di Giorgia Linardi*
La Stampa, 31 luglio 2025
Siamo stati testimoni dell’ennesima tragedia nel Mediterraneo centrale, dove lo Stato, che dovrebbe essere esempio del rispetto dello stato di diritto, tace e ci costringe a restare a guardare. L’aereo di monitoraggio di Sea-Watch ha avvistato il barcone stracolmo di persone lunedì mattina, per poi apprendere dai sopravvissuti che erano in mare già da tre giorni. Nessuna delle autorità informate, da nessuna sponda del Mediterraneo, è intervenuta. C’erano già persone in acqua, ma le politiche europee di voluta assenza dal Mediterraneo le hanno scientemente abbandonate. Nel “mare nostro” c’è un vuoto istituzionale creato ad arte, in cui al grido di aiuto di persone in pericolo con il colore di pelle e il passaporto sbagliato non risponde nessuno, se non la società civile. Noi, che facciamo da megafono di questo grido, e a risponderci è stato un altro attore civile: il comandante di un mercantile che ha deciso di ottemperare al dovere di soccorrere chiunque si trovi in pericolo in mare. Un obbligo che dovrebbero essere gli stati a far rispettare. Ma anche il mercantile é stato lasciato solo, con a bordo i sopravvissuti al naufragio che è seguito all’abbandono da parte delle istituzioni. Un soccorso drammatico, poi di nuovo silenzio.
di Rosario Aitala
Avvenire, 31 luglio 2025
Alle origini di una parola che, coniata per la prima volta nel 1944 dal polacco Rafael Lemkin, continua a far discutere. Il rischio è sempre la propaganda. Il diritto internazionale, ha scritto Natalino Irti, si leva al tramonto, quando la giornata è conclusa o prossima a concludersi, intendendo dire che non anticipa ma segue le mutevoli vicende della storia. Nel fluire del tempo c’è però sempre un prima e un dopo. Il diritto che pigramente viene alla luce per sanzionare politicamente e moralmente persecuzioni e stermini già consumati, serve principalmente per prevenire e per punire atrocità future. Nel 1944, quando Rafael Lemkin coniò il neologismo genocidio associando al lemma greco génos, “genere”, “stirpe”, il suffissoide latino -cidium da caedere, “uccidere”, le disumanità che intendeva stigmatizzare erano state già perpetrate. I nazisti avevano sterminato ebrei e romanì, gli ottomani gli armeni, i tedeschi gli herero e i nama, i coloni i popoli amazzonici, e via via fino all’inizio dei tempi.
di Chiara Saraceno
La Stampa, 31 luglio 2025
Ciò che accade a Gaza è sicuramente materiale incandescente nel dibattito pubblico e privato, perché si mescolano e sovrappongono questioni diverse: l’irrisolta questione palestinese e il loro diritto ad avere un proprio stato e prima ancora a rimanere sul proprio territorio e nelle proprie case, il diritto di Israele a non essere continuamente sotto minaccia, l’orrore del massacro di israeliani da parte di Hamas del 7 ottobre 2023 e quello degli eccidi quotidiani da parte dell’esercito israeliano che da oramai due anni decimano sistematicamente la popolazione di Gaza, persino quando è in fila per (poco) cibo.
di Greta Privitera
Corriere della Sera, 31 luglio 2025
In un mese 81 condanne a morte eseguite dalla Repubblica islamica. Erano membri dell’organizzazione dei Mojahedin del Popolo. Con la fine della Guerra dei 12 giorni, il regime ha intensificato la repressione. Salgono a quota 1459 le esecuzioni in un anno, sotto la presidenza di Pezeshkian. Era l’alba a Karaj, una città a nord di Teheran, quando nella prigione di Ghezelhesar, Mehdi Hassani, 48 anni, e Behrouz Ehsani, 69, sono stati giustiziati. Non sono bastati i video disperati dei figli, gli appelli dei Premio Nobel, quelli degli intellettuali che chiedevano aiuto alla comunità internazionale. Ieri, appena è sorto il sole, i prigionieri politici membri dell’organizzazione dei Mojahedin del Popolo sono stati uccisi. Piange e singhiozza la figlia di Hassani, Maryam, che in un video postato sui social dice: “Confermo la morte di mio padre. Nessuno di noi se lo aspettava: aveva chiesto a mia sorella di fargli visita lunedì. Avevamo speranze”.
di Ornella Favero
Ristretti Orizzonti, 2 agosto 2025
L’estate in carcere è il contrario che in libertà: è triste, è soffocante, è angosciante. Ed è funestata dai “piani carcere”, che tornano a prenderci in giro con regolarità disarmante. Ho preso in mano il piano del 2014, ed è praticamente una fotocopia di quello appena presentato dal governo. Che però ha in più alcune definizioni “creative”, il nulla raccontato come se potesse davvero accadere.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 30 luglio 2025
A un mese esatto dal forte richiamo del Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, sulla drammatica situazione delle carceri italiane, la Conferenza nazionale dei Garanti territoriali delle persone private della libertà ha indetto per oggi una manifestazione pubblica per riportare al centro del dibattito politico e sociale l’emergenza penitenziaria. Il Presidente, rivolgendosi il 30 giugno scorso al Dipartimento dell’Amministrazione Penitenziaria, aveva definito sovraffollamento e suicidi “un’emergenza sociale sulla quale occorre interrogarsi per porvi fine immediatamente”. Aveva inoltre ricordato che la dignità di un Paese si misura anche dalle sue carceri, che non devono essere sovraffollate e devono garantire percorsi di reinserimento, strumenti essenziali per la sicurezza collettiva.
di Simona Musco
Il Dubbio, 30 luglio 2025
Il presidente del Senato ha incaricato la sua vice Rossomando di scrivere un ddl che prevede la possibilità di scontare gli ultimi 18 mesi di pena ai domiciliari per i reati non gravi. “Le condizioni civili devono essere previste per chiunque, soprattutto per chi è in carcere, specie per chi è nelle mani dello Stato: se lo Stato ha il dovere di punire chi sbaglia, ha il dovere di assicurare condizioni civili per chi è detenuto”. Sono parole del presidente del Senato Ignazio La Russa, che nel corso della cerimonia del Ventaglio, in Sala Koch, a Palazzo Madama, ha annunciato una proposta di legge, la cui stesura è affidata alla vicepresidente Anna Rossomando, per garantire la liberazione anticipata ai detenuti con pena residua inferiore a 18 mesi e per reati non gravi.
di Eleonora Ciaffoloni
L’Identità, 30 luglio 2025
Prosegue in questa calda estate il viaggio di monitoraggio dell’organizzazione “Nessuno tocchi Caino” all’interno delle carceri italiane. Un’iniziativa che si svolge in un periodo particolarmente critico per la vita dietro le sbarre, segnato da condizioni aggravate dal caldo, dalla carenza di personale e dal persistente sovraffollamento, che colpisce non solo i detenuti, ma anche chi lavora quotidianamente negli istituti penitenziari. Osservati speciali, nel viaggio di “Nessuno tocchi Caino”, gli istituti penitenziari della Calabria e della Sicilia.
di Antonio Nastasio*
bergamonews.it, 30 luglio 2025
L’errore giudiziario non è una fatalità: è una ferita, e quando il fatto si ripropone, la coscienza democratica non può restare in silenzio, deve parlare, deve rispondere senza tentennamenti fatti del poi e del si vedrà ma imporsi con ora e subito. Nella lunga e inquietante saga del proliferare di “verità pensate”, dedotte più che verificate, la verità giudiziaria è spesso motivo di rappresentazioni non giudiziarie a scapito della verità vera che rischia di perdersi, camuffata da altre verità, a volte nel silenzio dello Stato. Sempre più spesso assistiamo al pericoloso fenomeno per cui fatti di cronaca vengono elevati a verità assolute, senza che vi sia stata una verifica giudiziaria rigorosa. Su queste basi fragili e spesso distorte si rischia di costruire condanne che privano ingiustamente della libertà persone innocenti e questo non fa parte di uno stato di diritto.
di Antonio Mastrapasqua
Il Riformista, 30 luglio 2025
Il mugnaio Arnold lo diceva con soddisfazione e gratitudine: “Per fortuna c’è un giudice a Berlino”. Oggi potremmo dire che c’è un giudice per tutto: per dirimere un dubbio sugli esami di maturità, per sciogliere il dilemma di un’Opa, per chiudere o tenere aperto un impianto siderurgico, per indagare politici e cortigiani su vere o presunte corruzioni. Intendiamoci, una parte dell’esuberanza della magistratura sta nel tasso di litigiosità della società e nella complessità del sistema di regole che ci siamo dati per la convivenza civile. Non è solo una questione italiana. I giudici sono protagonisti, o lo diventano, negli Stati Uniti, così come a Bruxelles.
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