di Sergio Rame
Il Giornale, 28 gennaio 2015
Nelle carceri francesi i musulmani rappresentano il 40% di una popolazione pari a 68mila persone. Il ministero della Giustizia: "Creano problemi di gestione". È stato in carcere che Amedy Coulibaly è venuto a contatto una decina di anni fa, allora poco più che ventenne, con esponenti del terrorismo jihadista, uno dei quali - teoricamente rinchiuso in isolamento - ha avuto un forte ascendente su di lui.
Ed è stato nello stesso penitenziario, quello di Fleury-Merogis, alla periferia di Parigi, che un altro detenuto, Cherif Kouachi, ha conosciuto lo stesso jihadista.
Il carcere è uno dei principali luoghi di reclutamento di candidati alla jihad. L'allarme, legato al caso degli attentati in Francia, è al centro di un lungo articolo pubblicato oggi dal Financial Times, che illustra il ruolo che il periodo di detenzione ha avuto nell'avvicinare i terroristi che hanno agito tra il 7 ed il 9 gennaio a Parigi alla violenza religiosa estremista.
Coulibaly è morto il 9 gennaio durante il blitz delle forze dell'ordine nel supermarket kosher di Parigi, dove teneva numerose persone in ostaggio, Kouachi - autore della strage nella sede di Charlie Hebdo - in quello lanciato in contemporanea nella tipografia di Dammartin-en-Goele. Il jihadista conosciuto dai due, di origine algerina, di 17 anni più grande di Coulibaly, era stato in Afghanistan dove raccontava di essere stato torturato. E Coulibaly, anni dopo, raccontò alla polizia durante un interrogatorio di aver continuato a frequentarlo dopo l'uscita dal carcere non per via della religione ma perché "colpito dall'esperienza umana" della persona.
Si trattava di Djamel Beghal, incarcerato nel 2001 per aver complottato un attentato dinamitardo contro l'ambasciata americana a Parigi. "Beghal è stato il loro mentore, ha insegnato loro la religione e la jihad - spiega al Financial Times Jean-Charles Brisard, esperto di al Qaeda che svolge un ruolo di consulente per i governi in materia di antiterrorismo - il periodo trascorso in carcere è stato cruciale".
Beghal, per il tramite del suo legale, ha negato ogni coinvolgimento negli attacchi di Parigi. Ma il ruolo avuto da uno dei più noti penitenziari della Francia, costruito per 2.855 detenuti e che ora ne ospita più di 4mila, ha alimentato i timori sulle prigioni nei Paesi europei, che rischiano di fungere da centri di reclutamento per gli islamisti violenti.
Per Missoum Chaoui, cappellano carcerario in Ile-de-France, il pericolo è l'assenza di un referente musulmano in un'istituzione che lascia aperta la strada agli "imam autoproclamati". L'islam diventa così un mezzo per porsi al centro di un universo carcerario in cui molti detenuti non hanno alcun riparo: "Si trovano in uno stato di debolezza e precarietà, hanno bisogno d'ascolto e di disciplina per non andare alla deriva".
Nelle carceri francesi i musulmani rappresentano il 40% di una popolazione pari a 68mila persone. Quelli praticanti sono circa 18mila. Quelli ritenuti ad alta pericolosità sono 152. Sessanta di questi, secondo il ministero della Giustizia, "creano problemi di gestione" e sono in isolamento o in una cella singola, distribuiti in sette diverse prigioni. Ventidue sono "refrattari a ogni relazione e con loro non è possibile alcun contatto". Questi ultimi sono raggruppati e isolati nel carcere di Fresnes. Un esperimento che, secondo il governo francese, avrebbe contribuito a far "cessare la pressione costante sugli altri detenuti musulmani".
di Roberto Bongiorni
Il Sole 24 Ore, 28 gennaio 2015
L'ultima operazione antiterrorismo condotta dalle forze speciali francesi contro una cellula di jihadisti nel comune di Lunel mette ancora una volte in luce l'ampiezza della minaccia terroristica di matrice islamica in Europa. La Francia è sempre più determinata a combattere un fenomeno che l'ha colta quasi di sorpresa, mettendo a nudo la sua vulnerabilità. In secondo luogo, il Paese che ospita la più grande comunità musulmana d'Europa si conferma come un terreno particolarmente fertile per gli aspiranti jihadisti.
Mese dopo mese le autorità correggono al rialzo il numero degli uomini partiti per la Siria e per l'Iraq al fine di unirsi nelle file dei gruppi estremisti islamici, soprattutto nell'Isis. L'ultimo aggiornamento, annunciato di recente dal premier Manuel Valss, indicava 1.300 persone circa partite, rientrate o in partenza per Siria e Iraq. Due dei cinque uomini arrestati questa mattina a Lunel erano, per l'appunto, rientrati dalla Siria. D'altra parte questo comune di 26mila abitanti nel cuore della Francia meridionale, a una trentina di km da Montpellier, ha acquisito ormai grande notorietà, non solo in Francia: dal 2013 a oggi, da questa cittadina sarebbero infatti partiti 20 giovani musulmani alla volta della Siria. Sei di questi, di età compresa tra i 18 ed i 30 anni, sarebbero caduti nei violenti combattimenti avvenuti sul fronte nel mese di ottobre. L'ultimo, un uomo di circa 20 anni, trasferitosi in Siria quest'estate insieme alla moglie, sarebbe morto a fine dicembre.
L'ambizioso piano del Governo francese per contrastare la minaccia del terrorismo islamico cresciuto in casa - il budget contro il terrorismo è stato portato a 735 milioni di euro per i prossimi tre anni - si scontra tuttavia con una serie di problemi complessi. Oltre al proselitismo via internet, il principale canale di reclutamento dei "terroristi fai da te", i nuovi centri di indottrinamento e reclutamento dei candidati jihadisti sono le carceri.
Non più, dunque, le moschee o i centri islamici più radicali, perché troppo sorvegliati. Un lungo articolo pubblicato oggi dal Financial Times illustra in modo dettagliato il processo di avvicinamento all'estremismo, avvenuto in carcere, dei terroristi che hanno agito tra il 7 ed il 9 gennaio a Parigi . Sotto l'attenzione dei media è il carcere di Fleury-Merogis, il più grande di Francia.
È in questa grande prigione alle porte di Parigi che dieci anni fa un giovane ragazzo, condannato per rapina, si trova vicino di cella con un noto jihadista - in teoria in isolamento - che aveva combattuto sui fronti più caldi. Il giovane si chiamava Amedy Coulibaly, vale a dire l'uomo che il 9 gennaio ha sequestrato diverse persone in un supermarket kosher di Parigi, uccidendone quattro per poi essere a sua volta ucciso dalle forze speciali. Il veterano jihadista, di 17 anni maggiore del giovane Coulibay su cui esercita la sua influenza è Djamel Beghal. Di origini algerine, con un passato di mujaheddin in Afghanistan, in carcere dal 2001 con l'accusa di aver preso parte a un complotto per far esplodere una bomba contro l'ambasciata americana di Parigi.
Sempre nello stesso carcere, Djamel aveva avuto modo di conoscere e dialogare con un altro giovane musulmano, salito anche lui alla ribalta dei media mondiali. Cherif Kuachi, uno dei due terroristi autori della strage nella sede del giornale satirico Charlie Hebdo, ucciso a sua volta nel blitz contro la tipografia di Dammartin-en-Goele in cui si era nascosto con il fratello.
Avevano scontato una periodo di detenzione per rapina anche Mohammed Merah e Mehdi Nemmouche, che avevano assassino cittadini ebrei rispettivamente nel 2012 e nel 2014 a Tolosa e a Bruxelles.
La storia di Nemmouche è risaputa. Parte per la Siria dove si unisce alle milizie siriane dell'Isis, con cui resta un anno a combattere. Una volta rientrato in Francia, nel maggio 2013, mette in atto il suo folle gesto: si reca a Bruxelles dove uccide quattro persone dentro al museo ebraico. Il problema di come allontanare l'estremismo islamico dalle carceri francesi è complesso. Più della metà dei detenuti francesi sono musulmani.
E il carcere di Fleury-Merogis, costruito per ospitare 2.855 detenuti, in realtà ne conta più di 4mila. Definire e poi isolare chi è ritenuto estremista non è facile. In teoria potrebbero essere parecchi. Inoltre, come ha sottolineato il coordinatore europeo contro il terrorismo, Gilles De Kerchove, mettere in prigione migliaia di combattenti rientrati dalla Siria sarebbe "un invito alla loro radicalizzazione". Peraltro chi ha abbracciato l'estremismo in prigione, ha precisato al Financial Times Jean-Charles Brisard "presenta un profilo molto più pericoloso".
Il Governo francese ha comunque deciso di nominare 60 nuovi imam nelle carceri, che si aggiungeranno così ai 180 già esistenti. Entro la fine dell'anno verranno poi costruite cinque aree riservate ai quei jihadisti definiti irriducibili; in altre parole chi si rifiuta di intrattenere qualsiasi relazione con gli addetti delle prigioni e partecipare agli incontri di de-radicalizzazione con gli imam. Sarà sufficiente?
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 28 gennaio 2015
Il dibattito sul radicalismo islamico in carcere è di grande attualità in Francia. In un articolo del giornale francese Le Monde viene riportata la testimonianza di una guardia penitenziaria dove racconta dettagliatamente le cause di questa radicalizzazione. Dal 7 al 9 gennaio scorso, il carcere di massima sicurezza di Condé-sur-Sarthe ha vissuto delle crisi di gloria di alcuni detenuti esaltati dagli attacchi terroristici parigini. Tuttavia, secondo Emmanuel Guimaraes
- il poliziotto penitenziario nel carcere intervistato da Le Monde - "il rifiuto dell'autorità e dei valori della Repubblica" da parte di quei detenuti che si dicono musulmani è lungi dall'essere una novità. Questo tipo di incidenti sembra legato molto ai fatti d'attualità, "come le tensioni scoppiate in occasione dell'ultimo conflitto israelo-palestinese a Gaza", spiega sempre Guimaraes.
Il resto del tempo, le tensioni tra detenuti, soprattutto negli spazi condivisi, sono banali. In diverse prigioni francesi, gli agenti raccontano gli stessi aneddoti: le vessazioni inflitte a chi fuma o a chi ascolta la musica; gli appelli alla preghiera; gli incitamenti a leggere il corano; il proselitismo ai detenuti più isolati. A forza di vedere conversioni e radicalizzazione nel carcere, Guimaraes parla dell'Islam in prigione come "una sorta di moda". "Alcuni ci dicono che Allah ci punirà, anche se non sono musulmani. Altri sono solo arrabbiati, altri ancora voglio avere dei privilegi", racconta l'agente. "Tuttavia, la maggior parte si converte per starsene in pace", dichiara l'agente.
Liberato da un anno, Franck Steiger ha scontato sei anni in otto diverse prigioni francesi. È ateo e - interpellato sempre da Le Monde - ha detto di aver vissuto i suoi anni di detenzione "in minoranza". "I musulmani hanno il monopolio. Per non avere problemi, molti si convertono per far parte della banda", afferma. Secondo Steiger, le condizioni di prigionia sono determinanti; "La mancanza di rispetto, le violenze, le misure di ritorsione: tutto questo produce l'odio e la voglia di fare ricorso alla religione", afferma con rabbia.
Invece per Missoum Chaoui, cappellano carcerario in Ile-de-France, il "pericolo" è l'assenza di un referente musulmano in un'istituzione che lascia aperta la strada agli "imam autoproclamati". La religione diventa per molti un mezzo per porsi al centro di un universo carcerario in cui molti detenuti non hanno alcun riparo. "Si trovano in uno stato di debolezza e precarietà, hanno bisogno d'ascolto e di disciplina per non andare alla deriva", commenta Chaoui al quotidiano francese. "Alcuni sono più psichiatri che islamisti.
I radicali sono molto pochi e non rappresentano affatto i musulmani di Francia", conclude il cappellano. Secondo il ministero della Giustizia, gli effettivi sospettati sono 152, per la maggior parte in Ile-de-France.
In quattro anni, Abdelhafid Laribi, cappellano permanente presso il carcere di Nanterre, dice sempre a Le Monde di non essersi mai confrontato con nessuno di loro; "C'era un convertito che non aveva alcuna nozione di base dell'islam. Ho provato a parlare con lui, ma non ha voluto capire. Non è mai più venuto. In questi casi, non si può fare nulla, solo evitare che altri cadano in questo radicalismo", racconta. Quando invece incontra chi "vacilla", allora si tratta di "seminare il dubbio nello spirito, evocare altri punti di vista, con pazienza e pedagogia, per convincerli", spiega Laribi.
A gennaio, i cappellani carcerari musulmani erano 182, contro 680 cattolici e 71 ebrei. La loro presenza è stata incrementata negli ultimi due anni "al fine di tranquillizzare la detenzione e diffondere un islam illuminato", ha indicato il ministero della giustizia francese. Altri 60 cappellani verranno reclutati nell'arco dei prossimi tre anni. "Manca la volontà politica, mentre noi siamo là per evitare il radicalismo. Se la situazione non cambia, peggiorerà", conclude amaramente Laribi.
Askanews, 28 gennaio 2015
Un uomo che soffriva di handicap mentali, confermati da diverse visite psichiatriche, è stato giustiziato questa notte nello Stato della Georgia, Sud-est degli Stati Uniti, dopo che la Corte suprema ha respinto anche l'ultimo appello per la grazia. Warren Hill, 54 anni, di cui 24 nel braccio della morte, è stato dichiarato morto dopo un'iniezione letale, alle 19.55 ora americana, l'1.55 in Italia, nel penitenziario di Jackson.
Lo ha reso noto Susan Megahee, portavoce degli istituti penitenziari della Georgia. La Corte Suprema, che ha dato il via libera all'esecuzione con sette voti favorevoli e due contrari, ha manifestatamente lasciato libero arbitrio allo Stato della Georgia, a dispetto di opposti pronunciamenti precedenti. La Corte Suprema aveva stabilito infatti nel 1986 il divieto di esecuzioni nei confronti di persone con handicap mentale, in base all'Ottavo emendamento, che parla di "pene crudeli e inconsuete".
Nel 2002 aveva ulteriormente confermato questa linea asserendo che gli handicappati mentali non possono essere giustiziati poiché si corre il rischio di un'esecuzione arbitraria. Warren Hill, dotata di un QI pari a 70, era stato condannato alla pena capitale dopo aver ucciso un detenuto con asse, mentre scontava una pena all'ergastolo per l'omicidio della sua compagna.
www.swissinfo.ch, 28 gennaio 2015
Nonostante un leggero calo del numero di detenuti, le prigioni in Svizzera restano affollate soprattutto nella Svizzera latina dove il tasso di occupazione ha raggiunto il 117%. È quanto rivelano i dati pubblicati oggi dall'Ufficio federale di statistica (Ust). Il 3 settembre 2014 - giorno preso come riferimento - le persone incarcerate nei 114 penitenziari per adulti erano complessivamente 6.923 il 2% in meno rispetto al 2013 (7.072).
Grazie a questo calo e alla creazione di circa 190 nuovi posti di detenzione il tasso di occupazione delle carceri su scala nazionale è diminuito di 4 punti percentuali attestandosi al 96%. Di questo miglioramento ha approfittato quasi esclusivamente la Svizzera interna e nordoccidentale, dove il tasso è diminuito dal 100% all'86%. Nella Svizzera orientale tale valore si è attestato all'85% (-1 punto percentuale).
Al contrario i penitenziari nel concordato delle esecuzioni delle pene della Svizzera latina - in particolare quelli di Vaud e Ginevra - sono sovraffollati: per 2.720 detenuti vi erano 2.330 posti con un tasso del 117% (+1 punto percentuale). L'Ust non fornisce cifre sui singoli carceri. Tuttavia ad essere particolarmente toccata dal fenomeno è la prigione ginevrina di Champ-Dollon: a metà agosto era stato reso noto che in un fine settimana nelle celle per 390 detenuti erano state poste oltre 900 persone.
La percentuale di stranieri nelle prigioni svizzere era il 73% (74,3% nel 2013), la maggior parte dei quali privi di permesso di soggiorno. Una buona metà dei 6.923 detenuti (53%) era stata condannata, il 40% - secondo le indicazioni dell'Ust - si trovava in carcere preventivo o era in esecuzione anticipata della pena. Complessivamente le donne erano il 4,7%. Quanto ai minorenni si è registrato un ulteriore calo di quelli collocati presso terzi secondo il diritto penale minorile: in questa condizione - il 3 settembre 2014 - si trovavano 480 giovani (-17% rispetto al 2013 e -44% rispetto al 2010), precisa l'UST.
La maggior parte dei minorenni (344, pari al 72%) era in un istituto educativo, prevalentemente aperto (308 giovani, 89%). Quasi tutti i minorenni collocati (95%) erano di nazionalità svizzera o stranieri con un permesso C o B, prevalentemente di sesso maschile (92%) e la stragrande maggioranza aveva più di 15 anni (89%)
www.iljournal.today, 28 gennaio 2015
La soluzione a cui è giunto il governo turco per contrastare l'ostilità nei confronti della comunità Lgbt all'interno delle carceri accrescerà la discriminazione?
In Turchia membri della comunità Lgbt (gay, bisessuali e transessuali) incarcerati subiscono ogni genere di discriminazione. "Quando sono arrivata in carcere non ho rivelato il mio orientamento sessuale. Ma l'amministrazione penitenziaria ha subito scoperto che ero omosessuale dopo aver visto che avevo preso parte a dei cortei Lgbt", racconta un detenuto ad un giornalista del giornale online Al-Monitor.
"Mi hanno quindi imposto una visita medica che però ho rifiutato, visto che questo genere di controllo prevede un esame anale. Allora mi hanno obbligato ad andare da uno psichiatra, perché per le autorità l'omosessualità è una malattia e mi serviva un rapporto medico. Questo rapporto gli avrebbe permesso di rinchiudermi in una cellula d'isolamento, ma lo psichiatra si è rifiutato di scriverlo".
Il detenuto, Koyuncu, spiega come ha cominciato a diventare sempre più oggetto di insulti, aggressioni e minacce, anche da parte dei guardiani del carcere. Ma ad un certo punto, al termine della sua pazienza, l'uomo ha deciso di cedere e di accettare l'isolamento che la struttura voleva imporgli sin dall'inizio.
Ma la legge turca recita che l'isolamento è riservato ai detenuti condannati al carcere a vita, a coloro che soffrono di una malattia contagiosa e coloro che devono 'pagare' delle sanzioni disciplinari. La maggioranza dei detenuti rinchiusi in isolamento è quindi quasi per intero illegale. Ma dopo che un detenuto ha denunciato le misere condizioni alla Corte Europea dei diritti dell'uomo, questa ha praticamente respinto la sua rimostranza, dichiarando che la Turchia avrebbe potuto mettere i detenuti Lgbt in isolamento per ragioni di sicurezza. La Corte però ha convenuto anch'essa che si tratta di un caso di evidente discriminazione.
Ma il risultato di questa risposta della Corte è che adesso il Ministero della Giustizia turco ha deciso di costruire delle carceri esclusive solo ad un pubblico appartenente alla comunità Lgbt. Per quest'ultima si tratterebbe, ancora una volta, di un gesto altamente discriminatorio, ma è anche vero che alcuni si sono pronunciati a favore della prigione separata piuttosto che essere chiusi in isolamento, così da non perdere lucidità dentro le strutture di reclusione.
di Carmelo Musumeci
Ristretti Orizzonti, 27 gennaio 2015
"In carcere sembra che i cancelli scricchiolino di ferraglia solo quando li aprono, invece quando li chiudono non fanno nessun rumore, forse perché sono abituati a stare sempre chiusi". (Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com).
di Riccardo Polidoro (Responsabile Osservatorio Carcere dell'Unione Camere Penali)
Il Garantista, 27 gennaio 2015
La relazione sull'amministrazione della Giustizia nell'anno 2014 del primo presidente della Suprema Corte di Cassazione, Giorgio Santacroce, reca in premessa questa frase: "La privazione della libertà essendo una pena, essa non può precedere la sentenza se non quando la necessità lo richiede" (Dei delitti e delle pene - a 250 anni da Cesare Beccaria). Tale concetto, enunciato da Beccaria due secoli e mezzo fa, non viene riportato prima di affrontare le problematiche relative alla detenzione, ma all'inizio del consueto rapporto annuale che viene redatto per l'inaugurazione dell'anno giudiziario presso la Suprema Corte.
di Roberto Scarpinato
Il Fatto Quotidiano, 27 gennaio 2015
Giudizio abbreviato e pene ridotte: cosa nostra non subisce colpi nelle carceri poveri cristi come nel 1860, colletti bianchi "salvi". Pubblichiamo un estratto dell'intervento del procuratore generale di Palermo, Roberto Scarpinato, all'inaugurazione dell'anno giudiziario.
di Serena Gana Cavallo
Italia Oggi, 27 gennaio 2015
Si inaugura l'Anno giudiziario e la processione di mantelli rossi richiama alla mente la Santa inquisizione e pone alla logica la domanda sul perché in un Paese che non ha più tradizioni i magistrati ancora continuino a mettersi in maschera. A Milano, con tutto quel che è successo in Procura, si parla di mafia. A Roma, con tutto quel che è successo, si parla del calcio.
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