli della carriera penitenziaria e del servizio medico.
9.Prevedere che l'insegnamento della legislazione interna e internazionale sugli stranieri in vigore, compresa la raccomandazione europea del 2012, e delle lingue più parlate dai detenuti facciano parte dei programmi di aggiornamento professionale e formazione continua.
10.Redigere un piano annuale che tenga conto dei bisogni formativi di chi è impegnato professionalmente con la popolazione detenuta straniera.
11.Inserire nell'ordinamento una norma che riprenda quanto affermato all'articolo 4 delle Regole Penitenziarie Europee ovvero che la mancanza di risorse non può mai essere causa di giustificazione per la violazione dei diritti umani delle persone detenute, nazionali o straniere.
12.Codificare nuove pene e misure alternative di tipo non detentivo, quali ad esempio quelle consistenti in attività socialmente utili da svolgersi nel fine settimana in modo da non interrompere le normali attività di lavoro o studio.
13.Organizzare nelle case di reclusione corsi di educazione interculturale diretti alla conoscenza delle culture nazionali, religiose, etniche più rappresentate all'interno del carcere
14.Inserire nel regolamento di esecuzione dell'ordinamento penitenziario una norma che espliciti come in materia di vestiario ed igiene vanno rispettate le identità culturali e religiose.
15.Prevedere la possibilità di acquisto di cibi etnici al supermercato (sopravvitto) interno al carcere.
16.Prevedere che in ogni reparto vi sia a disposizione di detenuti e personale un vocabolario (cartaceo o informatico) per ciascuna delle lingue più parlate dalla popolazione reclusa.
17.Prevedere nei procedimenti disciplinari l'obbligo della difesa legale per tutti e dell'interprete per lo straniero che ne abbia bisogno.
18.Assicurare una o più telefonate immediatamente dopo l'avvenuta incarcerazione.
19.Liberalizzare la corrispondenza telefonica nel caso di persone non sottoposte a censura da parte della magistratura.
20.Prevedere il cumulo di ore di colloquio anche oltre i limiti mensili nel caso di parenti che arrivano da Paesi lontani.
21.Prevedere tempi rapidi per la concessione del visto utile a entrare in Italia e fare visita al proprio parente detenuto.
22.Consentire l'uso di internet, della comunicazione via skype e via mail per tutti coloro che non hanno censura nella corrispondenza epistolare.
23.Prevedere l'obbligo di realizzazione di corsi di preparazione al rilascio in prossimità della fine della pena con un'attenzione specifica ai bisogni sociali degli stranieri.
24.Nel caso di profughi, richiedenti asilo, apolidi deve essere sempre consentito l'ingresso in carcere di personale dell'Acnur.
25.Istituire un registro dove conservare traccia di ogni contatto (o rinuncia) del detenuto con le autorità consolari.
26.Prevedere la stipulazione di accordi tra Stati diretti al riconoscimento nello Stato di origine dei contributi previdenziali versati nel Paese dove il lavoratore detenuto straniero è stato recluso.
27.Organizzare attività ricreative, sportive e culturali che facciano parte di altre tradizioni e contesti.
28.Organizzare un servizio bibliotecario che disponga di materiali multimediali e libri in più lingue tenendo conto dei bisogni culturali e religiosi dei detenuti stranieri.
29.Prevedere l'assunzione di etno-psichiatri e medici esperti in malattie dell'immigrazione.
30.Introdurre norme cogenti che impongano la sicurezza dinamica ovvero una organizzazione del controllo interno al carcere fondata rigorosamente sulla conoscenza individuale del detenuto.
31.Istituire un ufficio nazionale che si occupi di donne detenute con uno sguardo speciale rivolto alle straniere.
32.Codificare il divieto di dare informazioni di tipo penitenziario e medico alle autorità del Paese dove il detenuto straniero è stato trasferito senza il suo consenso.
33.Istituire una cartella individuale biografica informatica che contenga tutte le informazioni sulla vita penitenziaria condotta dallo straniero e sui bisogni relazionali nonché socio-sanitari".
Redattore Sociale, 4 febbraio 2015
I mediatori culturali che dovrebbero fare da traduttori in carcere sono pochissimi: a Regina Coeli solo 4 per 450 carcerati. E per allentare le tensioni, svela la direttrice, si usa spesso il servizio gratuito del motore di ricerca.
"Per poter allentare le tensioni negli istituti quando i detenuti entrano ed escono e non abbiamo l'aiuto prezioso dei mediatori usiamo il traduttore di Google". Succede nel carcere di Regina Coeli a Roma e a raccontare l'espediente è la stessa direttrice dell'istituto, Silvana Sergi, durante il suo intervento alla presentazione del libro di Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, dal titolo "Detenuti stranieri in Italia. Norme, numeri e diritti", presentato oggi in una Roma blindata per l'insediamento del presidente della Repubblica, Sergio Mattarella.
Tra i tanti nodi da sciogliere all'interno del pianeta carcere, quello degli stranieri non è da sottovalutare, soprattutto in quegli istituti dove la loro presenza supera persino quella degli italiani. Come nel carcere di Regina Coeli, dove la presenza di stranieri reclusi si aggira intorno al 55 per cento e i mediatori culturali presenti (solo 4 per circa 450 detenuti) non bastano a rispondere alle esigenze della struttura. "Se non abbiamo l'interprete della procura - ha affermato Sergi -, e se non ci sono i mediatori in sede noi ci siamo inventati la traduzione di Google perché non abbiamo la possibilità di avere sempre questo tipo di aiuto. A Regina Coeli l'ingresso e l'uscita avviene nell'arco delle 24 ore, anzi la sera è il momento privilegiato".
Una situazione, quella del carcere romano, che mette ben in evidenza il ruolo fondamentale svolto dai mediatori culturali che, ad oggi, lavorano solo con piccoli bandi e sono legati ad associazioni e cooperative e non direttamente agli istituti di pena. "I mediatori culturali sono assolutamente pochi - ha chiarito Patrizio Gonnella.
Non possono reggere il peso della quantità di detenuti stranieri presenti in carcere. Sono 379 in tutt'Italia, meno di due mediatori ogni cento detenuti stranieri. Di fronte ad una utenza straniera così significativa, parliamo di un detenuto straniero su tre, dovrebbe esserci un grosso investimento e anche una definitiva internalizzazione nel sistema penitenziario e nel sistema delle figure professionali".
E il ruolo dei mediatori lo si capisce bene quando sono loro stessi a raccontare le difficoltà su cui intervengono. "Spesso i detenuti italiani non capiscono la terminologia di un atto ad esempio di una custodia cautelare - ha spiegato Natalia Moraro, mediatrice culturale per l'associazione Medea -, figuriamoci una persona straniera. Per questo il mediatore dovrebbe essere presente per lo meno al servizio nuovi giunti. Nel momento in cui entra uno straniero in un istituto penitenziario è necessario che ci sia un mediatore per dare qualche spiegazione sul regolamento e sui comportamenti da tenere all'interno dell'istituto. La figura del mediatore dovrebbe essere presente sempre, non solo una volta alla settimana".
A chiedere un investimento maggiore su queste figure anche l'Europa. "La raccomandazione del 2012 del Consiglio d'Europa ci dice che bisogna investire in mediatori culturali, interpreti e traduttori - ha aggiunto Gonnella -, perché è un problema di tutta l'Europa. Non possiamo pensare di avere un'organizzazione tutta pensata per un detenuto che non esiste più, il detenuto italiano, e non tradotta nella lingua delle persone che ci sono dentro.
Questo aumenta la conflittualità". Per Sergi, però, è necessario che le buone pratiche possano trasformarsi in norme e non restare unicamente in balia della buona volontà. "Serve una riflessione puntuale che ci deve portare ad un discorso di livello giuridico - ha concluso Sergi. Il problema deve essere riconosciuto dalle norme. Per noi è necessario un input normativo che ci aiuti a istituzionalizzare queste situazioni e non lasciarle solo alle buone prassi e alla buona volontà".
di Guido Scarpino
Il Garantista, 4 febbraio 2015
Da 17 anni scrivo sui giornali e denuncio la mafia. Mi hanno anche bruciato la macchina e minacciato. Mi è capitato poi di dare diritto di replica agli imputati. Per esempio a un certo Serpa. Perché lo ho fatto? Perché vivo - o così credo - in uno stato di diritto. Non è che se uno è accusato di un reato mafioso perde il diritto a difendersi, no? E invece un Pm, durante la requisitoria, se l'è presa con quei giornalisti che danno la parola ai boss e di conseguenza "favoreggiano la mafia..."
Il diritto di replica può essere concesso anche ad un boss di 'ndrangheta in semilibertà o ad un presunto "capoclan" a piede libero? È una domanda, a mio avviso superflua -soprattutto se posta dal cronista di un giornale che si chiama il Garantista - che pongo a me stesso dopo aver udito la requisitoria di un pubblico ministero antimafia, svoltasi a Paola, in provincia di Cosenza, che, bontà sua, ha distribuito bacchettate a destra e a manca: ai politici, ai parlamentari e finanche - mi chiedo cosa ci sia dietro - al "solito articolista", che avrebbe condotto una "attività di favoreggiamento" per aver offerto il diritto di replica.
In un clima di omertà e condizionamento denunciato dal pm, mi sarei atteso, dallo stesso pm, quanto meno nomi e cognomi. Tuttavia, ciò non è accaduto, ed il quesito di cui sopra lo pongo a me stesso, anche perché il sottoscritto, in diciassette anni di professione in cui ha documentato quasi quotidianamente le attività delittuose delle cosche tirreniche, nonostante le auto bruciate (la sua auto) e le tante minacce mafiose subite ("spedizioni punitive" sotto casa e proiettili inclusi), ha avuto il buon senso di far parlare, in replica, il boss della cosca Serpa, a quel tempo in semilibertà.
Mario Serpa ha infatti contattato, anni addietro, il cronista perché voleva replicare a chi, come il sottoscritto, lo accusava d'aver mandato alcuni parenti - che incutevano terrore facendo il suo nome - a taglieggiare gli esercenti commerciali; anticipava telefonicamente, al giornalista, l'invio di una lettera a sua firma, concordata con l'avvocato Gino Perrotta, che il giornale pubblicò sulle pagine regionali a corredo di un altro pezzo, a dir poco "cattivo", sempre a firma del sottoscritto, in cui si riportava il curriculum criminale dello stesso
boss di Paola. Quella missiva (che non è stata sequestrata, come erroneamente riferito) è stata consegnata, dal sottoscritto, ai carabinieri, dopo essere stata pubblicata. In diciassette anni di attività, dunque, ho fatto parlare Mario Serpa e non credo d'aver "favorito" nessuno. Era un suo diritto parlare, in uno Stato di diritto e dopo centinaia di batoste a mezzo stampa. Peraltro era stato promesso dal detenuto in semilibertà, sempre al sottoscritto, l'invio di un corposo "dossier-confessione" a sua firma, da trattare - era questo l'intento - in una serie di articoli o attraverso la stesura di un libro. Una inchiesta giornalistica che mi avrebbe consentito di raccogliere una importante "verità di parte" da mettere in contrapposizione ai fatti storici ed ai fatti processuali della mala nella provincia di Cosenza.
Poi Mario Serpa venne arrestato e quel dossier venne trovato in carcere e finì - questo sì - sotto sequestro. Ho fatto parlare, poi, Nella Serpa, cugina di Mario e presunta "reggente" della cosca di Paola. Mi ha inviato delle lettere dal carcere che ho pubblicato (due, di cui una in ricordo del suo avvocato, il noto compianto penalista Enzo Lo Giudice), mentre altre tre/quattro missive (credo anche telegrammi), contenenti dure accuse e velate minacce al sottoscritto, non le ho rese note - ma consegnate (e non sequestrate) ai carabinieri quando mi è stata bruciata l'auto - solo perché di scarso interesse pubblico.
Ricordo ancora, quando lavoravo a Calabria Ora, di essere stato contattato da un "gancio" per una intervista al boss di Cetraro, Franco Muto, che poi, nonostante la mia piena disponibilità a recarmi in quel di Cetraro, dove sono sempre stato odiato per le innumerevoli pagine da me stilate contro la cosca, non venne mai rilasciata. Ricordo ancora, diversi anni or sono, di essere stato convocato dai carabinieri, su richiesta dello stesso pm, per aver ospitato sulle mie pagine la denuncia di un avvocato penalista (Gino Perrotta) a discolpa di un suo assistito, un aspirante pentito prelevato dal carcere senza autorizzazione per indurlo a contattare telefonicamente i suoi "compari" al fine di raccogliere indizi nell'ambito di indagini antimafia. In questo caso, il magistrato perse mezz'ora del suo prezioso tempo solo per pormi una domanda: "Ma lei con chi sta? Con noi o con loro?".
Io risposi: "Io sto con me stesso. Faccio il giornalista". Una risposta che mi portò, poco dopo, ad un'altra convocazione, questa volta in caserma a San Lucido -pare sempre su richiesta dello stesso pm - per rispondere sulla fonte di una notizia di cronaca nera apparsa sul mio giornale ed a mia firma. Chiaramente mi rifiutai di fare nomi, ma fornii ai carabinieri (me l'ero portato dietro, perché avevo previsto la mossa del "nemico") copia di un articolo apparso il giorno prima su un giornale concorrente in cui il giornalista intimo amico di quel pm, pubblicò la stessa notizia, precedendomi, ma lui - il collega - non venne convocato da nessuno.
Dunque, dopo migliaia di articoli contro le cosche del Tirreno (ospitando anche tante veline dei "buoni"), dare spazio in replica, con tre articoli, ai "cattivi", può anche non fare piacere a tutti, ma a me interessa poco proprio perché opinione "interessata". Mi sono sempre guardato le spalle dalla 'ndrangheta e dalla mala-politica ed ho imparato ad essere guardingo anche verso "padroni" in cerca di "servi" e verso quei pochissimi pm che vivono di visibilità ad ogni costo. Dopotutto, se un giornalista che fa parlare un mafioso è accusato - verbalmente, e non certo sulla carta - di essere un "favoreggiatore" (opinione personale non condivisa), un magistrato che acquista consapevolmente una villa abusiva (è la motivazione di un giudice), è uno che non rispetta le regole e non è in condizioni di dare lezioni a nessuno.
P.S.: Oggi sono in vena di consigli: non dimenticate di chiedere al neo pentito Adolfo Foggetti chi è il mandante e chi l'esecutore dell'incendio della mia auto. Poi confrontate i nomi con quelli da me forniti al magistrato di Paola.
di Giorgio Petta
La Sicilia, 4 febbraio 2015
Palermo. "Dopo la strage di Capaci concordammo con l'allora ministro della Giustizia Claudio Martelli di reagire nel modo più duro possibile e volemmo dare alla mafia non solo una risposta politica, ma anche emotiva. Volemmo dimostrare al Paese che lo Stato reagiva con i mezzi più duri. Così decidemmo di riattrezzare le supercarceri di Pianosa e l'Asinara che erano state dismesse. Non ebbi l'impressione che nel Governo ci fossero opinioni discordanti".
Comincia con queste parole, ricostruendo la reazione dello Stato all'assassinio del giudice Giovanni Falcone, la deposizione dell'ex capo del Dap Nicolò Amato al processo sulla trattativa Stato-mafia, davanti ai giudici della Corte di Assise di Palermo in trasferta nell'aula bunker del carcere romano di Rebibbia.
Dopo Capaci, ci fu, il 19 luglio 1992, la seconda strage mafiosa di via D'Amelio, costata la vita al giudice Paolo Borsellino. "Martelli - ricorda Amato, rispondendo alle domande del pm Nino Di Matteo -mi disse: "Dammi il modo di fare un atto politico significativo". Io chiamai la direttrice del carcere Ucciardone di Palermo e individuammo i 55 detenuti più pericolosi da trasferire. Li portammo a Pianosa e gli applicammo il carcere duro previsto dall'articolo 41 bis". Alcuni giorni dopo, in due tranche, "si decise lo stesso provvedimento prima per 532 detenuti, poi per altri 567".
Un'iniziativa senza precedenti, ma di grande efficacia che diede il via ad una serie di inattesi pentimenti tra i boss. Eppure Amato venne defenestrato dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, poco meno di un anno dopo, nel giugno del 1993. Una vicenda che gli cambiò la vita e su cui ha scritto un libro.
C'era un disegno preciso dietro il suo allontanamento, perché, secondo la Procura di Palermo, l'alleggerimento del carcere duro per i boss sarebbe stato un passaggio necessario per il patto siglato tra pezzi delle Istituzioni e Cosa nostra per fermare le stragi mafiose.
Le scelte di Amato, sostenute politicamente da Martelli (che si dimise perché coinvolto nell'inchiesta milanese di "Mani Pulite") ebbero, secondo il teste, uno stop con l'arrivo del prof. Giovanni Conso al Ministero della Giustizia. "Nel febbraio 1993, dopo l'assassinio di un sovrintendente penitenziario da parte della camorra, a Napoli, venne firmato - riferisce l'ex capo del Dap - un decreto che prevedeva pesanti restrizioni carcerarie per i detenuti di Secondigliano e Poggioreale. Dopo 12 giorni Conso lo revocò, anche su sollecitazione del prefet-to di Napoli, preoccupato delle ripercussioni esterne della misura. Conso mi disse di avvertire l'allora ministro dell'Interno Nicola Mancino (tra gli imputati del processo, ndr) della decisione presa. Cosa che feci, come dimostra un biglietto che ancora conservo. Quando si applicava 41 bis, Conso era sempre preoccupato che Mancino lo sapesse.
Una volta per questo avemmo una discussione e io gli dissi: "Guarda che sono materie di nostra competenza, mica serve il suo consenso". Insomma, io sostenevo la tesi che la politica penitenziaria fosse di esclusiva competenza del Guardasigilli, ma Conso era molto preoccupato del parere di Mancino e dell'allora capo della polizia, Vincenzo Parisi, contrario al carcere duro. Probabilmente - aggiunge - le preoccupazioni del Viminale erano relative a eventuali rischi per l'ordine pubblico derivanti da strette carcerarie. Ma io ritenevo che comunque il Ministero dell'Interno non dovesse ingerire su nostre scelte e che se rischi per l'ordine pubblico ci fossero stati, a loro sarebbe solo toccato farvi fronte".
In realtà, le cose per l'ex capo del Dap erano cominciate già a cambiare nel marzo del 1993, quando i familiari di alcuni detenuti mafiosi al 41 bis scrissero all'allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro per denunciare gli eccessi "del dittatore Amato". "Di quella lettera che conteneva gravissime minacce a me - sottolinea il teste - non mi fu detto nulla. Ne seppi l'esistenza dopo tempo. Se me ne avessero parlato, avrebbero dovuto chiedermi se ero d'accordo a un alleggerimento del regime di 41 bis e io avrei risposto di no.
E a quel punto come avrebbero potuto giustificare una mia rimozione?". Amato venne sostituito da Adalberto Capriotti, "un uomo che aveva esperienza di carceri, mentre il suo vice, Francesco Di Maggio, non ne aveva alcuna. Fu Scalfaro - spiega Amato - a non volermi più al Dap. Incontrai il segretario generale del Quirinale Gaetano Gifuni qualche giorno prima del mio allontanamento dal Dap e mi disse che il presidente della Repubblica aveva deciso così e che entro una settimana me ne dovevo andare". Amato, che ritiene la rimozione "una macchia per le istituzioni", non accettò il nuovo incarico alla Commissione Ue e si dimise dopo avere avuto un duro scontro sulla sua destituzione con Conso. "Non mi diede - ricorda - alcuna spiegazione. Mi disse che si trattava di un normale avvicendamento".
Dopo Amato, ieri, doveva deporre il prof. Conso. Alla Corte ha fatto sapere di non potere testimoniare per motivi di salute. Lo farà in futuro, ma in ogni caso l'ex Guardasigilli potrebbe avvalersi della facoltà di non rispondere perché indagato per false informazioni al pubblico ministero in un procedimento connesso. Il processo è stato rinviato a stamattina per l'esame di Capriotti, anche lui indagato per false dichiarazioni al pm.
Amato: dopo le stragi con Martelli decidemmo di punire i mafiosi detenuti (Ansa)
Deposizione dell'ex presidente del Dap questa mattina a Roma. Il dirigente ricorda la dura reazione che il governo ebbe dopo le morti di Falcone e Borsellino.
È iniziato con la deposizione dell'ex capo del Dap Nicolò Amato il processo sulla presunta trattativa Stato-mafia, in corso in trasferta nell'aula bunker del carcere romano di Rebibbia. Amato ha ricordato quella che fu al reazione della istituzioni dopo l'uccisione del giudice Falcone e degli uomini della sua scorta. "Dopo la strage di Capaci concordammo con l'allora ministro della Giustizia Claudio Martelli di reagire nel modo più duro possibile e volemmo dare alla mafia non solo una risposta politica, ma anche emotiva. Volemmo dimostrare al Paese che lo Stato reagiva con i mezzi più duri".
Come primo segnale si decise di riattrezzare le supercarceri di Pianosa e l'Asinara che erano state dismesse. "Non ebbi l'impressione che nel governo ci fossero opinioni discordanti", ha detto. Dopo la strage di via D'Amelio, costata la vita al giudice Paolo Borsellino, lo Stato diede un'altra stretta. "Martelli mi disse - ha raccontato Amato: "dammi il modo di fare un atto politico significativo". Io chiamai la direttrice del carcere Ucciardone e individuammo i 55 detenuti più pericolosi da trasferire. Li portammo a Pianosa e gli applicammo il carcere duro". Dopo alcuni giorni in due tranche si decise lo stesso provvedimento prima per 532 detenuti, poi per altri 567.
Amato: su 41 bis Conso teneva informato Mancino (Ansa)
"Quando si applicava 41 bis il ministro Conso era sempre preoccupato che l'allora titolare dell'Interno, Nicola Mancino, lo sapesse. Una volta per questo avemmo una discussione e io gli dissi: "Guarda che sono materie di nostra competenza, mica serve il suo consenso". Insomma, io sostenevo la tesi che la politica penitenziaria fosse di esclusiva competenza del Guardasigilli". L'ha detto l'ex capo del Dap, Nicolò Amato, deponendo, nell'aula bunker di Rebibbia al processo sulla trattativa Stato-mafia. Amato ha raccontato di riserve sul 41 bis espresse dall'allora capo della polizia Vincenzo Parisi, e in generale degli ambienti del ministero dell'Interno. "Probabilmente - ha aggiunto - le preoccupazioni del Viminale erano relative a eventuali rischi per l'ordine pubblico derivanti da strette carcerarie; ma io ritenevo che comunque il ministero dell'Interno non dovesse ingerire su nostre scelte e che se rischi per l'ordine pubblico ci fossero stati, a loro sarebbe solo toccato farvi fronte".
Amato cita un episodio particolare: nel febbraio 1993, dopo l'assassinio di un sovrintendente penitenziario da parte della camorra, a Napoli, venne firmato un decreto che prevedeva pesanti restrizioni carcerarie per i detenuti di Secondigliano e Poggioreale. "Dopo 12 giorni - ha raccontato - Conso lo revocò anche su sollecitazione del prefetto di Napoli, preoccupato delle ripercussioni esterne della misura".
"Conso - ha aggiunto - mi disse di avvertire Mancino della decisione presa, cosa che feci, come dimostra un biglietto che ancora conservo". Per Amato, Parisi espresse le sue riserve sul carcere duro anche in sede di comitato per l'ordine e la sicurezza pubblica, sempre nel 1993. Ma delle obiezioni dell'ex capo della polizia nel verbale della riunione non risulta nulla.
di Sibilla Buttiglione
Il Garantista, 4 febbraio 2015
Sono stati rinviati a giudizio dal Gup di Firenze i carabinieri e i volontari della Croce Rossa indagati per la morte di Riccardo Magherini, deceduto a Borgo San Frediano nel marzo 2014 mentre veniva arrestato.
Un sospiro di sollievo per i familiari dell'ex calciatore della Fiorentina juniores, che hanno accolto la sentenza con un applauso. "Ora in galera" hanno gridato gli amici di Riccardo per i corridoi del Palazzo di Giustizia. E ancora "Via la divisa!" all'indirizzo dei quattro militari accusati di omicidio colposo.
Nella notte tra il 2 e il 3 marzo 2014 avrebbero provocato la morte per asfissia del 40enne, che soffriva di una dipendenza da cocaina e stava dando in escandescenze. "Il rinvio a giudizio è importante" ha detto l'avvocato dei Magherini, Fabio Anselmo. "La Procura considera gli imputati responsabili".
"Siamo sereni", ecco la risposta dell'avvocato Francesco Maresca, legale dei quattro carabinieri, che ieri erano presenti in aula. Marasca si è detto soddisfatto per aver ottenuto la modifica del capo di accusa da omicidio preterintenzionale a omicidio colposo. "Non ci sono stati pestaggi né altri comportamenti dolosi" ha puntualizzato, al contrario di quanto emerso nelle prime fasi dell'indagine.
Secondo la difesa non sussisterebbe nemmeno l'accusa di violazione del codice, che vieta l'arresto o il fermo di persone clinicamente incapaci di intendere e di volere. "In aula hanno detto che Magherini era malato ma, che io sappia, non aveva forme patologiche di malattia, aveva assunto cocaina". Indagati anche i tre soccorritori del 118: quella notte avrebbero sottovalutato le condizioni mediche di Magherini, causandone indirettamente la morte. Ma secondo la difesa dell'avvocato Massimiliano Manzo, l'errore non è stato dei paramedici bensì della centrale del 118, che sbagliò a inviare volontari e non personale medico specializzato.
Quello di Magherini era infatti un codice giallo che richiedeva l'intervento di un'ambulanza con a bordo almeno un medico. In casi simili di "agitazione psico-motoria", in cui il paziente deve essere sedato, l'iniezione può essere eseguita solo da "personale sanitario e non da soccorritori volontari". Insomma, al posto dei tre soccorritori dovrebbe esserci il responsabile che li mandò a Borgo San Frediano. Intanto bisognerà aspettare l'11 giugno per l'inizio del processo.
"Era quello che volevamo" assicura la famiglia di Riccardo, anche se si tratta pur sempre di un'amara consolazione. "Qui non c'è vittoria, abbiamo perso Riccardo" ha detto tra le lacrime il padre della vittima Guido Magherini. "Non sarà mai vittoria".
"Sono emozionata e commossa come se questa vicenda riguardasse me" ha commentato Ilaria Cucchi, sorella di Stefano, che ha assistito all'udienza di ieri. "Ai Magherini dico di tenere duro e di andare avanti. In queste aule sentiranno dire tante cose non vere e ingiuste su Riccardo ma loro devono andare avanti. L'attenzione mediatica è importante per far capire come stanno davvero le cose".
di Alberto Samonà
www.ilsitodipalermo.it, 4 febbraio 2015
Le durissime affermazioni dell'ex governatore siciliano in un'intervista resa al settimanale "Oggi": "La verità è che sono detenuto più uguale degli altri".
"Al di là dell'incredibile motivo indicato nella decisione di diniego, credo che il 'nò sia solo perché io mi chiamo Cuffaro".
Queste le parole dell'ex presidente della Regione siciliana, Salvatore Cuffaro, rese in un'intervista al settimanale Oggi e riferite al diniego del giudice di Sorveglianza di Roma, Valeria Tomassini, che nel marzo scorso aveva detto no alla possibilità per l'ex Presidente della Regione siciliana di poter usufruire di un permesso per andare a trovare la madre ottantenne.
Cuffaro è attualmente detenuto a Rebibbia a seguito della condanna definitiva a sette anni, inflittagli per favoreggiamento aggravato alla mafia. Condanna che finirà di scontare il 10 giugno 2016. Le motivazioni del diniego erano state rese note soltanto a metà dicembre: in pratica, il giudice aveva scritto che la madre dell'ex governatore siciliano è affetta da una grave forma di Alzheimer che le rende impossibile la facoltà di riconoscere il figlio. Infatti - a detta del giudice - "il deterioramento cognitivo evidenziato nella donna svuota senz'altro di significato il richiesto colloquio".
Ma Cuffaro nell'intervista non usa mezzi termini e lancia il proprio j'accuse: "Anche se ho scelto di consegnarmi spontaneamente in carcere un'ora dopo la sentenza - sottolinea - e ho sempre manifestato il mio rispetto per il lavoro dei giudici, e ho fatto di tutto per essere un detenuto uguale agli altri, sono purtroppo considerato un detenuto più uguale degli altri".
Nell'intervista a Oggi, l'ex governatore della Sicilia ha anche fatto riferimento alla frase secondo cui la sua morte civile sarebbe stata realizzata scientificamente da qualcuno: "Giovanni Falcone parlava di menti raffinatissime: aveva ragione, ci sono state e ci sono ancora. E sono presenti in svariati settori della vita pubblica e privata, legali e illegali".
Nelle motivazioni con cui il tribunale di Sorveglianza aveva negato il permesso a Cuffaro, il giudice spiegava che questo può essere concesso per espressa disposizione normativa, solo eccezionalmente, per "eventi familiari di particolare gravità da intendersi come avvenimenti particolarmente significativi della vita della persona, sottolineandosi l'eccezionalità della concessione".
Adnkronos, 4 febbraio 2015
"Rispetto alla media nazionale lo stato delle carceri umbre è sostanzialmente buono. Il tasso di affollamento è tornato nella norma poiché per 1.400 posti disponibili sono presenti 1.400 detenuti. Tuttavia, in alcune carceri sono presenti problemi di carattere strutturale (umidità e temperatura delle celle non sempre ottimali)".
È questa la sintesi dell'intervento in consiglio regionale dell'Umbria, del Garante dei detenuti Carlo Fiorio, che ha tracciato la sua attività dopo la designazione da parte dell'Assemblea legislativa del 28 maggio 2014. Un incontro richiesto del capogruppo di Fratelli d'Italia, Franco Zaffini e definito importante dal presidente della Commissione, Massimo Buconi.
"Da evidenziare - sottolinea - comunque la volontà dell'amministrazione penitenziaria locale, nonostante le insufficienti risorse provenienti dal ministero, di risolvere al meglio ogni problematica. In alcuni Istituti sono state rilevate meritorie iniziative, anche di carattere culturale. Rispetto alla media nazionale va evidenziato che in Umbria c'è sempre stata una buona rete. L'Umbria, di fatto, è sempre stata un laboratorio positivo. L'auspicio è che il trend discendente della carcerazione possa portare comunque un miglioramento delle condizioni generali".
Carlo Fiorio ha spiegato che il suo ufficio ha ricevuto, ad oggi, 237 missive, effettuato 26 colloqui nei quattro istituti penitenziari umbri (12 a Perugia, 7 a Spoleto, 6 a Terni, 1 ad Orvieto), per un totale di 290 contatti. "Abbiamo incontrato 167 detenuti - ha detto - che hanno evidenziato problematiche inerenti il diritto e la tutela della salute, richieste di trasferimento, per l'ottenimento di benefici, condizioni di vita penitenziaria (salubrità ambienti, temperature dei locali), richiesta per ausilio documentazione, richieste di istruzione, di lavoro, posizioni giuridiche, lumi circa procedimenti disciplinari. Attualmente - ha detto ancora Fiorio - l'ufficio del Garante, insediato presso l'assessorato regionale al Welfare, oltre a poter chiedere supporto al personale della Giunta, è composto da quattro ragazzi volontari dell'Università che svolgono visite nelle carceri, spesso effettuate con difficoltà, a causa di una circolare del Dap (Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria), che ha uniformato questa figura a quella del parlamentare o Consigliere regionale, per cui diventa difficile effettuare i colloqui. Stiamo comunque lavorando con l'assessore Carla Casciari - ha assicurato - per creare una rete con il Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria, con la Magistratura di sorveglianza e con la Regione per trovare la soluzione a questo problema".
www.napolipost.com, 4 febbraio 2015
Prende il via una tournée teatrale speciale il cui spettacolo ha per palcoscenico cinque carceri campane ed altri luoghi. "Criature" spettacolo prodotto da Delirio Creativo, è scritto e diretto da Raffaele Bruno. In scena Federica Palo, Angela Dionisia Severino e Rita Paolella. Una storia tratta da un tragico episodio di cronaca realmente accaduto a Napoli che ha meritato l'attenzione di Stefano Benni, con cui il regista vanta una decennale collaborazione.
A presentare il nuovo progetto l'Associazione Scuola di pace, da sempre impegnata in ambito sociale, con il sostegno dell'8 X 1.000 della Chiesa Valdese. Il tour a partire da venerdì 6 febbraio. Stefano Benni ha così commentato lo spettacolo: "una musica di dolore e speranza assieme, forse solo a Napoli la puoi suonare cosi forte".
La tournèe è in realtà un pretesto per realizzare un "incontro" e riflettere assieme sul tema dell'innocenza. Il regista in questo spettacolo si interroga, infatti, su tali tematiche: tutti gli uomini nascono innocenti quando è che un uomo smarrisce l'innocenza? E soprattutto di chi è la responsabilità? C'è nella vita di ognuno un bivio o più di uno in cui si è chiamati a fare scelte determinanti ed è proprio in quel momento che un uomo dovrebbe incontrare una guida, un maestro, lo stato, invece spesso questo incontro avviene troppo tardi o non avviene mai.
La nostra società cresce moltissimi figli inconsapevoli a cui nessuno ha insegnato che possono fare una scelta, che possono coltivare i loro sogni figli che incontrano lo stato spesso solo in carcere. Grazie a questa tournée dopo ogni replica si avrà la straordinaria opportunità di parlare di questo tema con carcerati, poliziotti, direttori, operatori sociali, insegnanti, volontari, donne, uomini, bambini senza filtri, guardandoci negli occhi.
Le date della tournée di Criature:
6 - 8 febbraio al Casale delle arti (Sant'Agata dei Goti, Bn);
ritiro, prove e prova aperta l'8 febbraio 11 febbraio al carcere di Carinola (Ce);
15 marzo al Gridas di Scampia (in questa data saranno presenti molte associazioni attive sul territorio);
19 marzo al Carcere di Eboli (Sa);
2 aprile al Carcere di Sant'Angelo dei Lombardi (Av);
aprile (data da definire) all'Università Suor Orsola Benincasa
maggio (data da definire) per la manifestazione Una canzone di pace (la festa dell'Associazione Scuola di pace, una vetrina che permette da 15 anni a molte realtà artistiche e sociali cittadine di incontrarsi e farsi conoscere).
Inoltre in sede di conferenza stampa prevista per mercoledì 4 febbraio ore 11:00 presso il teatro "Palcoscenico" (via Gaetano Argento 54) verrà presentato in anteprima il sito web del Delirio Creativo e il nuovo logo della compagnia.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 4 febbraio 2015
È stato un suicidio, non risulta nessun segno di violenza. È questo il responso dell'autopsia effettuata sul corpo di Cino Carrello, il detenuto di 26 anni che mercoledì sera è stato ritrovato impiccato con un lenzuolo nel carcere palermitano del Pagliarelli.
I magistrati, però, pur escludendo l'ipotesi di omicidio, continuano a indagare per minacce e istigazione al suicidio. Qualche tempo dopo essere finito in manette, qualcuno aveva recapitato nella sua cella un paio di bigliettini nei quali il giovane veniva invitato a "stare sereno" e pensare soltanto ai propri familiari.
Un episodio, su cui sta indagando la procura di Palermo, che ha iscritto due persone nel registro degli indagati. Uno di loro sarebbe molto vicino al capomafia latitante Matteo Messina È Denaro. Non è escluso che le ipotesi di reato per i due possano estendersi all'istigazione al suicidio.
Carrello era finito in carcere nell'ambito dell'operazione "Eden 2", che aveva fatto luce sui legami tra il boss latitante Matteo Messina Denaro e gli esponenti del mandamento mafioso palermitano di Brancaccio. Nelle ultime settimane aveva però iniziato a collaborare con i magistrati rivelando i nomi dei componenti di una sorta di gruppo di fuoco usato da Cosa nostra per mettere a segno le rapine. Il ragazzo ha anche lasciato un bigliettino, del quale però non è stato reso noto il contenuto. Rimane il fatto che il detenuto era in cella di isolamento. Come è possibile che abbia ricevuto biglietti di minaccia senza passare sotto la censura?
Ansa, 4 febbraio 2015
Nell'ambito del progetto di "Giustizia riparativa per l'inserimento lavorativo dei detenuti e il recupero del patrimonio ambientale locale", un detenuto del carcere di Pescara effettuerà lavori di manutenzione e di carattere igienico-sanitario ed ecologico nella zona di Montesilvano Colle. Il progetto, frutto di una convenzione tra il Comune di Montesilvano e la Casa Circondariale di Pescara, riattivata anche quest'anno dalla Giunta Maragno, ha come obiettivi quelli di reintegrare i detenuti e offrire loro un'occasione per ripagare il danno arrecato alla collettività attraverso lavori di pubblica utilità.
Ad individuare il detenuto sarà il direttore del carcere. Tutte le mattine, per sette giorni a settimana, inclusi i festivi, con riposo di un giorno settimanale, dalle 8:30 alle 12:30, svolgerà le sue prestazioni tra piazza Galli, Piazza Giardino, corso Vittorio Emanuele fino alla scuola, lungo la passeggiata e le zone limitrofe, occupandosi della pulizia di aree verdi e di piccole manutenzioni ordinarie. Il Comune fornirà i materiali necessari. Il detenuto, che resterà sotto la diretta responsabilità del carcere di Pescara, verrà retribuito con una somma di 300 euro mensili, che verrà corrisposta alla Casa Circondariale.
"Fui un grande sostenitore di questo progetto in Provincia a Pescara - ricorda l'assessore ai Lavori pubblici, Valter Cozzi - dal momento che ci permise di completare importanti interventi. Sono sicuro che anche a Montesilvano consentirà di ottenere buoni risultati. Questo accordo ha, infatti, un duplice vantaggio: da una parte preparare il reinserimento lavorativo e sociale dei detenuti, dall'altra permettere l'applicazione di una forma di giustizia riparativa che fornisce un servizio alla comunità della nostra città".
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