www.gonews.it, 25 febbraio 2015
Il Coordinamento nazionale della Polizia penitenziaria scrive alle Istituzioni in merito al futuro della struttura penitenziaria di Montelupo Fiorentino. Riportiamo il testo integrale della lettera. "On.le Ministro, Preg.mo Pres. Consolo, abbiamo appreso solo recentemente, e finalmente da fonti ufficiali dell'Amministrazione Penitenziaria, che al superamento degli OO.PP.GG. è collegata la dismissione totale della struttura di Montelupo Fiorentino, e l'acquisizione del complesso storico mediceo da parte della soprintendenza per i beni archeologici, paesaggistici, storici, artistici ed antropologici di Firenze.
Ora, fermo restando le attuali ed innumerevoli difficoltà legate alla realizzazione e/o individuazione in regione dei siti da destinare alle Rems quale alternativa agli OO.PP.GG. indicata dal legislatore, che fanno nutrire serie preoccupazioni sulla destinazione, accoglienza, gestione e cura degli internati, ciò che rammarica questo Coordinamento è la decisione, repentina e sorprendente, senza peraltro nessun confronto con le OO.SS. dei lavoratori, di chiudere totalmente il sito, malgrado i milioni di euro di soldi pubblici spesi per ristrutturare la zona detentiva, resa la più idonea e all'avanguardia sotto l'aspetto custodiale e trattamentale, che non tiene conto delle serie difficoltà, del disagio che si arreca a centinaia di lavoratori e alle loro famiglie, da tempo ed ormai stabilizzate, integrate nel tessuto sociale locale.
Crediamo che la strada intrapresa sia in netta controtendenza con i sacrifici, gli sforzi che sono richiesti ai cittadini/contribuenti, ai lavoratori e alle famiglie in tema di spending review. Ed è per questo e per tutto quanto sopra rappresentato che, come abbiamo già fatto nell'incontro del 20 febbraio u.s con il Provveditore Regionale, invitiamo a riflettere ulteriormente sulla dismissione totale della struttura, e a riprendere il progetto annunciato qualche anno fa - ed inspiegabilmente accantonato, con la revisione dei circuiti penitenziari, di riconvertire la struttura di Montelupo Fiorentino in sito penitenziario a custodia attenuata, per un ampio coinvolgimento in attività lavorative dei detenuti a bassissimo indice di pericolosità che, come peraltro già avviene, non escluderebbe quelle iniziative legate all'attrattiva turistica della Villa Medicea. Confidando quindi nel cortese e celere interessamento delle SS.LL., ed auspicando la disponibilità a confrontarsi sulla questione e a verificare congiuntamente la delicata questione, porgiamo i più cordiali saluti".
Fps Media, 25 febbraio 2015
Le iniziative culturali all'interno degli istituti di pena sono ormai, questo è assodato, parte importante del trattamento dei detenuti. Per promuovere la lettura in carcere, in Toscana apre in questi giorni un nuovo progetto, nato dalla collaborazione fra Regione e Biblioteca Lazzerini di Prato, denominato Scaffale Circolante carcerario, che sarà attivato presso le case circondariali di Sollicciano e Mario Gozzini (Firenze), Dogaia (Prato) e Volterra.
Si tratta di un nuovo servizio di prestito libri, tarato in particolare sulle esigenze dei detenuti stranieri, che metterà a disposizione delle biblioteche interne più di 600 pubblicazioni in albanese, arabo e romeno; nel 2015 poi, grazie ad acquisti mirati, il parco libri verrà più che raddoppiato, stabilizzandosi sulle 1400 unità.
"Si tratta di un'iniziativa di grande interesse, che si muove nella direzione del riconoscimento della persona anche dentro il carcere - l'assessore regionale alla Cultura, Sara Nocentini - fornendole strumenti culturali essenziali quali i libri. Capaci da un lato di mantenere i legami con le origini sociali e familiari, e al contempo di approfondire la conoscenza del Paese ospitante". Per ogni lingua la proposta consiste in una selezione di libri di narrativa in lingua originale, di traduzioni da autori italiani e di best sellers internazionali, oltre che pubblicazioni recenti su temi di attualità.
"Lo Scaffale Circolante carcerario é un progetto nel quale fortemente crediamo - ha affermato l'assessore alla Cultura del Comune di Prato, Simone Mangani - che si inserisce nel solco di una nuova relazione con il carcere della Dogaia, una relazione che vorremmo continuare a coltivare. Ringrazio la Regione per l'ulteriore riconoscimento alla nostra biblioteca comunale". Ciascun carcere potrà prendere in prestito fino a 50 libri in ciascuna lingua, per un massimo di 150, restituendoli entro un anno. Il prestito di libri all'interno del carcere è un servizio integrato dello Scaffale circolante del Polo regionale di documentazione interculturale, già attivo in Toscana dal 2004, che mette a disposizione delle biblioteche toscane, per i propri lettori stranieri, oltre 6.000 pubblicazioni in 11 lingue diverse, dall'albanese - appunto - all'ucraino, passando per arabo e panjabi.
di Tiziano Soresina
Gazzetta di Reggio, 25 febbraio 2015
Da quattro mesi era in carcere con la pesante accusa di aver violentato e rapinato, in un appartamento della zona-stazione, due donne colombiane: si è impiccato in cella usando come cappio un pezzo della sua maglietta, morendo mercoledì in ospedale dopo quattro giorni d'agonia. È accaduto nel carcere di Piacenza dove il nigeriano 20enne Osas Ake era stato trasferito dopo un periodo trascorso alla Pulce.
Stiamo parlando di un clandestino completamente solo in Italia, giunto nel nostro Paese in modo rocambolesco su un barcone, approdando a Lampedusa. Poi il coinvolgimento - il 9 ottobre scorso - a Reggio Emilia, con un ghanese, in un episodio che i dirigenti della polizia non avevano esitato a definire "di devastante e sconcertante violenza".
La notizia del suicidio è rimbalzata solo ieri in città, ma la conferma è arrivata ripercorrendo i "passaggi" giudiziari legati a questo giovane nigeriano che, dopo la convalida dell'arresto in ottobre, si era ripresentato in tribunale a Reggio il 10 febbraio scorso per assistere ad un incidente probatorio, affiancato dagli avvocati d'ufficio Noris Bucchi ed Elisabetta Strumia.
Quel martedì era stata sentita la terza donna colombiana presente nell'appartamento. Quattro giorni dopo il gesto estremo del ventenne. E nello studio degli avvocati d'ufficio sono in effetti al corrente di quanto accaduto, perché Ase aveva disposto fin dall'inizio che ogni comunicazione che lo riguardava fosse comunicata ai suoi legali, unico suo punto d'appoggio in Italia.
Una disposizione che ora è un cupo testamento. "Siamo stati avvertiti da Piacenza telefonicamente della tragedia - conferma l'avvocato Bucchi - e con la collega abbiamo subito pensato a quando l'abbiamo visto l'ultima volta, cioè all'incidente probatorio. Osas non parlava l'italiano e, quindi, aveva seguito l'interrogatorio tramite l'interprete. Al termine gli avevo comunicato che l'incidente probatorio non era andato male. Durante l'udienza aveva avuto un atteggiamento passivo e mi era sembrato un po' scosso, ma nessuno poteva pensare - conclude il difensore - che questa sua passività fosse premonitrice della tragedia".
Ma cos'è accaduto in carcere? Il giovane nigeriano era andato in escandescenze in un corridoio della struttura piacentina, denudandosi. Era stato messo in isolamento, più tardi la macabra scoperta in quella cella da parte di un agente carcerario che, per motivi di sicurezza, chiama alcuni colleghi per poi soccorrere il ventenne impiccatosi alla finestra. Quattro giorni dopo la morte. È stata aperta un'inchiesta e disposta l'autopsia.
Terribile la vicenda che aveva portato all'arresto del nigeriano e di un complice ghanese. Secondo la ricostruzione fatta dalla polizia, i due stranieri la sera del 9 ottobre scorso bussano alla porta di un appartamento situato nel quadrilatero della stazione. E viene loro aperto. All'interno si trovano tre donne colombiane, in regola con il permesso di soggiorno e con il contratto d'affitto, due quarantenni e una trentenne.
Le intenzioni dei due uomini appaiono subito chiare. Il primo, armato di coltello che si rivelerà poi essere una scacciacani, obbliga una delle donne a spogliarsi. Lo stesso fa il secondo con un'altra delle donne presenti nell'appartamento e, di fronte ad un tentativo di sottrarsi alla violenza, va in cucina e prende un coltello con cui inizia a minacciarla. Inizia così l'ora più lunga per le due donne che vengono violentate davanti alla terza obbligata ad assistere inerme.
Carceri disumane, questo suicidio è l'ennesima prova, di Elisa Pederzoli
La riflessione del presidente della Camera penale Bucchi Disposta l'autopsia sul 20enne che si è ucciso a Piacenza. Sulla morte in carcere di Osas Ake, il 20enne nigeriano che era accusato della rapina e della stupro di due donne avvenuto in un appartamento in zona stazione lo scorso mese di ottobre, a Piacenza è stata aperta un'inchiesta. La procura, infatti, ha disposto l'autopsia. Vuole chiarire quanto avvenuto per quel suicidio in cella il 14 febbraio scorso, in una giornata in cui già un altro detenuto aveva tentato, senza riuscirci, di togliersi la vita.
Il tragico gesto del nigeriano è il settimo, dall'inizio dell'anno, nelle carceri italiane. Fatti che, una volta in più, fanno riflettere. Ventenne, era accusato di aver violentato in ottobre due donne con un complice. Il gesto estremo nel carcere di Piacenza: era in isolamento perché "molto agitato".
"Come uomo - spiega l'avvocato Domenico Noris Bucchi - il suicidio di Osas mi ha turbato non poco. Come suo difensore e come presidente della Camera penale reggiana, questo episodio mi induce ad una riflessione più complessa". "Osas Ake aveva vent'anni, non era ancora stato condannato e in attesa del processo si è tolto la vita impiccandosi in una cella di isolamento - racconta - Questo è il settimo suicidio in carcere dall'inizio dell'anno. Nel 2014 i suicidi nelle carceri italiane sono stati quasi 50. Un fenomeno che deve fare riflettere tutti noi".
"Da anni le Camere Penali denunciano le condizioni disumane nelle quali sono costretti a vivere i detenuti in Italia – prosegue.
Lo stesso presidente Giorgio Napolitano ha recentemente denunciato pubblicamente questa insostenibile situazione. Tuttavia nessuno fa nulla per, non dico risolvere, ma neppure affrontare, denunciare, questa situazione". "Ebbene - rilancia - io vorrei approfittare di questa triste vicenda per ricordare a tutti e ribadire ad alta voce che la situazione dei detenuti in Italia è drammaticamente al collasso. Che nessuno ha il diritto di privare un altro uomo della sua dignità. Che anche i detenuti sono uomini e come tali devono essere trattati. Che occorre stimolare le istituzioni ad affrontare questo delicatissimo tema". "Se qualcosa, anche poco, si muoverà allora anche il sacrificio umano di Osas Ake non sarà stato vano" conclude.
Bucchi aveva visto Osas Ake appena quattro giorni prima del suo suicidio: durante l'incidente probatorio, che si è tenuto in tribunale a Reggio. La notizia della sua morte è arrivata nello studio di Bucchi, che era il suo unico riferimento in Italia. Quello che è stato ricostruito fino ad ora, è che il giorno del suicidio aveva dato in escandescenza in corridoio. Si era denudato. Quindi, era stato messo in isolamento. Ma più tardi, gli agenti della penitenziaria lo avevano trovato ormai senza vita: si era impiccato con la maglietta che indossava. Quattro mesi prima, c'era stata l'irruzione a casa di tre donne in zona stazione: armati di una scacciacani, secondo quanto ricostruito dalla polizia, in due le avevano rapinate e violentate. Accusati sono lui e un amico ghanese.
Agi, 25 febbraio 2015
Un detenuto ha tentato di uccidersi nella sua cella del carcere di Bancali a Sassari. Ora si trova in coma in ospedale. L'uomo - un italiano di 37 anni - era in prigione per furto e danneggiamento e sarebbe dovuto uscire nel marzo del 2016. Ne dà notizia il Sappe spiegando che il detenuto è stato salvato dal tempestivo intervento dei poliziotti penitenziari.
"Si tratta dell'ennesimo evento critico accaduto in un carcere italiano, sintomatico di quali e quanti disagi caratterizzano la quotidianità penitenziaria", denuncia Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria.
Nel carcere di Bancali sono attualmente detenute circa 340 persone. Secondo Donato Capece, segretario generale del sindacato autonomo della polizia penitenziaria Sappe, nel 2014, a Sassari, si sono contati il suicidio di un detenuto, una morte per cause naturali, 11 tentati suicidi, 126 episodi di autolesionismo e 28 ferimenti. "Per fortuna delle Istituzioni - denuncia Capece - gli uomini della Polizia Penitenziaria svolgono quotidianamente il servizio in carcere con professionalità, zelo, abnegazione e soprattutto umanità, pur in un contesto assai complicato per il ripetersi di eventi critici. Ma devono assumersi provvedimenti concreti - aggiunge - non si può lasciare solamente al sacrificio e alla professionalità delle donne e degli uomini della Polizia Penitenziaria la gestione quotidiana delle costanti criticità delle carceri".
di Riccardo Polidoro
Il Garantista, 25 febbraio 2015
Le denunce de "il Carcere possibile", Onlus della Camera Penale di Napoli, del Garante dei diritti dei detenuti della Regione Campania e di Pietro Ioia presidente di un'associazione di ex detenuti, alla Procura di Napoli avevano avviato diverse indagini che, unificate, hanno portato all'iscrizione, nel registro degli indagati, di 4 agenti di Polizia Penitenziaria della Casa Circondariale di Napoli-Poggioreale, per i delitti di sequestro di persona, maltrattamenti e abuso di autorità. Da anni i detenuti denunciavano l'esistenza della "cella zero", luogo dove, chi doveva essere punito, per aver infranto le regole del rispetto e della sottomissione agli agenti, veniva denudato e picchiato, ma nessuno aveva voluto essere identificato in passato, per paura di ritorsioni e vendette. L'anonimato non aveva consentito l'inizio dell'indagine o comunque l'approfondimento investigativo. Ora il clima sembra mutato.
Il trasferimento della direttrice e il cambio ai vertici della Polizia Penitenziaria dell'istituto sono stati segnali importanti por far comprendere che alcuna violenza sarebbe stata più tollerata. Certo tollerata! Perché di maltrattamenti a Poggioreale si è sempre parlato, ben prima che venisse nominata la direttrice poi trasferita. In un carcere che era arrivato ad una presenza di circa 3.000 detenuti, più del doppio di quella regolamentare, dove i detenuti erano letteralmente ammassati nelle celle umide, con il wc alla turca a vista, unico obiettivo era quello di mantenere l'ordine a qualunque costo. E il costo lo pagava sempre chi subiva quell'illegale detenzione. Se non vi era tolleranza, vi doveva essere cieco controllo su quella brutale e raccapricciante regola non scritta, che tutti i detenuti conoscevano e temevano.
Ricordiamo ancora le parole del comandante degli agenti di Poggioreale, quando, durante una video inchiesta all'interno della casa circondariale, rispondendo al giornalista Antonio Crispino, che si lamentava per come si era rivolto a lui e al suo operatore, fece comprendere che quello era niente rispetto al trattamento riservato ai detenuti.
Oggi un altro video realizzato dal fotoreporter Salvatore Esposito, in collaborazione con il giornalista Andrea Postiglione e Pietro loia, racconta della "cella zero", raccogliendo la testimonianza di alcuni ex detenuti, che mostrano, senza timore, il loro volto. Parole dure, che descrivono incredibili, atroci e ripetute violenze. Questo, dal 1981 secondo gli autori del filmato, ora il sistema Poggioreale, conosciuto da molti, dentro e fuori il carcere e messo in atto da chi si riteneva al di sopra della Legge, vero e proprio impunito carnefice.
Come sempre, anche in questo caso, attendiamo che l'indagine faccia il suo corso, che gli indagati si difendano, che i Giudici si pronuncino, prima di individuare colpevoli. Ma l'attività della Procura di Napoli rappresenta, comunque, una tappa importante per il raggiungimento di una nuova visione del carcere sia dal suo interno, che dall'esterno.
C'è necessità di una totale trasparenza, che possa anche far comprendere agli stessi agenti di Polizia Penitenziaria l'importanza del loro lavoro e l'esigenza d'isolare le mele marce che, con atti e parole (si pensi alle recenti espressioni in occasione dell'ennesimo suicidio in carcere) infangano un'intera categoria. L'attività dell'agente non dove essere mirata solo alla sicurezza, ma anche all'accoglienza, alla comprensione del disagio, alla condivisione dei percorsi tracciati da personale specializzato. In questo modo, l'opinione pubblica potrà vedere nel carcere non solo il luogo della giusta-sofferenza, per aver perso la libertà, ma anche quello della possibile rinascita di individui che hanno sbagliato. Per il bene di tutti, anche di coloro che in carcero non ci sono mai stati e pensano che mai ci andranno.
www.intervista.it, 25 febbraio 2015
Attualmente sono 104 i detenuti ospitati nel carcere di Rimini (38 imputati, 13 appellanti, 8 ricorrenti, 44 definitivi, 5 semiliberi). La capienza regolamentare ai Casetti è di 139 posti, quella tollerata è di 183. Come ha quindi spiegato ieri in commissione comunale il garante delle persone private della libertà personale, Davide Grassi, "il problema delle carceri a Rimini non è più quello del sovraffollamento. Sono altre le grosse carenze da risolvere nel più breve tempo possibile, a partire dalla totale assenza di un direttore in pianta stabile".
È di qualche giorno fa la notizia della nomina di un nuovo reggente che resterà in carica fino ad agosto. "Al precedente direttore, il quale ricopriva incarico in due strutture, se ne sono avvicendati altri due per poco tempo, i quali hanno dimostrato un ottimo spirito di iniziativa e collaborazione, salvo poi essere sollevati dal loro incarico", spiega Grassi. L'altra "problematica principale" riscontrata dal garante è nei "tempi di risposta del Magistrato di sorveglianza (Franco Raffa) relativamente alle istanze volte ad ottenere la liberazione anticipata ed i permessi premio". Un esempio risale a due mesi e riguarda i permessi natalizi "la cui risposta negativa a diversi detenuti è arrivata addirittura dopo le festività".
Che il sovraffollamento, tra l'altro, non sia attualmente un problema per i Casetti lo dimostra anche il fatto che "la Sezione Andromeda a custodia attenuata, in cui vengono collocati i detenuti in attesa di accesso a misure alternative di tipo terapeutico, risulta sottoutilizzata". Attualmente sono occupati 3 posti su 15 disponibili. Nel corso delle quattro ispezioni condotte da Grassi in poco più di tre mesi sono emerse le carenze strutturali del carcere. La seconda sezione, l'unica completamente restaurata, resta chiusa perché non ancora collaudata. Aperta, invece, la sezione uno, dove i detenuti vivono in cinque in una cella con i fornelli e il water nella stessa stanza. "Qui i detenuti sono sottoposti a condizioni di vita non dignitose", ha detto Grassi in commissione.
Necessario sistemare, secondo il garante anche "l'infermeria (dove sono presenti importanti infiltrazioni d'acqua nell'intonaco)" e "l'area esterna destinata ai colloqui estivi tra detenuti e familiari con figli al seguito (essendo tale luogo, al momento, inutilizzato)". L'area esterna, spiega Grassi, è fondamentale perché garantisce ai bambini, figli dei detenuti, un "impatto meno traumatico" con la struttura carceraria.
Grassi ricorda anche che sono in corso lavori alla sesta sezione, quella che ospita i detenuti transessuali, portati avanti da alcuni detenuti in economia.
Ai Casetti, poi, manca un mediatore per i detenuti stranieri. Si parla attualmente di 50 persone che, fa notare il garante, "non conoscono la nostra lingua e non conoscono le nostre leggi. È molto difficile comunicare con loro o con i loro familiari. È di pochi giorni fa - racconta Grassi - l'ultimo caso di autolesionismo da parte di un detenuto straniero che chiedeva semplicemente di comunicare con la propria famiglia all'estero".
Sono 54 i detenuti tossicodipendenti ai Casetti. Una buona parte di tossicodipendenti privati della libertà personale, 171, comunque è ospitata dalla comunità di San Patrignano. Grassi l'ha visitata. Nel dettaglio, delle 1.300 persone ospitate in totale dalla comunità, 48 sono agli arresti domiciliari, 108 in affidamento in prova, 14 in detenzione domiciliare, 1 in collocamento. "Il 60 per cento delle persone recuperate dalla comunità - precisa Grassi - arriva dal carcere".
Resta aperto, infine, il problema di dare una sede e una segreteria al garante, sollevato qualche tempo fa dall'Associazione Papillon. "Sono diverse le richieste di colloquio che ho ricevuto da parte dei familiari dei detenuti, ma la stanza dell'Urp che è stata concessa al garante ha pareti in vetro e quindi non garantisce il rispetto della loro privacy". Il garante, spiega Grassi, "è una figura istituzionale e non un volontario" a cui piò o meno tutti i Comuni, tranne Rimini, hanno concesso un'indennità, oltre ad altri strumenti. "Non ho accettato il ruolo di garante per tornaconto, ma nemmeno per rimetterci", precisa comunque Grassi. "Lo faccio perché le persone private della libertà hanno dei diritti che vanno rispettati".
Adnkronos, 25 febbraio 2015
Parte nel carcere di Bollate, comune alle porte di Milano, un corso per operatori dog sitter professionali ideato e progettato appositamente per le persone sottoposte a misure restrittive. A fine corso i detenuti conseguiranno tesserino tecnico e certificazione nazionale del Csen - il Centro Sportivo Educativo Nazionale e potranno svolgere autonomamente attività quali dog sitter, dog walker e dog-daycare. Il percorso sarà strutturato su un modello innovativo di Eaa-Educazione assistita con animali professionalmente qualificante e in linea con quanto prescritto dalle linee guida nazionali in materia di interventi assistiti con animali (Iaa).
Oltre a conferire agli allievi le tecniche e la professionalità di operatori del ramo pet care, il corso costituirà per i detenuti anche una vera e propria esperienza di pet therapy, un tipo di attività già in atto a Bollate sotto la supervisione dell'associazione Cani Dentro onlus. Dopo la fase di formazione si passerà alla creazione di un network operativo per facilitare l'assunzione dei detenuti autorizzati al lavoro esterno presso aziende agricole e di pet care. I cani coinvolti nell'intervento saranno ex-randagi ospiti di canili o rifugi, preventivamente sottoposti a percorsi di rieducazione e socializzazione ad opera di personale specializzato. Questo tipo di lavoro, l'acquisizione delle attitudini richieste dalla pet therapy rappresenterà per questi cani una ulteriore occasione di socializzazione e relazione positiva con l'uomo, favorendo sensibilmente le loro possibilità di venire adottati e accolti in famiglia.
Nel corso delle lezioni saranno effettuati rilevazioni di parametri fisiologici e comportamentali dei cani coinvolti per la valutazione del loro benessere psico-fisico e sarà realizzato uno studio volto a valutare le dinamiche comunicative tra lo studente del corso, il cane da pet therapy e il suo coadiutore. "Malgrado la presenza di attività di pet therapy sia un dato abbastanza diffuso, il settore lavorativo del pet care è ancora molto poco proposto nelle carceri - osserva Federica Pirrone, ricercatrice alla Statale e responsabile del progetto - esso invece si adatta molto bene alla realtà carceraria, perché comprende attività che richiedono un'assunzione di responsabilità da parte della persona e quindi risultano importanti dal punto di vista del trattamento".
di Riccardo Mirandola
L'Arena di Verona, 25 febbraio 2015
Saranno accolti 40 pazienti attualmente ospitati negli Opg di Castiglione e Reggio Emilia. Progetto e appalto entro sei mesi. Il ministero della Giustizia ha sbloccato i 12,5 milioni di euro che serviranno per la costruzione della struttura per detenuti psichiatrici, tecnicamente chiamata Rems - acronimo che sta per Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza - che sorgerà sui terreni adiacenti all'ex ospedale Stellina.
La notizia è stata data dall'assessore regionale alla Sanità Luca Coletto, durante un incontro a Venezia, al sindaco Luciano Mirandola e al suo vice Flavio Pasini. Il finanziamento statale per il Rems, che dovrà accogliere i 40 detenuti psichiatrici del Veneto oggi ospitati nelle strutture di Castiglione delle Stiviere (Mantova) e Reggio Emilia, era atteso da alcuni mesi. Tanto che sia la Regione che il Comune di Nogara avevano più volte chiesto delucidazioni sull'inspiegabile ritardo.
"Nei prossimi giorni", spiega Mirandola, "il decreto di finanziamento sarà pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale e quindi avremo la certezza matematica che il Rems potrà essere realizzato con una copertura economica consistente. La Regione fera ora una convenzione con l'Ulss 21, che si dovrà occupare dell'intera progettazione e procedere poi con l'appalto dei lavori".
Il progetto prevede innanzitutto la ristrutturazione della corte agricola adiacente all'ex ospedale e di villa Stellini, il complesso meglio conosciuto come primo padiglione della struttura ospedaliera nata agli inizi del 1900. Nelle vicinanze troveranno posto invece 12 nuovi fabbricati che andranno ad accogliere 40 pazienti. Tali edifici saranno su un unico piano e avranno quattro stanze da letto ciascuna con relativi servizi
e una sala polifunzionale. Sul fronte della sicurezza, la Regione, in ottemperanza a quanto previsto dalle normative europee in materia, adotterà un sofisticato sistema di videosorveglianza con barriere verdi composte da alberi e siepi in modo che il contesto ambientale non sia quello di una struttura carceraria vera e propria ma che allo stesso tempo impedisca eventuali fughe.
"Abbiamo convenuto", aggiunge il sindaco, "che per la progettazione e l'appalto serviranno circa sei mesi. Occorre andare spediti perché l'Unione Europea ha dato all'Italia dei tempi da rispettare per chiudere definitivamente gli ospedali psichiatrici giudiziari. Con questo importante progetto lo Stellini avrà speranze concrete per il futuro e il polo, contrariamente a quanto succede altrove, verrà rilanciato. Ora, resta solo da definire con la Regione il destino dell'ala sud". La soddisfazione di Mirandola deriva dal fatto che solo pochi giorni fa l'Ulss 21 ha ufficialmente deciso il trasferimento degli anziani non auto-sufficienti della casa di riposo "San Michele" al primo piano dell'ex ospedale dove sarà creata una Rsa con 26 posti letto.
Al secondo piano verrà invece inaugurato il nuovo reparto di Psichiatria per acuti con 12 posti mentre al piano terra sarà ripristinata la Radiologia. Il progetto del Rems incontra perplessità da parte delle minoranze. I consiglieri Oliviero Olivieri, Simone Falco ed Emanuele Montemezzi hanno sempre espresso timori che l'arrivo dei detenuti psichiatrici possa creare problemi di sicurezza. Il "grillino" Mirco Moreschi critica invece l'uso di terreno agricolo quando potrebbero essere sistemati i locali vuoti dell'ex ospedale.
di Concetta Rizzo
Giornale di Sicilia, 25 febbraio 2015
Assistenza economica post penitenziaria, assistenza finanziaria straordinaria ed assistenza ai tossicodipendenti. Il Comune, guidato dal commissario Luciana Giammanco, ha disposto il pagamento di 6.500 euro quale contributo complessivo per il primo tipo di assistenza, la liquidazione di complessivi 20.300 euro per il secondo tipo e l'erogazione di 1.500 euro per il terzo, arrivando dunque ad un totale complessivo - per il 2014 - di 28.300 euro.
Per l'assistenza post penitenziaria 26 sono stati i richiedenti. E ad ogni istanza sono stati dunque liquidati 250 euro. Si tratta di contributi che l'amministrazione eroga per assicurare ai cittadini meno abbienti interventi mirati a migliorare la qualità della vita dopo l'insorgenza di gravi patologie mediche, eventi luttuosi, sfratti ed altre situazioni improvvise che portano ad uno stato di povertà e rischio di emarginazione.
Per far fronte a tale tipo di richiesta di contributi economici, il Municipio aveva impegnato 10.000 euro sull'apposito capitolo di bilancio. A richiedere l'assistenza economica straordinaria sono stati, invece, ben 203 agrigentini ai quali è stato erogato un contributo di 100 euro, arrivando dunque ad una spesa complessiva per le casse comunali di 20.300 euro. La somma complessivamente impegnata era stata di 23.167,50 euro. Anche in questo caso, gli interventi sono volti a garantire la qualità della vita, eliminando o riducendo le condizioni di bisogno e di disagio individuale e familiare derivanti dall'inadeguatezza del reddito.
www.rsvn.it, 25 febbraio 2015
Forse il pretesto del furioso pestaggio tra detenuti stranieri avvenuto poche ore fa in una cella del carcere di Genova Marassi è tra i più futili, ossia l'incapacità di convivere "seppur tra le sbarre" con persone diverse. O forse le ragioni sono da ricercare in screzi di vita penitenziaria o in sgarbi avvenuti fuori dal carcere. Fatto sta che poche ore fa, nel carcere genovese di Marassi, tre detenuti stranieri se le sono date di santa ragione.
E se non fosse stato per il tempestivo interno dei poliziotti penitenziari le conseguenze della rissa potevano essere peggiori. La denuncia arriva dal sindacato più rappresentativo e con il maggior numero di poliziotti penitenziari iscritti, il Sappe, che denuncia come resta sempre alta la tensione nelle carceri italiane.
Spiega Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe: "La rissa tra detenuti a Udine è sintomatico di una emergenza penitenziaria che permane, nonostante tutto, sedata in tempo dai bravi poliziotti penitenziari in servizio che mi auguro vengano premiati per l'ottimo intervento operativo. Un saluto in particolare va ad un poliziotto, colpito dai detenuti mentre tentava di separarli, che si trova attualmente al Pronto soccorso di un Ospedale cittadino.
Non so come si possa parlare di emergenza superata, visto che a Marassi si sono contati, nei dodici mesi del 2014, 106 episodi di autolesionismo, 9 tentati suicidi sventati in tempo dalla Polizia Penitenziaria e 17 colluttazioni". Per il Sappe "la situazione nelle carceri resta sempre allarmante, nonostante in un anno il numero dei detenuti sia calato, a Marassi, di oltre cento unità: dai 773 del 31 gennaio 2014 si è infatti passati agli attuali 684, mentre a livello nazionale sono oggi detenute 53.889 persone rispetto alle 61.449 dello scorso anno (circa 7.500 in meno). Capece sottolinea infine che "per fortuna nostra e delle Istituzioni a Marassi lavorano poliziotti penitenziari molto determinati, che credono nel proprio lavoro, che hanno valori radicati e un forte senso d'identità e d'orgoglio. Agenti, Sovrintendenti, Ispettori, Funzionari che lavorano ogni giorno, nel silenzio e tra mille difficoltà ma con professionalità, umanità, competenza e passione nel dramma delle sezioni detentive genovesi e italiane. A loro va il plauso mio personale e del primo Sindacato della Polizia Penitenziaria, il Sappe".
- Firenze: donna ruba 3 piante in un vivaio, condannata a 4 mesi di carcere e li sconta tutti
- Torino: incontri, workshop e spettacoli per riflettere sul significato di pena e di recupero
- Libri: "Recluse", di Susanna Ronconi e Grazia Zuffa. Vite sessuate dietro le sbarre
- Immigrazione: Rapporto Amnesty; è stato un errore chiudere Operazione Mare nostrum
- Droghe: la Cassazione delle pene illegittime









