di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 1 febbraio 2015
Vietato fare i mendicanti, pena la carcerazione. La Norvegia ha perso la sua innocenza riguardante i diritti umani. Dopo la strage di Utoya il paese nord europeo scopre la sua anima nera e ha cambiato radicalmente volto da quando alle elezioni del 2013 ha stravinto un partito conservatore. La piccola ma ricchissima monarchia costituzionale ha consegnato il Paese a un governo che vede l'attiva partecipazione di quello che in passato fu proprio il partito dell'estremista stragista di destra Anders Breivik, il Partito del Progresso, populista e anti immigrazione.
Tra le iniziative che fanno discutere, una è la legge che sarà varata tra pochi mesi: la mendicità sarà punita con la galera. La riforma legale, proposta dai conservatori e dalla destra xenofoba, sta per essere, quindi, ultimata. La proibizione - abolita nel 2005 dai progressisti che hanno governato per ben otto anni - ha ricevuto consensi anche dai partiti del centro. Multe e carcere sono le misure restrittive con cui il governo intende punire gli indigenti.
È un paese ricco grazie soprattutto al suo petrolio, ma c'è comunque la povertà e il governo conservatore già a partire dal 2013 aveva già fatto una riforma locale conferendo ai municipi l'autonomia rispetto alle soluzioni da adottare per fronteggiare la povertà per le strade. La riforma locale, che prevede la possibilità di multare i mendicanti e di incarcerarli, ha trovato consenso soprattutto nel sud del paese, ma non nella capitale.
Nei municipi aderenti, la polizia utilizza registri appositi in cui segnalare le generalità degli indigenti, La crisi economica ha dato maggiore impulso ai flussi migratori. La Norvegia, infatti, è fra le destinazioni più gettonate dall'Europa più povera. Con una sovrabbondanza di materie prime, come il petrolio, il gas e l'energia idroelettrica, e una scarsità di manodopera, il paese si caratterizza per ima densità di popolazione fra le più basse del continente e per un tasso di disoccupazione non di certo preoccupante,
Secondo una statistica della polizia locale, dei duecento indigenti che, ogni giorno, chiedono l'elemosina ad Oslo, solo sette sono norvegesi, il resto proviene dall'est. I promotori della riforma legale sostengono che, negli ultimi anni, gli indigenti siano più aggressivi, Questo, a giudizio dei richiedenti, comporta un aumento della criminalità.
Oslo, con una popolazione sette volte minore rispetto a quella di Berlino, sarebbe vittima dello stesso numero di scippi. Inoltre, i sostenitori adducono come ragione fondante la correlazione fra l'elemosinare e il traffico di esseri umani. "È importante tenere conto del contesto. Non è che non sopportiamo di vedere le persone bisognose, questa soluzione si adotta a causa del vincolo fra gli indigenti e la criminalità organizzata", ha dichiarato, qualche mese fa in occasione della riforma locale, la prima ministra Erna Solberg. Il paradosso vuole che la stessa Norvegia che vuole "risolvere" la povertà con la repressione, nello stesso tempo stanzia più fondi da destinare al sociale e ai rom, ma direttamente in Romania.
Nel frattempo questa proposta di riforma legale ha generato ampie critiche dalle organizzazioni internazionali che si occupano dei diritti umanitari. Fra queste, quella di Sunniva Orstavik, rappresentante della Equality and Anti-Discrimination Ombud che teme la discriminazione del popolo rom. Anche la Commissione nazionale per i diritti umani denuncia i possibili effetti discriminatori e la violazione della libertà di espressione. "La proposta è molto delicata. Ho detto apertamente alle autorità, che spero non continuino con questa iniziativa. Sembra allettante usare metodi penali per trattare un problema sociale. La mendicità è una questione di povertà", fa sapere alla stampa norvegese il commissario per i diritti umani del Consiglio d'Europa, Nils Muiznieks. Eppure parliamo della stessa Norvegia che non contempla l'ergastolo, che dopo la strage di Utoya, non ha scelto la vendetta, nemmeno quella "delia sicurezza". Non ha aumentato i controlli, la sorveglianza. Non ha assecondato la paura delle persone. Il ministro degli Interni di allora, un laburista, aveva dichiarato che avrebbero riposto con più umanità. Ma, con la forte virata a destra, anche questo Paese ha perso la sua componente umana e non securitaria.
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 1 febbraio 2015
In Sudafrica continua il processo di riconciliazione nazionale. Il ministro sudafricano della giustizia, Masutha, ha concesso la libertà condizionata dopo 20 anni di carcere a Eugene de Kock, ex capo di un corpo di polizia segreto durante gli anni dell'Apartheid.
Era stato condannato ad una pena di reclusione di oltre 200 anni per i crimini commessi in qualità di capo di una speciale unità della polizia incaricata di reprimere il dissenso contro il regime segregazionista. De Kock, 66 anni compiuti da qualche giorno, tra gli anni 1980-90 è stato a capo dell'unità C1, un'unità segreta della polizia sudafricana responsabile di rapimenti, torture e omicidi di attivisti anti-apartheid. Un vero e proprio squadrone della morte.
Il compito principale di de Kock, quando era colonnello della polizia, era di mettere a tacere i leader del movimento anti-apartheid, in particolare quelli del Congresso nazionale africano (Anc). Ed ora, gli stessi dell'Anc lo hanno scarcerato.
Nel 1996 è stato riconosciuto colpevole di 89 capi d'accusa e condannato a due ergastoli e ulteriori 212 anni di carcere. Successivamente il killer dell'apartheid mostrò segni di pentimento incontrando da dietro le sbarre alcuni dei parenti delle sue vittime e collaborando alle indagini. Arrivò anche ad accusare alcuni membri del regime dell'apartheid, tra cui Frederik W. De Klerk, ultimo presidente bianco, insignito insieme a Nelson Mandela del Premio Nobel per la pace nel 1993, di aver autorizzato le attività dell'unità C1. Nonostante tutto questo de Kock ha ottenuto la libertà vigilata, "nell'interesse della riconciliazione nazionale", ha spiegato il ministro della Giustizia Michael Masutha, che ha tenuto a precisare che sarebbero stati resi noti il luogo e i tempi del rilascio dell'ex ufficiale di polizia.
La riconciliazione in Sudafrica è stato un processo storico, e soprattutto una lezione sui diritti umani per l'intera umanità. In un processo il colpevole tende a proteggersi, a negare. Il Sudafrica non ha voluto questo, il Sudafrica ha deciso di perdonare, di concedere un'amnistia a chi dice il vero, si assume le proprie colpe e racconta a tutti ciò che ha fatto. A stabilire se ciò che è stato raccontato corrisponde a verità, sono state le stesse vittime se sopravvissute o le loro famiglie. L'amnistia è concessa solo se il reato è compiuto tra marzo 1960, quando l'Anc inizia la lotta annata come risposta alla strage di Sharpeville, e il 10 maggio del 1994, quando Mandela è eletto presidente. L'amnistia è concessa solo se il reato ha motivazioni politiche, non per motivazione personale o per crimini comuni. Il colpevole può avere l'amnistia solo con una confessione piena e totale e con la massima accuratezza deve raccontare di ogni persona uccisa e di ogni crudeltà effettuata: ovvero il pentimento.
Le vittime hanno così potuto recuperare la loro dignità, hanno potuto finalmente parlare pubblicamente delle loro sofferenze, gli uomini di colore non hanno così più avuto paura di essere perseguitati e uccisi. Possono parlare padri e madri, fratelli e sorelle. Sono racconti drammatici, storie di vero orrore e tanta sofferenza; storie di persone uccise durante i conflitti politici, persone sottoposte a torture e a gravi maltrattamenti. La vera rivoluzione di Mandela è stata quella di aver fatto giustizia attraverso la riconciliazione e non la galera.
Andare di fronte alla Commissione post apartheid per confessare azioni commesse e sofferenze subite è stato il modo per riaccendere le relazioni con la comunità di cui si è parte. Quel ristabilire relazioni si fa giustizia concreta, non ha bisogno di pene e indica la determinazione nel tornare a camminare insieme. Oggi il cammino si è concluso con la liberazione di uno dei più efferati mulinali dell'apartheid. Da noi inconcepibile visto che preferiamo sbattere dentro le persone e, magari, buttare per sempre la chiave.
Redattore Sociale, 31 gennaio 2015
Ieri l'incontro interregionale dei Garanti. L'ombudsman Tanoni ha proposto "la concessione di visite interne, da svolgersi in appositi ambienti, privi di barriere divisorie e idonei a garantire la riservatezza dei presenti". Il cardinale Menichelli: "Il carcere sia luogo di vita".
di Giovanni Maria Jacobazzi
Il Garantista, 31 gennaio 2015
Sono pochi, travolti dalle istanze, che si aggiungono i risarcimenti per la legge sugli 8 euro. Il governo ricorrerà agli uditori giudiziari, giovani e inesperti, il che potrebbe peggiorare le cose. Sono meno di 150 in tutt'Italia. Sono i magistrati di sorveglianza. L'ultimo anello della filiera giudiziaria. Ma uno dei più importanti. Occupandosi della gestione della pena.
di Anna Toro
www.unimondo.org, 31 gennaio 2015
Si è suicidato usando la sua maglietta come cappio. Aveva 50 anni ed era un detenuto internato all'Opg di Reggio Emilia. Il fatto, riportato dai media locali, è avvenuto all'inizio di quest'anno, e va ad aggiungersi al lungo e triste conteggio di morti e di tragedie avvenute in quei luoghi, definiti tempo fa dal presidente della Repubblica Napolitano un "autentico orrore indegno di un paese appena civile".
di Marina Castellaneta
Il Sole 24 Ore, 31 gennaio 2015
L'Italia continua a pesare sul carico di lavoro della Corte europea dei diritti dell'uomo ma, negli ultimi mesi, la situazione inizia a migliorare. Nel 2014, come risulta dalla relazione annuale della Corte dei diritti dell'uomo presentata ieri a Strasburgo, Roma mantiene il secondo posto per numero di ricorsi pendenti dinanzi a una formazione giurisdizionale: sono ben 10.087 i casi attesa di una decisione (14,4% del totale).
www.camerepenali.it, 31 gennaio 2015
Il riordino della difesa d'ufficio costituisce una battaglia culturale nella quale l'Unione è impegnata da tempo, nella quale intendiamo ancora profondere tutte le nostre energie per ottenere una legge ancora migliore che risponda in pieno alle esigenze dei cittadini e alla dignità della funzione difensiva.
di Tino Oldani
Italia Oggi, 31 gennaio 2015
In risposta alle critiche che alcuni magistrati gli hanno mosso nei discorsi inaugurali dell'anno giudiziario, il premier Matteo Renzi ha detto alcune cose sacrosante: "Un paese civile deve avere un sistema giudiziario veloce, giusto, imparziale. Per arrivare rapidamente a sentenza, bisogna semplificare, accelerare, eliminare inutili passaggi burocratici, andare come stiamo facendo noi sul processo telematico (così nessuno perde più i faldoni dei procedimenti, come accaduto anche la settimana scorsa). Bisogna anche valorizzare i giudici bravi, dicendo basta allo strapotere delle correnti, che oggi sono più forti in magistratura che non nei partiti".
Un'analisi breve quanto impeccabile sui mali della giustizia. Da applausi. Peccato che l'operato del governo, segnatamente del ministro della Pubblica amministrazione, Marianna Madia, vada in tutt'altra direzione. La cartina di tornasole è proprio il processo telematico.
Di fronte a 9 milioni di processi pendenti (5 milioni di cause civili e 4 milioni di penali), e di fronte all'evidente produttività scarsa dei magistrati (che hanno pure la faccia tosta di lamentarsi per la riduzione delle ferie da 45 a 30 giorni), anche un bambino capisce che l'unica soluzione efficace è accelerare il più possibile il processo telematico. Per questo, a partire dal 2010, per sopperire ai 9 mila buchi di organico della macchina amministrativa dei tribunali, sono stati reclutati (prima dalle Regioni, e poi dal ministero della Giustizia) circa 3 mila tirocinanti precari, i quali sono stati prima sottoposti a un adeguato periodo di addestramento, e poi inseriti nei 1.300 tribunali con lo scopo di aumentarne l'efficienza.
Il compito svolto da questi precari, per lo più giovani laureati e disoccupati, è stato di passare allo scanner i fascicoli dei procedimenti, smaltire gli arretrati, inserire le nuove pratiche nei computer e rispondere agli sportelli. Un lavoro prezioso, di cui si è parlato poco sui giornali, ma ben presente al procuratore generale della Cassazione, che ha sollecitato più volte il governo a "non risparmiare gli sforzi - a ogni livello, anche legislativo - perché le professionalità acquisite da questi lavoratori non si disperdano". Parole al vento. La ministra Madia le ha completamente ignorate. Problema di costi? Non si direbbe. Il mantenimento in servizio dei precari dei tribunali (scesi ora da 3 mila a 2.650) non sembra di quelli proibitivi: 7,5 milioni di euro spesi nel 2013, più altri 15 milioni stanziati con la Legge di stabilità 2014.
Di quest'ultima somma, però, sono stati erogati solo 9 milioni nel 2014, mentre gli altri 6 milioni (esclusi in un primo tempo dalla Legge di stabilità 2015) sono stati inseriti nell'ultimo decreto mille proroghe e basteranno per pagare gli stipendi dei precari fi no al 30 aprile prossimo. Dal primo maggio, festa del lavoro, tutti a casa. In previsione di questo nuovo buco di organico, la Madia ha annunciato (con un tweet!) che circa mille dei 20 mila dipendenti delle Province soppresse, rimasti per mesi inoperosi, saranno trasferiti nei tribunali in base alle nuove norme sulla mobilità del pubblico impiego.
In pratica, mettendo insieme due riforme sbagliate e lacunose (province e pubblica amministrazione), la Madia ne sta sbagliando una terza. Fa come i gamberi: un passo avanti e due indietro. Così, dopo avere speso alcune decine di milioni di euro per formare dei giovani, e rendere più efficiente la burocrazia giudiziaria con il processo telematico, proprio quando ha raggiunto un primo risultato positivo (vedi il giudizio del procuratore generale della Cassazione), lo Stato, grazie alla Madia, azzera tutto e ricomincia da capo.
E al posto dei precari già preparati (molti anche plurilingue, impiegati nelle traduzioni delle rogatorie internazionali), sceglie un migliaio di ex dipendenti delle Province, che non solo sono pochi (in media, meno di uno per tribunale; appena un terzo dei precari da sostituire), ma non hanno neppure le competenze necessarie per maneggiare le pratiche giudiziarie, e dovranno pertanto essere sottoposti a un tirocinio formativo, con inevitabile perdita di tempo e di efficienza. Di questo passo, la tanto sbandierata riforma della pubblica amministrazione, che porta la firma della Madia, rischia di produrre più danni che benefici.
Di certo, non giova al processo telematico, né a ringiovanire la burocrazia italiana, che ha l'età media più alta in Europa ed è tra le meno qualificate. Uno studio dell'Aran ha accertato che la metà dei dipendenti pubblici italiani ha più di 50 anni, mentre quelli sotto i 35 anni sono appena il 10 per cento, contro il 28% della Francia e il 25% del Regno Unito. Gli over 60 sono il 10%, mentre i laureati sono appena il 34%, contro il 54% del Regno Unito.
Un robusto turn over per abbassare l'età media e alzare la qualità del personale è ciò che gli esperti suggeriscono da anni. E il minor costo del pubblico impiego italiano (11% del Pil) rispetto al resto d'Europa (in Francia è il 13,4% del Pil) lo consentirebbe, purché abbinato a piani più credibili sulla mobilità. Ma servirebbe un ministro all'altezza del compito. Purtroppo per l'Italia, non c'è.
www.sinappe.it, 31 gennaio 2015
Lavoro in carcere e auto sostenibilità delle cooperative. Il tema è saltato in auge nella giornata di oggi dopo un'intervista rilasciata dal Vice Capo Vicario, Luigi Pagano, al portale internet "Vita.it".
Nominato dal nuovo Capo del Dipartimento come Coordinatore dei rapporti con le cooperative sociali che danno lavoro ai detenuti nelle carceri italiane, il numero due del palazzo di Largo Luigi Daga si torva a dover maneggiare la materia in un periodo storico particolarmente caldo caratterizzato dallo "stop" dei fondi a causa del quale molte cooperative operanti nei penitenziari si ritrovano a dover fare i conti con probabili ed inevitabili tagli al personale (detenuti), rivalutazioni, ridimensionamenti se non addirittura la possibilità di chiudere i battenti. A far riflettere il Si.N.A.P.Pe sono le conseguenze che l'aumento della disoccupazione della popolazione detenuta potrebbe avere sulla realtà della quotidianità penitenziaria: sì, perché i lavoratori che sono a rischio tagli sono, ovviamente, tutti detenuti.
Quello del lavoro all'interno delle carceri è un tema delicato e che non deve essere preso sotto gamba, perché il rischio di inciampare in conseguenze future è grande.
Se da un lato è vero il dettato costituzionale secondo cui quello al lavoro è un diritto che va valorizzato e promosso (Art. 4), dall'altro lo stesso è considerato dall'ordinamento penitenziario quale strumento di reinserimento sociale, così da rispondere al mandato della pena da intendersi come rieducazione (Art. 27).
"Come impatta dunque il timore della disoccupazione all'interno della quotidianità penitenziaria?" - è stato questo il primo interrogativo del Segretario Generale del Si.N.A.P.Pe il Dott. Roberto Santini - che così ha proseguito nella sua riflessione: "Il lavoro negli istituti penitenziari deve essere visto sotto molti punti di vista per la psicologia dei detenuti. È un modo per prepararsi al ritorno in società, è un momento di crescita e di apprendimento, ma rappresenta anche una valvola di sfogo per una libertà reclusa. La possibilità dell'aumento del tasso di disoccupazione all'interno delle mura penitenziarie potrebbe tradursi in un duro colpo per il sistema, con un concreto rischio di inasprimento degli animi e delle tensioni nella quotidianità detentiva.. In uno scenario di questo tipo i primi a subirne le conseguenze potrebbero essere proprio i colleghi della Polizia Penitenziaria che sono le prime figure a rapportarsi all'utenza. A loro è affidato il delicato compito di vegliare sull'ordine e sulla sicurezza oltre che sull'incolumità dei detenuti. Questi sono scenari possibili, non certi, ma è la questione non merita estrema attenzione".
di Piero Sansonetti
Il Garantista, 31 gennaio 2015
C'è un giornalista modenese, che si chiama Franco Gibertini, che io non conosco e del quale non ho mai sentito parlare fino a ieri. Da ieri però so di lui una cosa: è in prigione. Lo hanno arrestato durante la recente retata contro la presunta 'ndrangheta emiliana. È accusato come al solito di un reato fantasma: concorso esterno in associazione mafiosa.
Tutte le volte che cito questo reato, in modo quasi ossessivo e a costo di stancarvi, ripeto: è un reato che non esiste nel nostro codice penale, mentre nel nostro codice penale, all'articolo 1 (dunque il più importante) c'è scritto: "Nessuno può essere punito per un fatto che non sia espressamente preveduto come reato dalla legge, né con pene che non siano da essa stabilite". Cosa ha fatto questo signore?
Di icono che abbia difeso nella sua trasmissione in una Tv privata emiliana ("Poke balle") il comportamento di alcune persone che i magistrati ritengono affiliati alla 'ndrangheta. Ha dato loro la parola, li ha intervistati, gli ha permesso di difendersi e cose simili. Cioè ha violato il sacro principio secondo il quale in Italia esiste una "Associazione Antimafia" che è al di sopra di tutto e stabilisce chi sono i buoni e i cattivi e riconosce libertà di parola i primi e la nega agli altri e non ha neppure bisogno di condanne di un tribunale (è sufficiente un avviso di garanzia) per eseguire una sentenza. Il tentativo - per qualunque ragione - persino di mettere in dubbio la validità delle accuse della "Associazione Antimafia", o anche semplicemente delle teorie di un pubblico ministero, equivale ad un riconoscimento della propria partecipazione all'associazione mafiosa. A me sembra che l'arresto di questo giornalista sia una cosa gravissima non solo in se, ma soprattutto per le reazioni che ha provocato.
Cioè nessuna. Io ho scoperto la notizia leggendo un giornale locale. Sui giornali nazionali non si è saputo niente. Come in genere si sa molto poco, dai giornali, sull'arresto dei giornalisti nei paesi a regime dittatoriale o comunque ad alto livello di repressione, come per esempio in Russia. Non ho letto nessuna presa di posizione da parte del sindacato dei giornalisti, che pure in questi giorni è riunito nel suo congresso nazionale.
Possibile che la notizia dell'arresto di un collega accusato di avere fatto informazione in modo non consono alle aspettative del regime, non susciti una protesta massiccia e indignata? Abbiamo fatto sciopero per molto meno. Mi ricordo, qualche anno fa, una oceanica adunata a piazza del Popolo dovuta all'indignazione per il fatto che la Rai non si decideva a firmare il contratto con Marco Travaglio, collaboratore di Santoro ad Anno Zero.
Davvero il mancato contratto di Travaglio è cosa più grave dell'imprigionamento di un collega al quale viene imputata la "perniciosità" delle sue opinioni e l'eccesso delle sue libertà? Mi pare che anche il mondo politico non si stupisce né protesta. Si indignò per i decreti bulgari di Berlusconi, che favorirono l'allontanamento dalla Rai di personaggi importanti come Biagi, Santoro e Luttazzi. fece bene a indignarsi. È inaudito però che resti in silenzio di fronte a un editto della magistratura, con ordine d'arresto, che più che bulgaro sembra da Cile di Pinochet.
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