di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 5 febbraio 2015
La commissione Giustizia della Camera ha approvato ieri il disegno legge che introduce il reato di tortura. Si sono infatti concluse le votazioni sugli emendamenti e il testo sarà formalmente licenziato per l'aula dopo i pareri delle altre commissioni.
"L'impianto - spiegano Donatella Ferranti e Franco Fazio, rispettivamente presidente della commissione e relatore del provvedimento - è rimasto nella sostanza quello votato dal Senato, ma abbiamo meglio puntualizzato la norma recependo quasi letteralmente le indicazioni della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura". Il reato di tortura, in pratica, resta reato comune (punito con la reclusione da 4 a 10 anni), ma aggravato con pene da 5 a 12 anni se commesso dal pubblico ufficiale: "Abbiamo seguito le raccomandazioni del Comitato Onu contro la tortura e quanto emerso nel corso delle audizioni, da un lato - sottolineano Ferranti e Fazio - marcando in maniera specifica gli elementi determinanti per il reato commesso dal pubblico ufficiale e dall'altro individuando gli elementi oggettivi e soggettivi della condotta al fine di evitare sovrapposizioni improprie con altre fattispecie, quali per esempio le lesioni personali gravissime o i maltrattamenti, che sono già punite dal codice penale".
Quanto alla condotta, il disegno di legge, che era già stato approvato dal Senato, ma ora è stato modificato dalla commissione Giustizia della Camera, sanziona chi provoca, in maniera intenzionale, a una persona a lui affidata o in ogni caso soggetta alla sua autorità, vigilanza o custodia, "acute sofferenze fisiche o psichiche per ottenere, da essa o da un terzo, informazioni o dichiarazioni, o vincere una resistenza, o in ragione dell'appartenenza etnica, dell'orientamento sessuale o delle opinioni politiche o religiose". Prevista anche l'inutilizzabilità delle dichiarazioni estorte con tortura.
Askanews, 5 febbraio 2015
"Il collaudo del Laboratorio centrale è in via di ultimazione, con riguardo al relativo materiale informatico e al modulo di comunicazione tra il sistema informativo del Dap e quello del Ministero dell'interno. Dopo l'immissione degli allievi nel Laboratorio, per la formazione sul campo, e dopo il collaudo, si potrà procedere all'accreditamento del Laboratorio, necessario per passare alla fase di raccolta e conservazione dei profili genetici.
Si tenga conto che i singoli Istituti penitenziari sono già dotati delle cd "stanze bianche" fornite dei kit necessari per le operazioni di prelievo del Dna nei confronti dei detenuti. Credo che il secondo semestre del 2015 potrà vedere l'avvio concreto di operatività di Banca dati e Laboratorio, dotando così la polizia giudiziaria e la magistratura di un nuovo, efficace mezzo di conduzione delle indagini e lotta alla criminalità". Così il ministro della Giustizia, Andrea Orlando, ha scritto nella nota inviata al convegno "Banca dati del Dna: le soluzioni della scienza contro il crimine", tenutosi ieri.
L'adeguamento dell'Italia al trattato di Prum, che istituisce una banca dati e un laboratorio del Dna, le difficoltà burocratiche, le resistenze sulla gestione di dati personali, la questione della privacy, i benefici attesi dall'introduzione della banca dati nazionale del Dna: questi i temi al centro del dibattito che si è tenuto ieri presso il Museo Criminologico di Roma.
"Il ritardo dell'Italia ci permette di adeguare i nostri standard legislativi ai livelli più alti- spiega Renato Biondo, Min. dell'Interno e Banca dati del Dna. L'analisi del dna delle persone ad esempio nel nostro Paese non lo fa l'organo inquirente ma il ministero della Giustizia, mentre la polizia penitenziaria ricopre un ruolo tecnico, una garanzia di rispetto e tutela, un doppio passaggio che è previsto solo dalla nostra legge. L'Inghilterra, che è partita nel 1995, ha cambiato 3 volte la norma adeguandosi al progresso delle tecnologie, l'Italia arrivando per ultima usufruisce di una qualità dei dati, e di uno standard già definito. Dal punto di vista delle procedure il nostro paese rappresenta un'eccezione di garanzia: il campione non ha nome e cognome, l'anagrafica è solo nella banca dati delle impronte, l'identificazione del soggetto avviene solo dopo concordanza. Solo dopo l'avvenuto match si può risalire alla persona con un livello di sicurezza molto alto".
"È giusto richiamare i profili di garanzia dei cittadini e della loro libertà - ha sottolineato anche il Ministro Orlando - nell'ambito di queste innovazioni. Perché c'è chi teme, ovviamente, una sorta di Grande Fratello genetico, in funzione di controllo e prevenzione totale. L'ambito applicativo della legge del 2009 è allo stato circoscritto alla raccolta del Dna nei confronti di autori o presunti autori di reati, e non di tutti, e, aggiuntivamente, nei confronti di un numero circoscritto di persone offese o potenzialmente offese da reati (persone scomparse, persone decedute non identificate o non identificabili).
Quanto agli autori o presunti autori di reati, ad essere raccolto sarà solo il materiale biologico di tre categorie di soggetti: - condannati in via definitiva per un reato non colposo, che siano detenuti, o internati, o sottoposti a misura di sicurezza detentiva, o a pena alternativa alla detenzione; - arrestati in flagranza di reato, o sottoposti a fermo; - sottoposti a custodia cautelare in carcere o agli arresti domiciliari.
Svariate tipologie di reati sono sottratte alle previsioni. Il prelievo è consentito solo per i reati per i quali è consentito l'arresto in flagranza, per tipologia o entità della pena. Il prelievo del Dna non è consentito per i reati previsti dalla legge fallimentare, dal codice civile (reati societari), per i reati tributari e finanziari, per alcuni falsi minori, per i delitti previsti dal cod. pen. contro industria, economia e commercio, verosimilmente perché ai fini della prova di tali reati l'indagine genetica non è di particolare ausilio. Per converso, ad esempio, l'inasprimento del trattamento sanzionatorio per i delitti contro la pubblica amministrazione, ad opera della legge Severino, consentendo quasi sempre l'arresto in flagranza per tali reati, consente anche il prelievo genetico".
di Vincenzo Vitale
Il Garantista, 5 febbraio 2015
Diamo per buone tutte le affermazioni - in gran parte ovvie - fatte dal presidente della Repubblica all'atto del suo insediamento davanti al Parlamento. A proposito di giustizia egli si è limitato ad auspicare una sua maggior rapidità: insomma, ci risiamo, perché neppure al Capo dello Stato è venuto in mente di auspicare invece una sua maggiore equità, vale a dire un tasso di giustizia delle decisioni dei giudici nettamente maggiore rispetto a quello oggi ancora riscontrabile.
Può darsi che non sia ancora informato abbastanza sul punto. E se così fosse provvediamo qui ad informarlo, chiedendone subito l'intervento, di un caso assai particolare - e grave - che ci passa per le mani. Ricordate Pier Paolo Brega Massone, il chirurgo imputato di lesioni e omicidi a carico di pazienti della casa di cura Santa Rita di Milano? Oggi i suoi processi sono ancora in via di definizione e comunque lungi dall'essere conclusi: anzi, siccome in uno dei due si deve ancora celebrare l'appello, i difensori chiedono a gran voce che sia nominato un consulente d'ufficio, vale a dire che sia davvero indipendente dalla Procura, allo scopo di far emergere la verità delle cose, che cioè egli non è colpevole di nulla.
Insomma, tutto è ancora in piena discussione. Nonostante ciò - roba da non crederci - giunge ora notizia che la Corte dei Conti già nel 2009 aveva provveduto in primo grado a condannare Brega Massone a ben otto milioni di euro di risarcimento a favore dell'Erario per il danno all'immagine consumato attraverso i reati di cui si è reso colpevole: fra qualche settimana sarà celebrato l'appello. Cerchiamo di spiegare meglio l'assurdità di tale situazione che più assurda non potrebbe essere.
Brega Massone viene accusato di gravi delitti e per questo langue in carcere da circa sei anni, con grande difficoltà, fra l'altro, per la sua capacità difensiva: di fatto, di fronte ad accuse che hanno meritato addirittura la condanna all'ergastolo, egli non è in grado di difendersi in modo compiuto, perché non può fruire di un computer, come invece sarebbe necessario per consultare decine di migliaia di documenti, non può parlare liberamente con i propri difensori che hanno orari e tempi ristretti, non può confrontarsi in modo efficace con i propri accusatori.
Una cosa tuttavia è sicura: tutto è ancora in gioco, ogni fatto va ancora accertato, ogni giudizio può essere ribaltato. È allora logico e giusto che mentre ancora non c'è nulla di certo e definito, la Corte dei Conti sopraggiunga con una sentenza di questo genere, dando per assodati fatti che in realtà non lo sono per nulla e che potrebbero essere poi smentiti dal giudice penale? Non siamo forse di fronte all'ennesima ingiustizia perpetrata a carico del dottor Brega Massone?
C'è da dire che fino al 1989 esisteva un congegno processuale che garantiva che questa ingiustizia non fosse portata a termine: era cioè previsto che se il medesimo fatto fosse stato posto a base del giudizio penale e di quello amministrativo ( o civile), questo secondo giudizio doveva essere obbligatoriamente sospeso in attesa che il giudice penale accertasse i fatti in modo definitivo. Ed era logico e giusto che così fosse.
Poi una gran pensata del nostro legislatore ha condotto a eliminare questa sospensione - definita necessaria - rendendola solo facoltativa. E qui casca l'asino. Infatti, anche se non vige più l'obbligo di sospendere il giudizio contabile in attesa della conclusione di quello penale, rimane pur sempre possibile farlo in chiave di opportunità.
E di questa opportunità dovrebbero farsi carico i giudici contabili, sospendendo appunto il giudizio fino all'esito di quello penale. E invece no: avanti tutta con una furia degna di miglior causa, a costo non solo di rovinare una persona, ma di produrre mostruosità giuridiche impossibili poi da rimediare.
Poniamo infatti il caso - in via di pura ipotesi - che Brega Massone sia costretto a pagare questa iperbolica somma di otto milioni per danno ad una immagine - quella della Sanità pubblica lombarda - che tanto pulita proprio non ha mostrato di essere negli ultimi anni; cosa accadrebbe se fra due o tre anni egli fosse assolto, poniamo, con la formula "il fatto non sussiste"? Siccome egli sarebbe stato espropriato di ogni avere - il cui valore complessivo è comunque di gran lunga inferiore a quella somma -come fare a rendergli ciò che gli apparteneva? Del tutto impossibile.
Ecco dunque che si capisce bene la logica che sta alla base della opportuna sospensione del giudizio contabile: evitare simili assurdità e danni non riparabili a carico dei diretti interessati nel caso fossero riconosciuti innocenti. O forse dobbiamo desumere che la Corte dei Conti ne sappia più delle Corti di Milano e che - in forza di un potere profetico - conoscendo il futuro, sappia già con certezza quale sarà la decisione del giudice finale milanese? Forse che la fretta e la rapidità debbono qui prevalere, come sovente accade, sulla giustizia?
Ecco allora che sottoponiamo all'attenzione del nuovo Capo dello Stato questo problema, che se forse sarà piccolo di fronte ai grandi problemi di cui lui dovrà occuparsi, invece piccolo non potrà mai essere di fronte alla sua coscienza di uomo e di giurista. Per far presto, si può rischiare di essere gravemente ingiusti? Che egli dica a tutti, chiaro e forte - ed anche perciò alla Corte dei conti - di no: dica che la giustizia va sempre protetta da ogni fretta cieca e produttiva di gravi iniquità. Confidiamo dunque nel Capo dello Stato? Confidiamo.
Adnkronos, 5 febbraio 2015
Le ultime rifiniture, ma l'impianto della nuova istanza di scarcerazione è pronto e venerdì verrà consegnato al gip di Bergamo Ezia Maccora. Massimo Giuseppe Bossetti, in carcere dal 16 giugno scorso con l'accusa di aver ucciso con crudeltà la 13enne Yara Gambirasio, spera di tornare a casa dopo quasi otto mesi dietro le sbarre.
Dopo il no dello stesso gip alla scarcerazione perché "persistono i gravi indizi di colpevolezza e il pericolo di reiterazione del reato" e del giudice del Riesame di Brescia che ha lasciato in carcere l'imputato per la presenza del suo Dna sul corpo della vittima, domani il pool difensivo di Bossetti presenterà la nuova istanza; in attesa del ricorso in Cassazione fissato per il prossimo 25 febbraio.
Una scelta presa alla luce delle ultime relazioni consegnate in procura a Bergamo a partire da quella "sul sequestro degli abiti e degli attrezzi di Bossetti che non ha fornito elemento utili all'accusa, all'analisi sul furgone anche in questo caso un buco dell'acqua per la procura - spiega l'avvocato Claudio Salvagni, all'assenza di capelli e peli di Bossetti sul corpo della vittima".
Nuovi elementi che si aggiungono a dire di Claudio Salvagni, legale dell'imputato, a un quadro indiziario "già ridotto da parte del Riesame rispetto alla decisione del gip" e che ora vanno riconsiderati anche alla luce di quanto emerso nella relazione del consulente della procura Carlo Previderè in cui emerge - in una tabella che riporta a una consulenza del Ris di Parma - come nella traccia mista trovata sugli slip della 13enne il Dna mitocondriale dell'imputato non corrisponde con quello di Bossetti.
Contro il 44 muratore resta il Dna nucleare, ma sul resto ci sono "quei dubbi che bastano per far cadere i gravi indizi di colpevolezza. È proprio sulla mancanza di quegli indizi di colpevolezza che si fonda questa istanza per ribadire - conclude l'avvocato - che non ci sono le esigenze cautelari per tenere in carcere Bossetti". Il gip Maccora, una volta ricevuta l'istanza, ha cinque giorni per decidere. Di fronte a un eventuale parere negativo da parte del giudice dell'udienza preliminare, la difesa dell'imputato ha nuovamente la possibilità di ricorrere in Appello e quindi ancora in Cassazione. I giudici di piazza Cavour chiamati a decidere il prossimo 25 febbraio dovranno pronunciarsi solo sul primo 'ricorso' non tenendo conto delle ultime rivelazioni sull'omicidio di Yara.
Ansa, 5 febbraio 2015
Questa mattina alle ore 12, presso la Sala Livatino di Via Arenula, il ministro della Giustizia Andrea Orlando firma un protocollo d'intesa con il fine di potenziare l'accesso alle misure alternative alla detenzione per i detenuti con problemi legati alla tossicodipendenza e di potenziare i percorsi di inclusione sociale e reinserimento lavorativo per i detenuti. Sono 11 i protocolli d'intesa già stipulati.
Dopo quelli con Toscana, Emilia Romagna, Umbria, Lazio, Liguria, Campania, Friuli Venezia Giulia, Puglia, Sicilia, Lombardia e Abruzzo, domani la firma di quello con la regione Molise. Sono presenti, insieme al guardasigilli Andrea Orlando, il presidente della Regione Molise Paolo Di Laura Frattura, il presidente dell'Anci Molise Pompilio Sciulli, il presidente del tribunale di sorveglianza di Campobasso Daniela Della Pietra, il capo del Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria Santi Consolo e il provveditore regionale reggente M. Claudia Di Paolo.
Ansa, 5 febbraio 2015
Stanze grandi poco più di 4,5 metri quadri in cui i detenuti sono costretti a fare i loro bisogni corporali senza alcuna privacy, nello stesso spazio in cui mangiano, dormono e trascorrono la maggior parte della giornata: è la situazione "al di fuori di ogni contesto di civiltà" denunciata in una nota dal segretario nazionale del Sappe (Sindacato autonomo polizia penitenziaria). Federico Pilagatti, che chiede alle autorità competenti la chiusura immediata della sezione 'blu' (alta sicurezza) del carcere di Trani. Il Sappe chiede che venga adottato questo provvedimento "anche attraverso l'intervento delle autorità sanitarie o amministrative" perché "non è pensabile che in un Paese civile si possano consentire condizioni di vita e di lavoro così mortificanti".
Una situazione che, sostiene il Sappe, sarebbe presente anche in altri istituti di pena quali Lucera (Foggia) e Foggia, per cui si chiede al ministro della Giustizia, Andrea Orlando, e al nuovo capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, Santi Consolo, di "porre in essere ogni misura idonea affinché tali sezioni detentive vengano chiuse".
Redattore Sociale, 5 febbraio 2015
A Montelupo la prestigiosa Villa medicea dell'Ambrogiana, attualmente sede dell'Opg, non avrà più una funzione carceraria. Ma è improbabile arrivare alla chiusura dell'ospedale entro il 31 marzo. La prestigiosa Villa medicea dell'Ambrogiana, attualmente sede dell'Opg di Montelupo, sarà restituita ai cittadini e non avrà più una funzione carceraria. Tra le ipotesi in cantiere, quella di inserire la villa nel percorso delle ville medicee patrimonio dell'Unesco, anche se la struttura potrebbe diventare un hotel di lusso. È questa una delle ipotesi che sta trapelando in questi giorni nel piccolo comune in provincia di Firenze. Oltre all'albergo a cinque stelle, nella villa, attualmente di proprietà del Demanio e in uso al Ministero della Giustizia, potrebbe sorgere anche un centro congressi. Quel che è certo, è che prima di ogni trasformazione, la villa necessiterebbe di un grande percorso di ristrutturazione.
A pronunciarsi sulla restituzione della Villa ai cittadini è stato il Dap (Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria) attraverso un comunicato ufficiale dopo un incontro con il Soprintendente per i beni archeologici, paesaggistici, storici, artistici ed etnoantropologici per le province di Firenze, Pistoia e Prato, Alessandra Marino. "Con la chiusura degli Opg - scrive il Dap - la storica struttura diventerà patrimonio dell'intera collettività. La piena disponibilità dell'amministrazione a cedere la storica Villa dell'Ambrogiana è stata manifestata nell'incontro che si è tenuto il 3 febbraio tra la soprintendente, il direttore generale dei detenuti e del trattamento e il direttore generale delle risorse materiali, dei beni e dei servizi del Dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria".
Ma Carmelo Cantone, direttore del Dap Toscana, è molto scettico sui tempi di chiusura dell'Opg, previsti per il 31 marzo: "Credo obiettivamente molto difficile arrivare alla chiusura dell'ospedale psichiatrico giudiziario entro il 31 marzo. La Regione Toscana sta lavorando per trovare strutture alternative per i pazienti, ma ancora non sono state trovate".
Da parte sua, il sindaco del Comune di Montelupo, Paolo Masetti, ha istituito un tavolo tecnico che possa decidere il futuro della coinvolgendo tutte le istituzioni competenti. "Dopo il comunicato del Dap, oggi abbiamo un importante punto fermo, quello che la struttura non avrà più una funzione carceraria. Il futuro dell'hotel di lusso? È una delle ipotesi ma certamente, data la vastità della struttura, sorgerà insieme all'albergo qualcos'altro. È pertanto necessario continuare il percorso istituzionale intrapreso".
Sebastiano Calella
www.primadanoi.it, 5 febbraio 2015
Il Sindaco di Guardiagrele Sandro Salvi ha convocato per martedì prossimo un Consiglio comunale monotematico per dire no ai detenuti psichiatrici nel locale ospedale. All'odg è previsto infatti un punto solo e cioè la bocciatura del decreto commissariale firmato Luciano D'Alfonso che prevede l'istituzione della Rems (la residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza) all'ospedale di Guardiagrele.
Si tratta delle strutture che sostituiscono gli Opg, gli ospedali psichiatrici giudiziari recentemente chiusi, e la cui realizzazione e gestione è stata affidata alle Asl. Ogni Regione dovrebbe istituire la propria Rems ed in questo caso l'Abruzzo è stata associato al Molise. Il commissario ad acta ha individuato la Asl di Lanciano-Vasto-Chieti per accogliere l'unica Rems prevista ed il dg Francesco Zavattaro ha individuato l'ospedale di Guardiagrele come sede temporanea di questa Rems, in attesa del completamento della sede definitiva che aprirà a Ripa Teatina.
Questa scelta comporterà lo spostamento temporaneo della Clinica psichiatrica di Guardiagrele ad Ortona, da dove poi si sposterà al SS. Annunziata di Chieti, una volta pronto il reparto definitivo. Il sindaco Salvi ha contestato questa scelta e questo tour costoso ed inspiegabile "per il mancato rispetto della programmazione sanitaria regionale, che prevedeva l'area chirurgica nell'Ospedale di Ortona e l'area medica a Guardiagrele".
Il tutto è contenuto in un dura lettera a D'Alfonso ed al manager Asl, il cui contenuto è stato confermato a PrimaDaNoi.it: "Ci sarà un consiglio comunale proprio su questa scelta che appare antieconomica e penalizzante per Guardiagrele. Infatti andranno eseguiti doppi lavori di adeguamento ad Ortona e qui per garantire la sicurezza dei pazienti, degli operatori e dei cittadini, e per assicurare anche la sicurezza della detenzione.
Purtroppo in Italia la provvisorietà è più durevole del definitivo e comunque il tutto sarebbe uno sperpero di denaro per rendere idonee le due strutture alla nuova destinazione, sia pur provvisoria. Queste risorse - aggiunge Salvi - potrebbero essere meglio impiegate per il bene dei cittadini, aumentando i servizi sanitari destinati al territorio ed il mantenimento dei reparti a basso indice di intensità assistenziale che ora funzionano all'ospedale di Guardiagrele".
Come noto, da anni sia il Comune a gestione centrodestra che l'opposizione di centrosinistra hanno contestato la chiusura dell'ospedale di Guardiagrele decisa dal precedente commissario Gianni Chiodi. E tra breve il Consiglio di Stato deciderà definitivamente il destino di questa struttura che la Asl ha fatto morire lentamente, anche se non ufficialmente. Ora c'è "questo decreto quanto mai inopportuno - conclude il sindaco Salvi - avvicinandosi la discussione al Consiglio di Stato dei ricorsi ed in previsione di un nuovo piano sanitario regionale, come annunciato dall'attuale Governo regionale"
Il centrosinistra impugna Decreto commissariale e delibere Asl
Anche il centrosinistra è contrario alla Rems, come spiega l'avvocato Simone Dal Pozzo, consigliere della Lista di opposizione, che ha impugnato sia il decreto commissariale D'Alfonso che le delibere Asl, allo stesso modo in cui aveva impugnato (vittoriosamente) le precedenti decisioni di Chiodi e Zavattaro. "Intanto bisogna dire la verità sui costi - spiega l'avvocato - la relazione tecnica allegata al decreto del commissario prevede una spesa totale pari a 110 mila euro. Le recenti delibere Asl invece rivelano che la spesa sarà ben maggiore e cioè di 552 mila euro, sommando i vari lavori di Guardiagrele, Ortona e Chieti. Questo significa un incremento di circa mezzo milione di euro sulla previsione iniziale, totalmente ignorato dall'atto commissariale. Inoltre nessuna delle somme previste appare finalizzata ad una destinazione futura diversa da quella che oggi si asserisce provvisoria. E si può definire provvisorio ciò che finirà - se tutto va bene - tra tre anni?". Ma c'è un altro aspetto che Dal Pozzo contesta: "Secondo la relazione dei Ministeri della Salute e della Giustizia, i pazienti non dimissibili sarebbero solo 3. Insomma non serve nessuna Rems, che comunque logisticamente non sarebbe compatibile con il nostro ospedale e con il Distretto che vi opera. Li chiudiamo per ospitare 3 pazienti? Suvvia... mi sembra sperpero di denaro pubblico".
di Denise Compagnone
Il Messaggero, 5 febbraio 2015
Il futuro dell'ex ospedale di Ceccano, o almeno di una parte di esso, sta in una sigla: Rems. Che significa Residenza per l'esecuzione della misura di sicurezza sanitaria. "Ma attenzione, non è un carcere" avverte la manager della Asl Isabella Mastrobuono. È invece una struttura che accoglierà, accanto alla futura Casa della salute, i pazienti che provengono dagli ospedali psichiatrici giudiziari da chiudere definitivamente per legge (la 81del 2014) entro il 31 marzo 2015.
Un po' un ritorno al passato per la città dei conti, la cui storia è legatissima all'ex Santa Maria della Pietà, entrato in funzione agli inizi del '900 proprio come ospedale psichiatrico. Per più di 70 anni quel grande palazzo a pochi passi dal Sacco è stato per tutti semplicemente "il manicomio". Poi con la legge Basaglia del 1978 che aboliva, appunto, i manicomi, si tentò la strada lunga e faticosa del recupero e della riconversione. Il Santa Maria della Pietà dunque diventò un vero e proprio ospedale, almeno per pochi anni, almeno fino al Decreto 80 della Polverini.
A Ceccano, a tirare fuori per primo la notizia, qualche giorno fa, è stato l'ex consigliere comunale e leader del polo civico Per La Gente Angelino Stella che aveva espresso la sua preoccupazione. In città infatti si parlava di un carcere psichiatrico. L'ipotesi è stata smentita pochi giorni dopo dal commissario prefettizio Emilio Dario Sensi, ma senza che la preoccupazione in città venisse meno. Anzi... Ieri dunque, per tagliare una volta per tutte la testa al toro delle polemiche, Il Messaggero ha chiesto la versione ufficiale al manager della Asl. "Il governo ha imposto alle Regioni di trovare una soluzione alternativa agli ospedali psichiatrici giudiziari in cui accogliere questi pazienti, non detenuti - ha detto. Sono state individuate così delle strutture territoriali che andranno ad ospitarli". Strutture e relativi fondi: la Asl di Frosinone avrà a disposizione ben nove milioni di euro da destinare a questo scopo.
Sono interessati due edifici: l'ex ospedale di Ceccano e l'ex Spdc di Pontecorvo. Lo spiega meglio la manager. "Con quei fondi rimetteremo in sesto l'ex Spdc di Pontecorvo che ospiterà provvisoriamente, in attesa che la Regione trovi una collocazione definitiva in provincia di Rieti, 12 donne. A Ceccano, invece, arriveranno in via temporanea venti uomini.
Ma quei nove milioni serviranno soprattutto a sistemare - con lavori della durata di circa 400 giorni - spazi da anni in preda al degrado e all'incuria adiacenti all'attuale presidio sanitario, per poi allocarvi, stavolta in via definitiva, due blocchi da 20 uomini, sempre pazienti provenienti dagli ospedali psichiatrici giudiziari, molti dei quali già in cura nel dipartimento di salute mentale di Frosinone".
Si tratta di quella famosa "Ala Mosconi", oggi ricoperta dalle erbacce e ricettacolo di ogni genere di rifiuti. Ma le novità non sono ancora finite. "Avremo la possibilità di assumere - continua la Mastrobuono - circa 120 unità di personale ex novo e di potenziare i servizi già esistenti". Insomma, la manager è più che soddisfatta: "Questa novità diventa, oltre che una risposta istituzionale doverosa, un momento importante per l'occupazione e la riqualificazione di vecchi edifici. Una serie di vantaggi importanti che mi pare superino di gran lunga le polemiche di questi giorni".
Redattore Sociale, 5 febbraio 2015
Dopo che la Cassa delle ammende ha sospeso il servizio, si cercano alternative per continuare. Oggi a palazzo Marini, vertice con i consiglieri di maggioranza e opposizione. La cooperativa dei detenuti "Abc - La sapienza in tavola" del carcere di Bollate (Milano) sopravvive nonostante la chiusura del progetto di gestione della mensa. Ma la presidente Silvia Polleri non sa quanto potranno tirare avanti, così sta lavorando ad un grande progetto che è ancora tenuto in segreto attraverso cui accedere a nuovi fondi. È quanto emerge dalla Sottocommissione carceri di Palazzo Marino, in cui i consiglieri comunali di maggioranza e opposizione hanno chiesto alla presidente Polleri e al direttore del carcere Massimo Parisi come aiutare la cooperativa a restare in piedi.
I problemi al momento sono tutti di ordine finanziario. Da quando il 15 gennaio la Cassa delle ammende ha sospeso i finanziamenti per le cooperative che avevano in gestione le mense di nove carceri italiane, i detenuti di Abc sono pagati a mercede, attraverso un voucher erogato dall'azienda in cui sono comprese le coperture Inps e Inail.
Sul fatto che il finanziamento di Cassa delle ammende si interrompesse, l'amministrazione penitenziaria non ha mai fatto mistero: "Lo sapevamo già da un anno", ammette il direttore di Bollate Parisi. Per la cooperativa non ci sono più sgravi fiscali, previsti invece dalla Commissione Smuraglia per il lavoro in carcere. Anche lo stipendio dei detenuti si è dimezzato con il cambio di regime: da circa 1.200 euro al mese a meno di 600. "Questo non sarà il catering della misericordia. Stiamo continuando a cercare strade alternative per proseguire con il nostro servizio", dichiara Polleri.
Da parte della direzione del carcere c'è stata la disponibilità a continuare a concedere l'uso della cucina anche per i prodotti di catering esterno, una delle stampelle su cui si reggono le finanze di Abc. I numeri raccolti dalla cooperativa confermano i risultati positivi dei dieci anni di progetti: dei 50 detenuti che hanno lavorato ad Abc solo cinque sono tornati a delinquere. Polleri stima che il carcere di Bollate abbia risparmiato all'anno grazie ad Abc 43 mila euro, soprattutto in spese di manutenzione della cucina e spese per la sorveglianza dei detenuti.
- Salerno: il Comune pensa a un Tavolo permanente dedicato alle condizioni delle carceri
- Prato: donato un forno al carcere, ora i detenuti faranno il pane e le caramelle per tutti
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- Lecce: gatti abbandonati o feriti ricoverati in carcere, se ne prenderanno cura i detenuti
- Piazza Armerina (En):, maxi rissa in carcere nel 2009, processo chiuso con venti condanne









