di Michele De Feudis
Il Tempo, 21 gennaio 2015
L'attacco dei pirati precede l'incidente che causò la morte dei pescatori. Lo conferma l'orario della comunicazione del comandante del cargo.
L'attacco dei pirati alla Enrica Lexie, la nave su cui si trovavano in servizio il 15 febbraio 2012 i marò Massimiliano Latorre e Salvatore Girone, è precedente all'incidente che ha causato la morte dei pescatori sulla barca indiana St.Antonhy: è questo il responso che emerge dalla lettura di una mail del comandante della nave italiana anticipata dal settimanale Oggi.
Il comandante del cargo avvisò per posta elettronica di aver subito un attacco dai predoni alle 19.15, e l'orario dimostra l'estraneità dei fucilieri rispetto agli eventi legati all'uccisione dei pescatori. L'armatore del peschereccio S. Antony, infatti, ha sempre dichiarato che gli spari contro i suoi due pescatori si sono registrati alle 21.30. Si tratta di un documento inedito che da un lato evidenzia come siano avvenuti due episodi differenti e senza alcun legame, e dall'altro potrebbe avere una notevole rilevanza giudiziaria per l'innocenza di Latorre e Girone.
Nella mail il comandante del cargo italiano scrive all'armatore Fratelli D'Amato, ma anche alla nave militare Grecale e al marittime Security Centre Horn of Africa e all'United Kingdom Marine Trade operations, e racconta di un incidente con un possibile barchino di pirati. "La mail - scrive Oggi - è stata spedita alle 19.15 (ora dell'India) e fa riferimento a un'aggressione operata da sei persone armate intorno alle 16. L'armatore del peschereccio S. Antony sul quale persero la vita i due pescatori, ha sempre raccontato che gli spari li colpirono alle 21.30 (sempre ora indiana)".
Intanto le autorità governative italiane hanno accolto con misurata prudenza la decisione della Corte Suprema indiana che ieri ha annullato la condanna all'ergastolo ai due italiani detenuti a Varanasi, Tomaso Bruno ed Elisabetta Boncompagni: la scelta rientra in un orientamento diplomatico volto a non legare direttamente questo esito al caso marò, stante il dialogo tra i governi per addivenire ad una ricomposizione della vicenda.
Nel primo caso, la querelle giudiziaria riguarda privati cittadini accusati dell'omicidio di un compagno, ed è stata dibattuta nei tre gradi della giustizia; nel secondo caso, invece, i protagonisti sono due militari impegnati in una missione internazionale, su mandato del governo italiano. Di certo è un dato positivo che la Corte Suprema abbia contribuito a sciogliere un nodo giudiziario che stava diventando sempre più confuso.
Paola Moschetti Latorre, compagna del fuciliere tarantino Massimiliano (recentemente operato al cuore a Milano), ha scritto via Facebook un messaggio di felicitazioni alla mamma di Tomaso Bruno, appena appresa la notizia del rilascio del figlio: "Ciao Marina, ho appena saputo, sono felice per te e per voi. Un abbraccio e goditi la gioia per cui hai tanto lottato". La Moschetti Latorre e la famiglia Bruno, pur non conoscendosi personalmente, si conoscono da oltre un anno, condividendo le vicissitudini dei propri cari con la giustizia indiana. Massimiliano Latorre, sta proseguendo a Taranto le cure dopo l'ictus che lo ha colpito il 31 agosto scorso; Salvatore Girone, invece, è sempre in servizio presso l'Ambasciata italiana a Nuova Delhi.
di Marina de Ghantuz Cubbe
www.articolo21.org, 21 gennaio 2015
Filippo Vendemmiati si definisce un professionista liberato: giornalista Rai da quasi trenta anni, spiega che i suoi documentari sono nati come riscatto rispetto al modo di fare cronaca in Italia. Tutto inizia da È stato morto un ragazzo sul caso Aldrovandi, per arrivare a Meno male è Lunedì attualmente in giro nelle sale e nelle carceri.
Un rapporto da separato in casa con l'azienda che lo ha formato professionalmente. Filippo Vendemmiati è forse un giornalista disilluso ma non perde occasione per trasmettere l'alto valore etico e sociale che per lui ha il lavoro.
La proiezione in anteprima di Meno male è Lunedì è stata un grande successo, la sala del Nuovo cinema Nosadella di Bologna era pienissima. Meno male è Lunedì a che genere appartiene?
Sui generi non mi espongo perché anch'io non so cosa sia e perché oggi i margini tra documentario e film sono molto labili. In questo caso volutamente ho cercato, forse con un po' di presunzione, di tentare un linguaggio per me nuovo che sfrutta certamente quello del documentario, affiancandolo a quello della commedia brillante. È strano, si parla di carcere però il pubblico ride anche, ha applaudito a scena aperta per questo confronto di umanità che c'è tra operai e detenuti. Uno dei miei obbiettivi è stato raggiunto: parlare seriamente di carcere, libertà e lavoro in un modo anche leggero dove l'immagine del detenuto è quella di una persona, non di uno segregato solamente. Avere la sala piena è stata una grande soddisfazione non solo per me, per quelli che hanno lavorato con me, per questi splendidi venti detenuti. Tra l'altro in un momento non facilissimo per le sale italiane. Certo, giocavamo in casa perché ora siamo nella città dove questa esperienza è nata.
La partita più difficile è stata nel carcere duro di Spoleto e prossimamente sarà all'interno della Dozza? Sul piano personale è proprio questa la partita più difficile: la proiezione nel carcere. A Spoleto c'è stato un dibattito vero, un confronto duro, non alla Nanni Moretti. Perché quello è un carcere di massima sicurezza, dove ci sono i detenuti al 41bis. Significa che quando entri nel cortile vedi le gabbie con le persone che fanno avanti e indietro come se fossero animali rinchiusi. Una di queste persone alla fine del film mi ha avvicinato e mi ha detto: "Io sono un fine pena mai e certo, il film è bello ma lei che cosa vuol dire? Che per lavorare bisogna prima venire in carcere? Io preferisco essere disoccupato tutta la vita piuttosto che essere qui".
Lei cosa ha risposto?
Che il nostro obbiettivo è diffondere questa esperienza positiva: laddove i detenuti lavorano il tasso di recidiva si abbassa dal 70 al 15%. Nel carcere si entra colpevoli, se non si è vittima di un errore giudiziario, e si deve uscire innocenti, con una prospettiva davanti. A Spoleto non ero sufficientemente preparato e anche io le prime volte che sono entrato nella Dozza ho avuto un po' di soggezione. Invece è il detenuto che cerca il nostro sguardo, che ha voglia di parlare con noi se solo capisce che non sei lì per fotografare un animale in gabbia. Se noi cominciassimo ad aprire le carceri alla società probabilmente aiuteremmo sia le carceri sia l'idea che la società ha del carcere. Se le scuole cominciassero ad andare dentro al carcere faremmo un lavoro grandissimo di formazione. Chissà forse anche di prevenzione.
Questa idea com'è nata?
Gian Guido Nardi, uno degli ideatori di questo progetto (FID, Fare Impresa in Dozza), allora consigliere regionale e mio piccolo fan oltre che amico, mi ha proposto di andare a dare un'occhiata nell'officina. Ho lasciato passare un po' di tempo ma un giorno l'ho richiamato: "Fammi entrare senza impegni, così vedo...". Ed è stato un amore immediato e addirittura doloroso. Ricordo che dopo pochi minuti che ero lì due detenuti si sono avvicinati ed abbiamo cominciato a parlare. Ho visto nei loro occhi la voglia di sapere perché fossi lì. Tanto è vero che una guardia ci ha diviso: non potevo parlarci. Lì ho sofferto molto.
Quando ci hanno allontanati ho visto il loro dolore. Poi uscendo ci siamo salutati con l'occhio e allora... allora a quel punto ho capito: "Questa cosa si fa!". Così ho coinvolto il mio solito gruppo e aggiunto Stefano Massari che al di là del fatto di essere direttore della fotografia è in empatia intellettuale, emotiva e ideologica, se si può ancora usare questo termine, con me, è rimasto entusiasta subito dell'idea.
Lo spunto inizialmente è stato quello delle mani collegate alla testa come simbolo di trasmissione del sapere, delle conoscenze, tanto è vero che il film inizialmente si doveva chiamare "Di mano in mano", poi ci siamo resi conto che era un titolo un po' troppo ecumenico. Donata che è la produttrice del film ha avuto questa idea meravigliosa secondo me di Meno male è Lunedì che coglie tutto, coglie tante cose anche sul mondo del lavoro.
Io, forse questo mi deriva dalla schizofrenia del giornalismo, non posso tenermi una cosa quattro cinque anni. Devo farla. Infatti per un documentario i tempi produttivi sono stati tutto sommato veloci se tu pensi che le riprese sono iniziate l'11 novembre 2014 è meno di un anno fa.
Complimenti, una squadra che lavora in maniera eccezionale perché altrimenti non sarebbe stato possibile!
Ecco! Questo è un bel termine: lavora. Oggi si parla di una stagione d'oro del documentario in Italia. Premi vinti, una forte produzione ed una grande qualità di documentari. Il problema è che i documentari sopravvivono in condizioni di mercato quasi impossibili. Il fatto di avere un'idea, di realizzarla, di riprenderla e montarla è il minimo. È l'impegno minimo. Il problema poi è riuscire a dare visibilità, trovare esercenti disponibili, fuori dalle logiche di mercato, trovare canali televisivi che li trasmettano. Spesso, a proposito di lavoro, questi documentari si reggono su un'autoproduzione dei produttori e già è un grande risultato riuscire a pareggiare alla fine. Oggi in Italia i documentari si producono perché il lavoro intellettuale che sta dietro il documentario non viene pagato: l'autore, il montatore, lo sceneggiatore, chi scrive i testi, la regia, è un lavoro volontario, gratis. Per questo ci sono documentari di qualità perché molte di queste persone tra cui me, pur di farlo, accettano di non essere pagate. Io me lo posso permettere, un giovane non può permetterselo.
Inoltre l'accesso ai fondi pubblici è impossibile per un documentario: i fondi del Mibac hanno delle regole burocratiche impossibili. Questo è il grosso equivoco che aleggia: vanno bene le recensioni, i complimenti, i premi ma poi l'autore va in giro a portarsi il documentario mano per mano, a vendere i Dvd. In questo i giovani sbagliano perché pur di avere visibilità accettano di distribuire gratuitamente ai cinema e alle TV i loro prodotti. Questo non si deve fare perché il lavoro va pagato.
Torniamo al film. La presenza delle telecamere durante le riprese che effetto ha avuto? Un elemento toccante del documentario è che sembra non ci siano filtri tra voi e loro. Sembra di essere di fronte alla verità dei comportamenti, cosa da non dare per scontata.
Questo è l'aspetto di cui sinceramente sono più fiero. E lo devo molto allo staff e al gruppo di amici che ha lavorato con me: Stefano Massari, Giulio Filippo Giunti e Simone Marchi. È soprattutto merito loro se c'è stato questo rapporto di empatia e fiducia reciproca, tra le telecamere e i personaggi del film. Inizialmente alcuni di loro erano molto restii poi quando abbiamo iniziato le riprese ci siamo subito resi conto che questo rapporto umano dentro all'officina aveva contagiato anche il set. Per cui loro facevano esattamente le stesse cose anche con le telecamere. Abbiamo deciso di non preparare nulla a tavolino, tutto è stato ripreso così come avveniva e là dove ci sono state alcune scene che sono avvenute a telecamere spente abbiamo deciso di non rifarle. Peccato, le abbiamo perse! Ma questo avrebbe inquinato la freschezza.
Come viene vissuto questo particolare spazio da operai e detenuti?
Per gli operai è un'officina, non è un carcere. E sono riusciti a trasmettere questa idea anche ai detenuti: sono in un'officina, questo è il miracolo che sono riusciti a costruire. La maggior parte dei tutor non ha chiesto di vedere le celle né il perché fossero in galera, a meno che questo non avvenisse per iniziativa del detenuto. Non c'è stata la curiosità un po' morbosa, un po' voyeuristica di sapere. Lì c'è gente che è stata condannata anche a venti anni per omicidio, che ha sequestrato 5000 tonnellate di hashish. Sono reati come minimo sopra i cinque anni. Ma loro pensano: "Se devo venire qui per stare in pace con la coscienza vado da un'altra parte perché non sono mica venuto per fare l'assistente sociale o il prete". Vengo qua per fare il mio lavoro e se loro vogliono imparare bene altrimenti peggio per loro.
Molto laico come rapporto e per questo funziona. E non si fanno sconti tra loro. Se si devono dire qualcosa se la dicono. Poi c'è Valerio Monteventi, straordinario mediatore culturale che anche cinematograficamente ha una faccia che migliore non poteva essere, che è il vero tramite tra gli uni e gli altri. Insomma questa azienda ha un bilancio, ha degli utili, dà delle buste paga, dà lavoro a un indotto che trasmette ulteriore lavoro. I detenuti che poi sono usciti e sono stati impiegati, hanno avuto riscontri positivi, le aziende sono state molto soddisfatte, c'è un coinvolgimento economico vero, non è assistenza. In carcere ci sono già molte cose importanti che però appartengono tutte alla sfera del volontariato, dell'assistenza, della beneficenza, al buonismo.
A questo proposito va ricordato il film Cesare deve morire. Rebibbia è un carcere all'avanguardia dal punto di vista della riabilitazione interiore, attraverso teatro e scrittura creativa ad esempio. Ma Cesare deve morire mostra come ciò non basti perché manca un ulteriore riscatto, quello nel reale e nella società, che solo il lavoro consente. Forse non è un caso che il suo documentario sia una quasi commedia mentre Cesare deve morire una tragedia.
Non nascondo che io mi sono confrontato a lungo con Cesare deve morire. Cinematograficamente è un rapporto che non reggo, stiamo parlando di un capolavoro della cinematografia mondiale. Non nascondo però che mi sia detto "Io devo fare esattamente il contrario". La sensazione che a me ha trasmesso Cesare deve morire è una profonda sensazione di morte, di tragedia. C'è un riscatto interno che però muore. E io, visto che c'è questa esperienza della Dozza, ho sentito di fare esattamente il contrario: noi dobbiamo riuscire a descrivere il fatto che in carcere ci può essere anche la vita non c'è solo la morte.
L'idea del lavoro che si portano dietro questi operai esiste ancora? Provi a rispondere ad un giovane precario.
Spesso mi chiedo se la loro non sia un'idea antica del lavoro, costruita su una grande etica. Se esiste ancora o se è morta. Qualcuno mi ha chiesto: "Ma esistono ancora questi lavoratori?". Ad un giovane precario la prima cosa che si insegna è la flessibilità, a stare sei mesi da una parte sei dall'altra mentre questi hanno lavorato 40 anni nella stessa azienda e la cosa che mi ha colpito in loro è il senso di appartenenza. Loro ti dicono "Io sono uno della Gd, io sono uno dell'Ima" e lo rivendicano. Poi alcuni fanno attività sindacale anche dura, nella Fiom, fanno scioperi per il loro contratto. Le due cose non sono in contraddizione. Altro che Articolo 18, qui siamo oltre.
Le tre aziende del progetto Fid hanno da sempre messo l'etica al centro dei loro valori. Io non so è un caso che queste tre aziende ricavino l'80% del loro fatturato esportando nel mondo e continuino ad avere indici economici straordinari, a fare investimenti milionari e ad aprire nuovi stabilimenti in Italia e all'estero. Mi piace pensare che anche da un punto di vista industriale queste siano industrie virtuose e che anche l'industria italiana dovrebbe prendere esempio; che l'etica è l'unica ancora di salvezza per l'economia italiana.
Certo i tempi sono cambiati ma questa esperienza mi pare abbia funzionato, l'altra mi pare che non stia funzionando. Un giovane precario credo rimanga colpito da questa idea che loro hanno del lavoro: il lavoro fa davvero parte di te, ti crea la tua coscienza sociale, le relazioni umane, non è solo "una rottura di balle", quando lavori non devi toglierti il cappello davanti a nessuno.
Spero di rivedere il documentario magari in Rai nel suo formato originale, così come ho avuto la fortuna di vederlo al cinema.
Beppe Giulietti lavora in Rai come me. Credo che proviamo lo stesso amore profondo per la Rai che però è un amore fondato su una profonda disillusione. Questo credo di condividerlo con Beppe. Sono stato autorizzato dalla Rai per fare questi film e per tutti e tre i documentari ho chiesto alla Rai di farlo insieme, magari viene anche meglio. Riguardo il progetto di Meno male è Lunedì mi hanno detto: "Sì è bellissimo ma i fondi per il 2014 sono finiti". Nel caso di È stato morto un ragazzo, vincitore di un David di Donatello, la Rai non l'ha finanziato ma poi il film è stato comprato, a quel punto da terzi... A suo tempo, quando mi dissi qual era il budget mi risposero: "Così basso? E come facciamo a giustificare le altre produzioni?". Risposte surreali. Mi dissero: "Chi è questo Aldrovandi? A chi importa di un ragazzo di Ferrara?".
Di Ingrao: "Ma ancora lui? C'ha quasi cent'anni, dobbiamo parlare ancora di Ingrao?". Non era parlare di lui, ma di cos'era la politica un tempo, di uno che ha vissuto tra mille contraddizioni ed errori. Non è l'elogio di un comunista è l'elogio di una persona che ha vissuto la politica con grande passione nel tentativo di cambiare il mondo. Ho fatto cronaca per 20 anni. Cronaca dura di brigantismo e di stragi da quelle ferroviarie e aeree all'inchiesta Biagi. L'ho fatto con grande impegno e devo essere grato alla RAI per essermi formato su queste storie. Però poi l'informazione è cambiata: ora tutto deve essere bruciato nel giro di trenta minuti, oggi fai una cosa e domani un'altra, c'è la perdita della memoria, non si tengono più gli appunti. Al tempo di Aldrovandi questa cosa mi è esplosa tra capo e collo perché è una storia che ho vissuto con grande coinvolgimento giornalistico-professionale ma, non lo nascondo, anche emotivo.
Quindi in che modo viene vissuto il documentario da un giornalista?
Qui c'è il tempo per scegliere, approfondire, per andare dietro una storia, per creare relazioni. C'è il tempo anche del dopo, per vedere se quello che hai fatto ha un riscontro, come viene recepito. Il documentario su Aldrovandi lo porto ancora in giro e visto che è migliorata la coscienza sociale però a livello legislativo siamo sempre a dieci anni fa, ogni tanto mi chiedono: "A cosa è servito se non è cambiato niente?" A sensibilizzare un milione di persone.
Le prossime tappe di Meno male è Lunedì?
Adesso rimane al Nuovo cinema Nosadella di Bologna per almeno una decina di giorni. Abbiamo già altre tappe in provincia di Bologna, speriamo di portarlo in tutte le città dell'Emilia. Andiamo a Roma, Torino. Poi abbiamo ricevuto un invito da parte di un'associazione culturale da parte di italiani che vivono a Bruxelles ed un altro quasi ufficiale da parte del Parlamento europeo per una proiezione a marzo. Credo che un po' faccia bene all'Italia anche se non vogliamo fare i promoter del Ministro Orlando: la situazione è migliorata in alcune circostanze ma siamo sempre sotto osservazione per quanto riguarda le nostre carceri. Proprio in questi giorni è stato tagliato il fondo per le cooperative di ristorazione all'interno delle carceri. Si parla di una cifra ridicola come 3 milioni di euro quando il tasso di recidiva costa allo stato 40 milioni di euro.
di Patricia Lombroso
Il Manifesto, 21 gennaio 2015
"Avevo 17 anni quando sono arrivato a Guantánamo ed ora ne ho 31. Sono cresciuto in questo regime che incute soltanto paura. Qui a Guantánamo nessuno vuole ascoltarmi. In questi 13 anni di detenzione senza alcuna imputazione, né diritto ad un processo non ho mai avuto la facoltà di dire chi realmente sono. Per il governo americano sono soltanto il numero Isn026. Il mio nome è Fahd Abdullah Ahmed Ghazi. Sono un essere umano, un uomo. Vorrei avere l'abilità di descrivere questi 13 anni a Guantánamo. Ma la mia mente si chiude quando provo a pensarci. E non riesco ad avere parole adeguate che possano veramente farvi comprendere questa realtà".
È questa l'apertura dell'appello di Fahd Ghazi, uno degli 86 detenuti yemeniti , prosciolti da ogni accusa dal Pentagono, dal presidente Obama, dal Review Board militare di Guantánamo ben cinque anni fa, in attesa di essere liberati o trasferiti da questo inferno vivente verso Paesi disposti ad accoglierli.
Il video "Waiting for Fahd" del "Center for Constitutional Rights" su youtube annovera oltre 20mila persone e presentazione a New York, Washington e Chicago durante le dimostrazioni per la "chiusura di Guantánamo" indette dalle organizzazioni in difesa dei diritti civili "The world can't wait", Amnesty International, "Center for Constitutional Rights".
Nel giro di vite della lotta al terrorismo a livello mondiale che si preannuncia dopo l'attacco a Parigi, che richiama l'attacco dell'11 settembre negli Usa, parliamo della speranza di chiudere la prigione di tortura di Guantánamo con il legale Omar Farah del "Center for constitutional Rights", che assiste il detenuto Fahd Ghazi e molti altri dei 137 condannati a "detenzione perpetua", anche se prosciolti da ogni impunità e in attesa dal 2006 di essere liberati appena rientrati da Guantánamo.
Quali cambiamenti nel regime di Guantánamo ha potuto accertare, malgrado il trasferimento recente di alcuni detenuti in Uruguay, Slovakia, Kazakhstan e Usbekistan?
Molti dei miei clienti detenuti continuano a subire la violenza delle celle di isolamento totale, la imposizione della nutrizione forzata già denunciata dal Comitato speciale contro la tortura delle Nazioni unite, la tortura psicologica della disperazione di non sapere se e quando tutto questo avrà un fine se non uscire in una bara da Guantánamo.
Quanti detenuti continuano lo sciopero della fame, dopo la partecipazione collettiva della quasi totalità, spezzata con la punizione di trasferimento a celle di isolamento totale?
Dal dicembre del 2013, il governo Americano, ha imposto il blackout a noi legali sul numero di detenuti che continuano a rifiutare il cibo e su quanti ancora subiscono la nutrizione forzata. Ritengo siano più o meno 24 coloro che resistono, malgrado il sistema vendicativo del regime.
Durante le visite ai suoi assistiti a Guantánamo esistono controlli sulle note di scambio fra lei e quanto rivelato dai suoi clienti?
Posso liberamente parlare con loro, ma quanto mi vien detto viene considerato materiale "classified", cioè segreto. Per conseguenza tutto deve passare attraverso il controllo di revisione del governo statunitense.
E questo come avviene?
Quando esco dal colloquio con il detenuto tutto quello che ho annotato viene consegnato e poi vidimato da un gruppo militare speciale, quindi viene inviato a Washington per controllo, revisione e censura da apporre su quanto detto dal detenuto.
Le vostre note legali vengono inviate alla Cia?
A un dipartimento speciale per la sicurezza nazionale nelle vicinanze di Washington.
Quanto tempo, dopo il colloquio deve attendere?
Dipende. Generalmente, un corriere da Guantánamo, due volte a settimana, viene inviato a Washington. Se sono fortunato ricevo le annotazioni dopo due settimane.
Il suo cliente assistito Fahd e altri detenuti già prosciolti da ogni accusa sono in attesa di essere liberati o trasferiti. Recentemente alcuni detenuti sono stati trasferiti in paesi che li hanno accolti, ma perché Obama non esercita il diritto di "executive order" per la chiusura di Guantánamo, promessa dal 2009 e sua prerogativa, approvata nel dicembre 2013 dal Defence security act, senza attendere l'approvazione del Congresso Americano?
Senza alcun dubbio, Obama potrebbe esercitare la prerogativa dell'executive order e chiudere Guantánamo. Non è così complesso come si vuol far credere.
Allora qual è la vera motivazione di Obama per non chiudere il regime di Guantánamo, come promesso dal 2009?
Da tempo Obama ondeggia nella valutazione da fare per questa decisione, non trovando il coraggio politico di chiudere Guantánamo. Così il contesto politico odierno indica "Guantánamo forever".
di Damiano Aliprandi
Il Garantista, 21 gennaio 2015
"Disobbedienza al regno e tentativo di disconoscerne la legittimità", "offesa al potere giudiziario e messa in discussione dell'integrità dei giudici", "costituzione di un'organizzazione priva di autorizzazione", "minaccia alla reputazione dello stato attraverso comunicazioni a organismi internazionali" e "preparazione, detenzione e diffusione di informazioni atte a minacciare l'ordine pubblico".
Questi sono i capi di imputazione che portarono alla condanna di Waleed Abu Al-Khair, uno dei più noti difensori dei diritti umani e avvocati sauditi. Sei mesi fa, la Corte penale speciale dell'Arabia Saudita, un tribunale incaricato di affrontare i casi di terrorismo controllato dal ministero dell'Interno e che agisce sulla base di procedure non pubbliche, lo aveva giudicato colpevole condannandolo a 15 anni di galera, di cui cinque sospesi.
Ma il 12 gennaio scorso, a causa del mancato "pentimento" per i "reati" commessi, la stessa Corte penale speciale ha annullato la sospensione elevando dunque a 15 anni la condanna effettiva. Ma quali "crimini" avrebbe commesso il noto avvocato? Ce lo spiega Riccardo Noury, il portavoce di Amnesty International, tramite un suo appello ospitato sul Manifesto . Il "reato" sarebbe stato quello di aver fondato, nel 2008, un'organizzazione indipendente denominata Osservatori dei diritti umani in Arabia Saudita; aver criticato, nel 2011, l'arresto di 16 riformisti; non aver riconosciuto la legittimità della Corte penale speciale; aver difeso in tribunale numerose vittime di tortura e di altre violazioni dei diritti umani.
Da ultimo, quello di aver avuto tra i suoi clienti Raif Badawi, il blogger dissidente condannato nel settembre 2014 a 10 anni di carcere e a 1000 frustate per aver "offeso l'Islam". Dopo la prima sessione di 50 frustate, l'esecuzione della pena corporale è stata provvisoriamente sospesa perché le ferito non si erano cicatrizzate. La gogna proseguirà per altre 18 settimane. L'esperienza delle frustate, oltre a essere degradante (a maggior ragione quando, come in questo caso, avviene in pubblica piazza, di fronte a una folla festante), è devastante dal punto di vista fisico. La pelle si apre e non basta una settimana a cicatrizzare le ferite.
La prima serie di 50 frustate è stata oscurata dalla commozione mondiale per i tragici eventi di Parigi dove ha espresso ufficialmente rammarico e condanna anche l'Arabia Saudita, la stessa che ha condannato un uomo "colpevole" di aver offeso l'Islam coi suoi post. Dal Canada, la moglie del blogger - il governo canadese le ha concesso l'asilo politico - chiede al mondo di non dimenticare suo marito. Ha dovuto raccontare tutto ai figli, per evitare che venissero a sapere dai compagni di scuola che il papà viene frustato ogni settimana in un paese lontano.
Ma non sono casi estremi, visto che negli ultimi anni sono state imprigionate decine di persone che avevano chiesto riforme, promosso dibattiti, fondato organizzazioni indipendenti per i diritti umani, difeso vittime di torture e processi irregolari. Intanto l'avvocato Waleed Abu al-Khair sì trova nella prigione Briman, a Gedda. Nelle settimane successive al suo arresto, nell'aprile 2014, è stato posto in isolamento nella prigione al-Hàir nella capitale Riad e sottoposto a tortura. Sul sito di Amnesty c'è la possibilità di firmare l'appello per chiederne la liberazione.
di Stefano Pasta
Famiglia Cristiana, 21 gennaio 2015
Già due Stati del grande Paese sudamericano hanno adottato la legge per cui vengono scontati 4 giorni di prigione per ogni libro letto. E in Italia? La proposta di legge c'è. La cultura rende liberi? Un libro vale quattro giorni di carcere in meno, con il limite di un testo al mese. È quanto prevede una legge già in vigore nello Stato brasiliano del Paraná e che viene ora estesa a quello del Ceará (capitale Fortaleza), dove l'amministrazione ha annunciato l'acquisto di 3.000 libri per un programma lanciato nelle scuole presenti dietro le sbarre.
Scelto il libro, gli alunni detenuti avranno tempo 28 giorni per concludere la lettura; dovranno poi stilare una recensione e sostenere il colloquio con docente: per accorciare la pena, bisognerà ottenere un minimo di sei punti. Le regole per la valutazione sono scrupolosamente indicate: oltre alla comprensione del testo, "un uso corretto dei paragrafi, dell'ortografia, dei margini e una grafia comprensibile".
Mafalda Correia Pires Viana, detenuta di 26 anni, studente universitaria di filosofia, commenta: "L'iniziativa apre la porta a un mondo pieno di opportunità". Lei ha già scontato oltre 5 anni di carcere e ora lavora presso l'Ufficio di arte ed eventi del Dipartimento statale incaricato di recuperare i libri.
Il disegno di legge italiano
Le misure adottate dal Ceará e dal Paraná si inseriscono in una cornice nazionale, il "Reembolso atraves da leitura" (Rimborso attraverso la lettura), approvato dal Governo nel giugno 2012 e particolarmente voluto dalla presidente Dilma Rousseff per spezzare l'immagine delle carceri brasiliane come le più dure al mondo. Lo sconto massimo è di 48 giorni in un anno, cioè un libro al mese; di volta in volta, i giudici devono comunque valutare, in base al reato, chi può usufruire di questa possibilità.
E in Italia? Nel maggio 2014 ci ha pensato la Giunta regionale della Calabria, pochi giorni prima delle dimissioni del presidente Scopelliti, a proporre al Parlamento una misura ispirata proprio al Brasile. Uniche differenze: da noi un libro equivarrebbe a tre giorni, non quattro; la proposta non sarebbe valida per i condannati a una pena inferiore ai sei mesi; le verifiche sarebbero effettuate dagli educatori del carcere. "La lettura è uno straordinario antidoto al disagio. Favorisce la consapevolezza e il riscatto sociale e personale", ha detto l'allora assessore alla Cultura Mario Caliguri.
Ora la proposta è stata sottoposta al Parlamento, dove la deputata Pd Daniela Sbrollini aveva già teorizzato la pratica brasiliana, da inserire in un progetto di legge a cui sta lavorando. Spiega: "La lettura amplia la mente, è utile per conoscere il mondo e imparare la lingua. Penso ai detenuti stranieri. Si tratta comunque di sconti di pena lievi, qualche giorno per ogni libro letto, con un tetto massimo di letture annuali".
Ce ne sarebbe bisogno? Sicuramente il carcere italiano applica male la funzione assegnatagli dall'articolo 27 della Costituzione, la "rieducazione del condannato": produce il 68,5% di recidivi, cioè i detenuti che, usciti dal carcere, commettono nuovamente reati, mentre la percentuale scende al 19% per chi sconta la condanna con misure alternative alla detenzione.
Lucia Castellano, ex direttrice di Bollate (Milano), prigione modello per le aperture all'esterno e per il conseguente calo della recidiva al 20%, ha spiegato nel libro "Diritti e castighi" come il sistema carcere sia divenuto ormai discarica del disagio sociale. "Sembra aver gettato la spugna sulla possibilità di trattare i detenuti con dignità e di "risocializzarli"", ha detto.
"Continua a considerare la chiave il simbolo della sicurezza, ma più sono le mandate, più sale la recidiva. Ha rinunciato al cambiamento. Dai prigionieri pretende redenzioni miracolistiche, ma non fa alcuna "revisione critica" su se stesso, sulla propria cultura e sul proprio modo di agire. Progetta nuovi contenitori senza curarsi del contenuto, esibisce trionfalisticamente allevamenti di volatili o spettacoli canori, ma razzola nel quotidiano annientamento di corpi e delle menti dei prigionieri; perpetua la più conservatrice cultura carceraria e non cambia passo".
Ansa, 21 gennaio 2015
Una sentenza unanime della Corte Suprema Usa ha dato ragione a un detenuto musulmano che aveva sporto denuncia contro il carcere dell'Arkansas perché gli vietava di portare la barba anche se corta. Il caso è stato denunciato da Gregory Holt, un musulmano conosciuto anche con il nome di Abdul Maalik Muhammad, noto alle autorità per aver minacciato le figlie dell'ex presidente Bush e poi condannato all'ergastolo nel 2010 per aver colpito la fidanzata con un coltello. Il carcere vieta di portare la barba lunga ma come compromesso, Holt aveva chiesto di poter avere una barba di pochi centimetri. In una lettera inviata alla Corte, Holt sosteneva che il rifiuto dello Stato di fare eccezioni è oppressivo e costringe i detenuti "a obbedire al loro credo religioso, affrontando un'azione disciplinare, o a violare quel credo". La Corte Suprema ha accettato il ricorso di Holt sostenendo che il divieto viola i suoi diritti e che comunque la barba non pone un rischio per la sicurezza.
di Carmelo Musumeci
Ristretti Orizzonti, 20 gennaio 2015
"Oggi ho detto ad una guardia che non sempre il rispetto delle regole è un valore perché in molti casi in carcere è un disvalore". (Diario di un ergastolano www.carmelomusumeci.com).
di Susanna Marietti (Coordinatrice Associazione Antigone)
Il Fatto Quotidiano, 20 gennaio 2015
La scorsa settimana l'European Prison Observatory (Epo) ha organizzato un incontro pubblico a Bruxelles nel quale ha raccontato alcuni risultati del proprio lavoro alla presenza di esponenti della Commissione Europea e di Amministrazioni Penitenziarie nazionali (tra cui quella italiana).
Redattore Sociale, 20 gennaio 2015
In Italia appena mille operatori per 32mila soggetti affidati, contro i 170 mila della Francia (con 4.600 operatori) e 200mila nel Regno Unito (16mila operatori). Petralla: "Serve un programma per gestire le pene non detentive e una rivoluzione culturale per spostare l'attenzione dall'aspetto detentivo a quello non detentivo".
Avvenire, 20 gennaio 2015
Sulla complessa partita per riformare la macchina della giustizia, il Guardasigilli Andrea Orlando lancia un appello ai partiti di maggioranza e d'opposizione, invocando il superamento di uno scontro politico "ventennale", capace di produrre "uno dei più grandi macigni per la crescita".
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