La Repubblica, 22 gennaio 2015
Sfruttamento dei lavoratori, decessi in carcere e media sotto attacco. Sono queste le accuse dell'organizzazione internazionale che con tre diversi report mette sotto accusa i governi di Israele, Afghanistan ed Egitto, Stati che appaiono indifferenti davanti alle gravi violazioni che si compiono nel loro territorio.
Morti sospette nelle carceri egiziane, violenze e minacce contro i giornalisti afghani e lavoratori thailandesi sfruttati nelle piantagioni israeliane. Tre realtà distanti che hanno in comune la costante violazione di diritti umani, denunciata da Human Rights Watch (Hrw) di fronte all'indifferenza degli stati che ne dovrebbero garantire il rispetto.
Israele
Nel 2011 Israele e Tailandia hanno firmato un accordo bilaterale che permetteva ai migranti dello stato del sud est asitiaco di ricevere permessi di lavoro con tasse agevolate per limitare il lavoro irregolare. Un accordo che, secondo i dati raccolti da Hrw nel report "Un brutto affare: gli abusi sui lavoratori tailandesi nel settore agricolo d'Israele", non è bastato a tutelare i diritti delle persone occupate nel settore agricolo. Un fallimento dovuto, stando ai dati, ad un controllo superficiale e inappropriato da parte dello stato. Hrw ha intervistato 173 dei 25mila thailandesi impiegati nel settore agricolo. Quasi nella totalità dei casi, le condizioni lavorative sono illegittime e violano i diritti umani. Orari di lavoro infiniti, paghe non conformi agli standard fissati dallo stato e sicurezza pressoché inesistente. Dal 2008 al 2013, 122 lavoratori hanno perso la vita per cause riconducibili, anche se non ancora accertate, alle condizioni disumane in cui sono costretti a vivere e lavorare senza - nella maggior parte dei casi - aver accesso alle cure mediche necessarie. "Il successo del settore agricolo israeliano - afferma Sarah Leah Whitson, responsabile Hrw di Medio Oriente e Nord Africa - dipende in larga misura dal lavoro dei migranti thailandesi, ma Israele sta facendo troppo poco per difendere i loro diritti e proteggerli dallo sfruttamento".
Afghanistan
Il governatore davanti a tutti mi ha detto: "Perché hai scritto questo? Ti metterò in prigione, per me la tua vita non vale niente". Questa minaccia, ricevuta da un giornalista di Paktika che ha denunciato un attacco a una base della polizia afghana, è solo un esempio dei ricatti e violenze subiti dai media afghani. Una pressione sempre più forte sulla stampa locale che sta mettendo in pericolo la fragile libertà d'espressione riconquistata a fatica negli ultimi anni. I più colpiti sono le donne sottoposte anche da un punto di vista sociale a violenze e ritorsioni e i media che lavorano lontani dai grandi centri, più esposti alle minacce di signori della guerra, talebani, ma anche dalle autorità statali.
Hrw nel report "Non raccontarlo o uccideremo la tua famiglia: minacce alla libertà dei media in Afghanistan" ha raccolto le interviste di trenta persone tra giornalisti, fotoreporter ed editori che denunciano un incremento delle violenze nei confronti dei media afghani. "Dal 2002 funzionari afghani, signori della guerra e talebani - sottolinea Phelim Kine, vice direttore Hrw per l'Asia - hanno minacciato, aggredito e ucciso decine di giornalisti senza temere ripercussioni legali. Il presidente Ashraf Ghani dovrebbe mantenere la promessa fatta durante la campagna elettorale di proteggere la libertà dei media e assicurare alla giustizia tutti coloro che la minacciano".
Egitto
C'è l'inferno nelle carceri egiziane. Morti sospette, cause da accertare. Sono sempre di più i prigionieri che perdono la vita dietro le sbarre egiziane, la maggior parte di questi sono sostenitori dei Fratelli musulmani, partito politico bandito dal governo di Al Sisi e riconosciuto come organizzazione terroristica. Nonostante la costituzione egiziana vieti la violenza nei confronti dei detenuti, la tortura è ancora diffusa. Molte delle persone decedute, secondo Hrw, mostrano evidenti segni di percosse e maltrattamenti. In alcuni casi invece le morte è stata causata da condizioni igieniche inadeguate e dalla mancanza di cure mediche anche per i pazienti gravemente malati. "Le prigioni e le stazioni di polizia - afferma Sarah Leah Whitson - sono piene di sostenitori dell'opposizione arrestati durante i rastrellamenti. Le persone sono detenute in situazioni disumane di sovraffollamento.
Le morti sono una conseguenza prevedibile di queste condizioni". Ancora non è chiaro quanti detenuti siano morti nel 2014 nell'intero territorio nazionale. Secondo un rapporto di una Ong egiziana, durante i primi cento giorni del governo di Al-Sisi 35 persone sono decedute in carcere, mentre secondo le statistiche dell'autorità medica forense del ministero della Giustizia nei primi dieci mesi del 2014 almeno 90 persone hanno perso la vita mentre si trovavano in custodia a Giza e Il Cairo. Stando a questi numeri, rispetto al 2013 le morti in carcere sarebbero aumentate del 40 per cento.
"Le autorità egiziane - conclude Whitson - sembrano incredibilmente compiacenti di fronte alla morte di tanti detenuti. Al contrario il governo dovrebbe investigare su ciascuna di queste morti e sulle accuse di abusi per garantire e mettere in pratica le leggi dello Stato".
di Ambra Notari
Redattore Sociale, 22 gennaio 2015
Dopo 5 anni in un carcere indiano, Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni, i due giovani condannati all'ergastolo per l'omicidio di Francesco Montis, sono stati assolti dalla Corte Suprema indiana. Marina Maurizio, la mamma di Tomaso: "Non ci sono parole".
"È una cosa incredibile, non ci sono parole.
Con Tomaso abbiamo immaginato tante volte questo momento, e finalmente è arrivato. Credevamo l'avremmo vissuto vicini, invece eravamo lontani. Ma ora non importa, importa solo che possa finalmente tonare a casa": è incontenibile la gioia di Marina Maurizio, la mamma di Tomaso Bruno, il giovane di Albenga che per quasi 5 anni (è entrato in carcere il 7 febbraio 2010) è stato detenuto nel carcere di Varanasi, nel nord-est dell'India, condannato all'ergastolo per avere ucciso, insieme con Elisabetta Boncompagni, l'amico Francesco Montis.
Questa mattina, alle 6.30 ora italiana, la Corte Suprema indiana ha ribaltato la sentenza, assolvendo i due giovani: "L'ambasciatore Daniele Mancini ieri ci aveva detto che la sentenza sarebbe uscita oggi. Io e mio marito Euro non l'abbiamo detto a nessuno, abbiamo sofferto in silenzio. Ci ha chiamato stamattina appena letto la sentenza, è stato lui a dirlo anche a Tomaso. Ora non sappiamo che faremo, stiamo aspettando istruzioni dall'ambasciata. Forse ce lo portano subito a casa, ma se ci sono pratiche burocratiche da sbrigare siamo pronti a partire. Mancini si è limitato a dirmi: "Stia lì, calma". Al momento sono detenuti illegalmente, devono essere scarcerati al più presto".
Il ministro della Difesa Roberta Pinotti ha twittato: "Soddisfazione per decisione Corte Suprema indiana di annullare condanna ergastolo Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni", mentre Albenga si riempiva di striscioni per festeggiare una notizia attesa troppo a lungo. Anche Paola Moschetti, compagna del marò Massimiliano Latorre, si è complimentata su Facebook (per un periodo Tomaso ed Elisabetta sono stati seguiti dallo stesso studio legale di Latorre e Girone): "Ciao Marina, ho appena saputo, sono felice per te e per voi. Un abbraccio, e goditi la gioia per cui hai tanto lottato".
"Dico solo Tommi libero": Adriano Sforzi, giovane regista bolognese, amico d'infanzia di Tomaso, prova a riassumere tutta la felicità in un messaggio. Sforzi è al lavoro sul documentario "Più libero di prima", dedicato alla storia dell'amico. "II finale del film esiste già?", gli avevamo chiesto lo scorso settembre. "Certo. Sono le immagini di Tomaso che scende la scaletta dell'aereo a Milano, finalmente tornato libero". La pellicola è pronta.
di Cristina Barbetta e Sophie Blais
Vita, 22 gennaio 2015
Intervista a Jean- Marc Mahy, ex detenuto, per 19 anni, e ora educatore, sull'emergenza terrorismo in Belgio, e su quanto il carcere sia una buona soluzione per i giovani jihadisti provenienti dalla Siria. L'emergenza terrorismo in Belgio, con la scoperta della cellula jihadista a Verviers, pone il problema della presenza nelle carceri belghe dei giovani terroristi che tornano dalla Siria. Lo spiega a Vita Jean- Marc Mahy. Ex detenuto, ha passato 19 anni in carcere, di cui 3 in isolamento. Da quando è stato rilasciato, nel 2003, all'età di 36 anni, si occupa di aiutare i giovani a non cadere nella spirale della delinquenza, e a provare che reinserirsi all'interno della società è possibile. È educatore presso le Ippj, gli istituiti pubblici di protezione della gioventù. E attore. Nello spettacolo "Un homme debout" ("Un uomo in piedi"), che ha avuto un grande successo anche all'estero, parla della sua esperienza carceraria.
Cosa pensa della radicalizzazione dei terroristi nelle prigioni?
Non è un fatto nuovo. Vi ho assistito personalmente a partire dagli anni '90, quando nella prigione di Liegi c'era un predicatore che faceva proselitismo e obbligava tutti i musulmani a pregare. Il problema di questi terroristi, dei jihadisti, è che non sono inseriti nella società. Vengono mandati in galera, ne escono dopo un anno e poi ritornano all'interno della società. Questo non ha senso. Per le esperienze che hanno avuto sono delle persone molto violente che pongono un problema alla società. Queste persone si radicalizzano in prigione, dove gli estremisti inculcano loro l'odio nei confronti dell'occidente. Come è accaduto a Amedy Coulibaly. Nel 2008 è uscito un documentario diffuso su France 2, nella trasmissione Envoyé Spécial: "Prison de Fleury-Merogis - Les images interdites".
È un film girato per 6 mesi con videocamera nascosta da 5 detenuti ed ex detenuti della prigione di Fleury Merogis, che denuncia le orribili condizioni delle carceri francesi. Tra loro c'era anche Amedy Coulibaly. Coulibaly quindi si radicalizza in carcere e sviluppa un sentimento di odio nei confronti della società.
Ritiene quindi che il carcere non sia una buona soluzione per gli jihadisti che tornano dalla Siria?
Penso che quando qualcuno ha commesso un reato debba essere punito in base alla legge. Però nella società occidentale si pensa che la punizione debba essere la prigione. Invece le prigioni sono luoghi di esclusione: "luoghi di stoccaggio", dove la gente viene parcheggiata , e non ne esce migliore di prima. È necessario un nuovo percorso di giustizia che sia in grado di comprendere la storia personale di ciascun individuo. Una volta uscite dal carcere, bisogna preparare queste persone ad un nuovo inserimento perché la maggior parte della gente che è in prigione non è inserita nella società.
Qual è la sua opinione sull'enorme campagna che si è diffusa in Francia in favore della libertà di espressione in seguito all'attentato al settimanale Charlie Hebdo e alle violenze che sono seguite?
Oggi tutti sono Charlie. 3 milioni 700 mila persone hanno manifestato a Parigi e vogliono tutti essere Charlie. Io invece non sono Charlie. Ma in cosa consiste la libertà di espressione? Che se io voglio esprimermi contro qualcuno uso il disegno come strumento di derisione? Dove stiamo andando? Che valori inculchiamo ai giovani che saranno la nuova generazione di domani? Faccio fatica a comprenderlo. C'è una banalizzazione della violenza e non c'è invece la costruzione di valori condivisi nella comunità e nella società intera, come la giustizia e la libertà. Io credo nella sensibilizzazione e nella prevenzione dei giovani. Il problema della società oggi è che i politici non sanno quello che succede sul campo perché non lavorano con la gente che sta sul campo. C'è un divario sempre più grande e radicale tra coloro che vivono nella società, tra coloro che vanno in galera, e che cercano di uscirne, e la gente che è al potere e che prende le decisioni. Io non sono Charlie e continuerò a lavorare sul campo coi giovani per costruire valori e credo che cambiare la gente che è stata in Siria e in Iraq sarà molto complicato.
Perché un detenuto è più propenso ad ascoltare discorsi radicali in prigione?
Per alcuni la prigione è la migliore università della manipolazione, per altri la migliore scuola delle criminalità. In Belgio la percentuale di coloro che hanno il diploma della scuola primaria nelle carceri è molto basso. Nelle prigioni gli analfabeti sono tra il 60 e il 70% . Quindi non è complicato convertire persone di questo tipo a delle idee estreme . Durante il mese del ramadan i musulmani sono obbligati ad osservarlo perché ci sono diverse comunità nelle prigioni, come quella degli italiani, degli albanesi e anche dei musulmani, e queste comunità impongono dei comportamenti. Dunque chi non osserva il ramadan è molto mal visto dagli altri. C'è però una grande differenza tra un musulmano che fa il ramadan in prigione e un islamista radicale che cerca di fare proseliti... La maggior parte della gente che arriva in prigione non pratica il ramadan. Sono persone che praticano in famiglia un islam moderato, così come i cattolici che vanno a messa la domenica. In prigione invece apprendono il fanatismo, l'estremismo.
Perché nove persone su dieci in prigione sono vittime di questo fanatismo?
Non basta dire che la colpa è della famiglia, della prigione, della comunità, della scuola. Quello che conta è il riconoscimento della responsabilità individuale.
www.cdt.ch, 22 gennaio 2015
Il personale carcerario in Svizzera è in genere soddisfatto del proprio lavoro, in media addirittura più di altre categorie professionali. Tuttavia circa il 10% di chi lavora nelle prigioni presenta un rischio di burnout. È quanto emerge da un'indagine condotta da un team dell'Università di Berna, stando alla quale questo rischio è nettamente superiore in Ticino e Romandia (oltre il 18%) rispetto alla Svizzera tedesca (6-7%).
Il team dell'Istituto di diritto penale e criminologia - sostenuto dal Fondo nazionale svizzero per la ricerca scientifica (FNS) che riferisce oggi in una nota dei risultati - ha condotto tra il 2010 e il 2012 la prima inchiesta rappresentativa sul personale penitenziario in tutta la Svizzera, inviando un questionario a 1880 persone che lavoravano i 84 istituti di privazione della libertà.
Sorpresa: l'82% degli interpellati si è detto soddisfatto del suo lavoro, un valore molto alto, superiore alla media del 77% circa rilevato nel 2012 dal "barometro HR (Human Relations)" dell'Università e del Politecnico di Zurigo, inchiesta rappresentativa condotta regolarmente dal 2006 fra i lavoratori di tutti i settori in Svizzera. Soltanto il 3% del personale carcerario si è detto insoddisfatto della sua attività.
Inoltre il 90% degli interpellati si è dichiarato in buona salute, contro l'85% generale rilevato dal barometro HR. Solo il 2% del personale penitenziario ha definito cattivo il suo stato di salute. Tuttavia, il 10% di esso presentava un "alto rischio" di burnout. Questi dipendenti "soffrivano già di un esaurimento emotivo al momento dell'inchiesta", si legge nella nota. Inoltre, le assenze prolungate per motivi di salute sono relativamente frequenti: il 39% degli interpellati ha risposto di essersi assentato dal lavoro per più di tre giorni "negli ultimi tempi", contro il 33% nel barometro HR.
Il responsabile dello studio Ueli Hostettler rileva tuttavia "differenze regionali sorprendenti": "nella Svizzera romanda e in Ticino in particolare, il sovraffaticamento e il rischio di burnout sono nettamente più alti che nella Svizzera tedesca", afferma l'antropologo sociale, secondo il quale "urge intervenire". Nella Svizzera latina - ha precisato Hostettleer all'Ats - i soddisfatti sono solo il 78,5%, contro l'84,4% della Svizzera nordoccidentale e l'83,6% di quella orientale. Più preoccupante è il rischio di burnout, che arriva al 18,3% nei penitenziari del concordato romando-ticinese, contro rispettivamente il 7 e il 6% in quelli dei due concordati svizzero-tedeschi.
Secondo Hostettler nella Svizzera latina il personale giudica in modo più negativo l'ambiente di lavoro (rapporti con i superiori, partecipazione alle decisioni, possibilità di iniziative autonome sul lavoro). Per contro la collaborazione con i colleghi è vista in modo più positivo.
Secondo studi internazionali il personale carcerario si sente spesso mal compreso dal mondo esterno. È il caso anche in Svizzera: il 61% degli interpellati ha detto di non avere l'impressione che il suo lavoro sia riconosciuto e ha menzionato al riguardo i resoconti dei media, giudicati ancora più negativamente dell'assenza di appoggio da parte degli ambienti politici.
Ueli Hostettler spiega i risultati tutto sommato positivi - nonostante le citate differenze regionali - dell'inchiesta rilevando che il personale penitenziario si compone principalmente di persone di una certa età, che hanno avuto un percorso professionale solido e che hanno esercitato in precedenza un'altra professione. Inoltre, il loro campo di attività restringe le alternative professionali, "il che rafforza manifestamente la loro fedeltà verso il datore di lavoro".
Adnkronos, 22 gennaio 2015
Il caso dell'attivista saudita Raif Badawi, condannato a 10 anni di carcere e a mille frustate, che tanto ha scosso l'opinione pubblica mondiale, è solo uno degli innumerevoli casi di attivisti puniti con durezza nel regno del Golfo.
Secondo molte organizzazioni per i diritti umani, la campagna del governo saudita contro attivisti, blogger o chiunque sfidi la leadership politica e religiosa del paese sta andando intensificandosi. E alcune analisi dimostrano che le sanzioni inflitte dalle autorità di Riad equivalgono in tutto a quelle che lo Stato islamico (Is) esegue nel suo califfato.
"Il governo vuole far arrivare al popolo un messaggio: se pensate come loro, se parlate come loro, passerete tutta la vostra vita in carcere - ha dichiarato Samar Badawi, sorella di Raif, anche lei attivista per i diritti umani e moglie di un altro attivista, Waleed Abulkhair, in carcere da aprile 2014 - Vuole che le pene inflitte a questa gente siano da esempio". Nel 2012 Samar Badawi è stata insignita dell'International Women of Courage Award da parte del Dipartimento di Stato americano. Suo marito è finito in prigione per aver detto che le autorità religiose del paese hanno troppa influenza.
Per questo è stato condannato a 10 anni di carcere e 250.000 dollari di multa. La scorsa settimana la sua condanna è stata elevata a 15 anni perché si è rifiutato di chiedere perdono e di promettere che non avrebbe più manifestato il suo dissenso.
In Arabia Saudita si applica un'interpretazione molto rigorosa della sharia, il diritto islamico, e dall'inizio dell'anno almeno 10 persone sono già state decapitate. Secondo un'analisi del sito Middle East Eye, le punizioni che l'Arabia Saudita infligge ai suoi cittadini (frustate, decapitazione, lapidazione, taglio delle mani o dei piedi e altre) equivalgono quasi del tutto a quelle applicate dallo Stato islamico (Is) nel suo autoproclamato califfato.
Nova, 22 gennaio 2015
Partiti politici e Ong sudanesi stanno esercitando forti pressioni sul governo di Khartoum per ottenere la liberazione di una serie di esponenti politici arrestati dal regime del presidente Omar al Bashir. In particolare sono 16 i partiti che hanno accettato il dialogo nazionale col governo i quali hanno deciso di congelare la loro partecipazione alle sedute per chiedere la liberazione dei politici in carcere senza processo da mesi. Tra i detenuti c'è anche l'avvocato Faruq Abu Isa e Amin Mekki detenuti dal 6 settembre.
Nova, 22 gennaio 2015
Alcuni detenuti delle prigioni di Idrizovo e Sutka a Skopje, nell'ex Repubblica jugoslava di Macedonia (Fyrom) sono pronti alla rivolta, qualora il vescovo ortodosso Jovan Vraniskovski venisse rilasciato dalla prigione. Lo riferisce il quotidiano macedone "Lokalno". Secondo la testata, i prigionieri pensano che non ci dovrebbero essere privilegi verso nessun detenuto. Il rilascio è stato approvato dalla direzione del carcere dove il Vraniskovski è in carcere, ma la Procura della Repubblica ha presentato ricorso contro di essa.
Dopo la minaccia dei detenuti, la direzione del carcere ha sostenuto la decisione della procura. La settimana scorsa, il Tribunale penale di Skopje, dopo il via libera della Procura di Stato per la criminalità organizzata, ha optato per il perdono di Vraniskovski. Descrivendolo come una persona di "immacolata condotta", il giudice ha osservato che era "diabetico e quindi con un bisogno di una dieta particolare, che il carcere non può fornire".
Vraniskovski è stato condannato a cinque anni e mezzo di carcere nel 2012 per essersi appropriato di circa 250 mila euro dalla Chiesa ortodossa macedone. Il sacerdote ha già scontato tre anni di pena, cioè più della metà della sua condanna. Per quasi un decennio, il religioso "ribelle" è stato al centro di una controversia tra la Chiesa ortodossa macedone e quella serba, che non riconosce l'indipendenza ecclesiastica di Skopje. La più influente Chiesa ortodossa serba ha offerto ai macedoni l'autonomia, ma non la totale indipendenza.
Per risolvere la controversia è intervenuto anche il vescovo ortodosso russo Ilarion Alfeev di Volokolamsk, che ha offerto una mediazione per arrivare a un compromesso. A dicembre, infatti, Alfeev ha invitato i leader macedoni a liberare Vraniskovski per l'apertura di colloqui, mediati dalla Russia, tra le comunità ortodosse di Fyrom e Serbia. La Chiesa serba non riconosce la sua controparte macedone, considerata come scisma, perchè si è staccata unilateralmente nel 1967. Il religioso russo ha detto che la Chiesa russa non poteva "riconoscere unilateralmente" la Chiesa macedone, decisione che dovrebbe essere presa su spinta di tutti gli ortodossi. "Siamo però disposti a fare da mediatori", ha detto il vescovo russo.
Vraniskovski, in realtà, è da tempo al centro di una grave disputa tra la chiesa ortodossa macedone e quella serba, che non riconosce l'indipendenza dell'altra. Alcuni anni fa, infatti, egli ha abbandonato la chiesa macedone per tornare sotto l'ala di quella serba, causando forti polemiche nel suo paese. Le autorità macedoni avevano condannato il religioso a due anni e mezzo di prigione.
Nel 2012, dopo la condanna del religioso macedone, il presidente serbo Tomislav Nikolic aveva proposto di risolvere i problemi esistenti con la chiesa ortodossa macedone, partendo da un'amnistia per il vescovo "dissidente" Zoran Vraniskovski, noto come vescovo Jovan, e in un decreto speciale sull'indipendenza della chiesa ortodossa macedone. Il prelato era stato arrestato nel novembre 2010 in Bulgaria in base ad un mandato di cattura dell'Interpol e le autorità della Fyrom avevano chiesto la sua estradizione perchè scontasse una pena detentiva inflittagli nel 2009 da una corte macedone per appropriazione indebita.
"Suggerisco di sederci e di parlare su tutto. Mi riferiscono all'atteggiamento della Macedonia sulla chiesa ortodossa serba e all'atteggiamento della Serbia sulla chiesa ortodossa macedone. Posso risolvere tutto questo, se intendono parlarmi. In caso contrario, questo problema non sarà mai risolto", aveva dichiarato Nikolic. "La Macedonia non è riuscita a risolvere questo problema. Forse non aveva interlocutori. Oggi in Serbia c'è qualcuno con cui parlare e io sono uno di loro. Rispetto la chiesa ortodossa serba e la chiesa ortodossa serba rispetta me: siamo in grado di risolvere questo problema", aveva aggiunto il presidente serbo.
di Massimo Villone
Il Manifesto, 21 gennaio 2015
Lotta al terrorismo. La risposta efficace non è in tecniche orwelliane di spionaggio e controllo di massa. La lotta al terrorismo approda in consiglio dei ministri. Sanzioni penali per i foreign fighters, gli organizzatori e fiancheggiatori, misure di sicurezza, ritiro del passaporto, disciplina rigorosa per esplosivi e sostanze pericolose, oscuramento dei siti web che inneggiano al terrorismo, forse procura nazionale dedicata.
di Franco Corleone
Il Manifesto, 21 gennaio 2015
Giorgio Napolitano è noto per l'estrema prudenza che lo contraddistingue nelle scelte politiche e anche nei nove anni di presidenza della repubblica ha esercitato in molte (troppe secondo i critici) occasioni questa virtù che gli deriva da una cultura politica costruita sul senso di responsabilità.
La Presse, 21 gennaio 2015
"Presento oggi alle 12 presso la Sala Caduti di Nassirya del Senato il ddl 1587 in materia di relazioni affettive e familiari dei detenuti. La privazione dell'affettività, la lacerazione delle relazioni familiari e l'innaturale rimozione della sessualità sono oggi delle crudeli pene accessorie per chi vive in carcere: è urgente riportare la questione in Parlamento".
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