di Adelaide Pierucci
Il Messaggero, 26 febbraio 2015
Per la Procura il giovane detenuto "poteva essere salvato" i sanitari che lo dovevano curare "agirono con negligenza". In tre visite mediche non gli avevano mai misurato la febbre, né auscultato il torace o misurato la pressione.
È così, con una polmonite non diagnosticata, che Danilo Orlandi, un detenuto di 30 anni di Primavalle con piccoli precedenti per droga, era morto dietro le sbarre di Rebibbia. In pochi giorni, dal 27 maggio al primo giugno del 2013, si era spento senza che nessuno si accorgesse dell'urgenza. Lo curavano con una aspirina. La sua morte, ha concluso ora la procura di Roma, poteva essere evitata.
Il sostituto procuratore Mario Ardigò e il procuratore aggiunto Leonardo Frisani hanno iscritto nel registro degli indagati con l'accusa di omicidio colposo il medico di reparto del G11 che lo aveva in cura e il dirigente sanitario di Rebibbia, pronti a chiederne a breve il processo.
Il giovane, che ha lasciato la moglie e una bambina di 9 anni, in quei giorni era sottoposto ad una sanzione disciplinare, non poteva partecipare alle attività in comune. Ed è proprio per questo, forse, che sarebbe stato sottoposto per tre volte a visite frettolose. Una prassi, a quanto pare, per i detenuti in punizione. Orlandi infatti sarebbe stato visitato dal medico del suo braccio, una dottoressa, sia il 27, il 28 e il 29 maggio senza che gli venisse neanche palpato l'addome.
Il medico infatti si sarebbe limitato per tutti e tre i giorni a un colloquio con lui non riuscendo, appunto, secondo i magistrati, "per negligenza a rilevare i sintomi tipici specifici di una polmonite alveolare bilaterale batterica", una polmonite grave per cui invece si sarebbe dovuti intervenire subito con approfondimenti diagnostici e cure urgenti.
Nell'inchiesta è finito anche il dirigente sanitario della casa circondariale, in questo caso, perché non avrebbe vigilato sui medici, che per prassi, secondo i magistrati, quando "visitavano i detenuti sottoposti alla sanzione disciplinare dell'esclusione dell'attività in comune si limitavano a un colloquio anamnesico senza eseguire un esame obiettivo generale attraverso l'ispezione quanto meno del torace". Nel diario clinico del giovane, tra l'altro è stato rilevato un buco. Nessuno infatti lo avrebbe visitato il 31 maggio, il giorno prima della morte. Proprio il giorno in cui la madre del ragazzo, Maria Brito, aveva visitato il figlio trovandolo pallido, febbricitante e debilitato. Eppure tutti i bollettini medici degli ultimi giorni di vita di Danilo avevano concluso che non ci fosse "nessun fatto acuto da riferire".
Ad accertare le cause della morte del giovane era stata la perizia stilata dal professor Costantino Ciallella de La Sapienza. Un esame che aveva escluso l'ipotesi dell'infarto ventilato nell'ambiente carcerario. Nel diario clinico del detenuto la conferma: si parlava solo di prodotti anti-infiammatori o analgesici, al massimo un antibiotico. "Mio figlio è stato lasciato morire". Paolo Orlandi si era sfogato pure coi magistrati "ma combatterò". Il legale della famiglia, l'avvocato Stefano Maccioni, da parte sua, intanto è pronto a formalizzare la costituzione di parte civile.
Ristretti Orizzonti, 26 febbraio 2015
"La vicenda di un detenuto trasferito dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria da Viterbo, dove si trovava da alcuni anni, a Oristano-Massama, lo scorso 29 maggio, ricostruita in un'interrogazione del senatore Luigi Manconi al Ministro della Giustizia Andrea Orlando, ripropone la questione irrisolta della territorialità della pena facendo emergere le contraddizioni di un sistema che non rispetta la normativa vigente". Lo afferma Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo Diritti Riforme", sottolineando "la necessità di dare risposte anche a quanti chiedono avendo i familiari nell'isola di poter tornare in Sardegna per scontare la detenzione".
"Il principio sancito dalla legge per cui il trattamento della persona privata della libertà deve tendere a favorire il rapporto con la famiglia - evidenzia Caligaris - non è mai stato rispettato nel caso di Mario Trudu, in carcere dal 1979. Da alcuni lustri il recluso chiede inutilmente di poter tornare in Sardegna. Il Dap gli ha concesso recentemente, dopo circa 3 anni, di poter effettuare alcuni colloqui con i familiari avendolo trasferito temporaneamente a Badu e Carros (Nuoro). Il tutto è avvenuto peraltro nell'arco di poco più di un mese dopo di che è tornato nella Penisola".
"Alla sua istanza di trasferimento da Spoleto a un Istituto isolano, il Dipartimento ha inviato Trudu a San Gimignano (Siena) laddove perfino il regolamento di esecuzione della pena, come ricorda anche il senatore Manconi nell'interrogazione, recita "Nel disporre i trasferimenti deve essere favorito il criterio di destinare i soggetti in istituti prossimi alla residenza delle famiglie". È evidente insomma - ricorda la presidente di Sdr - che la limitazione della libertà non può comportare pene aggiuntive peraltro non stabilite dalla sentenza.
Occorre quindi che il Dap faccia prevalere nella detenzione l'aspetto umano consentendo a chi lo richiede di poter scontare la pena vicino ai parenti. Lo Stato non può ignorare le condizioni individuali della persona e deve tenere conto degli anni trascorsi, dell'età, della salute e dei risultati del percorso di riabilitazione altrimenti diventa insignificante anche il sistema detentivo". "Il rispetto della territorialità della pena - conclude Caligaris - ha una funzione rieducativa e risocializzante che rende più efficace il trattamento e consente a chi ha commesso dei reati di ritornare, benché detenuto, nell'alveo della cittadinanza".
www.sassarinotizie.com, 26 febbraio 2015
Hanno lavorato sodo per circa un mese, raccogliendo le olive negli oliveti di proprietà del Comune di Sennori. Ora, i 165 litri di olio extravergine di oliva ottenuti dalla spremitura di quel raccolto sono un po' anche i loro. Sono un gruppo di detenuti che scontano la loro pena nel carcere di Bancali, e che sono stati inseriti dal Comune e dal Consorzio di cooperative Andalas de Amistade in un progetto di recupero e inclusione sociale benedetto dal Ministero della Giustizia, dall'Uepe e dalla direzione della stessa Casa circondariale di Sassari. I 135 litri di olio sopraffino sono andati per il 45 per cento al consorzio Andalas de Amistade, che lo donerà in beneficenza a soggetti bisognosi, e per il resto va a formare la riserva di "Olio del Comune", un piccolo tesoretto biologico del l'amministrazione comunale che sarà utilizzato anche in questo caso per scopi sociali e opere di solidarietà.
"Questo progetto su cui l'assessorato all'Ambiente ha voluto scommettere, oltre a creare opportunità di lavoro, vuole sottolineare che tutti, anche coloro i quali hanno commesso errori gravi, hanno diritto ad avere la possibilità di riscattarsi e rimediare ai passi falsi commessi. È un'opportunità che la nostra società non può e non deve negare a nessuno", commenta Vincenzo Leoni, assessore all'Ambiente del Comune di Sennori.
La riserva di olio extravergine di oliva nelle disponibilità del Comune per l'annata 2014/2015 consiste in 11 latte da 5 litri, 19 bottiglie da mezzo litro e 38 bottiglie da un quarto di litro. Tutte perfettamente etichettate con lo stemma del Comune e pronte a rendere onore al gruppo di lavoro che ha speso energie e tempo in un progetto dall'alto valore sociale.
Ansa, 26 febbraio 2015
Un detenuto ha tentato il suicidio ieri mattina nel carcere bolognese della Dozza: grazie all'intervento della polizia penitenziaria è stato soccorso e portato all'ospedale. Lo hanno reso noto Giovanni Battista Durante, segretario generale aggiunto del Sappe, e Francesco Campobasso, segretario regionale del sindacato: "la Polizia penitenziaria tutela sempre e in ogni occasione l'incolumità dei detenuti, rappresentando un presidio importantissimo per la sicurezza e la legalità nelle carceri".
Il detenuto che ha tentato il suicidio, impiccandosi in una cella del carcere della Dozza a Bologna, aveva saputo da poco del parere favorevole arrivato dalla Corte d'appello all'estradizione in patria, in Moldavia. L'uomo era infatti in carcere in Italia in esecuzione di un mandato di arresto emesso nel Paese di origine.
Ansa, 26 febbraio 2015
Ha tentato di uccidersi in carcere Mario Ubaldo Caldaroni, uno dei componenti della banda di Marietto Rossi che sabato scorso ha ucciso Giovanni Lombardi che avrebbe dovuto consegnare della droga: la banda è stata bloccata dalla polizia mentre tentava di seppellire il corpo in un terreno a Levaggi nel comune di Borzonasca. Caldaroni ha tentato di impiccarsi con un lenzuolo alle sbarre della cella dove si trovava in isolamento.
È stata salvato dagli agenti penitenziari. A seguito di questo episodio il pm Alberto Lari, che coordina l'inchiesta, ha fatto un provvedimento di trasferimento per tutti gli arrestato in altre carceri. Intanto si è avvalso della facoltà di non rispondere Giacinto Pino, uno dei fermati, accusato di detenzione e cessione di due chili di cocaina che avrebbe consegnato a Lombardi. Il gip Annalisa Giacalone, che lo ha interrogato in carcere, ha disposto la misura cautelare in cella. Per il magistrato sussistono gravi indizi di colpevolezza.
Ansa, 26 febbraio 2015
Ancora episodi che denotano la tensione all'interno del carcere di Cremona, nei mesi scorsi al centro delle cronache per un tentativo di evasione sventato dalla Polizia Penitenziaria e per il rinvenimento di diversi telefoni cellulari. Prima due detenuti, coinquilini della cella, sono venuti alle mani per futili motivi, poi l'episodio più grave contro un poliziotto penitenziario.
"Un detenuto ha tirato del liquido bollente, il preparativo di una tisana, addosso a un Agente di Polizia Penitenziaria in forza alla Casa circondariale cremonese", denuncia Donato Capece, Segretario Generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe.
"Un episodio gravissimo, che poteva avere più gravi conseguenze se il collega, al quale va la nostra vicinanza e solidarietà, non fosse stato scaltro a cercare di evitare di essere colpito. Questo grave episodio è sintomatico del costante livello di alta tensione che si vive in carcere, tanto più che le ragioni del grave gesto sono veramente futili.
Il detenuto, egiziano con fine pena 2016 per spaccio di stupefacenti, pretendeva di essere accompagnato subito in infermeria. L'agente di Polizia Penitenziaria, impegnato in altre attività di servizio nel Reparto, lo tranquillizzava che lo avrebbe fatto non appena concluse le altre operazioni ma il detenuto ha posto in atto il suo folle gesto. Assurdo! La Polizia Penitenziaria non è carne da macello e servono risposte disciplinari e penali esemplari per chi si rende responsabili di gesti così sconsiderati. E serve che il Ministro della Giustizia Andrea Orlando, attraverso i vertici del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria, disponga una ispezione ministeriale sul carcere di Cremona".
Il leader dei Baschi Azzurri, circa il pestaggio tra i due detenuti (uno dei quali è dovuto ricorrere alle cure dei sanitari con ricorso ad un collare sanitario), sottolinea che "forse il pretesto del furioso pestaggio è tra i più futili, ossia l'incapacità di convivere - seppur tra le sbarre - con persone diverse. O forse le ragioni sono da ricercare in screzi di vita penitenziaria o in sgarbi avvenuti fuori dal carcere. Fatto sta che i due detenuti se le sono date di santa ragione. E se non fosse stato per il tempestivo interno dei poliziotti penitenziari le conseguenze della rissa potevano essere peggiori".
Capece aggiunge che "nella Casa circondariale di Cremona la tensione è costante. Nei dodici mesi del 2014 si sono contati ben 17 tentati di suicidio sventati in tempo dai poliziotti penitenziari, il numero più alto di tutte le carceri lombarde (addirittura più di penitenziari più grossi come Milano San Vittore o Opera), 120 episodi di autolesionismo, 53 colluttazioni e 14 ferimenti. Mi sembra dunque opportuno che l'Amministrazione Penitenziaria regionale ponga tra le priorità di intervento il penitenziario di Cremona, dove lo scorso 31 gennaio erano detenute 376 persone, il 72% delle quali (271) straniere. Un numero spropositato: bisognerebbe espellerli. Fare scontare agli immigrati condannati da un tribunale italiano con una sentenza irrevocabile la pena nelle carceri dei Paesi d'origine può anche essere un forte deterrente nei confronti degli stranieri che delinquono in Italia".
"Il dato oggettivo è però un altro - conclude il leader del Sappe: le espulsioni di detenuti stranieri dall'Italia sono state fino ad oggi assai contenute: 896 nel 2011, 920 nel 2012 e 955 nel 2013, soprattutto in Albania, Marocco, Tunisia e Nigeria. Si deve superare il paradosso ipergarantista che oggi prevede il consenso dell'interessato a scontare la pena nelle carceri del Paese di provenienza. Oggi abbiamo in Italia 53.889 detenuti: ben 17.403 (quasi il 35 per cento del totale) sono stranieri, con una palese accentuazione delle criticità con cui quotidianamente devono confrontarsi le donne e gli uomini della Polizia penitenziaria.
Si pensi, ad esempio, agli atti di autolesionismo in carcere, che hanno spesso la forma di gesti plateali, distinguibili dai tentativi di suicidio in quanto le modalità di esecuzione permettono ragionevolmente di escludere la reale determinazione di porre fine alla propria vita. O al grave episodio accaduto proprio a Cremona, con un poliziotto penitenziario che ha rischiato la vita per il gesto folle e sconsiderato di un detenuto straniero".
di Francesco Li Noce
www.sanremonews.it, 26 febbraio 2015
I fatti risalgono al 2011 quando all'interno del carcere di Imperia era stata ritrovata dell'eroina nascosta nel cappuccio dell'accappatoio del detenuto tossicodipendente, accappatoio portato dalla madre e dal genero che aveva accompagnato la donna in auto. Sono stati assolti, questa mattina dal giudice del Tribunale di Imperia Anna Bonsignorio, Battistina V e il genero Gianni C, imputati con l'accusa di aver portato della droga nascosta nell'accappatoio a un detenuto tossicodipendente, figlio di Battistina. I fatti risalgono al 2011 quando all'interno del carcere di Imperia era stata ritrovata dell'eroina nascosta nel cappuccio dell'accappatoio del detenuto tossicodipendente, accappatoio portato dalla madre e dal genero che aveva accompagnato la donna in auto.
I due sono stati giudicati però innocenti dal giudice Anna Bonsignorio che ha riconosciuto la tesi dell'avvocato difensore della donna, Elena Pezzetta, la quale ha sostenuto che a nascondere la droga, all'insaputa della donna e del genero, difeso dall'avvocato Rosanna Rebagliati, fosse stata un'amica del detenuto.
di Ambra Notari
Redattore Sociale, 26 febbraio 2015
Prima scriveva dal carcere di Piacenza, ora lo farà dalla Dozza di Bologna. Giusy ha 64 anni e moltissime amicizie alimentate dalla corrispondenza. Il direttore del mensile del carcere di Pavia: "Le fanno un sacco di regali, e lei ha parole di conforto per chi che ne ha bisogno".
"Quanti anni ha? A chi glielo chiede, risponde dai 42 ai 62, a seconda dell'interlocutore. In realtà lei di anni ne ha 64, portati con grande spirito". Lei è Giusy, detenuta emiliana del carcere di Piacenza, trasferita pochi giorni fa alla Dozza di Bologna dopo la sentenza definitiva. A raccontare la storia di questa donna, per tutte le compagne detenute finita in carcere per un enorme errore giudiziario, è Bruno Contigiani, direttore di Numero Zero, giornale dell'istituto penitenziario Torre del Gallo di Pavia.
"Giusy è stata una delle prime donne a partecipare ai nostri gruppi di lettura ad alta voce. Non è mai mancata una volta, era una delle nostre animatrici. Il suo passato non è semplice, ma sorride sempre, e non fa mai mancare una parola buona a chi ne ha bisogno". Giusy, racconta Contigiani, è buona, ingenua, genuina.
Si cura molto, è simpatica e partecipativa. E ha una particolarità: "Ama scrivere lettere: intrattiene una corrispondenza molto frequente con 21 detenuti di 12 carceri italiane. Lo fa con estremo affetto, si occupa degli altri mettendoci il massimo impegno". Così, ogni volta che arriva la posta, lei riceve sempre 2 o 3 lettere: "Sono di vario tipo: alcune affettuose e di conforto, altre con qualche particolare piccante. Ama soprattutto la corrispondenza con la casa circondariale di Napoli. Lì c'è anche un detenuto con cui sta programmando una vita una volta fuori. E quando deve ammettere l'età, la definisce variabile in base al destinatario della missiva".
Ma come conosce i nomi delle persone a cui scrivere? "Su Numero Zero, in fondo, mettiamo i nomi dei detenuti che hanno collaborato all'edizione, già quello è un primo spunto. Poi, c'è Cronaca Vera", rivista di culto per un pubblico popolare, il giornale più letto negli istituti penitenziari, che ospita la rubrica Lettere dalle Carceri. "Si trovano veri e propri annunci: lì i detenuti - italiani e stranieri - si descrivono apertamente in cerca di un'anima gemella. Senza timori si dichiarano etero, gay, trans. E tra loro si scambiano regali. Giusy ne riceve molti, e parecchi vuole tenerli segreti...", spiega Contigiani sorridendo.
In fondo, chi si scrive le lettere oggi? "I detenuti sono gli unici che ancora intrattengono rapporti epistolari. Quali altre categorie lo fanno? Forse le persone sofisticate, nessun altro". Il carteggio dalle carceri, insomma, si alimenta di scambi tra le mura: "Si scrive a persone libere solo se non hanno la possibilità di fare i colloqui, e oggi capita molto raramente". E proprio da questo spunto, Contigiani affronta un altro tema: quello delle difficoltà tra detenuti e detenuti e tra detenuti e familiari: "In nessuna casa circondariale italiana è permessa la cosiddetta ora d'amore. È una chimera. Così molte famiglie, molti fidanzamenti, falliscono".
Porta come esempio la storia di una coppia di ragazzi danesi, entrambi detenuti nel carcere di Piacenza; lei, 30 anni, deve scontare qualche anno, mentre il marito è condannato all'ergastolo: "Vorrebbero solo stare un po' insieme, non avere un vetro tra di loro. Ma non possono. E pensare che tenersi qualche minuto per mano potrebbe salvare tantissimi rapporti, messi in crisi dalla detenzione".
Il Velino, 26 febbraio 2015
La donazione dell'Associazione Antigone alla biblioteca "Norberto Bobbio" dell'ateneo. Presentato ieri al Campus Luigi Einaudi il patrimonio librario che l'Associazione Antigone dona alla Biblioteca Norberto Bobbio dell'Università di Torino, composto da circa 2.000 volumi sul tema del carcere e dell'amministrazione della giustizia penale che tracciano la storia del sistema carcerario del nostro Paese nell'epoca repubblicana (sistema che quest'anno celebra il quarantennale della riforma dell'ordinamento penitenziario).
Questa donazione - informa una nota dell'ateneo - si va tra l'altro a collegare ad un'altra iniziativa che in questi anni è stata finanziata dalla Compagnia di San Paolo: l'acquisto di libri sulle tematiche carcerarie, con particolare riguardo alla prospettiva internazionale, che da anni è stato effettuato nell'ambito del supporto al progetto del Polo Carcerario - Universitario presso la Casa Circondariale Lorusso Cutugno di Torino. In questo modo, la Biblioteca Norberto Bobbio avrà tra breve un patrimonio librario sul tema carcere che non ha riscontri di pari qualità e quantità in Italia e si colloca tra i più qualificati a livello europeo.
L'università rende noto che l'attività di catalogazione del fondo librario e di digitalizzazione dell'archivio storico dell'associazione Antigone verrà effettuata attraverso borse-lavoro di inserimento lavorativo per persone svantaggiate finanziate dall'Ufficio Pio della Compagnia di San Paolo. "La donazione di un fondo librario come questo - commenta il prof. Gianmaria Ajani, rettore dell'Università di Torino - importante per quantità e per la tematica, dimostra che la scelta dell'Ateneo di creare un polo bibliotecario unificato è vincente, perché fattore di attrazione di altre realtà".
"Il nostro intento - dichiara Patrizio Gonnella, presidente Associazione Antigone - è quello di valorizzare i volumi e metterli a disposizione di una utenza che li sappia usare, creando per un ambito di studio fondamentale. Il patrimonio librario, grazie all'Associazione Antigone, sarà arricchito ogni sei mesi. Con l'Università di Torino e la Biblioteca Norberto Bobbio c'è sinergia che ha creato anche un osservatorio sulle condizioni di detenzione: uno sguardo scientifico e di monitoraggio sull'intero sistema carcerario europeo".
"Questa donazione - sottolinea il prof. Francesco Caprioli, presidente della Biblioteca Norberto Bobbio - è quantitativamente e qualitativamente rilevante. La maggioranza di questi volumi non sono presenti in altre biblioteche del territorio piemontese e si sommano a quelli già acquisiti negli ultimi anni a creare un patrimonio di grande interesse: la centralità del tema del carcere sul dibattito giuridico, ma anche sociologico, etnografico, culturale".
"L'impegno della Compagnia di San Paolo sul tema carcere è fatto di interventi su diversi fronti. - così dichiara Antonella Ricci, responsabile Area Politiche sociali della Compagnia di San Paolo. Una delle prime azioni riguarda l'Università e i libri, con il sostegno al Polo carcerario universitario, partito nel 2000; un'iniziativa di cui andiamo fieri e che continuiamo a sostenere, come sosteniamo l'Associazione Antigone dal 2008".
di Marco Caiazzo
La Repubblica, 26 febbraio 2015
Bel gesto dell'attrice con la sua Onlus intitolata al marito scomparso Pietro Taricone. Continuano a crescere i numeri dell'attività sportiva svolta nelle carceri campane, avviata nel 2012 dal Coni. Quest'anno, da registrare un ulteriore passo avanti: i detenuti del carcere di Eboli saranno impegnati nel recupero di strutture sportive esterne al carcere. E arriva anche il contributo di un privato d'eccezione, Kasia Smutniak: la moglie di Pietro Taricone ha donato gli attrezzi alla palestra del carcere di Carinola, casa di reclusione a custodia attenuata in provincia di Caserta.
Il regalo è stato voluto dall'attrice per conto della Pietro Taricone Onlus, la fondazione che ricorda l'attore casertano impegnata inoltre in un progetto per la realizzazione di una scuola in Nepal. Intanto i vertici del Coni Campania, Cosimo Sibilia e Amedeo Salerno, col dirigente del Ministero della Giustizia incaricato del progetto sport nelle carceri, Claudio Flores, tracciano un bilancio sul progetto che porta lo sport nelle carceri. "Da quando è partita questa iniziativa, che vede i nostri tecnici impegnati in modo volontario, i risultati sono stati brillanti - ha spiegato Sibilia - Il nostro obiettivo è crescere ancora".
In totale sono dieci le strutture penitenziarie coinvolte. "Non ci aspettavamo questo successo - ha aggiunto Flores - Al momento abbiamo alcune strutture, come Poggioreale, Secondigliano, Pozzuoli, Nisida, Bellizzi Irpino, Salerno ed Eboli, in cui l'attività va avanti da anni e deve essere soltanto consolidata, e altre in cui sarebbe importante riuscire ad entrare e grazie all'impegno dei nostri dirigenti e del Coni riusciremo a sviluppare il progetto in futuro. Penso ad esempio alla provincia di Caserta, e a quella di Benevento, dove a breve potremo iniziare alcune attività".
- Libri: "Una mala vita. La vera storia di Angelo Moccia"... il film ideale per Tornatore
- Libri: "Io non avevo l'avvocato", di Mario Rossetti e Sergio Luciano
- Turchia: abusi sessuali contro detenuti minori, amministrazione penitenziaria silente
- Afghanistan: dopo denuncia Onu il governo annuncia piano contro torture sui detenuti
- Cina: ancora una condanna per Tie Liu, scrittore 80enne da sempre oppositore del regime









