Il Gazzettino, 5 gennaio 2021
Il M5S preme per un intervento nelle carceri, che in Fvg hanno non pochi problemi. "Nonostante risultino rientrate situazioni gravi come quella di Tolmezzo ove, all'inizio del mese di dicembre 2020, su 200 persone detenute si riscontravano 155 persone contagiate, mentre attualmente risulta un solo contagiato certificato e isolato e di Trieste, dove a inizio dicembre si contava un focolaio da 85 contagi, la situazione della diffusione dell'infezione da Covid-19 negli istituti penitenziari è chiaramente preoccupante e richiede un'azione immediata", dichiara in una nota la deputata M5S Sabrina De Carlo, membro della Commissione Costituzionale, che ha depositato ieri un appello in merito alla situazione nelle carceri ai ministri Speranza e Bonafede.
"Dalle istanze raccolte in questi ultimi mesi, è emersa chiaramente la necessità di prevedere un sistema di prevenzione volto alla tutela della polizia penitenziaria e della popolazione carceraria, nonché un rafforzamento del sistema sanitario in carcere. È nostro dovere mettere tutti gli operatori in condizioni di lavorare in sicurezza, evitando al contempo i contagi tra il personale e i detenuti, per minimizzare al massimo il rischio focolai. È doveroso che le istituzioni compiano tutte le azioni necessarie affinché venga garantito anche in questi luoghi il rispetto della dignità personale dell'individuo, ecco perché richiediamo che venga attuata una campagna di prevenzione coordinata".
di Francesco Salvatore
La Repubblica, 5 gennaio 2021
Sono accusati anche di aver falsificato un verbale per depistare. La reclusa ha rivelato tutto alla direttrice, da lì il via all'inchiesta. Trascinata quasi completamente nuda, e sull'acqua fredda, da una cella all'altra bloccandola per la nuca.
Così due agenti della polizia penitenziaria in servizio a Rebibbia hanno abusato del proprio ruolo facendo violenza su una detenuta con problemi psichici. Per i due, una soprintendente addetta alla sorveglianza generale e un assistente capo, è stato disposto il giudizio immediato su richiesta della procura. Sono accusati di abuso di autorità contro arrestati e falso.
Per garantirsi l'impunità hanno redatto un verbale fasullo in cui giustificavano il trattamento nei confronti della detenuta, inventandosi un comportamento ostile e violento da parte della stessa. A corollario di tutto, inoltre, l'assistente ha minacciato la vittima di non rivelare i fatti "altrimenti le violenze si sarebbero ripetute".
La detenuta, però, ha denunciato la vicenda alla vicedirettrice del carcere che ha dato avvio al procedimento disciplinare, poi finito in procura. Ad occuparsene il pm Giulia Guccione, che ha chiesto e ottenuto anche una misura cautelare nei confronti dei due agenti. Entrambi sono stati sospesi per un anno dal servizio. Ad inchiodarli le telecamere interne del carcere.
I fatti risalgono al luglio scorso. La vittima, di origine rom e detenuta per alcuni furti, aveva dei problemi mentali e aveva provato più volte a togliersi la vita, motivo per cui era stata messa all'interno di una cella da sola togliendole anche i vestiti (era rimasta solo in abbigliamento intimo), perché avrebbe potuta utilizzarli per impiccarsi.
La donna era stata riempita di farmaci e alla richiesta di una sigaretta - che le era stata negata - ha danneggiato un termosifone. Quando la sovrintendente ha aperto la porta ha ordinato all'agente che era con lei, chiamato per riparare il termosifone, di trasferirla di peso in un'altra cella. Entrambi l'hanno presa per le braccia e l'hanno tirata fuori.
Per il gip "il trascinamento di peso della detenuta, nuda e sull'acqua fredda", appare "chiaramente motivato da stizza e rabbia per i danni causati dalla donna". Dopo alcuni minuti l'agente l'ha riportata nella cella di prima bloccandola per la nuca, sebbene la vittima fosse collaborativa. Una violenza brutale e gratuita, tanto più che c'erano 5 agenti di sesso femminile che potevano accompagnarla, "un eccezionale intervento di personale maschile non autorizzato, peraltro su detenuta completamente nuda e che, come si vede dai filmati, mostra particolare soggezione".
di Angela Azzaro
Il Riformista, 5 gennaio 2021
Successo per le cinque puntate che ricostruiscono la storia della comunità di San Patrignano creata nel 1978. Il primo fatto che colpisce è che il docufilm in 5 puntate "SanPa, luci e tenebre di San Patrignano", è uno dei successi di Natale. Accanto alle serie più leggere come Bridgerton (comunque da non sottovalutare) troviamo nella top ten della piattaforma digitale il lavoro prodotto da Gianluca Neri e diretto da Cosima Spender.
Regia superlativa, ritmo sostenuto, non ci si annoia un minuto. Lo stile è quello dei docufilm americani: niente voce fuoricampo, ricostruzione tramite materiale d'archivio, interviste ai protagonisti, montaggio incalzante. Ma non si tratta certo di un argomento facile da affrontare: si racconta la nascita nel 1978 della comunità di San Patrignano per il recupero dei tossicodipendenti, delle idee di Vincenzo Muccioli, dei processi, del carisma, delle vite salvate e di quelle vite che invece venivano legate con le catene.
In gioco c'è una domanda grande, enorme, che ci interroga anche oggi: è giusto, in nome della sua salvezza, privare qualcuno della libertà (e della dignità)? Da qualche giorno si discute molto. E come se il tempo si fosse fermato e ci si divide in detrattori e in estimatori di Muccioli. La comunità di San Patrignano ha scritto un comunicato in cui prende le distanze dalla serie: sarebbe secondo loro una lettura tendenziosa. Invece, vedendola, si può verificare che le luci e le tenebre ci sono in egual misura e che i fatti sono fatti. Sia quelli delle vite salvate, sia quelli delle vite che volevano lasciare la comunità e che non potevano liberamente farlo: due si suicidarono lanciandosi dalla finestra. Allora la maggior parte delle persone stava con lui, con Muccioli, con i suoi metodi. Tra i pochi che contestavano il fondatore di San Patrignano a muso duro c'era il leader radicale Marco Pannella.
Il docufilm ricostruisce un'epoca, quella della fine degli anni Settanta, quando la protesta giovanile trova un killer micidiale: l'eroina. I sogni diventano incubi, una generazione rischia di finire sotto terra. E lo Stato, la politica, la società non ci sono. Il primo atto di accusa è contro di loro. Contro chi vede tutto questo accadere e non fa niente, non dice niente, si gira dall'altra parte. È in questo vuoto che si inserisce Muccioli creando da zero una sorta di Stato nello Stato: i giovani con problemi di droga arrivano da tutta Italia, fanno la fila, sperano in lui.
Tutto questo in SanPa c'è. A tal punto che anche chi è sempre stato contrario al metodo Muccioli sente incrinare la propria certezza. Quelle persone, le loro famiglie, erano sole. E a San Patrignano trovavano un aiuto. Ma andando avanti nella serie si capisce che quel metodo era intollerabile. Perché non è tollerabile che le persone venissero incatenate per giorni in luoghi degradati. Che non potessero andare via perché lui le andava a riprendere, che se dicevi qualcosa di sbagliato venivi punito. Metodi violenti che negli anni si fanno sistema nel sistema.
E non basta dire questo, non basta denunciare questa violenza. Il problema di San Patrignano diventa anche un altro. Non solo i nuovi guai giudiziari del fondatore legati alle attività della comunità che nulla avevano a che fare con la cura dei tossicodipendenti, oppure l'omicidio di un ospite scoperto molti anni dopo. C'è il fatto che da quell'esperienza si è propagata una cultura della repressione, della criminalizzazione e del proibizionismo. Muccioli, prima della sua caduta, era considerato un santo, tutto ciò che diceva era un dogma. Nasce in questo clima la legge Vassalli Jervolino che pone le basi per la criminalizzazione dei tossicodipendenti. Mentre curava i singoli, Muccioli faceva sì che si affermasse una cultura del disinteresse, della punizione.
Arriviamo così a oggi. Il tema delle droghe è diventato un tabù e la cultura antiproibizionista è messa in un angolo. I giovani sono lasciati soli. Non se ne parla a scuola, non se ne parla nei media, se non davanti ai fatti di cronaca per denunciare, urlare, stigmatizzare. Sono in pochi quelli che svolgono il compito di informare, di distinguere per esempio tra droghe leggere e droghe pesanti, di spiegare i principi dell'antiproibizionismo, di stare vicini ai giovani senza doverli per forza giudicare. Tra questi ci sono sempre i Radicali e alcune associazioni come quelle che organizzano la campagna "Meglio legale".
Ma per il resto c'è il vuoto delle istituzioni. Forse anche per questo la serie piace anche ai giovani, perché finalmente trovano un testo che li aiuta a capire, a conoscere i fatti del passato ricostruendo una problematica molto complessa ma che li tocca da vicino. In SanPa c'è anche molto altro: il ritratto dell'uomo di potere, la folla che lo ama, il processo mediatico, l'appoggio della famiglia Moratti e - tema a noi caro, ma purtroppo vero anche allora - della giustizia che si sostituisce alla politica. O meglio di una politica assente che abdica al proprio ruolo e lascia che sia la giustizia a fare i conti con l'esperienza di San Patrignano.
Torniamo così alla domanda iniziale, alla domanda che ci riguarda anche oggi: in nome della cura di una persona si possono mettere tra parentesi libertà e dignità? La risposta che viene fuori dalla serie, distribuita in 190 Paesi, è un netto No. Un No problematico perché non si può risolvere nel denunciare i metodi violenti, ma chiede che ci sia una presa in carico da parte delle istituzioni e della società. Presa in carico che oggi non c'è considerato che la maggior parte delle persone tossicodipendenti finisce in galera sola, abbandonata, senza futuro.
di Andrea Colombo
Il Manifesto, 5 gennaio 2021
"Sanpa", la docuserie su Netflix di Carlo Gabardini, Gianluca Neri e Paolo Bernardelli, con la regia di Cosima Spender, racconta ascesa, trionfo, crollo di Vincenzo Muccioli e l'Italia degli anni Ottanta. Guru, padre-padrone con botte e amore, la sua figura diviene la risposta al vuoto dello Stato di fronte alla tossicodipendenza.
Nello sterminato dizionario delle emergenze che si sono susseguite nella penisola la voce "Droga", che s'impose alla fine degli anni Settanta per prolungarsi poi lungo tutto il decennio successivo, merita un posto d'onore a sé. Lo Stato se ne lavò le mani. A farci i conti e reggerne l'oneroso peso furono le famiglie, sprovvedute, impreparate, sprovviste di mezzi, disperate.
Dovevano affrontare la tragedia di giovani e giovanissimi che rischiavano a ogni ora di rimanerci secchi con l'ago nella vena, che si spegnevano giorno dopo giorno, che soffrivano le pene dell'inferno in crisi d'astinenza, che rubavano, spacciavano, mendicavano, battevano per il "quartino" quotidiano. Le comunità di recupero spuntarono una dopo l'altra, tanto diverse tra loro quanto l'intera tavolozza dei colori, per supplire a quella mancanza, riempire almeno parzialmente quel vuoto. Le famiglie le videro come il solo faro in una notte senza stelle.
In questa sorta di Far West emerge un romagnolo a metà tra i 40 e i 50, senza attività di rilevo alle spalle, anzi senza arte né parte, già sedicente medium, guaritore, spiritista, con una marcata punta di megalomania destinata nelle condizioni adatte a straripare. Disprezza la medicina ma ha il physique du rôle del capo carismatico, vanta il carattere del guru e del santone: fisicamente imponente, di bell'aspetto e molto telegenico, voce profonda, convinzione incrollabile di essere nel giusto, illimitata fiducia in sé stesso e nei propri metodi.
Trasforma il podere ricevuto in dono dai parenti della moglie in comunità terapeutica. Inizia curando una sola tossicodipendente, figlia di amici. Finirà per guidare la più mastodontica e discussa comunità italiana, San Patrignano. SanPa: luci e tenebre di San Patrignano, la docuserie in cinque puntate di Gianluca Neri, Carlo Gabardini e Paolo Bernardelli, regia di Cosima Spender, che spopola su Netflix racconta la sua parabola e quella del fondatore Vincenzo Muccioli: l'ascesa, il trionfo, il crollo.
Il metodo di Muccioli è in realtà semplice: ai ragazzi allo sbando offre la riproposizione di una comunità patriarcale arcaica, fondata sulla figura di un padre padrone che dispensa carezze e botte a fin di bene, che impone disciplina ferrea ma sa far sentire calore e vicinanza, che punisce, premia e convoglia su di sé l'amore dei fedeli, che combattono i loro fantasmi proprio per conquistare il suo amore. Dalla comunità, una volta entrati, non si esce.
Le ronde, formate dai più affidabili tra gli internati (perché di questo si tratta), vegliano e sorvegliano, inseguono i fuggitivi. Muccioli va a riprendersi uno per uno quelli che sfuggono alle maglie: a SanPa si ha il diritto di non entrare ma una volta entrati se ne esce solo quando decide il santone. Le punizioni sono frequenti: botte ma anche segregazione, catene e manette, stanzine fetide e buie trasformate in celle di rigore. La contestazione è punita severamente: mettere in discussione l'autorità è il peccato più grave. I rapporti tra maschi e femmine devono essere ridotti al minimo e comunque casti: a Muccioli la licenziosità non piace.
Come funzionino le cose a San Patrignano lo sanno tutti almeno dal 1983, quando la polizia entra nella comunità e trova i puniti di turno incatenati nelle loro cellette. Muccioli viene processato: sarà condannato in primo grado, poi assolto in appello e Cassazione. La vera anomalia, registrata dal documentario in modo magistrale, si produce a questo punto. Non è rappresentata da Muccioli e dal suo tentativo conclamato di resuscitare una comunità contadina e patriarcale fondata su obbedienza cieca e disciplina rigida ma dalla reazione del Paese, dei politici, degli opinionisti, dei giornali e delle tv. Il coro che rivendica il diritto di Muccioli a violare uno per uno tutti i diritti costituzionali in nome del "buon fine" è imponente, assordante.
Famiglie e ministri e gente comune, Mike Bongiorno e Red Ronnie, Montanelli e Biagi, i Moratti, che nel corso del tempo investiranno nella comunità 260 milioni di euro: fanno tutti muro in difesa dell'uomo che, come chiosa con felice espressione Paolo Villaggio, "dà quegli schiaffoni che noi genitori di sinistra non abbiamo dato". La legge e i diritti si fermano sulla soglia di San Patrignano, in un'apoteosi dell'emergenza che cede a un privato megalomane la sovranità sul proprio territorio. Per comodo, per risparmio, per inettitudine, per convinzione, per disperazione. Le spinte sono molteplici, diverse. Il risultato è univoco. Gli applausi frenetici che salutano il tentativo, inevitabilmente effimero, di rispondere al disagio e al disordine ripristinando le regole di un ordine patriarcale e autoritario accompagnano la per nulla effimera edificazione di un sistema basato sull'uso permanente dell'emergenza, di volta in volta giustificata da "esigenze superiori". Da quel momento una "buona causa" in nome della quale sterilizzare diritti e svuotare libertà la si troverà sempre.
Per Muccioli il processo dell'83 è il trampolino di lancio. Osannato, accolto come un profeta, ascoltato come un vate dai politici, vede la sua comunità ingrossarsi a vista d'occhio. Di fronte ai cancelli fanno la fila per mesi. Tutto è gratuito ma lo è anche il lavoro dei pazienti-operai. San Patrignano è anche un laboratorio del moderno modo di produzione neoschiavista. Lo chiamano ovunque, modellano leggi sui suoi suggerimenti, lo implorano di buttarsi in politica. Lui appassionato di animali, spende e spande, compra cavalli e cani che costano centinaia di milioni. Nessuno fa una piega, neppure dopo il fermo di due suoi luogotenenti alla frontiera con il doppiofondo della macchina pieno di soldi esportati di contrabbando.
Ma nella sua apoteosi San Patrignano cambia. Con il guru sempre meno presente il mix di schiaffi e carezze, di paternalismo autoritario ma anche affettuoso, cede il passo a un universo puramente concentrazionario, nel quale comandano le squadrette delegate dal capo, formate dai maschi più tosti e più fedeli. Arrivano i suicidi, poi il caso di Roberto Maranzano, ucciso nella porcilaia a botte dalla "polizia interna": la salma viene trasportata a 600 km di distanza, per stornare i sospetti.
Arrivano anche le prime testimonianze dall'interno, una rottura dell'omertà che sancisce la fine di Muccioli. Walter Delogu, suo autista e uomo di fiducia, va oltre: lo registra mentre ipotizza l'omicidio di un possibile delatore. Muccioli muore nel 1995, secondo voci da sempre in circolazione ma mai confermate di Aids, dopo essere stato condannato a 8 mesi per favoreggiamento. Se fosse sopravvissuto avrebbe dovuto affrontare un nuovo processo, con imputazione ben più grave: "Maltrattamenti seguiti da morte".
"Sanpa", pur palesemente molto critico, evita il rischio di trasformarsi in una requisitoria. Cerca anche le luci, o quelle che per molti furono e sono ancora luci: il senso di comunità che aiutò comunque molti a scrollarsi la scimmia di dosso. Sfugge anche la tentazione di allargare lo spettro: stringe l'obiettivo solo sulla vicenda di San Patrignano ma così facendo riesce a svelare, attraverso la dissezione del caso esemplare, cosa sono stati davvero gli anni Ottanta, dietro i lustrini nostalgici alla Stranger Things, e quanto la realtà di oggi sia ancora fondata sulla controrivoluzione culturale di quel decennio.
di Stefania Parmeggiani
La Repubblica, 5 gennaio 2021
Alpha Kaba è un rifugiato della Guinea. Nel suo romanzo biografico racconta cosa significa nascere dalla parte sbagliata del mare, lottare per la libertà, la dignità e infine la sopravvivenza. E ci inchioda alle nostre responsabilità: non possiamo fingere di non sapere.
Schiavi delle milizie è un libro crudo, tagliente, necessario. Leggerlo è una presa di coscienza, un atto politico: aiuta a riconoscere quel che non possiamo più negare: la cattura, il respingimento, l'internamento dei migranti in strutture ufficiali ad opera della guardia costiera libica, equipaggiata e finanziata dall'Italia e dall'Europa, è solo l'ennesimo ingranaggio di un sistema disumano. Lo ha scritto un giornalista che in quelle strutture ha passato mesi ridotto in schiavitù e che oggi dice: "Non posso tacere. Il mio lavoro è parlare a nome di tutte quelle persone che sono ancora là".
Alpha Kaba è un rifugiato politico: nato in Guinea, oggi vive a Bordeaux. Nel romanzo biografico Schiavi delle milizie - scritto insieme al collega francese Clément Pouré, edito in Italia da Quarup con prefazione di Nello Scavo (trad. di Sarah Ventimiglia, euro 14,90) - racconta la storia di un uomo nato dalla parte sbagliata del mare. Un uomo che credeva nella libertà, costretto a lasciare la sua terra e a scoprire sulla propria pelle cosa sia il razzismo. Un uomo che dopo avere attraversato un inferno di deportazione e prigionia, riesce ad arrivare in Europa e a riprendere in mano la propria vita.
La storia di Kaba comincia in una capanna a Bokè dove nasce nel 1988 e continua in una grande casa: un padre con tre mogli e 17 figli, i più grandi si occupano dei più piccoli, un'infanzia serena. La madre vuole che studi perché diventi quello che lei chiama un "intellettuale". Lo iscrive in una scuola privata, a cinquanta chilometri da casa. È l'inizio di tutto: le lezioni in francese, i ramoscelli raccolti per imparare a fare di conto, le prime scoperte letterarie tra cui I soli delle indipendenze - severa critica al colonialismo di Ahmadou Kourouma - e poi l'esperienza dell'esilio nei libri di Tierno Monènembo. E il grande amore - Hassiatou, una ragazza da cui tutto lo divide a cominciare dalla religione e dall'etnia, lei è fulani, lui malinke. Finanziato da uno zio ingegnere in Europa, Boké continua a studiare mentre il suo paese precipita nel caos: i bus non circolano più, gli ospedali funzionano a scartamento ridotto, quasi tutti gli uffici amministrativi restano chiusi, nemmeno i ristoranti aprono più i battenti, migliaia di persone chiedono le dimissioni del governo di Lansana Conté.
Kaba, che ormai è un liceale, partecipa alle manifestazioni, sa di essere un privilegiato perché può studiare ma dentro di sé prova un forte senso di solidarietà verso i più deboli. Nel frattempo conosce la radio, s'innamora di alcune trasmissioni culturali e, grazie a un professore, inizia a parlare al microfono. Nel quartiere lo chiamano per commentare partite di calcio, spettacoli di danza, artisti. Presto deve rinunciare: Hassiatou è incinta, e il governo decide che dovrà studiare geografia. "Non è possibile contestare questo tipo di decisioni, posso solo dire sì o no. Dunque accetto". I corsi non gli interessano, ha bisogno di soldi, inizia a fare lavoretti. "Se la mia passione non avesse bussato di nuovo alla mia porta, se non avessi avuto un segno, avrei sicuramente trascorso così la mia vita".
Un giorno mentre ascolta la radio - lo fa sempre appena ha del tempo libero - il presentatore lascia il suo numero di telefono. Lui, d'istinto, gli scrive, spiega che il suo sogno è fare il giornalista, si propone per uno stage. Il giorno dopo arriva la risposta: sì. Inizia la gavetta, si fa spazio in radio, conosce Moussa Diawara, il presidente dell'associazione degli studenti della sua università, personaggio popolare, volto della gioventù che ascolta la radio pirata e ha sete di cambiamento e libertà. Suo malgrado diventerà anche lui un portavoce di quella nuova generazione di studenti africani. Ha uno stipendio, fa quello che sogna, offre agli ascoltatori uno spazio di libertà che lo Stato nega. Quando, grazie alla padronanza del francese e di ben tre lingue locali, copre in radio la visita di Condé a Kankan e traduce in diretta gli interventi degli ascoltatori, la sua vecchia vita finisce.
In strada scoppiano disordini, il regime accusa la radio di esserne l'istigatrice. Kaba scappa nella notte e si rifugia da un amico. Non importa che lavori per una piccola emittente locale: per il regime è un uomo libero e quindi pericoloso. Se lo prendono sarà massacrato di botte, torturato, destinato al carcere. Scappa con una vecchia moto, il confine con il Mali è un colabrodo, arriva a Bamako, ma non si può fermare: potrebbe essere riconosciuto da qualche guineiano di passaggio, tradito e rispedito indietro. Deve continuare a fuggire.
Kaba racconta il suo viaggio della speranza con la precisione del cronista: le tappe, i chilometri, i compagni di sventura, uomini e donne dell'Africa subshariana, i soldi pagati ai passeur, le labbra arse dalla sete, la sabbia e il vento, i dettagli che lo trasformano in un "diamante nero", merce preziosa da rivendere nell'inferno della Libia. Racconta l'umiliazione provata quando lo spogliano del suo bagaglio - pochi oggetti che testimoniano come prima di diventare un migrante avesse avuto una compagna, una figlia, un lavoro, degli amici, una passione divorante.
Ricorda e scrive ogni dettaglio dei libici che lo hanno comprato: la fede al dito e gli occhi azzurri del mercante che lo esamina prima di stabilirne il valore, 350 dinari. Mentre lavora, piegato dalle violenze, ripensa alle lezioni di storia, all'epoca dello schiavismo, alle responsabilità non solo del mondo occidentale, ma anche di quello arabo, ai neri vittime di grandi pogrom ancora nel 2000, proprio in Libia, e la concretezza di quella realtà gli piomba addosso: ora anche lui è uno schiavo. Resiste come può. Annota ciò che accade, capisce che in Libia la guerra è ovunque, lo Stato non ha più potere, le milizie - tribali, religiose, di semplici mercenari - regnano sovrane. Bastano una stanza vuota e un catenaccio perché un libico possa mettere su la sua prigione privata. "Nessuno gli impedisce di fare prigioniero un negro, anzi, diciamo che ormai la cosa è del tutto normale". A ogni cambio di prigione e di padrone teme sempre le stesse cose: le percosse, la morte, la follia. Passa di mano in mano, finisce nel campo di prigionia ufficiale di Zawyah - quello da cui provenivano gli uomini condannati a 20 anni di carcere come torturatori dal tribunale di Messina nel 2000 con un verdetto senza precedenti.
Il suo inferno personale dura due anni, fino a quando uno dei tanti padroni promette, se lavorerà bene, di liberarlo e di aiutarlo a raggiungere l'Europa. Non ci crede, ma accade veramente. "Forse, come ogni uomo potente, sperava che una buona azione bastasse a fare di lui un uomo buono". Kaba non ha parole dolci per il suo "liberatore", sa che è una persona orribile e che avergli ridato la libertà non riparerà mai la colpa di averlo comprato al mercato e poi sfruttato come fosse un animale. Quando attraversa il Mediterraneo è un automa che risponde solo alle percosse e agli ordini. La sua imbarcazione naufraga e sette persone muoiono. Sarebbe annegato anche lui se non fosse stato per l'Aquarius, nave umanitaria dell'ong Sos Méditerranéè, che li soccorre.
Prima in Italia e poi in Francia dorme per strada, non sa dove andare e cosa fare, suo padre è morto, la sua compagna anche, stroncata da una violenta malattia. Non ha alcuna rete di supporto psicologico eppure Kaba ancora una volta non si arrende: sente la necessità di testimoniare quello che gli è accaduto, collabora a un documentario di uno studente di giornalismo, conosce professori che decidono di aiutarlo a integrare la sua formazione con un corso di perfezionamento, infine decide di scrivere un libro per raccontare il meccanismo che lo ha schiacciato. Oggi Kaba fa il magazziniere per pagarsi l'affitto, continua a cercare un lavoro adeguato ai suoi titoli di studio, risparmia e lotta per fare in modo che sua figlia lo raggiunga. Ci costringe a riconoscere, come scrive Nello Scavo nella prefazione, che non potevamo non sapere.
di Giulia Cerqueti
Famiglia Cristiana, 5 gennaio 2021
La donna, affetta da gravi disturbi mentali, sarà giustiziata il 12 gennaio attraverso un'iniezione letale. Altri due detenuti sono in attesa di esecuzione prima del 20 gennaio, data dell'insediamento di Joe Biden. Il 2020 è stato segnato da un numero record di morti di stato. In netta controtendenza rispetto all'opinione pubblica, sempre più contraria.
L'esecuzione, per iniezione letale, è prevista per il 12 gennaio. Se la sua condanna sarà eseguita, Lisa Montgomery, 52 anni, sarà la prima donna detenuta nel braccio della morte a essere giustiziata negli Stati Uniti per una condanna emessa da un tribunale federale dal 1953. La donna è stata condannata alla pena capitale nel 2007 per un delitto atroce compiuto nel 2004, nel Missouri: la Montogmery si presentò a casa di una ragazza di 24 anni, Jo Stinnett, incinta di otto mesi; dopo aver visto il pancione della giovane donna, la strangolò, le aprì con un coltello la pancia e le portò via il feto, per farlo poi passare alla sua famiglia come suo. La donna venne fermata dalla polizia il giorno seguente, nella fattoria dove si era rifugiata con la bambina strappata alla madre uccisa. La piccola riuscì a sopravvivere e venne poi affidata al padre.
Come sottolinea Nessuno tocchi Caino, non è chiaro se la Montgomery - già madre di quattro figli - avesse subìto di recente un aborto spontaneo, che non era riuscita ad accettare e che voleva nascondere prendendo un figlio non suo. Di certo la donna soffriva di problemi psichiatrici, legati a un'infanzia molto sofferta, segnata da abusi sessuali e incesto, e le era stata diagnosticata una grave forma di pseudociesi o gravidanza isterica (la condizione psichica per cui una donna ha i sintomi clinici di una gravidanza pur non essendo effettivamente gravida).
L'esecuzione era prevista per l'8 dicembre 2020. Ma il giudice federale Randolph Moss l'ha sospesa fino al 31 dicembre perché le due avvocatesse d'ufficio della Montgomery avevano contratto il Covid-19 e non potevano dunque difendere al meglio la loro imputata. Il direttore del Bureau of prison, l'agenzia che gestisce le carceri e le esecuzioni federali, ha poi fissato l'esecuzione al 12 gennaio. Ma il giudice Moss ha contestato questa decisione ricordando che, secondo la giustizia americana, la data dell'esecuzione deve essere resa nota al detenuto o detenuta con un anticipo di almeno venti giorni.
Dato che l'esecuzione era stata sospesa fino al 31 dicembre, se si conta a partire da quella data, l'esecuzione avrebbe dovuto essere fissata non prima del 20 gennaio, giorno in cui Joe Biden entra in carica come presidente. Tuttavia la Corte d'appello di Washington ha respinto il rinvio e il Dipartimento di giustizia ha confermato la data dell'esecuzione il 12 gennaio. Più di mille avvocati hanno firmato una lettera rivolta al presidente Trump in cui si chiede che la pena capitale per la donna sia commutata in carcere a vita. Anche la Commissione interamericana sui diritti umani lo scorso dicembre ha chiesto che l'esecuzione della Montgomery venga fermata. E la Comunità di Sant'Egidio ha lanciato un appello urgente per salvare la sua vita.
Dal 1976 ad oggi le esecuzioni di detenute donne nel braccio della morte per condanne emesse da singoli Stati sono state sedici. Attualmente Lisa Montgomery è l'unica condannata a morte a livello federale. Come rileva il Death penalty informazione center-Dpic (Centro di informazione sulla pena di morte) il 2020 è stato un anno particolare, fuori dagli schemi, non solo per la pandemia, ma anche sotto il profilo della pena capitale negli Usa. Lo scorso anno ha visto una progressiva erosione del sistema delle esecuzioni a livello statale: il Colorado ha abolito la pena di morte e altri due Stati, Utah e Louisiana, hanno raggiunto il traguardo di un decennio senza esecuzioni, facendo arrivare a 34 il numero degli Stati che hanno abolito la pena di morte oppure non la applicano più da almeno dieci anni.
Dall'altro lato, tuttavia, nel 2020 il numero delle esecuzioni a livello federale - riprese nel 2020, durante l'amministrazione Trump, dopo lo stop alla moratoria del 2003 deciso dal ministro della Giustizia William Barr a luglio del 2019 - hanno rappresentato il 59% di tutte le esecuzioni (dieci su un totale di diciassette), facendo guadagnare a Trump il triste primato di presidente che, nell'arco di meno di sei mesi, ha autorizzato più esecuzioni federali di civili rispetto a qualunque altro capo di Stato Usa del XX e XXI secolo.
Il primo giustiziato federale nel 2020 è stato Daniel Lewis Lee, il 13 luglio. Oltre a Lisa Montgomery, altri due detenuti, Corey Johnson e Dustin Huggs, sono in attesa di esecuzione entro il 20 gennaio. Al 2 gennaio 2021 nel braccio della morte federale - perlopiù nel Federal correctional complex di Terre Haute, nell'Indiana - sono reclusi 52 detenuti in attesa di esecuzione, tutti condannati per omicidi aggravati. L'unica donna è Lisa Montgomery.
Come spiega il Dpic, esecuzioni e condanne alla pena capitale nel 2020 hanno continuato a essere eseguite e comminate ai detenuti e agli imputati in condizioni di maggiore vulnerabilità e carenza di difesa. Tutti i detenuti giustiziati lo scorso anno erano affetti da uno o più problemi di carattere psichico, danni al cervello, traumi cronici, oppure avevano meno di 21 anni al momento del delitto. Fra i giustiziati dello scorso anno, alcuni sono stati condannati al termine di processi segnati da difetti e lacune. Uno si è visto negare la prova del Dna, che avrebbe potuto potenzialmente dimostrare la sua innocenza.
L'opinione pubblica sulla pena capitale, tuttavia, sta visibilmente cambiando: i dati mostrano che il consenso alle condanne a morte ha raggiunto il suo livello più basso dagli anni Sessanta, grazie anche al grande movimento per i diritti civili e contro il razzismo che è nato e si è diffuso nel corso del 2020. Joe Biden si è dichiarato contrario alla pena di morte. E ha assicurato che da presidente metterà fine alle condanne federali. Il suo mandato comincia il 20 gennaio. Forse sarà troppo tardi per i tre ultimi condannati a morte dell'amministrazione Trump, Lisa Montgomery, Corey Johnson e Dustin Huggs, a meno che il presidente uscente non ascolti gli appelli per la loro salvezza e non decida in extremis di chiudere il suo mandato con un atto di clemenza.
di Maurizio Ambrosini
Avvenire, 5 gennaio 2021
Con il favore forse del clima natalizio, con quel tanto di buoni sentimenti che ancora riesce a smuovere, almeno una parte del sistema mediatico italiano si è accorto della drammatica situazione delle persone in cerca di asilo bloccate in Bosnia e lasciate senza assistenza: una crisi umanitaria che su queste pagine viene documentata da tempo.
Negli stessi giorni è uscito il Libro Nero dei respingimenti, un rapporto di 1.500 pagine pubblicato dal Border Violence Monitoring Network e frutto di quattro anni di lavoro, in cui sono state raccolte 892 testimonianze e documentata l'esperienza di 12.654 vittime di violazioni dei diritti umani lungo la rotta balcanica. Anche questo un fronte tenuto aperto da questo giornale, da ultimo con i reportage di Nello Scavo corredati di drammatiche testimonianze fotografiche.
La Croazia si è rivelata il punto più critico di una vicenda che si è consumata a lungo in una sostanziale indifferenza ai confini della Ue. Lì, i migranti vengono sistematicamente picchiati, derubati e ricacciati oltre il confine con la Bosnia. Soltanto tra gennaio e novembre del 2020, il Danish Refugee Council ha registrato 15.672 respingimenti dalla Croazia verso la Bosnia, classificandone come "violenti" il 60%.
La vicenda del confine balcanico segna un salto di livello nella strategia del doppio standard applicata dalla Ue nella gestione degli ingressi di rifugiati. Finora il rispetto formale delle convenzioni internazionali sull'asilo era aggirato mediante l'esternalizzazione delle frontiere, ossia scaricando la responsabilità sui Paesi di transito mediante sussidi economici e pressioni politiche: Niger, Turchia, Libia sono i casi più noti. Ora invece è emerso - e ha portato a iniziative politiche e giudiziarie in sede europea e nella stessa Croazia - un ricorso alla violenza alle frontiere stesse della Ue. forse da parte di forze di polizia di un Paese membro o forse da parte di elementi definiti "paramilitari" che sarebbero però in grado di 'operarè in modo sistematico in un Paese dell'Unione.
Respingimenti collettivi e brutali erano già accaduti sul confine greco-turco, ma non ancora in una forma così organizzata, aggressiva ed estesa. L'altro elemento entrato in gioco è la proliferazione dell'intolleranza, diventata una pietra d'inciampo per la strategia europea del doppio standard. Finora la non accoglienza europea poteva appoggiarsi su qualche precaria forma di protezione al di là delle sue frontiere.
Questa volta invece al confine bosniaco i sussidi economici non sono bastati a oliare la macchina dell'accoglienza: le popolazioni locali hanno inscenato proteste e scoraggiato i tentativi di approntare soluzioni alternative per porre rimedio alla chiusura del campo di Lipa. In altri termini, hanno imitato le dimostrazioni di ostilità verso i profughi così spesso viste in Italia e in altri Paesi negli scorsi anni. Il copione è quello noto, anche se forse con qualche ragione in più: comunità locali gravate da povertà, disoccupazione, emigrazione dei giovani si sentono chiamate da poteri esterni e lontani a farsi carico dell'accoglienza di gente più sfortunata e bisognosa di loro.
Anche se in realtà non tirano fuori un euro, anzi ne ricevono. Non si sta ripetendo in Bosnia il mezzo miracolo che avviene da anni in Libano, in Giordania e in Turchia, dove le popolazioni locali bene o male si adattano alla convivenza con numeri di profughi da noi mai neppure sfiorati: 134 ogni 1.000 abitanti in Libano, 69 in Giordania, 43 in Turchia, contro 25 per la Svezia, 14 per la Germania e 3,4 per l'Italia.
Ci sono persone che rischiano di morire di fame, di freddo, di malattie non curate ai confini dell'Europa: una catastrofe umanitaria da evitare, come hanno chiesto l'Organizzazione mondiale delle migrazioni e l'Alto Commissariato dell'Onu per i rifugiati. Ma al di là di un'urgente risposta all'emergenza, va ripensata profondamente la politica europea dell'asilo. Il doppio standard non è soltanto ingiusto, ma anche fallimentare, e purtroppo mortifero.
di Marina Catucci
Il Manifesto, 5 gennaio 2021
Intervista a Alexander Urbellis, avvocato newyorchese, fondatore dello studio Blackstone Law Group che si occupa di privacy e sicurezza. Alexander Urbellis è un avvocato newyorchese, fondatore dello studio Blackstone Law Group che si occupa di privacy e sicurezza. Ed è un hacker, membro del gruppo newyorchese 2600, conosciuto in tutto il mondo per la sua attività di divulgazione e di difesa di privacy e diritti civili digitali.
Cosa significa l'accusa per Assange per altri whistleblower?
Pur essendo una vittoria per Assange questa decisione è lontana dall'esserlo per i whistleblower, i giornalisti, o chiunque cerchi di rivelare informazioni riservate. Il valore della decisione stessa di incriminare Assange crea un ambiente ancora più ostile per gli informatori e coloro che rischiano l'estradizione negli Usa. Ero rimasto molto sorpreso nel vedere che gli avvocati che rappresentavano gli Usa erano stati in grado di persuadere la giudice Baraitser ad accettare quasi tutti i loro argomenti: che l'estradizione non avrebbe violato il divieto del Trattato di estradizione Usa-Uk sui reati politici (visto che il Parlamento aveva deliberatamente rimosso tale protezione); che gli Usa avrebbero fatto ad Assange un processo equo; e che i presunti crimini di Assange non fossero protetti dal diritto alla libertà di parola.
Che peso ha la sentenza della corte inglese?
Non c'è da festeggiare perché la sentenza si basa sulle condizioni deplorevoli delle carceri statunitensi e sul fragile stato mentale di Assange. In effetti, la giudice sembra essere convinta che Assange abbia commesso un crimine offrendo assistenza a Chelsea Manning attraverso la decrittografia di una password che serviva a ottenere l'accesso a un sistema informatico federale, e senza la quale Manning non avrebbe avuto accesso. Di ciò non sono sorpreso, e ho sempre trovato che sia il fatto più preoccupante per Assange. Mettendo da parte i principi legali in gioco nella decisione, questa fornisce un chiaro esempio di come una campagna ben pianificata e sostenuta per il rilascio di ciò che molti percepiscono essere un prigioniero politico può avere successo. Ma presentare il caso incentrandolo sullo stato mentale di Assange, non è un favore per la libertà di stampa. Questa sentenza è anche una vittoria per l'amministrazione Trump.
Le accuse contro Assange erano un tentativo di infangare le acque con questioni politiche sull'estradizione in modo che i tribunali del Regno Unito trattenessero la questione per tutto l'anno elettorale del 2020, evitando che nell'anno elettorale, Assange potesse presentare al mondo la sua buona fede giornalistica, insieme alle prove dei numerosi collegamenti di Wikileaks con la campagna Trump nel 2016, e in particolare con Roger Stone.
Quindi la libertà di stampa è ancora in pericolo?
Nulla nella decisione di rifiuto dell'estradizione di Assange rafforza la libertà di stampa e nessun giornalista dovrebbe salutare questa decisione come una vittoria, il ragionamento contenuto nel documento è assolutamente ostile alle libertà di stampa. In effetti, il giudice è arrivato persino a citare le critiche di altri organi di stampa ad Assange per aver pubblicato i nomi di informatori riservati, mettendo quegli informatori in grave pericolo e, in alcuni casi, costringendoli a fuggire dai loro Paesi d'origine. Al limite, e se fossi un professore di diritto, direi che anche se la decisione non supporta tutti i principi legali che i sostenitori di Wikileaks e Assange avrebbero sperato, la decisione chiarisce alcune delle aree più oscure della legge, e così facendo consente giornalisti e avvocati di tutelare meglio le libertà di stampa in futuro.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 5 gennaio 2021
Negli Stati Uniti l'hacker australiano avrebbe rischiato di essere processato per aver divulgato informazioni segrete e 175 anni di carcere. La motivazione: è a rischio suicidio. Il Messico offre asilo politico. La decisione sul destino di Julian Assange resta a Londra. Questa mattina l'Old Bailey ha deciso di negare agli Stati Uniti la richiesta di estradizione per il fondatore di WikiLeaks.
Negli Usa Assange, 49 anni, è accusato di aver violato "l'Espionage Act" attraverso la pubblicazione di documenti diplomatici e militari segreti nel 2010 e rischia 175 anni di carcere. La decisione è stata presa dal giudice distrettuale Vanessa Baraitser sulla base delle preoccupazioni per la salute mentale di Assange dal momento che negli Stati Uniti dovrebbe stare in isolamento e sarebbe a rischio suicidio.
La decisione è dunque basata su motivazioni che hanno a che fare con l'imputato e non con le differenze tra sistemi giudiziari. Gli avvocati del 49enne australiano avevano invocato il primo emendamento e la difesa della libertà di parola nella loro arringa. Ma la giudice ha respinto queste motivazioni affermando che la sua "condotta, se dimostrata, avrebbe costituito un reato" anche in Gran Bretagna. Ma ha deciso di negare l'estradizione sulla base di altri fattori, affermando che Assange soffre di depressione clinica e ha "l'intelletto e la determinazione" per aggirare le misure di prevenzione del suicidio che le autorità statunitensi avrebbero potuto adottare in carcere.
"Siamo estremamente delusi". Gli Stati Uniti avevano già annunciato che in caso di rifiuto dell'estradizione avrebbero fatto ricorso e nel pomeriggio dal dipartimento di giustizia americano è arrivata la conferma ufficiale. Tutt'altro che risolta dunque la vicenda e ancora incerto il destino del fondatore di WikiLeaks, anche perché resta da capire se Assange dovrà restare ancora in carcere o se invece verrà rilasciato per gli stessi motivi di salute che hanno determinato la decisione del tribunale di Londra.
Intanto la difesa dell'hacker australiano ha fatto sapere che chiederà la libertà su cauzione del suo cliente ed è stata fissata per mercoledì l'udienza. Se è dunque ipotizzabile che Assange torni a breve libero, è anche ipotizzabile che non resterà in Gran Bretagna, in quel caso però bisogna capire quale sarà lo stato pronto a dargli asilo politico. E se una prima offerta di asilo è arrivata dal presidente messicano, Andres Manuel Lopez Obrador, resta da capire cosa decideranno i giudici britannici nelle prossime ore.
Assange, presente in aula oggi, dunque per il momento resta rinchiuso nel carcere di massima sicurezza di Belmarsh nel sud di Londra dall'aprile 2019, dopo che l'Ecuador gli ha revocato l'asilo politico e dopo che la polizia britannica lo ha arrestato, dopo che il giudice britannico Michael Snow ha giudicato Assange colpevole di aver violato le condizioni della libertà vigilata con il massimo della pena, ossia 50 settimane di carcere.
Molti in effetti erano stati gli appelli in questi mesi per la sua liberazione basati sulle preoccupazioni per le sue condizioni di salute. Ma non sono mancati anche quelli che hanno fatto emergere le contraddizioni giudiziarie. "Questo non è il giorno in cui Julian tornerà a casa, ma quel giorno arriverà presto. Questo è un giorno di vittoria per Julian ma ancora non possiamo festeggiare", ha dichiarato Stella Morris, compagna di Assange, madre dei suoi figli e sua legale.
Assange, di origini australiane, ha fondato WikiLeaks nel 2006. Nel 2010 inizia a pubblicare i documenti riservati e hackerati da Bradley (poi diventata Chelsea) Manning, il soldato Usa finito in carcere per aver trafugato decine di migliaia di documenti riservati, graziata da Obama e poi di nuovo arrestata l'8 marzo scorso.
Tra il luglio 2010 e l'aprile 2011, Assange pubblica circa 90 mila file sulle guerra in Afghanistan, 500 mila su quella in Iraq, 250 mila cablo diplomatici delle ambasciate americane nel mondo e infine i Guantanamo files. Il file più scottante però è un video che mostra un elicottero apache statunitense durante un'azione a Bagdad nel 2007. L'elicottero spara uccidendo 11 persone innocenti tra cui un fotografo e un autista della Reuters. I diari afgani e iracheni rivelano molti 'incidenti' e vittime civili dell'intervento americano. Nel 2010 un tribunale svedese aveva chiesto l'arresto di Assange per tre accuse di stupro, molestie sessuali e di "coercizione illegittima", caso che però verrà archiviato nel 2017. Nel 2012 richiede e ottiene asilo politico nell'ambasciata dell'Ecuador. Il timore è quello di essere estradato negli Stati Uniti, una volta messo sotto processo in Svezia, per la rivelazione di enormi quantità di documenti riservati statunitensi. Per sette lunghi anni vive con otto agenti della polizia inglese che stazionano 24 ore su 24 appena fuori dall'ambasciata (per un costo calcolato in 4 milioni di sterline l'anno).
Alle accuse su Assange si aggiunge un altro mattone. L'australiano è sospettato di aver tentato con i suoi leaks di influenzare il risultato delle elezioni presidenziali Usa e di aver tramato con il Cremlino per danneggiare la candidata Hillary Clinton in favore dell'avversario Donald Trump. Il nome di Assange viene dunque associato al Russiagate.
È la goccia che fa traboccare il vaso. Il 6 febbraio 2018 il giudice britannico conferma il mandato di cattura per la mancata presenza all'udienza. Un cavillo cui i nemici si aggrappano. L'Ecuador di Lenín Moreno (meno favorevole all'hacker del precedente leader Rafael Correa) si dimostra sempre più ostile nei confronti dell'ospite scomodo e gli stacca più volte la connessione internet denunciando suoi comportamenti scorretti, compresa l'incuria nei confronti del gatto.
Assange punta il dito contro i suoi nemici, colpevoli a suo dire di star facendo pressioni politiche sul governo ecuadoriano affinché lo consegni ai britannici. Cerca di difendersi, denuncia lo spionaggio, denuncia la violazione dei diritti umani. Ma appare sempre più isolato.
La temperatura intorno a Mendax - questo il suo nickname da hacker - sale sempre di più fino a quando Quito gli revoca l'asilo politico. Ad attenderlo fuori dalla porta dell'ambasciata l'aprile del 2019, la polizia britannica. Poi la richiesta di estradizione degli Stati Uniti e l'attesa per il nuovo verdetto. Fino ad oggi. E fino a mercoledì, per l'ennesima tappa di una vicenda iniziata quindici anni fa.
camerepenali.it, 5 gennaio 2021
È innegabile siano numerose le decisioni della Corte di Strasburgo che hanno contribuito a migliorare il sistema della protezione dei diritti fondamentali negli Stati aderenti al Consiglio d'Europa; altrettanto noto è che, spesso, tali pronunce hanno provocato reazioni, anche accese, da parte di chi non ne condivide gli esiti.
Tuttavia, oltre a iniziative di delegittimazione dell'attività giurisdizionale della Corte, per lo più affidate alla critica sui media, è recente la notizia di una forma di aggressione concretizzatasi in un sofisticato cyber-attacco che ha reso irraggiungibile dall'esterno il sito istituzionale della Corte Europea dei Diritti dell'Uomo per più di tre giorni, compresi i tempi per la manutenzione e il ripristino.
L'azione, rivendicata su Twitter da un gruppo nazionalista turco, ha avuto inizio lo scorso 22 dicembre subito dopo la pubblicazione della sentenza di Grande Camera, molto attesa anche in virtù delle ripercussioni di carattere politico, nel ricorso Selahattin Demirtas c. Turchia (n. 2), come reso noto dalla Corte in un comunicato ufficiale nel quale i due eventi erano posti in correlazione.
Il caso riguardava l'arresto e la detenzione cautelare di Selahattin Demirtas, che, all'epoca dei fatti, era uno dei co-presidenti del Partito democratico del popolo (Hdp), un partito politico filo-curdo di sinistra.
La Corte Edu nella sua composizione più ampia ha constatato, in particolare, che le interferenze nell'esercizio della libertà di espressione del ricorrente - vale a dire la revoca dell'immunità parlamentare a seguito della modifica costituzionale del 20 maggio 2016, la sua detenzione cautelare poi prorogata e il procedimento penale avviato contro di lui per reati connessi al terrorismo sulla base di prove che sarebbero emerse dal contenuto dei suoi discorsi politici - non erano imposti dalla legge ai sensi dell'articolo 10 della Convenzione (libertà di espressione).
Per quanto riguarda l'articolo 5 (diritto alla libertà e alla sicurezza), nessun fatto o informazione specifica che avrebbe potuto dare adito a un sospetto giustificante la detenzione cautelare del ricorrente era stata addotta dai tribunali nazionali in un qualsiasi momento della sua detenzione, e non vi era quindi un ragionevole sospetto che egli avesse commesso i reati dei quali era accusato.
Le medesime osservazioni hanno anche portato alla constatazione di una violazione del diritto del ricorrente ad essere eletto e sedere in Parlamento: la Corte, sul punto, ha rilevato che le autorità giudiziarie non hanno rispettato l'obbligo procedurale di cui all'articolo 3 del protocollo n. 1 (diritto a libere elezioni) e cioè di accertare se il ricorrente avesse o meno diritto all'immunità parlamentare per le dichiarazioni contestate. In particolare, non risultava che le medesime autorità avessero bilanciato gli interessi in gioco e tenuto conto del fatto che il ricorrente era uno dei leader dell'opposizione politica del suo paese.
Infine, è stato stabilito che la detenzione del ricorrente, soprattutto durante due campagne politiche cruciali relative al referendum del 16 aprile 2017 ed alle elezioni presidenziali del 24 giugno 2018, aveva perseguito l'ulteriore scopo di reprimere il pluralismo e limitare la libertà di dibattito politico, che sono coessenziali al concetto stesso di società democratica.
La Corte di Strasburgo ha pertanto deliberato che lo Stato convenuto debba porre in essere tutte le misure necessarie per assicurare l'immediata scarcerazione di Selahattin Demirtas.
Tale pronuncia, che ha ritenuto sussistente anche la violazione dell'art. 5 § 1 Cedu, oltre a confermare le violazioni accertate in quella resa il 20 novembre 2018 dalla Seconda Sezione - presieduta da Robert Spano, attuale Presidente della Corte EDU - in relazione alla quale era stato chiesto il rinvio alla Grande Camera sia da parte del governo resistente che del ricorrente, induce a una riflessione più generale sul pericolo che le aggressioni all'operato della Corte si riflettano sulla tutela dei diritti umani, la democrazia e lo stato di diritto, pilastri sui quali si fonda l'azione del Consiglio d'Europa. L'equivoco di fondo, totalmente errato, è che la Corte non ha, né rivendica, alcun ruolo politico, essendo, per contro, l'organo giurisdizionale previsto dall'art. 19 Cedu per assicurare il rispetto degli impegni derivanti alle Alte Parti contraenti dalla Convenzione e dai suoi Protocolli.
Principio cardine della sua attività giurisdizionale è dato dall'indipendenza sia della Corte sia dei suoi Giudici che nell'esercizio delle funzioni non rispondono né agli Stati che li hanno proposti né al Consiglio d'Europa, ragion per cui l'incarico è incompatibile con qualsiasi ruolo che possa pregiudicarne l'autonomia. Diversamente, il rischio è quello di delegittimare la Cedu e la Corte, il che priverebbe chiunque abbia subito una violazione dei propri diritti e libertà fondamentali della possibilità di trovare quella tutela che, seppur nell'ambito di uno standard minimo, la Convenzione e la Corte di Strasburgo hanno pur sempre garantito e continuano a garantire.
L'Osservatorio Europa dell'Unione Camere penali italiane
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