Giornale di Vicenza, 24 febbraio 2015
Ripete il suo ritornello, Luca Zaia: "Leggi più severe, più forze dell'ordine e nuove carceri". Così interviene di nuovo sul tema sicurezza il presidente della Regione Veneto Luca Zaia. Per dichiararsi d'accordo con la posizione del presidente dell'Ordine degli avvocati di Vicenza Fabio Mantovani.
"La rivincita dello stato di diritto sulla criminalità passa attraverso una serie di azioni coordinate e dettate dal buon senso - dice Zaia. Occorre che siano in linea almeno tre fattori: l'inasprimento delle leggi, il rafforzamento delle forze dell'ordine e l'utilizzo dell'esercito come supporto sul territorio, la realizzazione di nuove carceri. Senza uno di questi elementi, contemporanei e collegati tra loro, lo Stato continuerà a perdere e a mettere a repentaglio la sicurezza dei cittadini e l'incolumità dei suoi servitori, come nel caso del brigadiere investito nel trevigiano da una banda di albanesi in fuga".
"Senza leggi più dure - continua, o almeno applicando fino in fondo quelle che ci sono ed evitando che un condannato riesca a risparmiare anche un solo giorno della sua condanna, vengono a mancare sia l'effetto deterrente che la certezza della pena e questo convince i delinquenti di rischiare poco o nulla e li scatena".
Secondo Zaia insomma "se le carceri italiane non sono nemmeno in grado di detenere i condannati sulla base delle vigenti leggi colabrodo è evidente che occorre costruirne delle altre. Non devono essere hotel di lusso, ma luoghi dignitosi dove chi ha sbagliato paghi il suo conto. Non occorrono miliardi, perchè la struttura deve essere dignitosa ma può essere anche spartana e perchè si può pensare al ripristino di tanti siti militari dismessi, invece che proporli per ospitare migranti".
Napoli Magazine , 24 febbraio 2015
Continuano a crescere i numeri dell'attività sportiva svolta nelle carceri campane, iniziata nel 2012. Ieri mattina, nel corso di un incontro al quale hanno preso parte il presidente del Coni Campania, Cosimo Sibilia, il dirigente del Ministero della Giustizia incaricato del progetto sport nelle carceri, Claudio Flores, i dirigenti degli istituti penitenziari della Campania e i tecnici che già svolgono attività nelle strutture, oltre ai delegati Coni della regione e al vicepresidente vicario del Coni Campania, Amedeo Salerno, è stato tracciato un bilancio dei primi anni di attività e sono stati individuate le criticità da superare per permettere uno sviluppo sempre maggiore del progetto.
"Da quando è partita questa iniziativa, che vede i nostri tecnici impegnati in modo volontario e gratuito, i risultati sono stati brillanti - ha spiegato Sibilia. Il nostro obiettivo è far crescere ancora il progetto, la cui importanza è stata sottolineata diverse volte dal presidente nazionale del Coni, Giovanni Malagò".
"Non ci aspettavamo questo successo quando tutto iniziò tre anni fa - ha aggiunto Flores. Questo è stato possibile grazie all'impegno dei tecnici qualificati del Coni. Al momento abbiamo alcune strutture, come Poggioreale, Secondigliano, Pozzuoli, Nisida, Bellizzi Irpino, Salerno ed Eboli, in cui l'attività va avanti da anni e va solo consolidata, e altre in cui sarebbe importante riuscire ad entrare e grazie all'impegno dei nostri dirigenti e del Coni riusciremo a sviluppare il progetto in futuro. Penso ad esempio alla provincia di Caserta, e a quella di Benevento, dove a breve potremo iniziare delle attività".
Da sottolineare che i detenuti del carcere di Eboli, in cui già si svolge attività sportiva, saranno impegnati a breve nel recupero di strutture sportive esterne al carcere, mentre la struttura di Carinola, ancora non impegnata nel progetto, ha a disposizione una palestra con attrezzi che sono stati donati dalla moglie dell'attore Pietro Taricone, Kasia Smutniak. In totale sono dieci le strutture penitenziarie coinvolte e in sette di queste l'attività va già avanti da diversi anni, coinvolgendo centinaia di uomini e donne in regime di detenzione.
di Antonio Scolamiero
Corriere del Mezzogiorno, 24 febbraio 2015
Sono quattro le persone finite sul registro degli indagati per i presunti pestaggi all'interno del carcere di Poggioreale. Sono agenti di polizia penitenziaria. Stiamo parlando dell'inchiesta sulle presunte violenze consumate all'interno della cosiddetta "cella zero", luogo di soprusi e botte da orbi all'interno della struttura penitenziaria napoletana, venuta alla luce dopo le denunce il garante dei detenuti della Regione Campania Adriana Tocco. Nel suo ufficio sono arrivate oltre 150 testimonianze dei detenuti.
Sono quattro le persone finite sul registro degli indagati per i presunti pestaggi all'interno del carcere di Poggioreale, sono tutti appartenenti alla polizia penitenziaria. I reati contestati; abuso di autorità, sequestro di persona e maltrattamenti. Stiamo parlando delle presunte violenze consumate all'interno della cosiddetta "cella zero", luogo di soprusi e botte da orbi all'interno della struttura penitenziaria napoletana, venute alla luce dopo le denunce il garante dei detenuti della Regione Campania Adriana Tocco. L'inchiesta prende le mosse lo scorso anno: la procura di Giovanni Colangelo recepisce le oltre 150 denunce che gli ex detenuti hanno messo nero su bianco a inoltrato anche all'ufficio del garante.
E approfondisce i racconti che le sono pervenuti.
Indagine complessa e difficile quella dei sostituti Valentina Rametta e Giuseppina Loreto, coordinate dall'aggiunto Alfonso D'Arino. Ma la vicenda è tutt'altro che chiusa, le indagini proseguono percepire se si sia trattato solo di episodi sporadici oppure di una condotta stabile riservata ai detenuti. Una vicenda, questa dell'esistenza della "cella zero" che allora come oggi suscita grande stupore e l'inchiesta da atto del lavoro del lavoro dell'ufficio del Garante. "L'indagine della Procura partenopea - commenta la garante Adriana Tocco - in seguito alla presentazione delle mie segnalazioni, ha permesso di far cambiare aria a Poggioreale".
"Sono stati cambiati i vertici dell'Istituto (a maggio del 2014 il Dap aveva deciso di avviare le procedure per il trasferimento della direttrice, Teresa Abate, ndr), della Polizia Penitenziaria, dell'area educativa che con l'apertura delle celle e l'aumento di varie attività, mi hanno permesso di riscontrare il fatto che non ricevo più denunce, né verbali né scritte per abusi di violenze". Intanto, sulla vicenda della "cella zero" nei giorni scorsi è stato pubblicato il documentario pubblicato realizzato dal fotoreporter Salvatore Esposito che attraverso le testimonianze di numerosi ex detenuti del carcere partenopeo - ricostruisce una realtà agghiacciante, tragica e, allo stesso tempo, drammatica raccontata dai protagonisti dei presunti pestaggi nel carcere partenopeo.
di Lucia Renati
www.newsrimini.it, 24 febbraio 2015
Ieri pomeriggio, in quarta commissione consiliare, il garante dei detenuti l'avvocato Davide Grassi (che si è insediato a novembre), ha relazionato sulle ispezioni svolte nel carcere di Rimini negli ultimi 4 mesi. Presenti l'assessore alle politiche sociali Gloria Lisi, i consiglieri, e i rappresentanti delle realtà che operano nel sociale, dalla Caritas, alla Papa Giovanni XXIII, all'associazione Papillon. Diverse le criticità che persistono. Tra i problemi principali, la mancanza di un direttore in pianta stabile e a tempo pieno. Per ora, è stato nominato un reggente fino ad Agosto che sarà presente solo due volte a settimana.
Attualmente, il carcere ospita 104 detenuti, di cui 50 stranieri. 26 frequentano la scuola per ottenere la licenza media. Nella Sezione Andromeda, per i detenuti in attesa di misure alternative, ci sono 3 persone, a fronte di una capienza di 15. Il nuovo garante dei detenuti, da novembre ad oggi, ha effettuato 4 ispezioni con gli onorevoli Giulia Sarti, Tiziano Arlotti, Ernesto Preziosi e con il garante regionale Desi Bruno, e ha confermato le criticità: il paradosso è che c'è una sezione completamente ristrutturata che però e chiusa perché in attesa del collaudo (e pare che ancora manchino i soldi per pagare la ditta appaltatrice), mentre nella prima sezione ci sono celle fatiscenti con i servizi igienici di fianco alla cucina. Condizioni disumane - le definisce il garante Grassi.
Poi ci sono le lungaggini della magistratura di sorveglianza nel concedere permessi premio ai detenuti. Ispezionata una settimana fa, anche la comunità di San Patrignano che ospita 1.300 persone: 108 in affidamento sociale, 48 ai domiciliari, 14 in detenzione domiciliare. Nei prossimi giorni i controlli continueranno nelle altre strutture del territorio che ospitano detenuti con misure alternative.
di Mattia Pertoldi
Messaggero Veneto, 24 febbraio 2015
Affondo del sindacato dopo le accuse sulle condizioni di vita nel carcere di Udine Altomare, segretario del Sappe: "In via Spalato droga e violenze? Sono bugie".
"Le vere vittime del sistema siamo noi, non chi parla di violenze nei carceri soltanto per cercare una sponda favorevole nell'opinione pubblica". Gli agenti di polizia penitenziaria vanno all'attacco dopo lo sfogo, andato in onda su Radio Radicale, di Nico, ex detenuto 54enne della casa circondariale di Udine, sulle condizioni in cui versano i detenuti in città. Giovanni Altomare, segretario regionale del sindacato autonomo di polizia penitenziaria (Sappe), risponde punto su punto alle parole dell'italiano che si è rivolto a Strasburgo chiedendo il risarcimento dei danni, materiali e morali, causati dalla sua detenzione.
I dati diffusi dal ministero della Giustizia, e aggiornati al 31 gennaio, dicono che, in via Spalato, risultano essere detenute 173 persone, a fronte di una capienza regolamentare pari a 100 unità, e che la polizia penitenziaria è composta da 120-125 agenti. Un numero, secondo Altomare, non sufficiente. "Abbiamo bisogno di più uomini - conferma - per garantire un livello di sicurezza adeguato della struttura.
Da quando esiste il regime di carcere aperto e il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria ha inaugurato il cosiddetto sistema di sorveglianza dinamica, il ministero sostiene che i numeri siano adeguati alle necessità, ma non è così". Perchè, per il segretario del Sappe, una cosa "è sorvegliare le persone da presidi fissi come accadeva in passato" e un'altra è "effettuare una specie di ronda continua negli istituti di detenzione".
Specialmente, continua Altomare, se "la tanto decantata implementazione dei sistemi di videosorveglianza è carta straccia per mancanza di fondi". Un problema non da poco per gli agenti soprattutto perchè, secondo la loro tesi, è la stessa legislazione italiana a penalizzarli. "Ci avevano promesso un cambio della normativa - ha spiegato Altomare - relativa alle nostre responsabilità in caso di suicidio, ma non si è mosso nulla. Ditemi voi, però, se è possibile controllare, 24 ore al giorno, centinaia di persone senza avere personale a sufficienza e nemmeno un numero adeguato di telecamere".
Quanto alle presunte violenze comminate ai danni dei detenuti, e denunciate su Radio Radicale da Nico, Altomare è netto: sono tutte bugie. "Nessuno di noi si azzarderebbe mai ad alzare le mani su un detenuto "irrequieto" - ha sostenuto - e chi "spara" certe panzane lo fa semplicemente nel tentativo di instillare dubbi nell'opinione pubblica. Le risse ci sono, non lo nego, ma avvengono quasi sempre tra detenuti, noi interveniamo soltanto per separare i gruppetti di violenti".
La negazione, infine, è (quasi) totale anche sulla presenza di sostanze stupefacenti. "A Udine non ho mai sentito - ha continuato Altomare - nulla di simile. E se è vero che, in linea generale, qualche piccola dose di droghe leggere può sfuggire ai controlli, è altrettanto vero che è la legge a impedirci, troppo spesso, di compiere appieno il nostro dovere.
Lo sapete che noi non possiamo nemmeno perquisire un familiare di un detenuto, se non sussistono fondati sospetti che stia facendo qualcosa di illegale, ma possiamo soltanto controllarli mentre si parlano? La verità è che qui le vittime siamo noi che sempre più spesso dobbiamo sostituirci a figure quali psicologi o educatori che, all'interno delle carceri, sono sempre di meno".
Il Velino, 24 febbraio 2015
"Coinvolgere i poliziotti penitenziari che posseggano capacità tecniche necessarie ad eseguire specifici lavori di ristrutturazione nelle carceri della Lombardia. È la proposta choc dell'Amministrazione Penitenziaria lombarda, che sta cercando muratori, imbianchini e idraulici per i penitenziari regionali tra gli Agenti". Lo dice il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe. "È una cosa ridicola - denuncia Donato Capece, segretario generale del Sappe, che se non fosse scritta nero su bianco in atti ufficiali farebbe davvero ridere. Ed invece è la realtà.
Anziché impiegare i detenuti, che nella stragrande maggioranza dei casi stanno in cella ore e ore a far nulla, si cercano poliziotti per fargli fare il doppio lavoro: un po' poliziotti e un po' muratori, lattonieri, idraulici. Una scelta ridicola e grave: è stato informato ed è d'accordo il Ministro della Giustizia Andrea Orlando?".
Capece cita una Comunicazione di servizio firmata dal direttore del carcere di Milano Opera, Giacinto Siciliano, il 16 febbraio 2015, che cerca appunto tra il Personale di Polizia Penitenziaria dell'Istituto di pena "personale in possesso di abilitazioni tecniche che sia disponibile a prestare attività lavorativa, anche in ambito regionale per opere di ristrutturazione edilizia". Il Sappe sollecita una ispezione da parte del Ministro Guardasigilli presso il Provveditorato regionale di Milano.
Giornale del Piemonte, 24 febbraio 2015
Prima ha rotto suppellettili e oggetti vari che teneva in cella, poi ha aggredito e ferito un agente che lo stava accompagnando nell'infermeria della Casa di reclusione. Un altro caso di violenza dietro i cancelli delle strutture detentive. "Il detenuto si è scagliato contro il poliziotto senza ragione e l'episodio è sintomatico di una violenza assurda, inaudita e inaccettabile che ha costretto il collega Basco Azzurro a ricorrere alle cure mediche - denuncia Donato Capece, segretario generale del Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria. Nella Casa di reclusione di Alessandria la tensione è costante.
Nel 2014 si sono contati 2 tentativi di suicidio, sventati in tempo, 20 episodi di autolesionismo, 6 colluttazioni e 2 ferimenti. Non a caso la segreteria provinciale del Sappe rinnova da tempo la richiesta di interventi per incrementare l'organico della Polizia Penitenziaria e di una nuova organizzazione del lavoro all'interno del carcere". Capece segnala anche che "alla Casa circondariale la situazione è ugualmente problematica: 5 suicidi sventati, 23 episodi di autolesionismo e 3 ferimenti. Mi sembra, dunque, opportuno che l'amministrazione penitenziaria regionale ponga tra le priorità di azione le due carceri di Alessandria. La realtà nelle strutture italiane resta ad alta tensione".
di Fulvio Cerutti
La Stampa, 24 febbraio 2015
In arrivo al penitenziario Terranova, Labrador, Golden Retriver e Leonberger.
Unità cinofile al fianco dei detenuti per aiutare i bagnanti in difficoltà e non solo. Dopo i salvataggi delle scorse stagioni estive Terranova, Labrador, Golden Retriver, Leonberger raggiungeranno, infatti, a bordo dei mezzi della Polizia Penitenziaria, l'Isola della Gorgona (Livorno).
La proposta, che arriva dal Provveditorato regionale dell'amministrazione penitenziaria di Firenze, su idea di Monica Sarno, funzionario giuridico pedagogico, e realizzata da Ferruccio Pilenga presidente della Sics, Scuola italiana cani salvataggio, porterà questi magnifici cani in un nuovo lavoro per il sociale. In questo penitenziario dell'Isola della Gorgona, dove già i detenuti hanno conseguito il brevetto da subacquei e sono già impegnati in numerose attività, verrà realizzato il nuovo progetto.
Istruttori nazionali Sics, accompagnati da Ferruccio Pilenga, illustreranno le diverse peculiarità delle razze canine più utilizzate per il salvataggio: docilità, diversità del pelo e tessitura del mantello, diversità di peso, agilità fuori e dentro l'acqua, dimorfismo sessuale. Verranno mostrate le attrezzature specifiche per il salvataggio in uso per il conduttore e i particolari imbraghi per i cani e le tecniche utilizzate e ideate dagli istruttori Sics Ferruccio Pilenga e Donatella Pasquale come il delfino, il sostentamento, lo squalo. Saranno presenti anche i referenti dell'associazione Doremiao e i 12 detenuti che partecipano all'attività di pet teraphy, che da tempo si svolge sull'isola, e gli istruttori dell'Urgon, centro studi marini e attività subacquee con gli allievi del corso che hanno conseguito il brevetto di primo livello. Sia durante il sopralluogo che durante lo svolgimento dell'intero progetto verranno effettuate prove di salvataggio che vedranno coinvolti in maniera attiva i detenuti, i quali in quei giorni vestiranno i panni dei volontari Sics.
Ansa, 24 febbraio 2015
I detenuti del carcere di Enna per una sera si trasformeranno in cuochi, camerieri e sommelier affiancando gli studenti dell'istituto alberghiero "Federico II" in occasione di una "Cena al fresco". È un gala di beneficenza con ospiti esterni - il cui ricavato sarà devoluto al fondo indigenti detenuti - che sarà organizzato il prossimo maggio nella casa circondariale Luigi Bodenza.
Scopo dell'iniziativa, promossa dalla Prefettura su proposta dell'Associazione nazionale assaggiatori di vino (Onav) ed accolta dalla direzione del carcere, è quello di portare un messaggio di speranza ai detenuti e dare agli allievi dell'istituto professionale la possibilità di fare una importante esperienza di vita. All'iniziativa prenderanno parte, oltre a Onav, Anfe, Cna e Confartigianato, anche la Coldiretti, che metterà a disposizione prodotti del territorio e dell'entroterra siculo come chiaro messaggio di valorizzazione delle nostre risorse agroalimentari. La Federazione cuochi e l'Associazione pasticceri della città organizzeranno insieme con l'Alberghiero mini corsi di formazione attraverso i quali i detenuti che saranno scelti per prendere parte all'iniziativa potranno imparare a cucinare piatti particolari, a servire ai tavoli, a versare il vino.
di Andrea Spinelli
www.crimeblog.it, 24 febbraio 2015
Dure le parole di Stefano Berardi nei confronti di Papa Francesco: "Colpevole come mio fratello: si fanno valutazioni sbagliate". Resta altissima la tensione della famiglia Berardi, che continua a cercare in ogni modo di riportare a casa Roberto Berardi, l'imprenditore detenuto da 25 mesi nel carcere di Bata Central. Gli ultimi 15 mesi di detenzione, in barba al diritto internazionale ed allo stesso diritto del paese africano, sono stati passati da Berardi in una cella di isolamento caldissima e minuscola e solo grazie all'insistenza della famiglia sull'ambasciata italiana in Camerun e all'interessamento della Croce Rossa Internazionale è stato possibile, recentemente, far effettuare al detenuto un superficiale controllo medico in carcere.
Per il resto Berardi continua la sua detenzione nel silenzio assordante dei media nazionali, non senza qualche spavento: durante gli scontri seguiti all'eliminazione della Guinea Equatoriale dalla Coppa d'Africa infatti, le notizie provenienti dalla Guinea e riguardanti gli arresti sommari messi in atto dal repressivo regime di Malabo hanno preoccupato non poco gli addetti ai lavori, che dal paese africano ricevevano notizie frammentarie e poco chiare.
Solo spavento, per fortuna, ma che si unisce allo stremo assoluto cui è ridotta la famiglia Berardi, che dall'Europa (da Latina e da Berlino, dove vive il fratello Stefano) invoca in tutti i modi un interessamento pratico anche del Vaticano.
Il Vaticano infatti, come abbiamo spiegato più volte, ha un ruolo chiave nella vicenda: inizialmente il nunzio apostolico in Guinea Equatoriale, monsignor Piero Pioppo da Lecco, ex dirigente di spicco dello Ior allontanato da Papa Francesco da Roma ed inviato in Centro Africa, si era "messo a disposizione" della famiglia per interessarsi del caso.
Dopo le insistenze e la manifestazione di un'angosciosa preoccupazione, più volte motivata, da parte della famiglia era stato lo stesso nunzio apostolico, con una vera e propria lavata di mani, a chiudere ogni spiraglio sulle trattative, interrompendo i contatti con i familiari di Berardi in Europa. Successivamente il Presidente della Guinea Equatoriale Teodoro Obiang Nguema Mbasogo è stato ricevuto, in 12 mesi, ben 4 volte da Papa Francesco: un privilegio non per pochi, che certamente fa intendere un rapporto molto stretto tra Roma e Malabo.
La dittatura nguemista è dichiaratamente ed apertamente cattolica, come cattolica è la Guinea Equatoriale (ex colonia spagnola), nonostante le caratteristiche tribali siano decisamente ancora molto marcate nel misticismo tribale della popolazione equatoguineana: non sono un mistero, nè tantomeno un illecito, le donazioni annuali che il governo di Malabo invia al Vaticano, anche se tali donazioni non sono mai state né quantificate né rese note.
Certo l'occhio di riguardo che il Vaticano garantisce alla dittatura avrebbe fatto presumere una maggior intransigenza, come si vuole tra amici, da parte di Roma di fronte all'evidenza dei trattamenti inumani e degradanti cui è stato e continua ad essere sottoposto Roberto Berardi in carcere. Una questione che tuttavia non attiene unicamente a Berardi, ma a tutta la popolazione carceraria e non della Guinea Equatoriale, che vive strozzata nella propria libertà da una dittatura sanguinaria e fortemente repressiva, una repressione inaspritasi molto negli ultimi mesi, in particolare con la concomitanza della Coppa d'Africa.
Le parole di Stefano Berardi al Papa sono parole di disperazione, lucida e rabbiosa disperazione di chi non ha più speranza se non quella che, ogni giorno, ci fa continuare a lottare: la famiglia Berardi, di fatto, si sente abbandonata da tutti, Stato italiano e Chiesa, nonostante gli appelli si siano sprecati, anche da parte dello stesso Papa che nel corso di un Angelus nel dicembre 2013 aveva velatamente fatto presente la vicenda di Berardi (pur senza nominarlo).
Abbiamo deciso di pubblicare la lettera di Stefano Berardi per questo, per mostrare il dolore ingiustamente solitario che la famiglia Berardi è costretta ad affrontare ogni giorno: Rossella Palumbo, ex moglie di Roberto Berardi, aveva parlato delle medesime angosce in un'intervista a Crimeblog di qualche mese fa.
In questo senso le parole di Stefano Berardi sono lucidamente disilluse, in un ragionamento ridotto all'osso che certamente colpisce per la durezza dei toni, certamente mai duri come 25 mesi passati nell'incertezza, nel dolore, nella sofferenza. La stessa delle famiglie dei detenuti della Guinea, i quali diritti vengono violati ogni giorno: è questa la domanda, atavica a dire la verità, che ci si pone di fronte all'evidenza dei rapporti diplomatici "più importanti" di quelli umani, una realpolitik che sui diritti non è assolutamente sostenibile. Certamente non è tollerabile per chi vive lo strazio della paura continua di non rivedere più il proprio congiunto.
Lettera di Stefano Berardi a Papa Francesco
Santità, le scrivo pubblicamente, quest'oggi, la mia lettera in lingua italiana, certamente meno erudita dei miei predecessori familiari, ma questa volta non per richiesta di aiuto verso mio fratello, verso il quale avete già ampiamente dimostrato voler evitare ogni commento e condivisione, bensì di accusa verso un sistema che distrugge le basi etico morali del buon vivere comune secondo i dettami di quello che nostro Gesù Cristo voleva insegnarci con la sua morte. Papa Francesco, Lei porta il nome del solo ed unico personaggio storico che aveva al meglio interpretato le leggi di Dio; proprio questo alla sua elezione mi aveva inorgoglito ma disgraziatamente il breve corso storico Papale da lei già affrontato si è macchiato di una delle più gravi vergogne e debolezze umane: accettare doni dal Diavolo. Caro Pontefice lei sa meglio di me che scendere a patti con il male non ammette più rifiuti: come con i mafiosi si resta invischiati, si accetta una volta e dopo si può solo pagare. Mi dica: quale è la differenza tra Lei, che accetta di ricevere e dialogare con un dittatore come Obiang, e mio Fratello che stupidamente non valuta con chi si mette in società? Nessuna: sia Lei che mio fratello siete colpevoli.
Roberto cercava di lavorare per il benessere della sua Famiglia e dei suoi dipendenti, Lei ha accettato doni per i suoi mendicanti: tutti e due avete mal interpretato cosa voleva Dio. È inutile per tutti e due predicare bene e razzolare male. Oggi mio Fratello è imprigionato nel lager di Bata, in isolamento da 15 mesi, e Lei non ha la forza morale e il coraggio e la purezza di dire apertamente agli Obiang che hanno raggiunto il limite: pagate oggi la vostra superficialità per esservi associati con il male. In tutto questo chi soffre?
Gli innocenti: i figli di Roberto, la sua famiglia, gli amici, il povero e martoriato popolo della Guinea Equatoriale, tutti coloro i quali non possono gridare il loro dolore. Lei è sicuro che è questo che voleva Dio? Io non lo credo. Questo, Santità, è il male: è il silenzio che distrugge i voleri di Dio. Tutto il resto sono chiacchiere. Il vero San Francesco il suo credo lo ha dimostrato con i fatti, non con le chiacchiere.
Lei mi dirà che bisogna saper perdonare: io lo faccio in coscienza, perdono Lei e mio fratello e non spero neanche più che qualcosa cambi, perchè in fondo l'Umanità è fatta così. Mi rattrista solo che di veri San Francesco non ce ne siano milioni: se così fosse si vivrebbe davvero in un mondo migliore.
Santità, dica al Vescovo di Latina e al suo Vicario, tanto vicini a Lei, di mettersi l'animo in pace: non hanno più bisogno di parlare con mia madre perchè ormai il danno ad una vecchia di 80 anni è stato fatto nel corso di tutti questi 25 mesi di carcere e non credo sarà mai possibile riparare. Le chiedo gentilmente, se possibile, di associarsi a me per una preghiera per un mondo migliore: l'Umanità ne ha bisogno.
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