di Fabio Scuto
La Repubblica, 17 gennaio 2015
La Corte penale internazionale (Cpi) ha aperto un'inchiesta preliminare per verificare se siano stati commessi "crimini di guerra" durante il conflitto della scorsa estate tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza. La Corte penale internazionale (Cpi) ha aperto un'inchiesta preliminare per verificare se siano stati commessi "crimini di guerra" durante il conflitto della scorsa estate tra Israele e Hamas nella Striscia di Gaza.
Ma l'indagine riguarda anche alcune fazioni palestinesi nonché il lancio di razzi da parte di Hamas su territori altamente popolati. "Il procuratore del Tribunale penale internazionale Fatou Bensouda ha aperto un'inchiesta preliminare sulla situazione in Palestina - ha fatto sapere l'ufficio dei procuratori del Cpi - che non equivale a un'indagine, ma si tratta di esaminare le informazioni a disposizione in modo da poter essere pienamente informati e valutare se ci sia una base ragionevole per procedere con un'indagine", ha spiegato il Cpi.
L'Autorità palestinese lo scorso primo gennaio nell'aderire alla Corte ne aveva riconosciuto la competenza a partire dal 13 giugno 2014, data in cui Israele lanciò una vasta campagna di arresti nella Cisgiordania occupata edando poi il via alla guerra su Gaza, nella quale morirono 2100 persone, gran parte delle quali civili. Il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha deprecato la decisione del Tribunale. "È scandaloso che pochi giorni dopo che dei terroristi hanno massacrato ebrei in Francia, il procuratore del Tpi apra un'inchiesta contro lo Stato ebraico", ha detto Netanyahu, "E questo perché difendiamo i nostri cittadini da Hamas, un gruppo terrorista... Sfortunatamente ciò fa sì che questo Tribunale sia parte del problema e non della soluzione".
L'Autorità nazionale palestinese aveva presentato domanda di adesione al Tpi il 1 gennaio. Il presidente palestinese Abu Mazen aveva chiesto alla Corte di indagare sui crimini commessi da Israele "nei Territori palestinesi occupati, compresa Gerusalemme Est, dal 13 giugno 2014".
Compresi anche i 51 giorni di conflitto di questa estate tra Hamas e Israele nella Striscia di Gaza, costati la vita a più di 2.100 palestinesi, la maggior parte civili secondo l'Onu. Da parte israeliana, nel conflitto hanno perso la vita 67 persone. "Lo statuto di Roma non impone alcuna scadenza per prendere una decisione relativa a un esame preliminare" ha ricordato l'ufficio della procura della Cpi: una simile procedura è già in corso in Afghanistan, Colombia, Georgia, Guinea, Honduras, Iraq, Nigeria ed Ucraina.
di Riccardo Noury (portavoce di Amnesty International)
Il Manifesto, 17 gennaio 2015
Ieri non è stato frustato. La nuova sessione di 50 frustate al blogger saudita Raif Badawi prevista venerdì non ha avuto luogo per motivi di salute.
Il medico ha verificato che le lacerazioni delle prime 50 del 9 gennaio non si erano ancora cicatrizzate e ha raccomandato di rinviare di una settimana. Il rinvio mostra la profonda brutalità della punizione e ne sottolinea l'oltraggiosa inumanità. L'idea che sia concesso di riprendersi per poter soffrire di nuovo è macabra e vergognosa. Le frustate sono proibite dal diritto internazionale.
Portone serrato, finestre chiuse. Per oltre un'ora è stata la scena che hanno visto giovedì le decine di partecipanti al sit-in organizzato da Amnesty International di fronte all'ambasciata dell'Arabia Saudita, con l'adesione di Fnsi e Articolo 21, per chiedere la scarcerazione di Raif Badawi, il blogger condannato a 10 anni di carcere e a 1.000 frustate per aver offeso l'Islam.
A Gedda, era prevista la seconda serie di 50 frustate, crudele regalo di compleanno per il prigioniero di coscienza che ha compiuto 31 anni martedì scorso. Poi, se le pressioni (invero blande) dei governi amici di Riad non avranno effetto, la gogna proseguirà per altre 18 settimane. Sempre che Badawi sopravviva a quella che somiglia a una sorta di esecuzione capitale a puntate.
L'esperienza delle frustate, oltre a essere degradante (a maggior ragione quando, come in questo caso, avviene in pubblica piazza, di fronte a una folla festante), è devastante dal punto di vista fisico. La pelle si apre e non basta una settimana a cicatrizzare le ferite.
La prima serie di 50 frustate è stata oscurata dalla commozione mondiale per i tragici eventi di Parigi.
L'Arabia Saudita ha condannato l'attacco contro il settimanale satirico Charlie Hebdo, "colpevole" di aver offeso l'Islam con le sue vignette.
Lo stesso paese ha condannato a 1000 frustate e 10 anni di carcere un uomo "colpevole" di aver offeso l'Islam coi suoi post. Raif Badawi è un prigioniero di coscienza, il cui unico 'reato' è stato quello di esercitare il diritto alla libertà d'espressione fondando un sito per il pubblico dibattito, "Liberali dell'Arabia Saudita".
Il suo è un caso estremo, ma non è l'unico esempio del totale disprezzo saudita nei confronti del diritto alla libertà d'espressione. Negli ultimi anni, sono state imprigionate decine di persone che avevano chiesto riforme, promosso dibattiti, fondato organizzazioni indipendenti per i diritti umani, difeso vittime di torture e processi irregolari.
Lo stesso avvocato di Badawi, Waleed Abu al-Khair, si è visto inasprire in appello la condanna inflittagli in primo grado il 6 luglio 2014: 15 anni di carcere, di cui cinque sospesi. A causa del suo mancato "pentimento", lunedì scorso anche la sospensione è stata annullata.
Dal Canada, dove ha ottenuto asilo politico, Ensaf Haidar chiede al mondo di non dimenticare suo marito. Ha dovuto raccontare tutto ai figli, per evitare che venissero a sapere dai compagni di scuola che il papà viene frustato ogni settimana in un paese lontano.
Fino a quando la fustigazione pubblica di Raif Badawi andrà avanti, Amnesty International si presenterà di fronte all'ambasciata saudita di Roma, alla vigilia di ogni nuova sessione di frustate. E anche qualora questo terribile castigo verrà sospeso, occorrerà proseguire la campagna per l'annullamento della condanna a 10 anni di carcere. E contro questi agghiaccianti attacchi alla libertà d'espressione.
Adnkronos, 17 gennaio 2015
Lo riferisce la moglie, era stato condannato a 10 anni di carcere e mille frustate. La Corte suprema saudita rivedrà la condanna a dieci anni di carcere e mille frustate imposta lo scorso 5 novembre da un tribunale di Gedda nei confronti del blogger Raif Badawi, riconosciuto colpevole di offese all'Islam e di violazione delle leggi sulle comunicazioni elettroniche.
Lo ha riferito la moglie dell'attivista, Ensaf Haidar, alla Bbc. Venerdì scorso Badawi era stato sottoposto a 50 frustate e altrettante gli sarebbero state inflitte oggi se le autorità saudita non avessero sospeso la fustigazione per "ragioni mediche". Proprio ieri, infatti, un medico aveva avvertito che Badawi non sarebbe sopravvissuto a ulteriori frustate.
La condanna inflitta al blogger saudita aveva indignato la comunità internazionale e proprio ieri Amnesty International aveva chiesto al governo britannico di fare pressioni su quello saudita. "Le pressioni internazionali sono fondamentali", aveva detto la moglie di Badawi, fuggita in Canada con i loro tre figli, evidenziando le "precarie condizioni di salute" del marito.
Badawi, 30 anni, era stato arrestato il 17 giugno 2012 e da allora si trova in un carcere di Gedda. Le autorità hanno anche messo al bando il sito web da lui creato, Liberal Saudi Network, ma online sono circa 14mila le persone che hanno firmato una petizione per chiedere al re saudita Abdullah di graziare Badawi e di fermare quella che è stata definita "una forma medievale di tortura". Oltre a essere stato condannato a 10 anni di carcere e a mille frustate, il blogger deve anche pagare una multa di un milione di rial sauditi, pari a circa 200mila euro. Il 28 maggio scorso gli è anche stato imposto il divieto per 10 anni, alla fine della condanna, di lasciare il Paese e quello, della stessa durata, di svolgere qualsiasi tipo di attività nel campo dei media.
Amnesty: frustate a blogger pena brutale
Raif Badawi, un blogger ritenuto colpevole in Arabia Saudita di "insulti all'Islam", avrebbe dovuto ricevere oggi una sessione di 50 frustate. Ma l'uomo non ha potuto scontare la sua pena per motivi di salute. Lo rende noto in un comunicato Amnesty International. Questa mattina, Badawi è stato trasferito dalla sua cella alla clinica del carcere per un controllo.
Il medico ha verificato che le lacerazioni causate dalle 50 frustate ricevute il 9 gennaio non si erano ancora cicatrizzate e che il detenuto non avrebbe potuto sopportarne un'ulteriore serie. Il medico, si legge ancora nel comunicato, ha quindi raccomandato che la sessione di frustate sia rinviata almeno di una settimana. Non è chiaro se le autorità saudite si comporteranno di conseguenza.
"Non solo questo rinvio per motivi di salute mostra la profonda brutalità di questa punizione, ma ne sottolinea anche l'oltraggiosa inumanità. L'idea che a Badawi sia concesso di riprendersi in modo da poter soffrire di nuovo è macabra e vergognosa" - ha dichiarato Said Boumedouha, vicedirettore del programma Medio Oriente e Africa del Nord di Amnesty International. "Le frustate - osserva ancora Boumedouha - sono proibite dal diritto internazionale insieme ad altre forme di pena corporale".
di Stefano Arduini
Vita, 16 gennaio 2015
L'8 ottobre 2013 il Quirinale inviava alle Camere il suo unico messaggio nei 9 anni di reggenza del presidente dimissionario. Un messaggio in larga misura rimasto sulla carta. Al centro la questione carceraria.
di Stefano Rodotà
La Repubblica, 16 gennaio 2015
In tutto il mondo, in questi giorni, milioni di persone hanno proclamato "Je suis Charlie". E questo non può essere l'esercizio retorico o strumentale di un momento. La rivendicazione della libertà d'espressione contro ogni forma di violenza è sacrosanta, ma terribilmente impegnativa.
www.ilsussidiario.net, 16 gennaio 2015
Dati alla mano, è una decisione incomprensibile. Non sono bastate settimane di giustificate polemiche e un'interrogazione parlamentare per convincere il ministero della Giustizia a confermare la gestione delle cucine di dieci carceri italiane alle cooperative che garantiscono lavoro ai detenuti.
di Beniamino Migliucci (Presidente dell'Unione delle camere penali italiane)
Guida al Diritto - Sole 24 Ore, 16 gennaio 2015
Duecentocinquanta anni fa Beccaria ammoniva: "Una sorgente di errori di ingiustizia sono le false idee di utilità che si formano i legislatori. Queste false idee di utilità si chiaman leggi non prevenitrici ma paurose dei delitti, che nascono dalla tumultuosa impressione di alcuni fatti particolari e non dalla ragionata meditazione degli inconvenienti e avantaggi di un decreto universale".
Adnkronos, 16 gennaio 2015
Quando l'ex capo del Dap Nicolò Amato, nel giugno del 1993, venne a sapere dal Ministero della Giustizia di essere stato sostituito nella sua funzione al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria "era molto arrabbiato, offeso, dispiaciuto. Aveva quasi le lacrime agli occhi".
Adnkronos, 16 gennaio 2015
Il deputato messinese del Pd Francantonio Genovese, accusato di associazione per delinquere, frode e truffa nell'inchiesta sulla Formazione in Sicilia e oggi agli arresti domiciliari, deve tornare in carcere. È quanto ha deciso la Corte di Cassazione che, nella tarda serata di ieri, ha rigettato il ricorso presentato dai difensori del parlamentare, confermando così la decisione del Tribunale della Libertà di Messina, che lo scorso luglio aveva ripristinato la custodia cautelare in carcere al posto degli arresti domiciliari, che gli erano stati concessi a seguito dell'interrogatorio di garanzia. Sarà adesso la Procura di Messina a valutare oggi il caso. Francantonio Genovese è agli arresti domiciliari dallo scorso maggio. Era stato lo stesso deputato a costituirsi nel carcere di Messina una settimana prima dopo che la Camera dei deputati aveva votato l'autorizzazione al suo arresto.
Deputato Pd trasferito in carcere
È appena trasferito nel carcere di Gazzi a Messina il deputato Pd Francantonio Genovese, indagato nell'ambito dell'inchiesta sui "corsi d'oro" della formazione professionale. È l'effetto della sentenza emessa ieri sera dalla seconda sezione della Cassazione ha rigettato il ricorso presentato dal legale di Genovese, Nino Favazzo, contro la decisione del Tribunale della Libertà che nl luglio scorso aveva disposto il ripristino della custodia cautelare in carcere in sostituzione degli arresti domiciliari, concessi a seguito dell'interrogatorio di garanzia. Il parlamentare è stato prelevato nella sua abitazione di Ganzirri dalla Guardia finanza e condotto in carcere.
di Giuseppe Caputo (Ph. D Università di Firenze e membro dell'Altro diritto)
Il Garantista, 16 gennaio 2015
A chi giova che 54 mila detenuti lavorino gratis per ripararsi le celle? Il grosso della spesa è per il personale, 48 mila unità (l'80%). In un articolo sul Corriere dello scorso 14 gennaio Milena Gabanelli è tornata sulla proposta fatta nel corso dello trasmissione Report sul lavoro gratuito dei detenuti. Vorrei provare a evidenziare alcune criticità di questa idea e rilanciare la mia proposta di riforma del lavoro dei condannati.
- Rimini: Garante dei diritti dei detenuti senza sede propria, le precisazioni del Comune
- Lettere: domani sarà l'ultimo giorno in cui farò parte della Cooperativa P.I.D.
- Benevento: alla Casa circondariale blackout delle linee telefoniche per 7 giorni
- Torino: Sappe; una nonna tenta di portare della droga al nipote in carcere
- Monza: il Rugby Monza si affida al crowd-funding per portare ancora il progetto in carcere









