di Viola Centi
Corriere Fiorentino, 19 gennaio 2015
Il direttore: nessuna comunicazione sulla chiusura. La villa dell'Ambrogiana di Montelupo vive ancora nel limbo della chiusura dell'Opg, tra proroghe e interrogativi. Direttore dell'ospedale psichiatrico giudiziario da quattro anni è Antonella Tuoni, bionda, occhi azzurri, cinquantenne.
"Chiusura? Non abbiamo ricevuto nessuna comunicazione ufficiale - esordisce. Addirittura, sono in via di conclusione lavori importanti: sarà la prima struttura carceraria in Italia con un impianto di aspirazione del fumo da sigarette, un progetto costato 170 mila euro.
Le cose sono molto cambiate dall'ispezione della Commissione del Senato nel 2010 presieduta da Ignazio Marino. Dal punto di vista strutturale, oggi l'Opg di Montelupo è il miglior carcere della Toscana. Inoltre, sull'ala che finì sotto accusa nel 2010, oggi chiusa, c'è un progetto di ristrutturazione fermato dal continuo rimandare il superamento dell'Opg".
E potrebbe arrivare un ennesimo slittamento della chiusura, ben oltre la data del 31 marzo: "Entro un mese sapremo se ci sarà bisogno di un'altra proroga - spiega l'assessore regionale alla salute, Luigi Marroni - Stiamo trovando ostacoli all'accoglienza sul territorio dei malati". "A parte le dichiarazioni di Enrico Rossi il 15 dicembre alla tavola rotonda organizzata dal Comune di Montelupo, e la legge del 2008 - ribadisce Tuoni - noi non abbiamo direttive.
Qui tutto continua ad andare avanti: abbiamo fatto gli ordini per il magazzino e rinnovato per altri 9 anni la convenzione per la rivendita tabacchi". La legge del 2008 vuole che nel piano di superamento sia inclusa la futura destinazione d'uso delle strutture.
Nel caso di Montelupo, si era parlato di un albergo di lusso nella villa delle quattro torri, e uno spazio a disposizione della cittadinanza nell'attuale manicomio. "Ma quale albergo di lusso - dice Tuoni. La struttura deve restare carceraria, ma non più ospedale psichiatrico. La villa potrebbe essere il primo esempio virtuoso di vero reinserimento in società per detenuti lavoratori a fine pena in regime di semi sorveglianza.
La Cassa ammende del ministero della Giustizia finanzia progetti lavorativi. I detenuti potrebbero essere impiegati per le visite guidate, nella manutenzione, nelle pulizie, nei punti di ristoro". Nello scenario prefigurato dalla dottoressa Tuoni, anche le detenute del carcere di Empoli. "Dovevano essere trasferite nell'ala ristrutturata dell'Ambrogiana e i pazienti più gravi dell'Opg a Empoli. Non se n'è più fatto niente".
Resta in sospeso anche il problema degli internati non toscani: "Le altre quattro regioni che si servono dell'Opg di Montelupo (Emilia, Liguria, Umbria e Sardegna) sono molto indietro. Dovrebbero accogliere i loro pazienti sul territorio, ma non hanno le strutture. Nei prossimi giorni arriveranno qui i loro delegati per studiare un piano".
www.ottopagine.it, 19 gennaio 2015
Ariano Irpino, proteste in Carcere. Scrive il sindacato Osapp agli enti preposti per segnalare una serie di richieste. Disfunzioni organizzative e anomalie strutturali, manutenzione ordinaria e straordinaria, vengono elencati in un'articolata nota stampa redatta per denunciare degrado e abbandono nella struttura detentiva che creerebbero non pochi disagi e rischi anche agli stessi agenti penitenziari. Secondo il referente sindacale sarebbe ormai necessaria "una revisione organizzazione del lavoro anche alla luce delle ultime assegnazioni dei neo ispettori e l'istituzione delle unità operative previste dall'art. 33 del Dpr 82/99". A creare disagi la carenza di organico nel comparto sicurezza e comparto ministero.
"Serve una ristrutturazione vecchio reparto detentivo e riapertura cucina detenuti attualmente chiusa per lavori di ristrutturazione mai iniziati. Ma anche il ripristino caserma agenti e alloggi di servizio in stato di abbandono e la riparazione cancello lato esterno non funzionante e adeguamento porta carraia.
Ma servono anche ascensori e riscaldamenti nei reparti detentivi non funzionano in entrambi i padiglioni sia del vecchio che del nuovo. E poi la creazione box chiuso infermeria, attualmente unità impiegata nel corridoio al gelo, ciò è mortificante. Senza dimenticare il ripristino apertura portineria centrale per accesso istituto pedonale, attualmente transitano tutti a vario titolo per lo stesso ingresso, impiego della seconda unità per i dovuti controlli ed eventuali perquisizioni, attualmente ne viene impiegata solo una.
Necessario delocalizzare il deposito armi in altro luogo più sicuro e acquisto cassettiere perché quelli attuali non sono sicure e si aprono facilmente".
secondo i sindacati sarebbe necessario individuare un locale idoneo ingresso istituto da assegnare come ufficio alla sorveglianza generale al fine di coordinare e controllare il vecchio e nuovo padiglione detentivo. Da automatizzare cancello ingresso sezioni, ufficio comando e matricola e istallare monitor video sorveglianza. Istituire un gruppo di unità che si occupano di esigenze legate a ricoveri esterni e visite ambulatoriali presso i luoghi esterni di cura, fermo restando la competenza del nucleo di Avellino.
Per il benessere del personale prevedere apertura spaccio anche nelle ore serali considerato l'inesistenza di erogatori automatici di bevande e snack. Per questo la scrivente O.S. auspica che gli organi competenti s'interessino in modo concreto rispetto a quanto segnalato, poiché la situazione stà pregiudicandosi sempre di più, al fine di migliorare le condizioni lavorative del personale di Polizia e rendere un contesto già di se difficile, più dignitoso anche per gli ospiti, salvaguardando in primis l'immagine dell'Amministrazione Penitenziaria e di coloro che ne fanno parte".
di Melania Carnevali
Il Fatto Quotidiano, 19 gennaio 2015
Il penitenziario di Veneri, frazione di Pescia, ha 40 posti letto, ma in questi ventinove anni è stato trasformato due volte in set cinematografico, mentre adesso è diventato un deposito-discarica del Comune. Nonostante che nelle carceri italiane si viva il dramma del sovraffollamento.
Quindici celle più due di isolamento, per un totale di circa quaranta posti letto e cinque miliardi delle vecchie lire spesi. Il carcere di Veneri, frazione di Pescia (provincia di Pistoia) è stato costruito nel 1986, quando presidente del consiglio era ancora Bettino Craxi e ministro di Grazia e Giustizia, il democristiano Fermo Mino Martinazzoli. Ma non è mai stato aperto. Anzi, no. È stato aperto due volte per diventare, però, un set cinematografico: nel 2004, per "Amanti e segreti", miniserie televisiva di Gianni Lepre e nel 2006 per il film esordio di Alessandro Angelini, "L'aria salata".
Per il resto, è inutilizzato da ventinove anni. Una struttura di 1.500 metri quadrati (2.500 se si considera anche l'aria all'aperto) inghiottita adesso dal degrado. Vuoto, a parte qualche scartoffia del Comune e dei motorini ritirati dalla polizia municipale. Nonostante le carceri italiane scoppino di detenuti.
Il calvario della struttura sembra iniziare con una modifica del codice penale. Era stato infatti costruito come carcere (o casa) mandamentale, ossia dove, ai tempi delle preture, erano detenute le persone in attesa di giudizio per reati lievi oppure condannate a pene fino a un anno. Un carcere piccolo, ma considerato quasi di massima sicurezza, con la struttura principale in cemento armato e doppio muro di cinta. Diciassette celle, la cucina, la sala colloqui e due cortili per le ore d'aria. Accanto sorge una palazzina di dodici vani, che era destinata agli uffici, all'alloggio del direttore, all'infermeria. Tutto costruito in un'area agricola, non senza il disappunto della popolazione di Pescia che aveva già dovuto digerire la costruzione di un depuratore nella stessa zona. Era tutto pronto quindi, tanto che fu anche indetto il bando nazionale per l'assunzione di dodici secondini. Ma nel 1989 le leggi cambiano: le preture mandamentali vengono soppresse e quel carcere rimane improvvisamente senza identità.
Con un semplice decreto ministeriale sarebbe potuto diventare un altro carcere, ma il Ministero di Grazia e Giustizia, dopo qualche anno di tentennamento, opta per cederlo al Comune. Ché però non sa cosa farne. La fantasia non è certo mancata: da un ostello della gioventù alla sede provinciale della Protezione civile, passando per un canile con clinica veterinaria. Certo è che, come spiega l'attuale sindaco di Pescia, Oreste Giurlani del Pd (nominato a giugno 2014) "quella struttura rimane un carcere a tutti gli effetti e non è facile metterci mano.
Muro in cemento armato, sbarre, portoni in ferro. Per renderlo accogliente bisognerebbe buttarlo giù e ricostruirlo. Ma ricordiamo che il Comune di Pescia, fino allo scorso anno, rischiava il fallimento e non ha certo i fondi per farlo".
A fine anni 90 il sindaco socialista Renzo Giuntoli pensò di farci un centro sociale rivolto all'infanzia, agli adolescenti, ai giovani e alle famiglie. Ristrutturò quindi la palazzina chiedendo un finanziamento alla Regione Toscana. Ma di centri sociali nemmeno l'ombra. "Chi avrebbe mandato il figlio a passare il pomeriggio in un carcere?", fa notare il sindaco.
E vai ancora, quindi, soldi pubblici gettati nel nulla: circa trecento milioni delle vecchie lire, quelli che adesso sarebbero, rivalutati, 300mila euro. "Chiederò un incontro al sottosegretario di stato alla giustizia, Cosimo Ferri - chiarisce il sindaco - per capire se questa struttura possa tornare, o meglio diventare, un carcere. È sicuramente più utile come istituto penitenziario".
Ma perché, appunto, non è stato trasformato in carcere penitenziario? Il provveditore della Toscana, Carmelo Cantone, sostiene che non fosse conveniente. "Non risponde alle esigenze del sistema penitenziario - dice - perché è piccolo, decentrato e costoso. Inoltre la logica è la territorializzazione della pena e in quel Comune non c'è criminalità. A un calcolo costi-benefici quindi risultava sconveniente per l'amministrazione penitenziaria".
Eppure non la pensa così la Corte dei Conti che nel 2010 fece presente che la valutazione costi-benefici del ministero avrebbe dovuto comprendere anche "la comparazione tra gli aspetti negativi connessi alla conservazione della funzione penitenziaria degli istituti in questione e le conseguenze, altrettanto e forse ancor di più, negative scaturenti dal sovraffollamento delle carceri".
Adesso quindi, dicevamo, quella struttura è diventata un deposito-discarica del Comune, con vecchi computer e archivi ammassati nelle stanze e motorini rinchiusi nelle celle. Più il tempo passa e più diventa fatiscente, con infiltrazioni ovunque, odore di muffa, portoni in ferro arrugginiti. Un vero esempio dello spreco all'italiana. E non è l'unico carcere nel Belpaese ad aver fatto questa fine. Negli anni 80 infatti furono costruite oltre cento case mandamentali.
Alcune di queste furono assorbite dall'amministrazione penitenziaria, come quella di Massa Marittima (Grosseto), dove è sorto un carcere di quaranta posti per detenuti condannati o quella di Empoli (Firenze), dove invece è nato un carcere femminile di altrettanti posti. Altre sono state cedute alle amministrazioni comunali e utilizzate nei modi più disparati. A Cropani, ad esempio, in provincia di Catanzaro, è diventata un deposito per la raccolta differenziata e un archivio del Comune. A Monopoli, invece, in provincia di Bari, è diventata la dimora dei senzatetto.
www.targatocn.it, 19 gennaio 2015
Un Assistente capo del corpo della Polizia penitenziaria ha dovuto ricorrere alle cure dei medici dell'ospedale cittadino. Alta tensione nel carcere di Saluzzo, dove un detenuto straniero, di cittadinanza rumena, ha improvvisamente dato in escandescenze e turbato l'ordine e la sicurezza della struttura penitenziaria. A darne notizia è il Sindacato Autonomo Polizia Penitenziaria Sappe.
"Dopo gli eventi critici occorsi negli ultimi giorni all'interno di altre due carceri piemontesi (Torino e Asti, con agenti di Polizia Penitenziaria aggrediti ed azioni di contrasto all'ingresso nei penitenziari di droga e telefonici), si registra anche nel penitenziario di Saluzzo un grave episodio. Un detenuto rumeno ha prima devastato la cella, senza alcuna plausibile ragione, e si è poi scagliato fisicamente contro i poliziotti intervenuti", spiega il segretario generale del Sappe Donato Capece. "Un Assistente Capo del Corpo è rimasto seriamente ferito, con lesioni varie che hanno imposto il suo ricovero in Ospedale. Una situazione davvero incredibile e allucinante, gestita con grande professionalità, sprezzo del pericolo e competenza dagli uomini della Polizia Penitenziaria di Saluzzo. Al collega ferito vanno la nostra solidarietà e vicinanza". Il Sappe, che in occasione dell'aggressione di un poliziotto nel carcere di Asti aveva chiesto "di dotare le donne e gli uomini della Polizia Penitenziaria di spray anti aggressione recentemente assegnato a Polizia di Stato e Carabinieri", sollecita il Governo Renzi ad azioni efficaci finalizzate ad espellere i detenuti stranieri presenti in Italia.
"È sintomatico che negli ultimi dieci anni ci sia stata un'impennata dei detenuti stranieri nelle carceri italiane, che da una percentuale media del 15% negli anni 90 sono passati oggi ad essere quasi 20mila. Fare scontare agli immigrati condannati da un tribunale italiano con una sentenza irrevocabile la pena nelle carceri dei Paesi d'origine può anche essere un forte deterrente nei confronti degli stranieri che delinquono in Italia".
"Il dato oggettivo è però un altro - conclude il leader del Sappe: le espulsioni di detenuti stranieri dall'Italia sono state fino ad oggi assai contenute: 896 nel 2011, 920 nel 2012 e 955 nel 2013, soprattutto in Albania, Marocco, Tunisia e Nigeria. Si deve però superare il paradosso ipergarantista che oggi prevede il consenso dell'interessato a scontare la pena nelle carceri del Paese di provenienza. Oggi abbiamo in Italia 53.623 detenuti: di questi ben 17.462 (quasi il 35 per cento del totale) sono stranieri, con una palese accentuazione delle criticità con cui quotidianamente devono confrontarsi le donne e gli uomini della Polizia penitenziaria. Si pensi, ad esempio, agli atti di autolesionismo in carcere, che hanno spesso la forma di gesti plateali, distinguibili dai tentativi di suicidio in quanto le modalità di esecuzione permettono ragionevolmente di escludere la reale determinazione di porre fine alla propria vita. O a quel che è avvenuto proprio nel carcere di Saluzzo".
di Letizia Moratti* e Marco Morganti**
Corriere della Sera, 19 gennaio 2015
Caro direttore, lo scorso 14 gennaio Milena Gabanelli sul Corriere è tornata sul tema delle carceri italiane. E ancora una volta dall'inchiesta emerge, con straordinaria efficacia giornalistica, come il sistema penitenziario abbia grandi difficoltà a svolgere quello che in ogni Paese civile è la finalità principale della pena detentiva: il recupero del cittadino condannato e il suo reinserimento nella società.
Un settore, quello della giustizia, che soffre di un problema che attraversa trasversalmente ogni ambito delle politiche pubbliche: la sempre crescente scarsità di risorse disponibili da parte della pubblica amministrazione. Da una recente ricerca realizzata da Oxford Economics emerge come, solo in Italia, il gap tra domanda di welfare e risorse pubbliche disponibili arriverà fino a 70 miliardi di euro nel 2025. Non si tratta però di una specificità italiana. Viviamo in un'area del mondo, l'Europa, che conta circa il 7 per cento della popolazione mondiale e produce oltre il 25 per cento del prodotto interno lordo, ma che finanzia il 50 per cento della spesa sociale mondiale. Difficile immaginare la sostenibilità di questo modello.
È dunque necessario trovare soluzioni alternative. La strada che si sta consolidando in Nord America e in molti Paesi europei nell'erogazione di servizi pubblici è il progressivo affiancamento allo Stato centrale di soggetti privati e, soprattutto, attori del terzo settore, anche mediante l'utilizzo di strumenti innovativi di finanza sociale, come i Social impact bond (Sib), che in Italia potrebbero dare grandi risultati in termini di riduzione della spesa pubblica e di creazione di posti di lavoro nel sociale.
Maggiore prossimità ed efficienza nella gestione, accompagnati da un rigoroso monitoraggio e valutazione dei risultati, garantiscono infatti una più alta efficacia nel raggiungimento degli obiettivi ed una più grande efficienza nell'erogazione dei servizi. In poche parole, servizi migliori e meno risorse impiegate. Proprio sul tema delle carceri, Banca Prossima - Gruppo Intesa Sanpaolo, con San Patrignano e altre realtà del mondo delle cooperative sociali ed Associazioni di recupero, ha presentato al ministero della Giustizia un progetto che si propone di accogliere mille detenuti in regime di esecuzione esterna della pena. Un progetto che ha il doppio beneficio di produrre un risparmio di circa 200 milioni di euro per lo Stato e di garantire alle persone coinvolte un percorso di inclusione sociale che comprende anche fasi terapeutico-riabilitative, oltre al reinserimento lavorativo.
Come dimostrato dall'esperienza di altri Paesi e riportato nel servizio di Milena Gabanelli, l'apprendimento di un mestiere e l'ingresso nel mondo del lavoro rappresentano la migliore garanzia di minimizzazione del rischio di recidiva e di miglioramento della qualità della vita degli ex detenuti. Si tratta di un progetto concreto che è in attesa di una risposta da parte del Ministero.
Un esempio delle tante possibilità che potrebbero contribuire fattivamente al grave problema dell'affollamento delle carceri e alla mancanza di risorse da parte dell'amministrazione penitenziaria italiana per il miglioramento della qualità delle strutture di detenzione. Il mondo del terzo settore, grazie al supporto di strumenti di finanza sociale messi a punto dal mondo del credito, è ormai da tempo pronto a offrire il proprio contributo e assumersi le proprie responsabilità verso l'intera comunità. Siamo convinti che sia ormai inderogabile una risposta rapida ed efficace da parte del mondo della politica e delle istituzioni.
*Cofondatrice della Fondazione San Patrignano
**Amministratore delegato Banca Prossima
www.cuneocronaca.it, 19 gennaio 2015
Alle 21, sul palcoscenico del teatro Milanollo di Savigliano, in provincia di Cuneo, andrà in scena lo spettacolo dei detenuti dl carcere di Saluzzo "Amunì". Il gruppo degli attori porta in scena la storia di figli che vivono in attesa del ritorno del padre. Il testo, firmato da Grazia Isoardi di cui ne cura la regia, nasce dall'esperienza che tredici reclusi hanno vissuto nel Laboratorio Teatrale dell'Istituto e dal confronto che i protagonisti hanno aperto sul tema della paternità, sul senso di essere contemporaneamente figli e padri, padri assenti e figli difficili, figli cresciuti senza padri non perché orfani quanto privi di padri autorevoli, portatori di valori e testimoni delle responsabilità della vita.
Ora questi figli vivono nell'attesa del ritorno alla libertà e nel frattempo, diventati loro stessi genitori, attendono il ritorno del padre proprio come Telemaco fece con Ulisse. Amunì è la storia di fratelli che attraverso i giochi e i ricordi dell'infanzia ritornano a loro volta bambini.
Lo spettacolo viene replicato in trasferta grazie alla volontà del direttore del carcere, Giorgio Leggieri e del magistrato di sorveglianza del tribunale di Cuneo ed è frutto di un'evoluzione del progetto teatrale del carcere saluzzese che è riconosciuto dal coordinamento nazionale e dal ministero di Giustizia come esempio di eccellenza artistica e sociale della regione Piemonte. Lo spettacolo quest'anno entra nel cartellone della stagione teatrale con il patrocinio della Fondazione Piemonte dal Vivo e dell'assessorato alla Cultura del Comune di Savigliano. Il costo è di 8 euro, 5 euro per il ridotto. Informazioni sul sito www.vocierranti.org.
Ristretti Orizzonti, 19 gennaio 2015
L'artista internazionale di musica cristiana ha fatto vivere un'esperienza emozionante alle persone detenute nel carcere di Opera con un messaggio di fede e speranza. Roberto Bignoli, tra i principali musicisti internazionali della Christian music, ha riscosso molto successo mercoledì 14 gennaio nel carcere di Opera con le persone detenute.
L'esibizione dell'autore, che ha suonato alcuni dei brani più significativi dei suoi dodici album è stata infatti seguita con grande attenzione sia per le emozioni che la musica porta sempre con sé -soprattutto in un contesto difficile come una casa di detenzione - sia per il messaggio di fede, speranza e fiducia che ha saputo veicolare. Non è stata certamente una performance musicale, ma un racconto autobiografico accompagnato musicalmente, espresso con grande umiltà e la consapevolezza di un percorso di vita complesso e doloroso: l'esperienza di un uomo come tanti. L'iniziativa è stata di Cisproject-Leggere Libera-Mente, associazione culturale che si propone di favorire il reinserimento delle persone detenute nella cosiddetta società civile.
Nell'occasione, Bignoli ha presentato anche il libro autobiografico "Il mio cuore canta" Piemme Incontri, che racconta la sua storia di difficoltà fisiche ed esistenziali, superate grazie alla fede cristiana e alla musica.
Bignoli, tramite la fede, l'amore verso il prossimo e la propria famiglia, il dialogo e la condivisione del proprio percorso, ha diffuso un messaggio di speranza e fiducia valido per tutti: la vita è nelle nostre mani e per chi crede in quelle di Dio. Ognuno sa dove poter attingere la forza per cambiare il corso del proprio destino e affrontarlo con il sorriso sulle labbra, come lui ha dimostrato.
"La fede ha risanato il mio cuore, mi ha permesso di trovare serenità e gioia dove prima c'era rabbia e dolore", ha spiegato Bignoli. Un messaggio raccolto da molte persone detenute, che a loro volta hanno aggiunto cosa, oltre alla fede, è stato d'aiuto per ritrovare serenità e superare i momenti difficili: gli affetti, la musica, lo sport, scrivere, leggere.
Tra loro Ivan, che ha riassunto in modo molto efficace il significato più profondo dell'incontro: "L'amore per la mia famiglia, l'amore per i miei genitori, l'amore per me stesso, l'amore per la vita. È l'amore che mi sta dando la forza di riprendere in mano la mia vita, la più grande forza dell'universo, in grado di scatenare una guerra o sciogliere il cuore più duro".
"Il concerto di Bignoli nel carcere di Opera è stata un'esperienza molto emozionante per tutti coloro che hanno partecipato, un incontro intenso più che uno spettacolo, fatto di musica ma anche di riflessione sul tema del cambiamento, di cosa aiuta a cambiare, a voltare pagina, a superare le ferite - ha detto Barbara Rossi di Cisproject-Leggere Libera-Mente - La musica e i messaggi di fede, proposti in un luogo di sofferenza e privazione della libertà, hanno creato un forte pathos e hanno regalato una giornata di gioia alle persone detenute. In considerazione del risultato ottenuto, ci
auguriamo di poter ripetere presto un'iniziativa di questo genere". A Opera, Bignoli ha suonato con il grande musicista-arrangiatore Mario Ferrara ed è stato intervistato dal giornalista Renzo Magosso e dai corsisti del progetto "Leggere Libera-Mente", attivo da diversi anni nella Casa di reclusione di Opera, che si occupa di biblioterapia con le persone detenute attraverso la lettura, la scrittura creativa, poetica, autobiografica, giornalistica. La giornata è stata inoltre arricchita dalla partecipazione musicale di due giovani rapper, che hanno colpito anche per i loro messaggi di vicinanza alle persone detenute: Stefano Reale e Giovanni Paoli.
L'incontro è stata un'opportunità anche per presentare il giornalino In Opera, curato dai redattori diversamente liberi della Casa di reclusione di Milano-Opera, molto apprezzato anche dall'ispettore Maria Visentini, che a nome della direzione e degli operatori penitenziari del carcere si è congratulata per la qualità dei testi e la profondità espressiva raggiunta, a testimonianza della qualità del lavoro svolto da tutti coloro coinvolti nel progetto. L'evento che si è svolto a Opera è stata seguito da Giovanni Certomà, che ha scattato le fotografie dei momenti più significativi.
Ristretti Orizzonti, 19 gennaio 2015
Nell'ambito del progetto "Oltre i muri" che ha visto i ragazzi vivere esperienze nella Casa Circondariale femminile di Pozzale. Presentato nell'ottobre scorso il primo volume di racconti e storie redatto dalle donne detenute della Casa Circondariale femminile di Empoli, intitolato "Codice a sbarre", ecco che pochi mesi dopo nasce un nuovo percorso culturale, personale, di conoscenza, di superamento di quei muri per andare oltre. Si tratta di una realizzazione e di un risultato ispirato proprio dal lavoro delle ospiti "del Pozzale", ma portato avanti dagli studenti dell'Isis Pontormo di Empoli delle classi quarte e quinte. Dunque siamo alla nascita del volume "Sbarre d'inchiostro".
Una esperienza unica dove il file rouge è la consapevolezza, la presa di coscienza che oltre quei cancelli ci sono persone. Esseri umani che nonostante gli errori, si mettono in gioco e credono nel cambiamento. Un testo che si compone di due parti: una intitolata "Riflessioni" ed una "Lettere". In questi giorni, gli insegnanti dell'Isis Pontormo (Sandra Troilo, Daniela Innocenti, Giovanni Lopez, Elisa Mariani, Daniela Malanima, Rosella Luchetti, Daniela Desideri, Elisa Dei), si sono recati alla Ibiskos Editrice Risolo di Empoli, per consegnare il materiale scritto dai loro studenti. La casa editrice curerà i testi e la grafica del nuovo volume "Sbarre d'inchiostro".
Le studentesse e gli studenti negli ultimi due anni hanno preso parte al progetto "Oltre i muri" che ha previsto incontri e visite nella struttura penitenziaria, insieme ad assemblee nelle classi con la presenza dei docenti e di Patrizia Tellini per approfondire questi temi con la sua testimonianza diretta di ex ospite del carcere.
Saranno organizzati due momenti per la presentazione ufficiale di "Sbarre d'inchiostro". Il primo nel mese di aprile all'auditorium dell'Isis Pontormo con la presenza delle donne detenute "scrittrici" e vari interventi, sulla falsa riga della giornata conclusiva del progetto "Oltre i muri". Successivamente "Sbarre d'inchiostro" verrà presentato alla città di Empoli con una iniziativa agli Agostiniani. Testimonianze, riflessioni, considerazioni, partecipazione, semplicemente per capire che cosa c'è "Oltre i muri".
Giacomo Cioni
Responsabile Ufficio Stampa Comune di Empoli
di Valentina Raffa
Il Giornale, 19 gennaio 2015
Dopo la pista siciliana di Mafia Capitale, che gestiva l'affaire immigrati al Cara di Mineo (Catania), un'inchiesta disposta dal procuratore di Ragusa, Carmelo Petralia, riguarda il Cpsa di Pozzallo. È tra le strutture di accoglienza più interessate dal fenomeno immigrazione, con 25.500 immigrati transitati nel solo 2014.
Sotto la lente di ingrandimento delle Fiamme gialle dirette dal colonnello Alessandro Cavalli ci sono gli ultimi 5 anni di attività del Cpsa, gestito da una cooperativa su incarico diretto del Comune di Pozzallo in attesa di un bando di gara arrivato soltanto di recente.
L'indagine ha preso il via dal rinvenimento di materiale logistico destinato al Cpsa ma non presente nel centro. Sono quindi partiti i controlli incrociati con i fornitori per appurare se quanto dichiarato corrisponde a quanto acquistato o se ci sono piuttosto fatture gonfiate. Non è passato molto da un sequestro operato dai finanzieri di materassi in gommapiuma sozzi utilizzati nel Cpsa. L'inchiesta assume, quindi, le sembianze di un calderone in cui sono confluite diverse indagini legate dall'obiettivo di riscontrare la regolarità o meno della spesa di fondi erogati dal ministero dell'Interno attraverso la Prefettura di Ragusa.
Basti pensare che il costo a immigrato è passato da 80 euro al dì agli attuali 28 euro. Un ribasso notevole effettuato da una nuova cooperativa che si è accaparrata il servizio dopo che la convenzione precedente è scaduta il 31 agosto e sono seguite due proroghe. L'enorme divario non si spiega nemmeno supponendo un numero inferiore di servizi erogati, dal momento che è la convenzione stessa a prevedere un pacchetto di servizi da fornire obbligatoriamente.
Al vaglio della Guardia di finanza anche il passaggio dei lavoratori dalla prima alla seconda cooperativa. Sono passati da 90 a 50. Sarà controllata la mansione, perché non sia inferiore rispetto alle qualifiche. Come dimenticare, poi, quei piatti pieni di ogni ben di Dio gettati ancora incellofanati nei cassonetti dei rifiuti? La convenzione tra il Comune di Pozzallo e una ditta di Pescara con succursale a Ispica, non lontano dal Cpsa, era di 15 euro al giorno per tre pasti a persona. L'inchiesta non vede al momento indagati, ma tra le ipotesi di reato si ravvedono truffa aggravata, peculato, abuso d'ufficio e malversazione. Ciò dimostra che gli eventuali interessi sarebbero non solo del privato ma anche del pubblico.
Il Tirreno, 19 gennaio 2015
L'associazione camaiorese protagonista di progetto per la rieducazione dei detenuti. Si parte dalla Casa circondariale di Lucca. In carcere per insegnare ai detenuti l'arte dei tappeti di petali. Angelo Tabarrani, presidente degli infioratori versiliesi, associazione che da anni raccoglie applausi per le opere realizzate con i fiori, annuncia un'altra importante iniziativa.
"A breve - racconta il presidente - parteciperemo a un percorso rieducativo nelle carceri. Insegneremo ai detenuti l'arte degli infioratori. Il progetto partirà dal carcere San Giorgio di Lucca, dove resteremo per circa un mese e mezzo. Poi l'iniziativa toccherà altre case circondariali". Tabarrani non conferma perché ancora manca l'ufficialità, ma a quanto pare nel progetto (al via tra un mese) potrebbero essere coinvolti anche i ragazzi di alcune scuole della Provincia di Lucca. Non è la prima volta che l'associazione camaiorese partecipa ad iniziative di questo tipo, lavorando con le scuole e partecipando a concorsi in Italia e all'estero. Lo scorso luglio, ad esempio, i membri dell'associazione furono protagonisti a Città del Vaticano, dove realizzarono un'opera dedicata all'Angelus che ottenne anche il plauso di Papa Francesco: "Sono proprio bravi".
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