di Simona Musco
Il Dubbio, 7 gennaio 2021
Aytaç Ünsal, l'avvocato turco che ha affrontato lo sciopero della fame a fianco alla collega Ebru Timtik, morta dopo 238 giorni di digiuno, è ancora in carcere, nonostante il suo arresto non sia stato convalidato da nessun tribunale. Un arresto voluto e ottenuto dal ministro dell'interno turco Suleyman Solyu, lo stesso che aveva minacciato di far arrestare chiunque esponesse la foto di Ebru dopo la sua morte. L'accusa, respinta con fermezza dall'Ufficio legale del popolo, è quella di aver tentato la fuga, per sottrarsi alla giustizia turca.
Un'accusa infondata, in quanto ad Ünsal, scarcerato proprio per le sue condizioni di salute, non era stato vietato lasciare la città. L'avvocato è stato arrestato davanti alle telecamere, torturato e sbattuto in isolamento, dove sarebbe dovuto rimanere solo 48 ore. Ma dal 10 dicembre 2020 non è mai uscito. Per lui si è mobilitata la comunità internazionale, che sta tentando di fare pressioni sul governo di Recep Tayyip Erdogan per ottenere il suo rilascio. Le sue condizioni di salute sono infatti critiche: provato dal lungo digiuno, l'avvocato ha problemi alle terminazioni nervose e difficoltà a deambulare. E attualmente gli vengono negate le cure di cui ha bisogno.
"Vogliono uccidere Aytaç impedendogli di curarlo e tenendolo in isolamento - denuncia l'Ufficio legale del popolo -. Non lo permetteremo". Ünsal, che lottava assieme alla collega per il diritto a un processo equo, è stato rilasciato, con il rinvio dell'esecuzione della sua condanna, in quanto la sua salute non è compatibile con le condizioni carcerarie. Si trovava in prigione dal 12 settembre 2018, con l'accusa di far parte del Fronte dell'Esercito di liberazione popolare rivoluzionario, il Dhkp, riconosciuto come organizzazione terroristica dalla Turchia, dagli Stati Uniti e dall'Ue.
È stato accusato di "aver comunicato i messaggi dell'organizzazione ai membri catturati e di agire come corriere" e condannato a 10 anni e sei mesi da un tribunale di Istanbul il 20 marzo 2017. Il caso si basava sulla testimonianza di un testimone anonimo che è stato utilizzato dall'accusa in diversi casi, senza possibilità di contraddittorio. Il nuovo arresto, dunque, rappresenta per i suoi colleghi un tentativo di ripristinare l'esecuzione della condanna in maniera illegale.
"Ünsal è tenuto in isolamento nella sezione terrorismo del carcere di Edirne da un mese. La vitamina B1, che è obbligatoria per il suo trattamento, non gli viene somministrata - spiega ancora l'Ufficio legale. Poiché il suo trattamento non può essere portato avanti, continua a perdere peso e sul suo corpo compaiono lividi. L'infiammazione delle estremità nervose dovuta al digiuno progredisce rapidamente perché non viene curata. Il diritto alla vita di Aytaç è seriamente minacciato". Per i suoi colleghi, la detenzione di Ünsal sarebbe una "vendetta politica", con lo scopo esplicito di ucciderlo. Da qui l'appello a tutti gli avvocati del mondo di chiedere la sua libertà, affinché possa essere curato.
Il governo turco è stato accusato di intimidazioni agli avvocati che rappresentano clienti associati a gruppi dissidenti. A settembre, i relatori dell'Assemblea parlamentare del Consiglio d'Europa hanno espresso preoccupazione per la situazione degli avvocati in Turchia. "Gli avvocati non dovrebbero essere criminalizzati per aver esercitato la loro professione o condannati con accuse dubbie", hanno detto Alexandra Louis, relatrice generale dell'Assemblea, e Thomas Hammarberg e John Howell, i due correlatori per il monitoraggio della Turchia.
In un rapporto del 2018, l'Ufficio dell'Alto Commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani ha evidenziato "un modello di persecuzione degli avvocati che rappresentano individui accusati di reati di terrorismo, essendo associati alla causa dei loro clienti (o presunta causa) durante lo svolgimento delle loro funzioni e conseguentemente perseguiti per lo stesso reato o per il correlato attribuito al proprio cliente".
di Khaled Abo Ahmad Shallah
informareonline.com, 7 gennaio 2021
Viaggio nelle carceri della Siria, con testimonianze esclusive di ex detenuti e delle loro famiglie. I detenuti non hanno nessuno tranne noi e noi non abbiamo nessuno tranne i detenuti. Spero che il mondo guardi alle condizioni dei detenuti e li rilasci dalle prigioni del regime spregevole di Bashar Al-Assad. Quando una persona entra in prigione è perché ha un'accusa valida che lo porterà in cella. In Siria, invece, finisci dietro le sbarre quando chiedi libertà, dignità e di vivere in sicurezza.
A causa di semplici parole, o frasi, si entra in prigione a vita in questo paese sottoposto al regime criminale di Bashar Al-Assad. I crimini del regime sono innumerevoli e nel territorio siriano sono presenti diverse prigioni, che noi chiamiamo comunemente "macelli umani". Il nome è dettato dal fatto che nelle carceri il regime commette gli atti più atroci: tortura a morte, mutilazione dei deceduti e barbari omicidi. Nel marzo del 2011 c'è stato l'avvio delle proteste nel nostro Paese, con diverse manifestazioni in tante città siriane. La scintilla della "rivoluzione siriana" è arrivata dalla città di Daraa, quando molti bambini hanno scritto frasi di protesta sui muri della loro scuola. Il regime ha arrestato due di quei bambini: Hamza Al-Khatib e Muawiya Sayasna. Hamza è stato arrestato da un posto di controllo di sicurezza siriano nei pressi delle abitazioni di Saida a Horan, il 29 aprile 2011.
Dopo un po' da quel giorno, il suo corpo venne consegnato alla famiglia con segni di tortura e proiettili, precisamente una pallottola al braccio destro, una al sinistro e un terzo al petto. Il suo collo era rotto e il suo corpo era mutilato: gli erano stati tagliati i genitali. Muawiya Sayasna subì 45 giorni di detenzione, con interrogatori brutali in cui gli sono state rotte le dita ed è stato torturato con scosse elettriche, come lui stesso ha dichiarato a un'agenzia di stampa il 13 marzo 2018.
Questa è solo una piccola premessa prima di iniziare il nostro viaggio tra le carceri del regime di Assad; un viaggio fatto di testimonianze esclusive da parte di familiari di prigionieri e di ex detenuti del regime. Iniziamo con una testimonianza che ho difficoltà a raccontare giornalisticamente, ma ci provo. Mio padre è stato arrestato dal regime quattro anni fa, nei pressi del confine siriano-libanese nella zona di Daddousah. È stato il giorno più difficile della mia vita, ho provato confusione, oppressione, tristezza e dolore quando l'autista del bus, su cui era mio padre, mi ha avvisato dell'improvviso arresto.
Per capire realmente il mio dolore bisogna immergersi nel contesto: le carceri del regime di Assad non conoscono né misericordia né perdono per nessuno, sono esperti nella tortura fregandosene se hanno davanti uomini, donne o bambini. Mio padre è stato detenuto per quasi un mese ed è stato rilasciato solo perché non avevano un briciolo di motivo per arrestarlo, dato che avevano confuso il suo nome con quello di suo cugino (dissidente del regime). Mentre era in prigione ha assistito alle più gravi torture.
Nonostante la sua vecchiaia, gli effetti delle percosse erano ben evidenti sul suo corpo, sulla schiena, sulle gambe e, inoltre, appena uscito non era in grado di camminare bene.
"Sentivo le urla dei prigionieri e le torture - ha affermato mio padre - sentivamo le guardie parlare tra di loro dicendo che per noi sarebbe finita, che eravamo destinati a morire e parlavano di come i corpi sarebbero stati caricati in auto e trasportati da qualche parte. Non ci hanno fornito cibo e acqua per diversi giorni.
Ci lasciavano andare in bagno per pochissimo tempo, una volta al giorno, e dopo quei pochi minuti saresti stato costretto a tornare in cella indipendentemente se avessi finito o meno. Pregavo affinché uscissi il prima possibile da lì, anche morto". Una situazione drammatica ben inquadrata dai dati dello Snhr, la Rete siriana per i diritti umani, fondata nel giugno 2011.
Quest'ultima è un'organizzazione indipendente non governativa e senza scopo di lucro, fonte primaria per le Nazioni Unite e per organi come Il Ministero degli Esteri tedesco su tutte le statistiche relative al bilancio delle vittime in Siria. Il SNHR riporta 14.298 morti accertati a causa delle torture imposte dai vari soggetti che animano il conflitto siriano (Forze del regime, gruppi islamici terroristi, forze democratiche siriane, fazioni di opposizione armata e forze politiche non identificate). Secondo questo report il 98,83% delle vittime è stato torturato dalle forze del regime di Assad.
Questa enorme banca dati sui metodi di tortura effettuati nelle carceri siriane è a disposizione di tutti e la si può trovare sul sito del SNHR, dobbiamo pensare che quest'ultimo ha verificato l'uso di ben 72 metodi di tortura all'interno delle celle del regime.
Continuiamo il nostro viaggio non solo tra le testimonianze di coloro che hanno subìto direttamente gli orrori delle torture, ma andando ad ascoltare le famiglie dei prigionieri, lasciate senza alcuna notizia dei loro cari.
"Sono Abdul Majeed, il padre del giovane Muhammad Abd al-Majid al-Omar, nato nel governatorato di Idlib. Mio figlio Muhammad ha completato il servizio militare con l'esercito del regime prima dell'inizio del conflitto in Siria, non è sposato e non ha mai avuto problemi con nessuno.
Era solito andare in Libano per lavorare, ma l'ultima volta mi aveva detto di voler andare a trovare suo fratello ad Aleppo". Dopo aver constatato la volontà del figlio di volersi recare da suo fratello, Abdul gli ribadisce che non è sicuro tornare nelle zone controllate dalle forze del regime, ma Muhammad non era d'accordo, rassicurandolo di aver già passato decine di posti di blocco nel tragitto dal Libano alla Siria.
"Mio figlio è stato arrestato in uno dei posti di controllo verso Aleppo. Gli hanno preso la sua carta d'identità, che era già rotta, l'hanno riempito di insulti e di percosse per poi gettarlo nell'auto diretta in prigione". Abdul afferma, inoltre, che un ufficiale del posto di controllo l'ha rassicurato dell'imminente liberazione di suo figlio, dato che non vi era alcun serio motivo per arrestarlo, se non un documento d'identità rotto.
"Durante la sua prigionia ci sono stati degli scontri in questa zona, così il checkpoint è stato spostato e i prigionieri arrestati in quest'area sono stati trasferiti in un'altra prigione. Ho chiesto ovunque, ma nessuno sa nulla di lui". Da quattro anni Abdul non chiede più di suo figlio e vi chiedo di soffermarvi sulle prossime parole, per chiederci insieme cos'è la vita poco distanti dall'Italia.
"Una persona mi ha detto che mio figlio Muhammad era nella prigione di Sednaya - afferma Abdul - altra gente mi ha proposto di pagare per la sua liberazione, ma io non pago finché non sono sicuro che libereranno mio figlio, finché non sarò in contatto con lui.
Chiedono un importo che va dai 10mila ai 15mila dollari. Non ci sono notizie su dove si trovi e non possiamo appellarci ad alcun tribunale essendo in una zona liberata".
Fino a quando Abdul riceve una foto di un cadavere torturato su un lettino, una foto di forte impatto che evitiamo di pubblicare per non urtare la sensibilità di nessuno.
"Poco tempo fa mio nipote mi ha inviato una foto che mi ha lasciato estremamente turbato... il ragazzo nella foto sembra proprio mio figlio Muhammad - afferma con immensa tristezza Abdul - Lo hanno confermato anche i miei fratelli, c'è tanta somiglianza... penso che all'80% sia lui quel cadavere. Da quando mio figlio è stato arrestato gli auguro la morte, nelle prigioni verrebbe unicamente torturato, al loro interno nessuno conosce pietà o umanità".
E ora passiamo alla testimonianza di Ghassan Maroun Al-Saleh, dal villaggio di Al-Tamanah, a sud di Idlib. Ghassan è stato arrestato all'età di sedici anni, nel 2016, e ha deciso di condividere in esclusiva con noi la sua storia nell'inferno delle prigioni del regime.
"Sono stato arrestato mentre andavo nella città di Morek, per lavorare con altri giovani. I soldati al posto di blocco mi hanno tirato giù dall'auto su cui ero seduto, hanno preso la mia carta d'identità e mi hanno arrestato. Ho subìto percosse, insulti e torture durante la mia prigionia.
All'interno di ogni cella ci sono circa venti persone, all'interno di uno spazio di 1,5 m² a testa. Quando i carcerieri entrano ed escono dalla cella ci insultano, ci torturano e ci tolgono tutti i vestiti; per i pasti ci davano una pagnotta di pane ogni quattro persone". Abbiamo chiesto a Ghassan di raccontarci degli abusi subìti durante la reclusione: "Ogni detenuto ha il tipo di tortura che deve scontare, a me sono state tagliate le unghie con un attrezzo affilato, mi hanno impiccato e mi hanno legato a delle catene. Come puoi vedere, i segni delle torture e delle percosse sono ancora sul mio corpo.
Nella prigione non c'è distinzione tra un bambino e un ragazzo, o tra un anziano e una donna, la tortura investe tutti. Ci mettevano davanti una foto di Bashar al-Assad e costringevano a inchinarci per venerarlo. Anche io mi inchinavo, lo facevo solo per fermare il dolore e le torture. Ho visto diversi detenuti morire a causa delle torture".
Ghassan ha pensato spesso di essere ormai condannato a morte, una convinzione motivata da chi conosce le carceri siriane e sa quanto sia difficile lasciarle in vita. Ma Ghassan ci è riuscito grazie alla sua famiglia che ha pagato una sostanziosa somma per la sua liberazione (più di 5mila dollari), intermediando con funzionari e shabiha, questi ultimi sono una "milizia civile" a base settaria che agisce a sostegno di Bašš?r al-Asad senza alcun titolo di ufficialità: "Quando una delle guardie mi ha avvisato che sarei stato liberato il giorno successivo, ero convinto che mi stessero prendendo in giro, così ho vissuto il mio ultimo giorno in prigione come l'ultimo della mia vita.
Ero convinto dovessi morire e mi chiedevo che torture mi sarebbero aspettate. Quando urlarono il mio nome quel giorno, fui condotto in tribunale dove il giudice sentenziò il mio rilascio. Mia madre e mio padre mi aspettavano pieni di lacrime. La mia mamma sembrava aver partorito di nuovo suo figlio". Ma Ghassan non tornò lo stesso prima: "Uscito dal carcere il mio peso non superava i 45kg ed ero molto malato. Ho affrontato un lungo periodo di cure ma, ancora oggi, mentre dormo, sento urlare i detenuti e mi sale la sensazione di una prossima tortura.
Il mio messaggio al mondo è di guardare i detenuti e le loro condizioni all'interno della prigione e di sforzarsi di fare pressione su Bashar Al-Assad per farli uscire dalle prigioni".
La vera domanda che mi perseguita ogni giorno è: che tipo di guardie ci sono in queste prigioni? Qual è la loro religione e qual è il loro credo? Che tipo di sangue scorre nelle loro vene? Appartengono davvero a questo pianeta? Quali creature criminali non sanno altro che vedere il sangue e la padronanza della tortura, dell'abuso, dello scavare gli occhi, bruciare e uccidere? Come possono questi criminali conformarsi alle persone nella loro vita normale? Come entrano nelle loro case e incontrano le loro famiglie e figli? Questi criminali saranno davvero ritenuti responsabili e quando?
di Serena Console
Il Manifesto, 7 gennaio 2021
La legge sulla sicurezza nazionale colpisce ancora. L'azione di forza del governo di Hong Kong è un malcelato tentativo di eliminare l'intero campo dell'opposizione nell'ex colonia britannica, come già fatto con gli arresti nelle scorse settimane. L'ennesimo attacco al fronte democratico di Hong Kong è stato inflitto nella giornata di ieri con il maxi arresto di 53 persone, tra attivisti di primo piano ed ex deputati dell'opposizione, accusate di aver violato la legge sulla sicurezza nazionale.
Si tratta della più grande retata sotto l'ombrello della norma entrata in vigore lo scorso 30 giugno: più di mille agenti di polizia hanno perquisito 72 luoghi diversi e notificato ordini di consegna di materiale utile alle indagini a tre società mediatiche ed editoriali, tra cui l'Apple Daily di Jimmy Lai, e un'azienda di sondaggi elettorali.
Gli arrestati devono rispondere del reato di "sovversione dei poteri dello Stato", in base all'articolo 22 della legge sulla sicurezza, per aver organizzato lo scorso luglio le primarie per scegliere i candidati pro democratici da presentare alle elezioni del Consiglio legislativo, previste lo scorso 6 settembre, ma rimandate a causa della pandemia di Covid-19. Molti, però, hanno visto nel posticipo del voto il tentativo di evitare una perdita imbarazzante per il fronte filo cinese.
I democratici già vantavano una posizione di forza ottenuta con le elezioni distrettuali di novembre 2019, ma volevano consolidare la tenuta del gruppo attraverso uno schema utile a non disperdere i voti necessari per ottenere la maggioranza dei 70 seggi del parlamento della città. Per le primarie è stata adottata la strategia "35plus", con cui i democratici hanno presentato candidati unitari al fine di conquistare i 35 seggi per la maggioranza.
L'ideatore del sistema è Benny Tai, giurista e co-fondatore di Occupy, il movimento protagonista della rivolta degli ombrelli del 2014. Tai, qualche mese prima delle primarie, aveva presentato il suo programma sul quotidiano Apple Daily, incoraggiando la popolazione di Hong Kong al voto, per non perdere l'occasione di paralizzare il governo locale. L'invito è stato accolto da oltre 600 mila cittadini, che hanno appoggiato i candidati a sfidare un sistema elettorale favorevole per l'establishment filo cinese.
L'obiettivo, che ha poi spinto le autorità governative al maxi arresto, era quello di bloccare nel 2021 il budget del governo di Hong Kong guidato dalla chief executive Carrie Lam, costringendola alle dimissioni. Ma come sostiene su Facebook l'attivista autoesiliato a Londra Nathan Law, il cui nome figura nella lunga lista degli indagati, "il veto sul budget è previsto dalla Basic Law - la costituzione di Hong Kong - e non si può sostenere che tutti i parlamentari pro democratici avrebbero agito contro il governo".
L'azione di forza del governo di Hong Kong è un malcelato tentativo di eliminare l'intero campo dell'opposizione nell'ex colonia britannica, come già fatto con gli arresti nelle scorse settimane. Sono diverse le personalità di spicco finite nel mirino dell'autorità locale: oltre a Benny Tai, c'è anche l'avvocato statunitense John Clancey, il primo straniero arrestato per la legge sulla sicurezza. Clancey ha avuto un ruolo operativo nell'organizzazione delle primarie per conto del gruppo "Power for Democracy", di cui è tesoriere.
Il governo di Pechino plaude e sostiene l'intervento della polizia di Hong Kong, mentre le autorità dell'ex colonia britannica considerano l'intervento necessario per frenare il piano "malvagio" che avrebbe paralizzato il governo di Hong Kong. Contro Pechino arrivano le accuse di violazione dei diritti umani dal Regno unito e persino dall'amministrazione Biden. Con una flebile voce, invece, si è esposta l'Unione europea, che recentemente ha siglato con la Cina l'accordo di investimento bilaterale, mettendo al palo proprio i diritti umani.
di Luigi Romano e Riccardo Rosa
napolimonitor.it, 6 gennaio 2021
Mario S. sta scontando un ergastolo dal 1983, quando è entrato in prigione venticinquenne. Quattro anni prima suo padre era stato ucciso in Calabria per una vendetta trasversale. Mario aveva quindi lasciato il suo lavoro e aveva iniziato la caccia agli assassini, che ha poi a sua volta ucciso in meno di due anni. In quello stesso periodo è diventato un uomo importante tra i clan del Tirreno cosentino, finché non è stato arrestato, processato e condannato.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 6 gennaio 2021
Secondo gli ultimi dati pubblicati al 31 dicembre del 2020, risultano 53.364 detenuti su una capienza regolamentare di 50.562 posti. Ovviamente non vengono tenuti in conto i posti inagibili, quindi il sovraffollamento è nella realtà ben superiore. Altro dato che emerge è il calo di 1004 detenuti rispetto al mese precedente. Un calo, però, leggerissimo.
di Claudio Paterniti Martello
antigoneonlus.medium.com, 6 gennaio 2021
Molto spesso giornali e programmi televisivi, quando si occupano di processi o indagini in corso, diffondono nomi e immagini delle persone coinvolte senza preoccuparsi del loro diritto alla riservatezza. Per di più buona parte delle volte presentano le ipotesi investigative come se fossero verità accertate. Per quanto negli anni siano state introdotte diverse norme a protezione della privacy di indagati e imputati la realtà fatica ad adattarvisi.
Perché? La questione è complessa e ha a che fare con diritti costituzionalmente garantiti in conflitto tra loro. Da un lato il diritto di cronaca e informazione (art. 21 della Costituzione) assieme al diritto di conoscere le modalità con cui è gestita la giustizia (art. 101 Cost.), anche al fine di modificarne le regole; dall'altro il diritto all'identità, all'immagine, alla privacy (artt. 2 e 3 Cost.) e alla presunzione di innocenza (art. 27 Cost.).
Quasi sempre a prevalere è il primo paniere di diritti. A risentirne sono le garanzie per le persone coinvolte, ma anche la serenità di giudizio del Magistrato, la sua effettiva imparzialità e la necessaria riservatezza delle indagini.
L'interesse della stampa non riguarda in genere tutte le fasi di un procedimento penale. Per lo più si concentra sulle indagini preliminari, il momento degli arresti e degli avvisi di garanzia. Si tratta solo della fase iniziale di procedimenti spesso lunghi e complessi, ma spesso i suoi risultati sono percepiti come l'esito di un accertamento dei fatti, che invece avviene nel corso del processo.
Una ricerca condotta pochi anni fa dell'Unione delle Camere Penali su un campione di più di 7000 articoli di stampa mostrava come in oltre il 60% dei casi prevalesse un approccio colpevolista alle vicende giudiziarie (o che recepiva in maniera acritica le ipotesi dell'accusa). È poi noto che molte conferenze stampa nelle Procure o negli uffici di Polizia avvengano con sullo sfondo le immagini delle persone arrestate.
La Corte di Cassazione già nel 1984 (sentenza 5259) individuò 3 criteri che è necessari rispettare per esercitare in maniera legittima il diritto di cronaca: la verità dell'informazione, la continenza della forma espositiva e la sua pertinenza, cioè il suo interesse pubblico. Altri limiti sono stati stabiliti nel tempo dai numerosi codici deontologici che regolano l'attività dei giornalisti (i quali sono riassunti nel Testo Unico dei doveri del giornalista del 2016). Norme e sentenze sono di stampo garantista. Ma la prassi no. Tra i motivi di questo scarto c'è una probabile inadeguatezza di alcune sanzioni, ma anche un problema culturale e deontologico che riguarda tanto i giornalisti quanto i magistrati e gli altri operatori della giustizia.
Ne è un esempio quanto avvenuto con le immagini dei minori coinvolti in procedimenti penali, che fino ad alcuni anni fa erano spesso presenti su giornali e in televisione e oggi non lo sono più.
Le sanzioni comminate dell'Ordine dei Giornalisti e dal CSM sono molto rare. Di recente il Consiglio Superiore della Magistratura (CSM) si è preoccupato di porre limiti chiari alla comunicazione di Giudici e Pubblici Ministeri, che in alcuni casi contribuisce a porre le basi per i cosiddetti processi mediatici. Lo ha fatto emanando delle linee guida che tra le altre cose prevedono l'individuazione di Magistrati responsabili per le comunicazioni con i media, oltre alla creazione di uffici stampa di Tribunali e Procure - uffici che però, a causa della mancanza di mezzi, spesso non vedono la luce.
Il sistema giudiziario fatica da tempo a garantire il segreto istruttorio nella fase iniziale del procedimento penale, cioè a garantire che gli atti non verranno diffusi illegalmente (e dunque che non verranno pubblicati sulla stampa). La Corte di Cassazione, con la sentenza 173/2000, ha conclamato l'incapacità sistemica a garantire tale segreto per gli gli atti del fascicolo del Pubblico Ministero (PM) e del Giudice per le indagini preliminari (GIP). Si tratta di un reato, ma nella pratica i responsabili non vengono quasi mai individuati. Il sistema è assuefatto alla pratica della fuga illegale di notizie.
Non è l'unica norma inapplicata. Il divieto di diffusione delle immagini che ritraggono persone in stato di arresto o nel corso della traduzione in carcere, ad esempio, per quanto previsto da diverse norme, non sempre viene rispettato dalle autorità giudiziarie e dalle Forze di Polizia. E ancora: dati sensibili come il nome, la nazionalità, l'età e la professione delle persone coinvolte, che dovrebbero essere citati solo quando l'interesse pubblico lo richiede, sono spesso diffusi in maniera ingiustificata nel corso delle conferenze stampa o assieme ai video pubblicati autonomamente dalle Forze di Polizia, senza che vi siano esigenze di giustizia o polizia dietro. Le sanzioni disciplinari per queste violazioni sono praticamente inesistenti.
Un altro problema annoso è quello della pubblicazione sulla stampa di elementi penalmente irrilevanti, solitamente di intercettazioni telefoniche o ambientali che spesso riguardano anche persone estranee al procedimento, o interessate in modo del tutto marginale. A volte per una cosa può essere penalmente irrilevante ma di interesse pubblico. È l'interesse pubblico il criterio che presiede alla pubblicazione di un atto o del contenuto di un atto processuale, ed è valutato autonomamente dal giornalista. Che però dovrebbe sempre rispettare il limite della continenza, e ciò non avviene. La disponibilità di elementi penalmente irrilevanti (e spesso senza interesse pubblico) in vari casi è conseguenza della cattiva prassi, in uso tra molti magistrati, di inserirli nei provvedimenti di custodia cautelare, che possono essere pubblicati, almeno nel contenuto. Questo proprio al fine di dare loro rilevanza mediatica.
Il meccanismo attuale fa sì che i giornalisti si trovino spesso in una relazione di dipendenza dalle autorità giudiziarie, che sono la loro fonte privilegiata. Le norme consentono l'accesso diretto agli atti non più coperti da segreto istruttorio - dunque senza passare da un magistrato - ma sono applicate in maniera arbitraria e parziale, e dunque ineffettiva. Nella prassi le informazioni passano da canali informali. La fuga di notizia è il modo in cui di norma i media vengono a conoscenza dei procedimenti penali. Il fatto che da quel magistrato dipenda la disponibilità di notizie fa sì che un suo provvedimento venga criticato con più difficoltà.
Molti atti non potrebbero essere pubblicati, ma lo sono lo stesso. Le sanzioni per violazione del divieto di pubblicazione sono molto tenui, ma un loro inasprimento o la creazione di nuovi reati non pare essere una soluzione desiderabile né tanto mento percorribile, in quanto ostacolerebbe la libertà di stampa, ponendosi in contrasto con una consolidata giurisprudenza della Corte Europea dei diritti umani (Cedu).
È piuttosto necessario apportare dei cambiamenti culturali. Fino a qualche anno fa foto e nomi di minori venivano pubblicati con regolarità. Oggi per fortuna questo non accade più, e non si tratta della conseguenza di qualche nuovo reato. Una svolta culturale avrebbe poi come ovvia conseguenza un maggiore rigore da parte dell'Ordine dei giornalisti. Da più parti è stata avanzata la proposta di rendere effettive le sanzioni reputazionali per i giornalisti che violano i limiti di liceità. Luigi Ferrarella, noto e stimato cronista giudiziario del Corriere della Sera, ha proposto la pubblicazione obbligatoria e in uno spazio in evidenza di condanne penali, sentenze di risarcimenti civili, sanzioni disciplinari e provvedimenti del Garante della privacy conseguenti a un trattamento illecito della notizia. Le pronunce potrebbero essere incluse in una pagina apposita a cui rimanderebbe un pop-up lampeggiante in evidenza sulla home page dei quotidiani.
La svolta culturale dovrebbe riguardare anche gli operatori della giustizia, chiaramente. I quali hanno approcci e capacità comunicative differenti. Contrariamente agi uffici giudiziari, ad esempio, le Forze di Polizia dispongono di siti internet e canali social gestiti in maniera professionale ma con toni spesso autocelebrativi e poco rispettosi della presunzione di innocenza e del diritto alla riservatezza. La diffusione di dati sensibili è la norma, com'è la norma l'assenza di condizionali nel presentare le ipotesi accusatorie.
I processi mediatici paralleli ai processi veri e propri non riguardano solo le personalità note del mondo politico o imprenditoriale. A fare le spese di una sovraesposizione mediatica sono anche le persone sprovviste di mezzi, specie su scala locale. Sono state avanzate proposte di rimedi compensativi per chi è danneggiato dal processo mediatico, sul modello di quanto avviene per l'ingiusta detenzione o per la durata irragionevole del processo.
Nella riflessione degli operatori giuridici è stata ipotizzata la presa in conto dell'attenuante per le persone condannate, a compensazione di una sorta di violazione del principio ne bis in idem (secondo cui non si può essere processati due volte per lo stesso fatto), che l'esistenza di un processo mediatico violerebbe in parte. Per i prosciolti si è ipotizzata una maggiore forza della sanzione reputazionale, con obbligo di pubblicazione delle sentenze e una compensazione monetaria. Sono proposte volte soprattutto a fare emergere il problema, di difficile (e in alcuni casi non desiderabile) realizzazione.
Un ragionamento sulla sovraesposizione mediatica delle persone coinvolte in procedimenti penali merita infine la presa in conto del diritto all'oblio per chi subisce un processo (che riguarda i procedimenti penali conclusi). Molte persone una volta scontata la pena detentiva faticano a trovare lavoro perché il processo e la condanna restano indicizzate sui motori di ricerca. In molti casi c'è un interesse pubblico a ciò. In altri la questione è più dubbia. La Corte di Cassazione ha individuato nel tempo trascorso dai fatti e nell'attualità dell'interesse pubblico alla diffusione della notizia i criteri in base ai quali stabilire se la persistenza della notizia ha ragion d'essere o se deve essere de-indicizzata.
In tutti i casi si tratta di problemi che meritano riflessioni collettive e la ricerca di soluzioni in grado di garantire più di quanto non accada oggi i diritti delle persone indagate, imputate e in alcuni casi anche condannate.
di Marianna Donadio e Mariasole Fusco
informareonline.com, 6 gennaio 2021
"Anche noi siamo molto preoccupati da questo coronavirus. Anche noi tra gli 'ultimi' della società siamo angosciati per i nostri cari che sono al di fuori di queste mura, come loro lo sono per noi. Le condizioni in cui ci troviamo a vivere sono difficili, in alcuni casi impossibili. [...] Ci dovrebbe essere tolta la libertà, non la dignità, il diritto alla salute, il diritto a vivere".
di Monica Cirinnà*
Il Domani, 6 gennaio 2021
Ritengo che la vaccinazione delle detenute, dei detenuti, degli operatori carcerari, degli agenti di polizia penitenziaria e di tutti coloro che nelle carceri entrano per motivi di lavoro, di difesa, di affetto, debba rientrare nella scala delle priorità.
di Sarah Grieco
Il Manifesto, 6 gennaio 2021
Nonostante i dati ci dicano che solo l'asintomaticità sta, per il momento, limitando il numero delle vittime, neppure l'appello della senatrice a vita Liliana Segre e di Mauro Palma, garante nazionale dei diritti delle persone private della libertà ha rotto il muro della resistenza legato al ricatto del consenso.
di Marco Demarco
Corriere della Sera, 6 gennaio 2021
Bassolino e Oliverio riabilitati dalla giustizia che li ha trattenuti per anni sotto processo, e intanto a sindaco di Napoli sta per candidarsi il magistrato Catello Maresca e a governatore della Calabria l'ex pm Luigi de Magistris. Dopo Bassolino in Campania, 19 processi 19 assoluzioni, ecco ora Oliverio in Calabria, appena assolto perché il fatto non sussiste. Due ex governatori meridionali del Pd, entrambi abbandonati dal partito, riabilitati dalla stessa giustizia che li ha trattenuti per anni sotto processo: ma verrebbe quasi da dire in ostaggio. Anche in questi due casi si confermano sia l'aspetto devastante dell'azione inquisitoria sia quello riparatore, se i giudici assolvono. Dunque, il sistema giudiziario ne esce teoricamente salvo, perché risultano rafforzate tanto la funzione interna della dialettica giudiziaria quanto l'idea esterna di una magistratura capace di autocorreggersi. Ma nel concreto non ci sono solo gli alti prezzi pagati individualmente o quelli generali di cui si parla da tempo. C'è anche uno specifico problema spazio-temporale.
Quando tutto si concentra, come in questo caso nel Mezzogiorno, le conseguenze sulla classe dirigente rischiano infatti di risultare insanabili. Solo ora, dopo un decennio, Bassolino prova a rimettersi in gioco, mentre Oliverio non ha potuto partecipare alle ultime regionali poi vinte dal centrodestra. La questione è di ordine culturale, prima che politica. La conferma un paradosso. Quello di una magistratura - intesa come apparato formativo - che proprio in queste aree del Paese si pone come "soluzione" al problema della classe dirigente. Da un lato la seleziona, dall'altro la sostituisce proponendo sé stessa in alternativa.
Come se non ci fossero altre scuole di formazione o altri ambiti professionali a cui attingere. È ciò che sta per accadere. In Campania, con la più che ventilata candidatura a sindaco di Napoli di Catello Maresca, attuale sostituto procuratore generale, e in Calabria con quella a governatore di Luigi de Magistris, che pur essendosi dimesso da tempo non ha mai smesso di sentirsi un pm. Il solo fatto che siano in campo dimostra quanto asfittico può rivelarsi uno scenario dominato da sole toghe.
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