di Stefano Mauro
Il Manifesto, 6 gennaio 2021
Il caso di Walid Kechida, accusato di offese alla religione e a esponenti del governo. Ma non è il solo. E in vista delle elezioni una nuova legge ufficializza la censura dei giornali online. Con una condanna a tre anni nei confronti del giovane internauta Walid Kechida si è aperto il 2021 in un clima di crescente repressione della libertà di espressione in Algeria.
"Il momento è veramente difficile e dobbiamo mobilitarci tutti insieme contro il regime, Walid (Kechida) è stato condannato - ha detto ad Afp Kaci Tansaout, coordinatrice del Comitato nazionale per la liberazione dei detenuti (Cnld) - con l'accusa di aver pubblicato "meme" e vignette che deridevano gli esponenti del governo e la religione su Facebook". La procura di Setif aveva chiesto cinque anni di carcere lo scorso 27 dicembre per "insulto al presidente" e "violazione dei precetti dell'Islam", diventati poi tre con la sentenza di lunedì. Un moto di proteste ha occupato i principali social del paese con l'hashtag #FreeWalidKechida, segno di protesta nei confronti del regime che "continua la sua vendetta contro i militanti dell'Hirak"
A causa della pandemia dallo scorso marzo le proteste in strada del movimento si sono interrotte, ma non quelle attraverso il web, con un progressivo aumento della repressione nei confronti di attivisti e giornalisti come Khaled Drareni, condannato a due anni, o Mustapha Bendjama, direttore del quotidiano Le Provincial, accusato di aver "attaccato l'interesse nazionale" per le sue pubblicazioni sui social. Più di 90 persone sono attualmente detenute in Algeria in relazione alle proteste dell'Hirak, con cinque detenuti in sciopero della fame nel carcere di El Harrach, ad Algeri, per "denunciare questa dura repressione". Secondo il Cnld, i vari processi si basano, almeno nel 90% dei casi, su pubblicazioni critiche nei confronti delle autorità sui social. Monitoraggio dei contenuti, procedimenti giudiziari e censura dei media elettronici: se il ministro delle Comunicazioni, Ammar Belhimer, ritiene che "non ci siano prigionieri di coscienza in Algeria", numerose ong, prima tra tutte Reporters Sans Frontières (Rsf), ritengono che "il cappio si stia stringendo su internet".
In quest'ottica viene contestata la nuova legge che punta, secondo le opposizioni politiche, "a controllare i media online, sia dal punto di vista tecnico che editoriale", dopo che già nel 2020 almeno dieci siti di notizie (Radio M, Maghreb Emergent, Interlignes, Casbah Tribune) sono stati censurati dalle autorità. Il decreto, che concede un anno di tempo ai media per conformarsi alle nuove disposizioni, impone ai quotidiani di "fornire informazioni sui finanziamenti e di conservare un archivio di tutti i contenuti per almeno sei mesi". L'hosting del sito dovrà essere "domiciliato esclusivamente" in Algeria e per i siti che pubblicano in una lingua straniera ci dovrà essere "il consenso dell'autorità responsabile della stampa elettronica".
"Il governo mantiene la sua road map autoritaria e decide un altro colpo di stato in preparazione delle elezioni legislative, queste dure sentenze ne sono la conferma", ha denunciato su Twitter Said Salhi, vicepresidente della Lega algerina per i diritti dell'uomo (Laddh). Le elezioni legislative sono previste per il 2021 in Algeria e il presidente Tebboune - rientrato dalla Germania il 30 dicembre, dopo due mesi di assenza a causa della degenza da coronavirus - ha reso prioritario lo sviluppo della nuova legge elettorale e ha validato la nuova costituzione (votata con una bassa affluenza il 1° novembre), ampiamente criticata dalla società civile perché "attribuisce troppo potere al presidente della Repubblica a discapito del potere giudiziario e politico".
di Teresa Valiani
redattoresociale.it, 5 gennaio 2021
"Morti", "populismo penale" e "cambiamento" sono i termini che meglio descrivono gli ultimi 12 mesi secondo il Garante nazionale Mauro Palma. Poi c'è tutta la narrazione che "non analizza a fondo i fenomeni e influisce sulla politica".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 gennaio 2021
La situazione rischia di generare: 50 i contagi nell'istituto di Venezia e un focolaio a Rebibbia. La garante di Roma: "Non si può isolare il carcere ancora a lungo". Si sta riproponendo lo stesso schema tra la prima ondata del Covid 19 e la seconda. I numeri del contagio all'interno delle carceri, seguendo l'andamento nazionale, si sono apparentemente stabilizzati e così il Governo ha l'alibi per far bastare le misure - dichiarate insufficienti dagli addetti ai lavori - introdotte dal decreto ristori da poco convertito in legge.
di Iuri Maria Prado
Il Riformista, 5 gennaio 2021
Si dice spesso che se la gente visitasse un allevamento di animali - porci, vacche, tacchini, uno qualsiasi - diminuirebbe il consumo di carne perché lo spettacolo di quella costrizione fa disgustosa anche la sola idea di ingurgitarne le vittime.
di Sebastiano Ardita*
Il Domani, 5 gennaio 2021
Non è questo il terreno sul quale rivendicare la parità formale di trattamento tra detenuti e liberi. Il tema della priorità dei vaccini da somministrare in ambiente penitenziario è un argomento rilevante, non solo per definire le politiche sociali nel nostro paese, ma anche come test di coerenza delle scelte complessive in materia di Covid e carcere.
di Marco Bentivogli*
Il Dubbio, 5 gennaio 2021
In un Paese in perenne ritardo su tutto - in ultimo i pasticci sull'assenza di un piano vaccini - sono però puntualissime e funzionali le polemiche forcaiole e giustizialiste. E in un paese che non funziona è "utile" aprire un dibattito pretestuoso sui vaccini ai carcerati: serve a catalizzare gli istinti beceri, a distrarre dalle incapacità e dalle incompetenze.
Qualche giorno fa, in un memorabile pezzo su Il Foglio, il Prof. Giovanni Fiandaca metteva in fila tutte le questioni. La condizione carceraria italiana è una vergogna del nostro paese. L'utilizzo esclusivo della detenzione senza nessun'idea di custodia della persona e del suo reinserimento non cura mali sociali e criminalità ma li esalta. Le carceri italiane sono il frustino che il paese agita per esorcizzare le proprie responsabilità. Ma la demagogia punitiva non ha alcuna efficacia. Dati del 2018: il 68% dei detenuti in carcere torna a delinquere, mentre il tasso di recidiva di chi può giovare di misure alternative al carcere crolla al 19%. Gli sfottò contro i parlamentari che si sono recati in visita nelle carceri sono la schiuma di una cultura politica retrograda. E c'è ancora più da fare quando si sente un Ministro della Giustizia dire: "Gli innocenti non finiscono in galera".
Dovrebbe sapere che l'imputato solo al termine del processo viene giudicato "assolto". E si può parlare di "ingiusta detenzione" e si parla di "errore giudiziario" dopo 3 gradi di giudizio che spesso arrivano in tempi biblici, aggravati dopo l'abolizione della prescrizione di cui l'attuale Governo è responsabile, come lo è dell'assenza di una vera riforma sulla giustizia civile. Dal 1992 (anno da cui parte la contabilità ufficiale delle riparazioni per ingiusta detenzione presso il Ministero dell'Economia e delle Finanze) al 30 settembre 2018, si sono registrati oltre 27.200 casi di ingiusta detenzione. In media 1.007 innocenti finiti in custodia cautelare ogni anno. Insomma, mille persone ogni anno varcano la soglia del carcere, per poi essere assolte.
La condizione carceraria è un'emergenza e un paese che ha bisogno di patiboli e che non sa rieducare non ha speranza. Va ringraziato chi lavora, anche da volontario, nelle nostre carceri e Bonafede, Salvini e Meloni dovrebbero andare a parlare con Ristretti Orizzonti a Padova e sforzarsi di ascoltare e capire, magari evitando i citofoni.
A marzo 2020, proprio a inizio epidemia Papa Francesco aveva pregato di tutelare le persone vulnerabili anche perché costrette a vivere in luoghi sovraffollati. Aveva "osato" accostare gli anziani nelle Rsa con i carcerati, quasi un reato in un paese con la bava alla bocca e che vive di parallelismi utili solo a tenere basso il livello della politica. Come quando vengono accostati i terremotati nelle tende e gli immigrati col wi-fi; i carcerati vaccinati con i cittadini onesti senza lavoro.
(Questi giorni si scopre peraltro che i soldi per "i terremotati" ci sono da anni ma non si spendono per il combinato disposto di politici inadeguati e burocrati esperti in slalom di irresponsabilità e terrorizzati dall' "abuso di potere" e dal "danno erariale").
Per chi, dopo 2000 anni, ha ancora bisogno dei distinguo nella custodia della vita è uno scempio, lo stesso per cui produce bile contro i carcerati e non muove un dito per anziani e disabili. Ma l'indignato forcaiolo si sente di promuovere giustizia con semplicità e tra qualche bestemmia lo sentiamo gridare: "se fosse per me". Ma auguro a tutti voi di non dover mai andare a trovare una persona a cui volete bene reclusa in prigione.
Ha ragione Fiandaca, questo è un gruppo dirigente che non ha nessuna conoscenza di diritto e dunque, aggiungo io, è pericoloso per il paese. "Gettare le chiavi", "a pane e acqua", sono gli slogan primitivi di uso comune di cittadini e politici la cui rettitudine non è poi così specchiata. E per questo i loro tabloid forcaioli li usano solo contro i "nemici". La recente magistropoli di cui solo il Riformista e il Dubbio hanno parlato è inquietante. L'autoreferenzialità è la parabola degenerata della separazione dei poteri dello Stato.
C'è troppo giornalismo che non fa domande, che distrugge le persone senza appello. Le rivelazioni delle indagini in corso danneggia gravemente la ricerca della verità. Il processo a Ottaviano del Turco è un esempio di scuola (tra i tanti) in cui dopo non aver trovato prove, ci si è occupati di distruggerlo nella vita privata.
L'uso dei trojan e delle intercettazioni, legittimato dal Governo, è diventato disponibile e alla mercé di poteri di ogni tipo. Non è un caso che la discussione sui "Servizi" di intelligence del paese siano un terreno di scontro in cui è sempre più chiaro che anche nel Governo è assente una cultura istituzionale che li consideri davvero al servizio della nostra Repubblica. E di nessun altro.
Le riforme si fanno ascoltando ma mai subendo i veti delle corporazioni né tanto meno gli interessi di casta mascherati da interessi generali. La nostra giustizia ingiusta uccide la nostra economia e lo stato di diritto. Serve più coraggio. Ed è per tutti questi motivi che voglio augurare alla nuova avventura di questo giornale di non smettere mai di pungolare il "dubbio" dei vincitori, dei demagoghi, di chi ha dimenticato cosa ci lega gli uni agli altri e di chi è ben lontano da recuperare la compassione.
*Coordinatore nazionale di Base Italia
di Alberto Cisterna
Il Riformista, 5 gennaio 2021
La crisi innescata dalla vicenda Palamara ha mandato in frantumi il pantheon della magistratura italiana, trasformandolo in un discutibile reliquiario con le frasi e le foto dei giudici uccisi usati come soprammobili.
L'anno appena trascorso sarà studiato a lungo e non solo sotto il più scontato profilo sanitario. Le istituzioni di ogni Paese sono entrate in uno stato di fibrillazione dal quale stentano a riprendersi e in Italia questo è successo più che altrove. Governo, Regioni, Parlamento, la pubblica amministrazione in generale hanno dato la sensazione di uno sfarinamento complessivo, di una insuperabile difficoltà a fronteggiare le mille emergenze che affliggono il paese, con il risultato di condurlo dopo un lungo e doloroso abbrivio - alla paralisi quasi assoluta che si sta consumando in queste settimane.
Niente vaccini, contagi alle stelle, crisi economica, ritardi nella programmazione economica, leggi finanziarie approvate all'ultimo secondo. In tutto questo fluttuare di incertezze e immobilismi, l'acquitrino si staglia come la meta più probabile dello sfociare di questo fiume irruento e malmostoso. La macchina giudiziaria non ha, anche lei, mancato di offrire inefficienze e manchevolezze. Con una particolarità, tuttavia, che per la giustizia è stato costruito un vero e proprio diritto della pandemia che ha riguardato non solo tutti i settori della giurisdizione, tra cui quella civile e penale, ma anche minutamente sfratti, esecuzioni, regime carcerario, indagini, processi in appello e in cassazione, e quant'altro.
Un ordinamento speciale che, man mano, ha preso corpo e si è sostituito a quello vigente prima del Covid-19; un sistema che ha approntato i propri riti, ha disvelato i propri punti di forza e le proprie gravi cedevolezze, ha visto copiosamente all'opera anche puntigliosi e minuti esegeti. Qualcuno ha denunciato che la magistratura, al primo manifestarsi acuto dell'epidemia, si sarebbe collocata in "autoprotezione" con una serrata dei tribunali, coltivando l'idea di una giurisdizione 'domestica", ossia esercitata non nelle aule di giustizia, ma al riparo delle proprie abitazioni, insomma a casa.
A questa accusa il presidente dell'Anm, Giuseppe Santalucia, ha risposto con una certa ruvidezza in una recente intervista ammonendo che "sbaglia chi crede che la magistratura abbia interesse a fare i processi da casa. Quando si potrà torneremo a farli tutti in presenza" per cui le misure valgono "ovviamente soltanto per il periodo dell'emergenza".
Una frase che tende a tranquillizzare le Camere penali, preoccupate dall'idea di una stabilizzazione del precariato normativo del 2020, e a ridare lustro all'immagine della corporazione che si è sentita vulnerata da una simile contestazione che coglie un sentimento diffuso. Nulla di peggio che passare per codardi di questi tempi, con tanta gente che rischia la vita ogni giorno. Potrebbe apparire che questo sia l'ultimo dei problemi con cui la magistratura è chiamata a fare i conti dopo l'affaire Palamara, ma la presa di posizione del presidente dell'Associazione non è casuale. Il credito che si è riversato sulle toghe italiane dopo la stagione della mattanza terroristica e mafiosa è stato enorme e, tuttora, resta grande.
La prossima beatificazione di Rosario Livatino con le stimmate del martirio cristiano ne è solo l'ultima, importante manifestazione. In questi decenni, certo, non erano mancati scandali, inefficienze, deviazioni o malcostume, ma la crisi innescata dalla vicenda di Luca Palamara ha mandato in frantumi il pantheon della magistratura italiana, trasformandolo in un discutibile reliquiario con le foto e le frasi dei giudici uccisi adoperati come soprammobili sulle scrivanie a uso televisivo o come santini per celebrazioni spesso inquinate dalla presenza dei loro avversari di un tempo.
La provocazione delle toghe serrate tra le comode mura domestiche in piena pandemia ha sferzato con durezza un corpo già esangue e febbricitante che non può sopportare di transitare dal sangue di Rosario Livatino alla codardia di don Abbondio. 11 presidente dell'Associazione ha lucidamente avvertito il pericolo di veder andare in frantumi anche gli ultimi bastioni di una fortezza che, per anni e anni, ha resistito a ogni assalto e che, come tutte le fortezze, non per un assedio ha visto aprirsi una breccia nelle sue mura, ma per l'astuzia di un cavallo non a caso chiamato trojan. Non è dato sapere se l'arrocco deciso dalle toghe associate, con la scelta di un presidente di alto valore professionale e conosciuta dirittura morale, riuscirà a evitare lo scacco matto.
Al momento si deve registrare che, in piena pandemia, all'interno della magistratura italiana si sono costituiti due altri gruppi, uno dei quali frutto di una scissione che non ha precedenti in quel lato del parlamentino associativo, sinora sempre coeso e compatto. È il segno dei tempi e delle urgenze che premono alle porte della magistratura italiana e che non spingono alla conciliazione e all'attesa. È anche il segno che la corporazione deve, forse, fare i conti con l'ultima maggioranza parlamentare "amica" nella storia recente e che le toghe potrebbero trovarsi - in una posizione di Medita debolezza e perduta credibilità - a doversi confrontare con una classe politica meno incline al compromesso e al dialogo della precedente.
La clessidra di questa legislatura corre veloce e l'anno lungi dal portare la moratoria che molte toghe auspicavano, ha solo aggravato la situazione aggiungendo critiche e insofferenza verso la magistratura. Di qui la mossa comunicativa più efficace e rassicurante del presidente dell'Anni: "II caso Palamara non si esaurisce con la vicenda dell'ex leader di Unicost, dal momento che anche vari altri colleghi sono coinvolti" e, poi, la prima indicazione operativa per il futuro della nuova compagine associativa appena eletta: "Su questo fronte sicuramente proseguiremo il lavoro fatto dalla giunta precedente e cioè quello di verificare e di accertare, sulla base delle regole del nostro codice etico, i comportamenti scorretti che sono emersi in quella vicenda".
Un passaggio importante e da non sottovalutare. Se l'azione disciplinare ha dovuto selezionare fatti e condotte secondo regole stringenti, la giustizia deontologica ha altre, e ben più tasche, regole e molti di coloro i quali sono sfuggiti alla prima hanno ben donde si temere la seconda. In questo snodo un impegno preciso che, certo, non sarà indolore per i magistrati associati e per quanti fidavano nella tregua pandemica per rifiatare.
La nuova peste non ha reso un buon servigio a tanti e anche alla magistratura italiana di cui ha portato a nudo inefficienze e limiti che ora sono chiari e vanno colmati. In questa tragedia immane bisogna sempre sperare che ogni sventura possa essere un'opportunità, lo auspicava anche il pavido dei pavidi alla morte di don Rogrido: "Ah! - diceva poi tra sé don Abbondio, tornato a casa: - se la peste facesse sempre e per tutto le cose in questa maniera, sarebbe proprio peccato il dirne male: quasi quasi ce ne vorrebbe una, ogni generazione; e si potrebbe stare a patti d'averla; ma guarire, vè". Ovviamente a guarire.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 5 gennaio 2021
La lettera dei detenuti del carcere di Torino al Dubbio. "Aumentano i contagi, aumenta l'angoscia, s'incrementa la rabbia e la sfiducia!". Così scrivono, in una lettera a Il Dubbio, i detenuti e le detenute del carcere di Torino, preoccupati per il Covid 19. Manifestano, soprattutto, la delusione a proposito delle misure deflattive introdotte dal governo.
di Antonio Crispino
Corriere della Sera, 5 gennaio 2021
Tik Tok più che Fb o Insagram è diventata la nuova frontiera della comunicazione mafiosa. "Il dato allarmante è che fanno proseliti anche tra chi non è affiliato". La fanpage dedicata a Vincenzo Torcasio, alias Giappone, boss di 'ndrangheta condannato a 30 anni di carcere per omicidio oggi ha 18mila follower. E i numeri crescono anche se è ferma dal 2017. Perché è un vero e proprio manifesto criminale. Nella foto del profilo sono elencati i punti programmatici: "No al libero convincimento dei Giudici; rispetto per i diritti dei Carcerati; Dignità per ogni Detenuto; contro la Tortura del 41 Bis".
Con le parole "carcerati", "dignità" e "detenuto" scritte in maiuscolo proprio come "giudice". I Torcasio sono stati protagonisti di una faida di 'ndrangheta (Torcasio-Cerra contro Iannazzzo-Giampà) durata più di dieci anni a Lamezia Terme (comune sciolto per infiltrazioni mafiose per ben due volte). I follower sono per lo più ex detenuti e familiari. Non solo di carcerati calabresi ma appartenenti un po' a vari clan di camorra, mafia e 'ndrangheta. Una sorta di circolo in cui ritrovarsi.
Spulciando tra questi, infatti, si arriva facilmente ad altre fanpage su Facebook che fanno riferimento al clan dei "fraulella" di Ponticelli (Napoli), agli Aprea, gli Stolder, Marfè, Sibillo. Quest'ultimo è il baby boss che ha ispirato e ispira ancora oggi le varie paranze dei bambini. Fu ucciso all'età di 19 anni e il suo ritratto compare tra i vicoli di Napoli accanto a quelli di Pino Daniele, Massimo Troisi e Totò. Più che su Facebook e Instagram spopola su Tik Tok. ES17, ossia l'acronimo del nome seguito dal suo numero simbolo raccoglie 235,6k di visualizzazioni, come se fosse un divo del calcio, alla stregua di un CR7. Ed è solo la pagina più vista, ce ne sono altre con meno contatti.
Sono centinaia i video in cui si riprendono spezzoni del documentario Sky che ripercorre la sua storia criminale. Ancora di più quelli in cui le ragazzine eseguono il lipsync di Mariarca Savarese, la fidanzata di Es17, che analizza la vita del piccolo boss.
"Sono proprio le donne le chiavi d'accesso al social più di tendenza - spiega Marcello Ravveduto, ricercatore del Dipartimento di Scienze Politiche e della Comunicazione dell'università di Salerno -. I criminali gestiscono i social attraverso le donne. Sono più appariscenti, conquistano più seguito e veicolano meglio il messaggio. Spesso i profili sono cointestati perché quando il boss viene arrestato è la moglie che deve gestire la comunicazione". Fa l'esempio degli Stolder, clan di camorra egemone nel centro storico di cui oltre alle attività criminali nella droga e nel riciclaggio si ricordano le frequentazioni con Maradona e il funerale della sorella del capoclan, Amalia, in stile Casamonica (anche loro attivissimi sui social).
Il profilo Facebook si chiama Tonia Lello Stolder, moglie e marito (che attualmente è recluso in carcere). I post sono eloquenti: "Mi hanno tradito persone che hanno mangiato a casa mia, dimmi tu di chi mi posso fidare". Poi seguono costantemente foto del marito e del marito con il figlio piccolo. Una specie di investitura. "Servono per affermare una presenza, anche se in carcere il marito deve essere ricordato al clan" spiega Ravveduto.
La moglie di un altro baby criminale, Ciro Marfè, ricorda sulla sua pagina: "La vera donna non abbandona il suo uomo, in nessuna difficoltà, ma affronta i problemi con lui" e a seguire: "Sei bella come una questura che brucia". Sono alcuni dei protagonisti delle cosiddette stese di camorra, ragazzini armati di pistola che marcano il territorio sparando in aria dalle selle dei motorini. Su Tik Tok c'è proprio un video tutorial di come si effettuano sparatorie di questo tipo, lo posta kekkofer. Ha ottenuto 16,1k di visualizzazioni e il suo profilo, pieno di video di questo tipo raggiunge 58,2k di utenti.
L'altro pezzo forte è "Finalmente libero", un video da 39k di visualizzazioni in cui si celebra la scarcerazione di un criminale. Non ci sono post di accompagnamento ma solo un emoji: una bomba con la miccia accesa. "È la nuova frontiera della comunicazione mafiosa sui social - spiega il docente di comunicazione Ravveduto -. La bomba ha due significati, può voler dire "sono un tipo forte, ho resistito a tutto" oppure "sono quello che comanda". Spesso si trova l'icona 100% che vuol dire totale appartenenza a un clan oppure la siringa con la goccia di sangue che sta a celebrare un patto criminale appena stretto".
Il potere è anche estetica e allora su Facebook compaiono decine di pagine gestite da mafiosi come Aprea o Stolder in cui si posta quello che compra il boss, il nuovo taglio di capelli, lo champagne in casa, le scarpe alla moda. Come se curassero un brand. E in questo senso un evergreen è Totò Riina. Le fanpage a lui dedicate sono decine. Ciascuna con una media di 2-3000 follower. In passato le pagine social sono state utilizzate per le faide di camorra. Carlo Lo Russo, l'ultimo capo del potente clan soprannominato "I Capitoni", utilizzò Facebook per organizzare gli agguati ai rivali. In un'intercettazione viene ascoltato mentre parla con la moglie: "Cerca su Facebook... Questo è quel Francesco?", "Mi pare di sì.... questo è Raffaele... Ultimo... è uno della banda loro", "i Barbudos... guarda qua che c'è scritto: tutti insieme siamo grandi e comandiamo...". Fa infiltrare alcuni dei suoi nelle pagine social dei rivali per studiarne i movimenti e poi organizzare gli omicidi.
Anche l'uso della geolocalizzazione diventa uno strumento di mafia. "Emanuele Sibillo quando postava lasciava la geolocalizzazione aperta in segno di sfida, per dire: "Sono qui, se siete capaci venitemi a prendere", ricorda Ravveduto. Fabio Orefice, dopo aver subito un agguato dal quale ne uscì miracolosamente vivo, aprì la sua pagina Facebook e sfidò i killer con un post: "Il leone è ferito ma non è morto" con accanto foto di armi.
Evidentemente i suoi rivali erano tra gli amici perché a distanza di poche ore esplosero diversi colpi d'arma da fuoco contro l'abitazione della mamma. "Il dato allarmante è che i mafiosi fanno proseliti anche tra chi non è affiliato. Specialmente su social strutturati come Tik Tok dove basta diventare di tendenza per far vedere lo stesso video a migliaia di persone.
Spesso trovo ragazzini che forse ingenuamente ripetono atteggiamenti, minacce, stili e lessico tipico delle mafie" conclude Ravveduto. Tra quelli che hanno reso virale un trand di ES17 c'è Marika, 12 anni. La canzone di sottofondo è quella di Enzo Dong: "Voglio solo un Ak47, quando dormo è lui che veglia su di me. mitra tu stammi vicino".
di Errico Novi
Il Dubbio, 5 gennaio 2021
L'ex governatore della Calabria Mario Oliverio è stato assolto perché "il fatto non sussiste". L'ex governatore della Calabria Mario Oliverio è stato assolto. La decisione del Gup di Catanzaro Giulio De Gregorio perché' "il fatto non sussiste". L'ex presidente della giunta calabrese, del Pd, era accusato di abuso d'ufficio e corruzione nell'ambito del processo "Lande desolate".
La Procura aveva chiesto una condanna a 4 anni e 8 mesi di carcere. L'inchiesta si riferisce a presunte anomalie nella realizzazione di tre opere pubbliche. Oliverio ha scelto il rito abbreviato, mentre gli altri imputati saranno giudicati con quello ordinario con udienza fissata per il 7 ottobre. "Sono stati due anni di gogna mediatica, nei miei confronti - ha commentato Oliverio - Ho speso la mia vita e il mio impegno politico e istituzionale avendo sempre come bussola la legalità, la correttezza amministrativa, il rispetto dei diritti e delle persone".
"Ho sempre combattuto in prima fila per il riscatto della mia terra e per la liberazione di essa da tutte le mafie e cricche affaristiche - ha continuato Oliverio - Quella mattina di dicembre del 2018 è come se il mondo si fosse capovolto. Nella mia funzione di massimo responsabile del Governo della Regione venivo sottoposto ad un provvedimento cautelare. Un atto grave non solo per la mia immagine, ma soprattutto per l'immagine della Calabria finita nel tritacarne mediatico e nella macchina del fango. Il solo pensiero che i calabresi, a partire da quelli che avevano riposto in me fiducia, potessero essere indotti a credere che il loro presidente avesse tradito la loro fiducia ed approfittato del ruolo che gli avevano conferito sono stati la più grave ferita e il più grande e insopportabile tormento della mia vita. Sono felice per i miei figli, per i miei cari, ma anche per i calabresi".
"Ora che si è affermata la verità e che la Giustizia, attesa da me in rispettoso silenzio, si è imposta è necessaria una riflessione approfondita - spiega Oliverio - Non posso non ringraziare quanti mi sono stati vicino in questa fase difficile, ma soprattutto ringrazio i miei avvocati difensori Enzo Belvedere ed Armando Veneto che sin dall'inizio hanno saputo impostare una linea difensiva argomentata e forte non solo della verità quanto della lettura giusta delle carte processuali. Esse tutte sin dall'inizio mostravano la mia totale estraneità agli addebiti mossimi con "grave pregiudizio accusatorio".
"Da garantista non posso non accogliere favorevolmente l'epilogo della vicenda giudiziaria legata all'inchiesta lande desolate per l'ex governatore Mario Oliveiro e per la deputata Enza Bruno Bossio" ha commentato il commissario regionale del Partito Democratico della Calabria Stefano Graziano. "Va dato atto della grande correttezza e rispetto istituzionale, di essersi difesi nelle sedi deputate e aver dimostrato l'infondatezza delle accuse".
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