di Daniela Peira
www.lanuovaprovincia.it, 17 gennaio 2015
Giovane, solo, disarmato di fronte a 50 detenuti che possono circolare liberamente fuori dalle celle: è finita male per un agente di polizia penitenziaria siciliano di 24 anni che giovedì pomeriggio è stato aggredito a schiaffi e pugni tanto da finire al Pronto Soccorso. La denuncia dell'accaduto arriva da Marco Missimei, segretario provinciale della categoria della polizia penitenziaria in seno alla Uil.
"Si parla solo sempre di quando sono gli agenti di polizia penitenziaria a venire condannati per maltrattamenti (o presunti tali) a detenuti, ma fuori dal carcere non si sa come lavoriamo e quali rischi corriamo ogni momento".
L'episodio di giovedì è accaduto dintorno alle 14,30 mentre l'agente stava compilando dei verbali nel suo "gabbiotto" all'interno della sezione B2, quella in cui scontano la pena detenuti per reati comuni. Ogni sezione conta una cinquantina di carcerati. Ad un tratto è stato avvicinato da un detenuto maghrebino molto infastidito dal fatto che da qualche giorno la tv non funzionava pretendendo che qualcuno intervenisse. L'agente lo ha invitato ad allontanarsi dal gabbiotto e a calmarsi, ma per tutta risposta ha ricevuto gli schiaffi e i pugni.
"Casi come quello che è capitato giovedì - spiega Missimei - sono numerosissimi da quando è entrata in vigore la cosiddette Legge Torreggiani, introdotta dopo le sanzioni dell'Ue verso l'Italia per le condizioni di vita nelle sue carceri. La nuova norma prevede un massiccio aumento delle ore di apertura delle celle con la possibilità, per i detenuti, di circolare liberamente all'interno della sezione. Prima i detenuti passavano la maggior parte del tempo in celle ne uscivano per le tradizionali "ore d'aria" o per partecipare alle varie attività complementari in struttura." Una decisione di civiltà nei confronti della popolazione carceraria che però confligge con l'efficacia della sorveglianza e la cronica carenza di organico.
"Questo significa, nella realtà, che ogni agente di polizia penitenziaria, nel suo turno, da solo deve sorvegliare cinquanta detenuti che si spostano ovunque - dice Missimei - senza contare che, proprio per la carenza di organico, può capitare di dover sorvegliare due sezioni insieme, quindi cento detenuti, e per otto ore di seguito. Capite che si moltiplicano le occasioni di scontro, di tensioni e, nel caso peggiore, la sproporzione numerica gioca a sfavore degli agenti." A supportare le preoccupazioni del segretario alcuni dati statistici riportati durante il congresso nazionale di tre mesi fa. "Dall'entrata in vigore della Torreggiani con l'apertura delle celle, sono diminuiti i casi di suicidi e di gesti autolesionistici fra i detenuti ma sono quasi raddoppiate le aggressioni agli agenti e i suicidi fra il personale di custodia. Bisogna riorganizzare in fretta tutto per garantire sì i diritti dei detenuti, ma anche la sicurezza degli agenti che operano".
www.lultimaribattuta.it, 17 gennaio 2015
Ancora una bella iniziativa organizzata da Gruppo Idee, associazione nata all'interno del carcere di Rebibbia, dalla volontà di un gruppo di detenuti di dimostrare alla società che gli sbagli compiuti e la privazione della libertà non impediscono la capacità di rinnovarsi e di restituire. Lunedì 19 gennaio 2015, alle ore 12.00, si sfideranno sul campo di calcio della casa circondariale di Frosinone, la squadra del penitenziario e la rappresentativa dell'associazione italiana arbitri, sezione di Frosinone.
Si giocherà per dimostrare, ancora una volta, come il carcere possa essere anche un luogo di solidarietà e di confronto reciproco, come valori quali il rispetto delle regole e dell'avversario possano essere universali, a prescindere dalla realtà che si vive. Sarà senza dubbio un match entusiasmante e il risultato sarà naturalmente ininfluente, perché lo scopo del match è quello di abbattere le barriere del pregiudizio per lanciare, da un luogo "difficile" come la prigione, un messaggio distensivo a tutto il mondo sportivo.
"Gruppo Idee ci tiene inoltre a sottolineare che l'iniziativa non vuole essere un incontro sporadico o un momento di solidarietà verso i detenuti limitato a questa giornata ma bensì il proseguimento di un progetto sportivo e sociale nato dal grande lavoro comune fatto nell'Istituto da tutte le parti coinvolte nella delicata opera di reinserimento sociale e che ha come obiettivo quello di portare la squadra, guidata abilmente dal Mister Antonio Colasanti, a giocare in campionati riconosciuti". Un plauso e il sentito ringraziamento da parte dell'Associazione va alla direzione del carcere di Frosinone, nelle figure del direttore Francesco Cocco, del comandante dell'Istituto Elio Rocco Mare, che da subito hanno sostenuto questa iniziativa. Tutti possono sbagliare, l'importante è dare il modo per dimostrare di aver capito gli errori. E questa è la missione che porta avanti Gruppo Idee.
di Donatella Stasio
Il Sole 24 Ore, 17 gennaio 2015
"La prison c'est la putain meilleure école de la criminalité": non hanno bisogno di traduzione le parole con cui nel 2008 Amedy Coulibaly, uno dei tre attentatori di Parigi, raccontò a France 2 la sua esperienza in carcere, dov'era finito con una condanna per rapina. E dove cominciarono la sua radicalizzazione e il suo reclutamento nella jihad grazie all'incontro con Djamel Beghal, figura dell'islam radicale.
"Come si fa a imparare la giustizia con l'ingiustizia?" chiedeva provocatoriamente Coubaly. Certo non c'era bisogno della sua testimonianza per sapere che le prigioni sono formidabili scuole del crimine e di reclutamento di detenuti comuni ad opera di "veterani". Basti solo pensare che più di un secolo fa Filippo Turati ammoniva che "le nostre carceri sono fabbriche di delinquenti o scuole di perfezionamento dei malfattori".
E se non bastasse, ecco anche un riscontro scientifico, documentato in una ricerca su "carcere e recidiva" senza precedenti in Italia e all'estero, effettuata (su impulso del Sole 24 ore) dagli economisti Daniele Terlizzese e Giovanni Mastrobuoni: quanto più il carcere è rispettoso della dignità e dei diritti fondamentali dei detenuti, tanto più è in grado di ridurre la loro recidiva; per ogni anno passato in un carcere "a misura dei diritti", infatti, la recidiva si riduce di 10-15 punti percentuali (a partire da una media del 40 per cento circa). Gli attentati di Parigi e la storia degli attentatori rilanciano questo tema, anche per la tutela della sicurezza collettiva.
In Italia, su 54mila detenuti, 13mila sono musulmani ma solo 10 stanno dentro per terrorismo internazionale (articolo 270 bis del Codice penale). Numeri bassissimi rispetto alla Francia (67mila detenuti di cui 25mila musulmani: 152 radicalizzati e monitorati e di questi 22 in isolamento) dove dopo gli attentati si pensa a forme più rigide di isolamento carcerario. Anche il ministro della Giustizia Andrea Orlando ha segnalato l'esigenza di "isolare" le cellule terroristiche per evitare che il carcere sia - come purtroppo è stato - un "incubatore" dell'estremismo.
Ma non si sta pensando al 41 bis, cioè all'isolamento completo del detenuto con la sospensione di una serie di diritti per recidere i suoi legami con l'esterno, quanto piuttosto a un'intensificazione del regime di "Alta sicurezza, livello 2" dove attualmente scontano la pena i "radicalizzati": un circuito a sé (che coincide con le carceri di Asti, Benevento, Macomer e Rossano), separato da quello dei detenuti "comuni", per evitare rischi di proselitismo, sebbene anche i detenuti comuni siano potenzialmente a rischio, tant'è che sono comunque sottoposti a un monitoraggio costante.
Questa particolare "attenzione" dell'Amministrazione penitenziaria risale al 2005, anche a seguito di indagini nelle carceri di Italia, Francia e Regno unito, e fa leva sulla formazione specifica del personale, sulla sistemazione dei detenuti estremisti, sulla pratica religiosa in prigione, sull'accesso e formazione degli imam, sulla preparazione dell'uscita dal carcere e soprattutto su una serie di indicatori della radicalizzazione.
Il rispetto dei diritti fondamentali del detenuto resta, tuttavia, una precondizione essenziale anche per contrastare il rischio di radicalizzazione. I risultati ottenuti da Terlizzese-Mastrobuoni - il paper "Rehabilitation and Recidivism: Evidence from an Open Prison" è pubblicato sul sito dell'Eief, Einaudi Institute For Economics And Finance, e Il Sole 24 ore ne ha dato conto il 29 maggio 2014 - documentano la straordinaria incidenza sulla recidiva del fatto di trovarsi in un ambiente non degradante e rispettoso dei propri diritti.
"Per noi è uno studio fondamentale" dice Mauro Palma, nominato il 5 dicembre vice capo del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria (Dap), anche se ancora non c'è il decreto di nomina, nonché presidente del Consiglio europeo per la cooperazione nell'esecuzione penale. "In Europa c'è grande attenzione - spiega - alla radicalizzazione come processo di trasformazione del responsabile di un reato in vittima: entri in carcere come responsabile di un reato ma poi ti percepisci come vittima perché i tuoi diritti non vengono rispettati. Per cui quando esci, esci come persona che ha subìto un'ingiustizia. E questo alimenta odio sociale".
In sostanza, la radicalizzazione è anche "il risultato di un'esclusione sociale, di cui il carcere è l'ultimo anello della catena". Di qui la necessità di "diminuire la vittimizzazione" sia attraverso il rigoroso rispetto dei diritti fondamentali sia attraverso una riflessione del detenuto sulla ferita sociale che la sua condotta criminosa ha provocato. E su questo c'è molto da fare.
"Per le persone che vengono da contesti sociali deprivati - prosegue - il carcere è un ulteriore elemento di deprivazione culturale, di ghettizzazione, di cui si nutre la radicalizzazione". Per molti anni Palma è stato presidente del Comitato europeo per la prevenzione della tortura e in questa veste ha girato moltissime carceri. "Il torto della Francia - osserva - è aver ghettizzato moltissimo, dividendo i detenuti per omogeneità culturali, mentre l'Italia ha scelto la via della disomogeneità" ricorrendo ai mediatori culturali". Riproporre in carcere "la banlieu parigina", il "quartiere ghetto", è un errore, perché "dà una falsa identità dell'appartenenza".
di Alessandro Di Liegro
Il Messaggero, 17 gennaio 2015
La Cia avrebbe coperto l'omicidio di tre detenuti, avvenuto nel 2006 all'interno della prigione di massima sicurezza di Guantánamo, coprendo l'accaduto come un triplice suicidio. A testimoniare l'accaduto il sergente dell'esercito Joseph Hickman, che all'epoca dei fatti era di guardia nel campo di prigionia cubano nella notte in cui i tre sarebbero stati uccisi.
I prigionieri erano Salah Ahmed Al-Salami, 37 anni dello Yemen, Mani Shaman Al-Utaybi, 30 anni dall'Arabia Saudita e Yasser Talal Al-Zahrani, 22 anni, anche lui saudita. "I detenuti avrebbero dovuto legarsi mani e piedi insieme, mettersi una maschera in faccia, fare un cappio, appenderlo al soffitto della cella, e saltare insieme. Tutto questo mi sembra impossibile.
Noi avevamo l'ordine di controllare i detenuti ogni quattro minuti" avrebbe detto Hickman in una videointervista rilasciata a Vice News. Il sergente riferisce anche di una ispezione nelle celle poche ore prima dell'accaduto in cui le guardie non avrebbero trovato nulla che potesse essere credibilmente stato usato per creare i cappi. Hickman ha appena scritto un libro, "Omicidio al Camp Delta", con cui spera di dare un contributo alla ricerca della verità sulle torture perpetrate all'interno del campo di prigionia sulle quali sta indagando il Senato degli Stati Uniti.
"Speravo di lasciarmi Guantánamo alle spalle. Non volevo ricordare nulla di quel periodo. Era come un brutto sogno", continua Hickman "Poi ho visto un altro detenuto impiccato. Quindi ho voluto andare più a fondo per scoprire cosa realmente stava succedendo".
Nella notte del 9 giugno 2006, Hickman era di guardia al campo Delta quando ha visto un furgone rientrare al blocco Alpha tre volte distinte, ogni volta prendendo un prigioniero e portandolo fuori dal campo. Ha visto il furgone uscire dal checkpoint Acp Roosevelt, che portava solo in due posti: la spiaggia e il Campo No, dove c'era un ufficio segreto della Cia. "Fra le 23 e le 23.30 ho visto il furgone tornare al Campo Delta e dirigersi verso la clinica medica. Dopo 10 minuti il caos: tutte le luci si sono accese e le sirene hanno iniziato a suonare. I prigionieri erano morti" ricorda.
Hickman riferisce che i tre si erano impegnati in uno sciopero della fame, cosa che stava ispirando gli altri detenuti a fare lo stesso. "La policy di sicurezza era che non si poteva interrogare chi stava facendo lo sciopero della fame. Nel 2006 la Cia ha fatto circa 200 interrogatori a settimana, cosicché ogni sciopero della fame era visto come una diminuzione della possibilità di intelligence per recuperare informazioni".
Detenere persone senza valide accuse nei loro confronti è considerato illegale secondo la carta dei diritti dell'uomo. Il paradosso è che il motto di Guantánamo è "Sicuri, umani, legali, trasparenti". "Pensavo che Guantánamo fosse quello di cui c'era bisogno, il clima legato alla guerra stava cambiando e avevamo bisogno di un posto sicuro dove detenerli e interrogarli", conclude.
Il Senato ha stilato un rapporto sulle torture perpetrate dalla Cia sui detenuti a Guantánamo e le carte rilasciate dalla Cia sono state date a una commissione composta da cinque senatori. In questi giorni si è scoperto che la stessa agenzia di intelligence stava spiando i computer della commissione, col timore che venissero rilevati informazioni segrete. Dagli uffici della Cia si parla di una semplice incomprensione legata agli obblighi di controllo e sicurezza del National Security Act".
Aki, 17 gennaio 2015
Le autorità pakistane hanno impiccato Ikramul Haq, un militante sunnita dell'organizzazione fuorilegge Sipah-i-Sahaba Pakistan (Ssp), condannato a morte dal tribunale dell'anti terrorismo di Faisalabad nel 2004 per aver ucciso un musulmano sciita. Lo hanno riferito fonti della polizia e lo ha confermato il suo avvocato Ghulam Mustafa Mangan.
L'uomo era stato perdonato dai familiari della vittima lo scorso 8 gennaio, ma un tribunale ha respinto il compromesso raggiunto tra le parti e confermato la pena capitale. Con l'impiccagione avvenuta oggi nel carcere centrale di Kot Lakhpat a Lahore salgono a 19 le condanne a morte eseguite dalla revoca della pena di morte da parte del premier Nawaz Sharif dopo il massacro compiuto il 16 dicembre dai Talebani in una scuola pubblica dell'esercito a Peshawar e costato la vita a 150 persone, di cui 134 bambini. Le Nazioni Unite, l'Unione Europa, Amnesty International e Human Rights Watch hanno chiesto al Pakistan di ripristinare la moratoria sulla pena di morte, che è rimasta in vigore dal 2008 al dicembre scorso.
Reuters, 17 gennaio 2015
Fa scalpore la notizia diffusa dal quotidiano britannico Daily Mail riguardo alle autorità filippine che, in occasione della visita di Papa Francesco, per mantenere le strade "pulite", hanno provveduto a portare centinaia di bambini di strada nelle carceri. Questo tipo di detenzione provvisoria sarebbe già stata applicata anche in altre occasioni, scrive il quotidiano, come nel caso della visita del presidente americano Barack Obama.
Secondo quanto descrive il Daily mail, "i bambini sono terrorizzati e rinchiusi in centri di detenzione lerci, dove dormono sui pavimenti e dove molti di essi sono picchiati o diventano vittime di abusi da parte di detenuti adulti, e in alcuni casi vengono incatenati a delle colonne". Il quotidiano si riferisce più precisamente ad un centro di detenzione a Manila e non è chiaro se vi siano altri casi nel resto dell'arcipelago.
I giornalisti hanno visitato il centro di detenzione in compagnia di un sacerdote irlandese, Padre Shay, attivo da 40 anni nelle Filippine: "Purtroppo, non c'è modo che il Papa visiti questi penitenziari a Manila", ha dichiarato, con rammarico, il sacerdote, sottolineando che "è una vergogna per la nazione. Le autorità sarebbero preoccupate se il santo padre vedesse come vengono trattati i bambini".
Il caso segue un'altra vicenda che lo scorso anno ha sconvolto l'opinione pubblica. Infatti, una fotografia ritraeva un bambino di 11 anni, ridotto in condizione scheletriche, steso a terra, apparentemente morente, detenuto in uno dei centri della capitale, il Manila Reception and Action Centre (Rac). Il bambino al quale è stata dato il nome del Papa, è stato salvato da alcuni volontari. Tuttavia, secondo le stime vi sarebbero circa 20 mila bambini detenuti nei vari penitenziari della città.
Il ministro dell'Interno, Manuel Roxas, ha respinto il coinvolgimento della polizia nazionale mentre Rosalinda Orobia, responsabile dei servizi sociali del dipartimento del welfare di Manila, ha ammesso che gli agenti hanno recluso per settimane i bambini che sostavano nelle aree centrali, interessate dalla visita del Santo Padre. Il ministro per il welfare Corazon Soliman ha invece negato la detenzioni de bambini, affermando che "chi abusa dei minori finisce in carcere". Tuttavia, come riportano i media, nella maggior parte dei casi "pulizia delle strade" viene effettuata dalle amministrazioni locali.
di Fabio Scuto
La Repubblica, 17 gennaio 2015
La Corte penale internazionale (Cpi) ha aperto un'inchiesta preliminare per verificare se siano stati commessi "crimini di guerra" durante il conflitto della scorsa estate tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza. La Corte penale internazionale (Cpi) ha aperto un'inchiesta preliminare per verificare se siano stati commessi "crimini di guerra" durante il conflitto della scorsa estate tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza.
Ma l'indagine riguarda anche alcune fazioni palestinesi nonché il lancio di razzi da parte di Hamas su territori altamente popolati. "Il procuratore del Tribunale penale internazionale Fatou Bensouda ha aperto un'inchiesta preliminare sulla situazione in Palestina - ha fatto sapere l'ufficio dei procuratori del Cpi - che non equivale a un'indagine, ma si tratta di esaminare le informazioni a disposizione in modo da poter essere pienamente informati e valutare se ci sia una base ragionevole per procedere con un'indagine", ha spiegato il Cpi.
L'Autorità palestinese lo scorso primo gennaio nell'aderire alla Corte ne aveva riconosciuto la competenza a partire dal 13 giugno 2014, data in cui Israele lanciò una vasta campagna di arresti nella Cisgiordania occupata edando poi il via alla guerra su Gaza, nella quale morirono 2100 persone, gran parte delle quali civili. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha deprecato la decisione del Tribunale. "È scandaloso che pochi giorni dopo che dei terroristi hanno massacrato ebrei in Francia, il procuratore del Tpi apra un'inchiesta contro lo Stato ebraico", ha detto Netanyahu, "E questo perché difendiamo i nostri cittadini da Hamas, un gruppo terrorista... Sfortunatamente ciò fa sì che questo Tribunale sia parte del problema e non della soluzione".
L'Autorità nazionale palestinese aveva presentato domanda di adesione al Tpi il 1 gennaio. Il presidente palestinese Abu Mazen aveva chiesto alla Corte di indagare sui crimini commessi da Israele "nei Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, dal 13 giugno 2014".
Compresi anche i 51 giorni di conflitto di questa estate tra Hamas e Israele nella Striscia di Gaza, costati la vita a più di 2.100 palestinesi, la maggior parte civili secondo l'Onu. Da parte israeliana, nel conflitto hanno perso la vita 67 persone. "Lo statuto di Roma non impone alcuna scadenza per prendere una decisione relativa a un esame preliminare" ha ricordato l'ufficio della procura della Cpi: una simile procedura è già in corso in Afghanistan, Colombia, Georgia, Guinea, Honduras, Iraq, Nigeria ed Ucraina.
di Riccardo Noury (portavoce di Amnesty International)
Il Manifesto, 17 gennaio 2015
Ieri non è stato frustato. La nuova sessione di 50 frustate al blogger saudita Raif Badawi prevista venerdì non ha avuto luogo per motivi di salute.
Il medico ha verificato che le lacerazioni delle prime 50 del 9 gennaio non si erano ancora cicatrizzate e ha raccomandato di rinviare di una settimana. Il rinvio mostra la profonda brutalità della punizione e ne sottolinea l'oltraggiosa inumanità. L'idea che sia concesso di riprendersi per poter soffrire di nuovo è macabra e vergognosa. Le frustate sono proibite dal diritto internazionale.
Portone serrato, finestre chiuse. Per oltre un'ora è stata la scena che hanno visto giovedì le decine di partecipanti al sit-in organizzato da Amnesty International di fronte all'ambasciata dell'Arabia Saudita, con l'adesione di Fnsi e Articolo 21, per chiedere la scarcerazione di Raif Badawi, il blogger condannato a 10 anni di carcere e a 1.000 frustate per aver offeso l'Islam.
A Gedda, era prevista la seconda serie di 50 frustate, crudele regalo di compleanno per il prigioniero di coscienza che ha compiuto 31 anni martedì scorso. Poi, se le pressioni (invero blande) dei governi amici di Riad non avranno effetto, la gogna proseguirà per altre 18 settimane. Sempre che Badawi sopravviva a quella che somiglia a una sorta di esecuzione capitale a puntate.
L'esperienza delle frustate, oltre a essere degradante (a maggior ragione quando, come in questo caso, avviene in pubblica piazza, di fronte a una folla festante), è devastante dal punto di vista fisico. La pelle si apre e non basta una settimana a cicatrizzare le ferite.
La prima serie di 50 frustate è stata oscurata dalla commozione mondiale per i tragici eventi di Parigi.
L'Arabia Saudita ha condannato l'attacco contro il settimanale satirico Charlie Hebdo, "colpevole" di aver offeso l'Islam con le sue vignette.
Lo stesso paese ha condannato a 1000 frustate e 10 anni di carcere un uomo "colpevole" di aver offeso l'Islam coi suoi post. Raif Badawi è un prigioniero di coscienza, il cui unico 'reato' è stato quello di esercitare il diritto alla libertà d'espressione fondando un sito per il pubblico dibattito, "Liberali dell'Arabia Saudita".
Il suo è un caso estremo, ma non è l'unico esempio del totale disprezzo saudita nei confronti del diritto alla libertà d'espressione. Negli ultimi anni, sono state imprigionate decine di persone che avevano chiesto riforme, promosso dibattiti, fondato organizzazioni indipendenti per i diritti umani, difeso vittime di torture e processi irregolari.
Lo stesso avvocato di Badawi, Waleed Abu al-Khair, si è visto inasprire in appello la condanna inflittagli in primo grado il 6 luglio 2014: 15 anni di carcere, di cui cinque sospesi. A causa del suo mancato "pentimento", lunedì scorso anche la sospensione è stata annullata.
Dal Canada, dove ha ottenuto asilo politico, Ensaf Haidar chiede al mondo di non dimenticare suo marito. Ha dovuto raccontare tutto ai figli, per evitare che venissero a sapere dai compagni di scuola che il papà viene frustato ogni settimana in un paese lontano.
Fino a quando la fustigazione pubblica di Raif Badawi andrà avanti, Amnesty International si presenterà di fronte all'ambasciata saudita di Roma, alla vigilia di ogni nuova sessione di frustate. E anche qualora questo terribile castigo verrà sospeso, occorrerà proseguire la campagna per l'annullamento della condanna a 10 anni di carcere. E contro questi agghiaccianti attacchi alla libertà d'espressione.
Adnkronos, 17 gennaio 2015
Lo riferisce la moglie, era stato condannato a 10 anni di carcere e mille frustate. La Corte suprema saudita rivedrà la condanna a dieci anni di carcere e mille frustate imposta lo scorso 5 novembre da un tribunale di Gedda nei confronti del blogger Raif Badawi, riconosciuto colpevole di offese all'Islam e di violazione delle leggi sulle comunicazioni elettroniche.
Lo ha riferito la moglie dell'attivista, Ensaf Haidar, alla Bbc. Venerdì scorso Badawi era stato sottoposto a 50 frustate e altrettante gli sarebbero state inflitte oggi se le autorità saudita non avessero sospeso la fustigazione per "ragioni mediche". Proprio ieri, infatti, un medico aveva avvertito che Badawi non sarebbe sopravvissuto a ulteriori frustate.
La condanna inflitta al blogger saudita aveva indignato la comunità internazionale e proprio ieri Amnesty International aveva chiesto al governo britannico di fare pressioni su quello saudita. "Le pressioni internazionali sono fondamentali", aveva detto la moglie di Badawi, fuggita in Canada con i loro tre figli, evidenziando le "precarie condizioni di salute" del marito.
Badawi, 30 anni, era stato arrestato il 17 giugno 2012 e da allora si trova in un carcere di Gedda. Le autorità hanno anche messo al bando il sito web da lui creato, Liberal Saudi Network, ma online sono circa 14mila le persone che hanno firmato una petizione per chiedere al re saudita Abdullah di graziare Badawi e di fermare quella che è stata definita "una forma medievale di tortura". Oltre a essere stato condannato a 10 anni di carcere e a mille frustate, il blogger deve anche pagare una multa di un milione di rial sauditi, pari a circa 200mila euro. Il 28 maggio scorso gli è anche stato imposto il divieto per 10 anni, alla fine della condanna, di lasciare il Paese e quello, della stessa durata, di svolgere qualsiasi tipo di attività nel campo dei media.
Amnesty: frustate a blogger pena brutale
Raif Badawi, un blogger ritenuto colpevole in Arabia Saudita di "insulti all'Islam", avrebbe dovuto ricevere oggi una sessione di 50 frustate. Ma l'uomo non ha potuto scontare la sua pena per motivi di salute. Lo rende noto in un comunicato Amnesty International. Questa mattina, Badawi è stato trasferito dalla sua cella alla clinica del carcere per un controllo.
Il medico ha verificato che le lacerazioni causate dalle 50 frustate ricevute il 9 gennaio non si erano ancora cicatrizzate e che il detenuto non avrebbe potuto sopportarne un'ulteriore serie. Il medico, si legge ancora nel comunicato, ha quindi raccomandato che la sessione di frustate sia rinviata almeno di una settimana. Non è chiaro se le autorità saudite si comporteranno di conseguenza.
"Non solo questo rinvio per motivi di salute mostra la profonda brutalità di questa punizione, ma ne sottolinea anche l'oltraggiosa inumanità. L'idea che a Badawi sia concesso di riprendersi in modo da poter soffrire di nuovo è macabra e vergognosa" - ha dichiarato Said Boumedouha, vicedirettore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. "Le frustate - osserva ancora Boumedouha - sono proibite dal diritto internazionale insieme ad altre forme di pena corporale".
di Stefano Arduini
Vita, 16 gennaio 2015
L'8 ottobre 2013 il Quirinale inviava alle Camere il suo unico messaggio nei 9 anni di reggenza del presidente dimissionario. Un messaggio in larga misura rimasto sulla carta. Al centro la questione carceraria.
- Giustizia: ma il diritto alla libertà non conosce limiti
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- Giustizia: le pericolose "fughe" sulla corruzione
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