di Antonio Mattone
Il Mattino, 6 gennaio 2021
Sedicenni tra i protagonisti della brutale aggressione al rider avvenuta la notte del primo dell'anno, documentata dal video che è diventato virale sul web. Uno proviene da una famiglia modesta ma onesta. Frequenta con profitto il secondo anno dell'istituto tecnico Vittorio Veneto e gioca bene a pallone, tanto da essere in procinto di fare dei provini con alcune società di calcio.
L'altro, invece, ha avuto un'infanzia difficile, con il padre affiliato al clan Di Lauro in carcere, per una lunga condanna da scontare. Ha abbandonato la scuola e si è messo a fare il garzone di un salumiere. Apparentemente diversi, ma accomunati dall'aver partecipato alla rapina dello scooter con cui Gianni Lanciato sbarcava il lunario.
Le immagini hanno mostrano una violenza e un accanimento inimmaginabile per dei ragazzi così giovani. Eppure non gli hanno lasciato scampo, lo hanno aggredito con pugni, calci e spintoni fino a scaraventarlo per terra. E dopo essere passati con le ruote del loro ciclomotore sulle sue gambe, gli hanno sottratto lo scooter e sono fuggiti via.
Gli autori del pestaggio, tutti giovanissimi, provengono dal Rione dei Fiori di Secondigliano. Un quartiere nato dopo il terremoto che ha raccolto gli artigiani e i contadini che abitavano nei fatiscenti vicoli Censi di Secondigliano e alcuni terremotati che vivevano negli insediamenti di container sorti nella zona. Una coabitazione problematica per la difficoltà ad amalgamare in una comunità gente di ceto sociale eterogeneo, proveniente da diverse zone della città. Successivamente il rione è diventato tristemente famoso per essere stato il fortino del clan Di Lauro. Oggi, dopo l'arresto di "Ciruzzo 'o milionario" e degli esponenti del suo clan, il Rione dei Fiori non ha più l'asfissiante sorveglianza criminale, non ci sono più vedette che controllano chi entra e chi esce, e non si vedono in giro le file di chi veniva a rifornirsi della droga.
Tuttavia gli abitanti del "Terzo Mondo", altro nome con cui viene emblematicamente chiamato il rione, vivono in uno stato di totale abbandono. Mancano punti di aggregazione, rari i negozi, impraticabili i campetti di calcio. Solo le sedi della municipalità e dell'Asl resistono al centro dell'abitato, che ha avuto peraltro un rilevante prolungamento grazie ad insediamenti di edilizia abusiva. Persino la parrocchia è stata smembrata per ragioni di divisione urbanistica del territorio, dove invece ci sarebbe bisogno di una attenta e specifica azione pastorale.
I giovani protagonisti dell'aggressione al rider sono nati durante gli anni della prima faida di Scampia. È una generazione cresciuta a "pane e gomorra", tra marginalità sociale e modelli di riferimento criminali. Colpisce nel loro racconto che, prima della rapina si trovavano all'una di notte, in pieno coprifuoco, intenti a giocare a carte. Poi hanno deciso di andare a mangiare un panino, quando a quell'ora non dovrebbero esserci locali aperti neanche per asporto. Infine sono andati in giro a cercare prede da rapinare e malmenare.
E proprio alcuni di quei parenti che avrebbero dovuto vigilare su di loro hanno affermato che si è trattato di una bravata, "non roviniamogli la vita, sono tutti ragazzi che lavorano", hanno aggiunto. Già, lavorano, quindi non avrebbero neanche avuto bisogno di commettere rapine per avere dei soldi in tasca.
Non sappiamo se i due sedicenni si trovassero insieme per caso o se si frequentassero da tempo. Tuttavia emerge sempre di più come l'aggressività sia diventato un modo di essere, un comportamento culturale trasversale, che riguarda tutti i ceti sociali. Giovani che si aggregano per contrapporsi ed incutere terrore, dove il potere è direttamente legato alla violenza che si è capaci di esprimere e che hanno nei social una grande vetrina. È solo di pochi giorni fa la grande rissa che ha coinvolto ad Ercolano decine di ragazzi.
Un altro episodio preoccupante, e non si può affermare che si tratta di pochi criminali che offuscano l'immagine di una città, come dice qualche sindaco per difendere l'immagine del proprio territorio. La violenza giovanile è un fenomeno diffuso, è la grande emergenza di Napoli, su cui tutti intervengono sdegnati di fronte a fatti di cronaca così cruenti per ripiombare poi in un grande silenzio.
Vorremmo invece che se ne continuasse a parlare quando i riflettori su questa vicenda si saranno spenti, che questo tema entrasse nel dibattito politico delle prossime elezioni che designeranno il nuovo sindaco di Napoli, mentre troppo spesso si sentono solo proclami vuoti su alleanze, programmi, coalizioni, oppure si invocano pene più severe o i maestri di strada come soluzioni per tutte le stagioni. Ben più complessa è la questione, che richiede invece una analisi approfondita delle cause e ipotesi di lavoro di breve e lungo periodo per arginare il fenomeno.
Non ci si può rassegnare a fare della violenza giovanile la grande emergenza insoluta di Napoli. Dobbiamo fare nostro l'appello di Gianni Lanciato, che ancora dolorante si è rivolto ai suoi aggressori chiedendo di riflettere e di smetterla con questa inutile violenza. E soprattutto non possiamo restare inerti aspettando il prossimo raid.
Il Messaggero, 6 gennaio 2021
È morto nell'ospedale di Rieti, dopo due settimane di ricovero, un detenuto di 66 anni, affetto da Covid: il primo nel 2021, il primo dall'inizio della pandemia nel Lazio, il tredicesimo in Italia di questa seconda ondata. In carcere, come nelle Rsa, continuano ad accendersi e spegnersi focolai Covid. Non ci stancheremo mai di ripeterlo: nelle carceri, come nelle Rsa, bisognerebbe provvedere alle vaccinazioni in via prioritaria".
Così il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa, il quale proprio ieri aveva inviato una lettera all'assessore regionale alla Sanità, Alessio D'Amato, per chiedere all'assessore di rappresentare, in sede di Conferenza delle Regioni e nelle relazioni istituzionali con il ministro della Salute e con il Commissario straordinario di governo all'emergenza Covid, la necessità di anticipare le vaccinazioni nelle carceri.
"Nella programmazione nazionale la somministrazione del vaccino ai detenuti e al personale in servizio presso gli istituti penitenziari avverrà solo nella terza fase della campagna vaccinale, dopo il personale sanitario, gli ospiti e gli operatori delle strutture socio-sanitarie, gli anziani, alcune specifiche categorie, i lavoratori dei servizi essenziali – aggiunge. Ciò nonostante gli appelli rivolti al governo dalla Conferenza dei Garanti territoriali delle persone private della libertà, e l'auspicio della senatrice Liliana Segre e del Garante nazionale, Mauro Palma. Questa programmazione del Piano nazionale - si legge nella lettera di Anastasìa a D'Amato - non tiene adeguatamente conto delle condizioni di rischio e di vulnerabilità alla diffusione del virus nelle comunità chiuse e, in particolare, negli istituti penitenziari, contrassegnati da condizioni igieniche precarie e un sovraffollamento che impediscono il dovuto rispetto delle ordinarie misure di prevenzione raccomandate alla generalità della popolazione".
Nella sua lettera, Anastasìa ricorda i casi di Covid-19 nel Lazio, a Rebibbia femminile, a Frosinone, a Regina Coeli e a Rebibbia Nuovo complesso, e chiede a D'Amato che "nell'espletamento della campagna vaccinale nel Lazio sia data la giusta priorità alle persone private della libertà e, laddove per disposizione nazionale non fosse possibile altrimenti, sia garantita la immediata vaccinazione delle persone detenute ultra ottantenni e sin dall'inizio della seconda fase della campagna vaccinale la tempestiva vaccinazione degli ultra sessantenni e delle persone detenute di ogni età affette da comorbilità severa, immunodeficienza e/o fragilità".
di Vanessa Roghi
Il Domani, 6 gennaio 2021
L'impostazione di San Patrignano vede solo due possibilità di salvezza per i "drogati": il salvatore o il padre padrone, la figura forte che deresponsabilizza il resto della società. Così la politica continua a disinteressarsi della droga. Parlare di tossicodipendenze è difficile, si oscilla fra logiche repressive e totale disinteresse, è molto raro leggere o vedere qualcosa sul consumo di droghe che porti a un ragionamento più ampio e vada oltre le nostre certezze.
Questo, "SanPa. Luci e tenebre di San Patrignano", la serie Netflix su Vincenzo Muccioli, riesce a farlo, qualsiasi sia la posizione che abbiamo nei confronti di quella storia. Da spettatori siamo portati subito al centro dell'evento, quando, nel 1978, nasce la comunità di San Patrignano, una risposta (non certo l'unica come sembra dalla serie) a politiche pubbliche che non riescono a fronteggiare la marea dell'eroina che sta spazzando via una generazione: Muccioli appare a tante famiglie ma anche a tanti "drogati", un salvatore.
Ma non solo. Vincenzo Muccioli capisce che quello del recupero dei tossicodipendenti sta per diventare un affare. Sicuramente nel suo progetto iniziale pesa moltissimo anche la sua aspirazione a diventare una specie di guru, un mistico della riviera romagnola, ma certo il business non è secondario. Le cinque puntate della serie Sanpa raccontano di una crescita esponenziale di soldi che portano in pochissimi anni la piccola comunità a diventare un luogo ricchissimo anche grazie al supporto finanziario della famiglia Moratti e di altri ricchi e disperati genitori (Enrico Maria Salerno, Paolo Villaggio) che vedono in San Patrignano l'ultima spiaggia per disintossicare i figli.
E ancora: racconta anche la nascita di un approccio alla disintossicazione diverso da quello scelto dallo stato, in comunità infatti viene assolutamente proibito l'uso di metadone o di psicofarmaci. L'alternativa al metadone E questo nella serie è molto chiaro: intorno a questa scelta "alternativa" al metadone nasce San Patrignano. Quello che appare è che il riminese decide, generosamente, di mettere una toppa là dove lo stato è assente. Ma lo stato non è così assente come sembra dalla miniserie: una nuova legge del 1975, che è andata finalmente a modificare quella del 1923 che regolava la gestione delle tossicodipendenze, prevede finanziamenti importanti per progetti sulla prevenzione e la cura.
C'è chi se ne accorge come Francesco Cardella, editore siciliano: in Calabria, duemila persone lavorano alla sua comunità terapeutica. Fonda con Mauro Rostagno la comunità di Saman in Sicilia. Achille Saletti è un avvocato penalista, nei primi anni Ottanta molti suoi clienti hanno grane con la giustizia per problemi di eroina. Inizia a collaborare con Saman e ricorda l'assoluta improvvisazione, lo sforzo di tanti volontari senza alcuna preparazione e soprattutto senza alcuno strumento: "Le strutture terapeutiche erano mandate avanti in modo empirico, improvvisato. In comunità per esempio non veniva dato niente, né farmaci né altro, si curavano le crisi di astinenza con la camomilla".
E Luigi Cancrini, da me intervistato per un libro scritto tre anni fa ("Piccola città. Una storia comune di eroina", Laterza): "Fu in quel momento che apparvero personaggi come Vincenzo Muccioli che, iniziando da una vicenda sua personale che lui raccontava come una conversione religiosa, in buona fede, mise in piedi questa grande impresa". San Patrignano, Ceis, Gruppo Abele, don Riboldi, Saman. La "comunità" di recupero entra a far parte dell'immaginario nazionale come alternativa ai luoghi di somministrazione del metadone pubblici, ben descritti da Carlo Rivolta nei suoi articoli sul quotidiano La Repubblica.
"Il centro del comune così funziona solo al pomeriggio per la distribuzione del metadone e alla mattina per l'assistenza psicologica. Sono tornato di pomeriggio. Questa volta il girone era pieno di "dannati" che aspettavano il loro turno. Una ragazzina bionda, capelli lunghi, un viso molto dolce e triste, mi ha raccontato la sua storia: "Vengo qui da due mesi. Appena arrivata mi hanno fatto compilare una scheda. C'è la mia condizione sociale. Mi hanno chiesto subito se volevo assistenza psichiatrica. Ho detto di no, da allora nessuno si è mai più interessato al mio stato psichico.
E io invece sto male: prima avevo degli amici, quelli con cui mi bucavo, ora mi hanno isolata. Qui al centro invece siamo tutti divisi, ci vergogniamo tutti un po' di essere qui, e tra noi non c'è rapporto. Tantomeno abbiamo il minimo rapporto con gli assistenti sociali. Insomma si viene qui, si prende il metadone, e si va via. Chi vuole tirarsi fuori dall'ero, in pratica lo fa da solo".
Solitudine e controllo totale Non dimentichiamola questa solitudine e la vergogna mentre guardiamo il documentario Sanpa. Quando sentiamo ragazzi e ragazze che dicono di preferire le catene a quella solitudine, vista dal loro punto di vista, quella scelta è plausibile, disperata e plausibile. E non dimentichiamo neppure il contesto, che è del tutto assente nella miniserie: nel 1978 la legge 180, più conosciuta come legge Basaglia, chiude i manicomi dove la legge del 1923 rinchiudeva i tossici (i medici avevano l'obbligo di denuncia).
Bene, una volta chiusi i manicomi dove si mettono i drogati? In carcere? Costa troppo allo stato e poi a volte il tossico non ha nemmeno commesso un reato visto che dopo il 1975 il consumo non è più considerato tale. Intanto la marea dell'eroina monta e le famiglie, che come si dice a un certo punto nella miniserie sono migliaia e migliaia, sono disperate. Così nasce questo kibbutz all'italiana (espressione di Giovanni Minoli), San Patrignano, dove il lavoro e la vita comunitaria sembrano essere la risposta al male di vivere dei tossici.
Ma non è un "poema pedagogico" quello che scrive Muccioli sulla collina sopra Rimini, è piuttosto un progetto di controllo totale, che ricorda quelli di Osho o di Ron Hubbard che, negli stessi anni, decide anche lui di salvare i tossicodipendenti. Da questo frainteso concetto di "comunità", da questa idea patriarcale della relazione fra terapeuta e "malati" nasce il metodo San Patrignano, che non disdegna il ceffone quando è necessario, e la reclusione, e le catene, a ricreare il manicomio proprio mentre nel resto del paese si sta cercando di smantellarlo.
Il resto (ascesa e declino, Aids, processi) è storia (o meglio miniserie). Guardare la dipendenza Come ogni racconto ben concepito, la serie su San Patrignano lascia aperte molte domande: quanto delle future politiche sulle droghe prendono corpo lì, sulla collina, quanto il modello patriarcale imposto da Muccioli ha plasmato e plasma il discorso sulle droghe. Muccioli ripete spesso di essere un padre per i suoi ragazzi.
Ma siamo sicuri che la famiglia sia un luogo salvifico, sempre? Come scrisse Cancrini nel suo primo studio Esperienza di una ricerca sulle tossicomanie: "Le famiglie dei tossicomani si dividono in due specie: "Mi aspetto molto da te. Non mi aspetto niente da te". Muccioli si aspetta molto dai "suoi" ragazzi, ma cosa dà in cambio? Oggi riflettere sulla storia di Muccioli in modo serio è fondamentale per criticare fino in fondo quell'impostazione che vede solo due possibilità di salvezza per i "drogati": il salvatore o il padre padrone, comunque la figura forte che deresponsabilizza il resto della società che delega e si volta dall'altra parte.
E magari, grazie alla serie, la politica si ricorderà che la conferenza nazionale sulle droghe non viene convocata da undici anni come ricorda Claudio Cippitelli, operatore romano: "Ricordo la prima conferenza nazionale sulle droghe di Palermo, nel 1993. Era previsto l'intervento di Muccioli e lui, avvertito dallo staff di San Patrignano della presenza del padre di Giuseppe Maranzano in sala, si dava alla fuga.
Non so se vedrò Sanpa su Netflix, non so se ho voglia di tornare a discutere questioni di oltre quarant'anni fa, mentre non viene organizzata la conferenza nazionale sulle droghe da undici anni (secondo la legge da celebrare ogni tre anni)". Infine: la dipendenza va guardata dritta negli occhi, le interviste agli ex ospiti della comunità ci consentono di farlo e sono la parte più bella e importante di questo lavoro che per una volta sembra dire: non c'è niente di cui vergognarsi nelle vostre storie, parlatene, parliamone. E grazie per avercele raccontate.
di Giampiero Maggio
La Stampa, 6 gennaio 2021
Ipotesi stato di emergenza fino al 31 luglio: cosa significa e cosa cambia. I timori del governo per una terza ondata e la curva dei contagi che non rallenta. Verso il nuovo Dpcm del 15 gennaio. Oggi sarà l'ultimo giorno in zona rossa per l'Italia. E da domani si entrerà in una sorta di zona gialla rafforzata, con restrizioni che andranno dal blocco degli spostamenti tra Regioni e una serie di altri obblighi simili a quelli applicati durante le festività. Terminata questa fase, intorno al 15 di gennaio, ne seguirà un'altra: molto dipenderà dalla curva dei contagi e soprattutto dai valori Rt e dai parametri stabiliti dal Comitato tecnico scientifico relativi alla pressione sugli ospedali e sulle terapie intensive. Il governo agirà, molto probabilmente, seguendo anche in questa seconda fase le varie colorazioni. E per entrare in fascia bianca, con un allentamento delle restrizioni, si dovrà avere un indice Rt inferiore a 1.
Spunta, poi, un'altra ipotesi: l'idea del governo di Giuseppe Conte di prorogare lo stato di emergenza fino al 31 luglio. Dunque, le prossime mosse dell'esecutivo saranno un nuovo Dpcm entro il 15 gennaio e, appunto, un prolungamento dello stato di emergenza. Si procederà a piccoli passi, ogni decisione sarà condizionata, inevitabilmente, dalla curva dei contagi.
Ieri è stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale il decreto legge 5 gennaio 2021 n. 1 che entra in vigore da oggi. Nel periodo fino al 15 gennaio, data di scadenza del decreto legge n. 158/2020 e del Dpcm 3 dicembre, varranno le stesse regole per tutta Italia seppur diverse giorno per giorno (zona gialla rafforzata il 7 e l'8 gennaio, zona rossa nel week end 9-10 gennaio), mentre da lunedì 11 si ritornerà alle zone di colore, che cambieranno in ogni regione dopo il nuovo monitoraggio dell'Istituto Superiore di Sanità con la modifica dell'indice di contagio Rt che porterà nuovi territori in zona arancione o rossa (ci sono dieci regioni sotto la lente, in particolare Veneto, Liguria e Campania) e l'ordinanza del ministero della Salute attesa al più tardi per il 9 gennaio.
Ecco cosa prevede il decreto-legge:
Punto numero 1. "Dal 7 al 15 gennaio 2021 è vietato, nell'ambito del territorio nazionale, ogni spostamento in entrata e in uscita tra i territori di diverse regioni o province autonome, salvi gli spostamenti motivati da comprovate esigenze lavorative o situazioni di necessità ovvero per motivi di salute. È comunque consentito il rientro alla propria residenza, domicilio o abitazione, con esclusione degli spostamenti verso le seconde case ubicate in altra regione o provincia autonoma".
Punto numero 2. "Nei giorni 9 e 10 gennaio 2021 sull'intero territorio nazionale, ad eccezione delle Regioni cui si applicano le misure di cui all'articolo 3 del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 3 dicembre 2020, si applicano le misure di cui all'articolo 2 del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 3 dicembre 2020, ma sono consentiti gli spostamenti dai comuni con popolazione non superiore a 5.000 abitanti e per una distanza non superiore a 30 chilometri dai relativi confini, con esclusione in ogni caso degli spostamenti verso i capoluoghi di provincia".
Punto numero 3. "Fino al 15 gennaio 2021 nelle regioni in cui si applicano le misure di cui all'articolo 3 del decreto del Presidente del Consiglio dei ministri 3 dicembre 2020 è altresì consentito lo spostamento, in ambito comunale, verso una sola abitazione privata una volta al giorno, in un arco temporale compreso fra le 5 e le 22 e nei limiti di due persone, ulteriori rispetto a quelle ivi già conviventi, oltre ai minori di anni 14 sui quali tali persone esercitino la potestà genitoriale e alle persone disabili o non autosufficienti conviventi. Per i comuni con popolazione non superiore a 5.000 abitanti lo spostamento di cui al presente comma è consentito anche per una distanza non superiore a 30 chilometri dai relativi confini, con esclusione in ogni caso degli spostamenti verso i capoluoghi di provincia".
Punto numero 4. "Nell'intero periodo di cui al comma 1 restano ferme, per quanto non previsto nel presente decreto, le misure adottate con i provvedimenti di cui all'articolo 2, commi 1 e 2, del decreto-legge 25 marzo 2020, n. 19, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 maggio 2020, n. 35".
Partiamo da alcuni punti fermi. La Germania ha predisposto nuovi blocchi, il Regno Unito sta vivendo giorni difficili a causa di un picco dei contagi (ieri, circa 60 mila nuovi positivi al coronavirus) ed è nel pieno di una terza ondata a causa della variante inglese del virus. Variante che preoccupa l'Europa e che costringe i capi di governo a mantenere alta l'attenzione. È per questo che i giorni a venire per l'Italia sono cruciali.
Il governo, dunque, ha già pronto un nuovo Dpcm che, come detto, stabilirà non solo l'istituzione delle tre fasce di colore, ma anche una cosiddetta "zona bianca": chi rientrerà in quella fascia potrà, di fatto riaprire tutto. La condizione necessaria? Avere un Rt sotto uno, rischio basso e meno di 50 casi ogni 100mila abitanti. Al momento, però, nessuna Regione detiene queste caratteristiche. In zona bianca potranno riaprire palestre, teatri, cinema, sale da concerto, musei come già aveva anticipato, nei giorni scorsi, anche il ministro dello Sport Spadafora e come, di fatto, aveva suggerito il ministro Dario Franceschini.
Di pari passo procederà il piano di vaccinazioni, che ieri ha subito una vera e propria accelerazione e che dovrebbe portare, secondo i piani di esperti e dell'esecutivo, ad una immunità di gregge entro l'autunno/fine 2021. Per questo, come aveva precisato Giuseppe Conte durante la conferenza stampa di fine anno a Villa Madama, non è da escludere una proroga di altri sei mesi, ovvero fino al 31 luglio, dello stato d'emergenza in scadenza, come è noto, il 31 gennaio. Sono già filtrate alcune indiscrezioni, con l'indicazione di due date: il 31 marzo e, appunto, il 31 luglio. Il tema è stato ampiamente affrontato anche sul sito del ministero del Lavoro e delle Politiche sociali sul decreto Milleproroghe: cosa significa?
Intanto si segnala, in particolare, "la proroga al 31 marzo 2021 dell'utilizzo della procedura semplificata di smart working". La proroga (come data più prudenziale fissata nel 31 marzo) riguarda, inoltre, numerose misure in ambito scolastico e universitario, medico-sanitario, in tema di protezione dei lavoratori e della collettività, in materia di svolgimento degli esami di Stato di abilitazione all'esercizio delle professioni e dei tirocini professionalizzanti e curriculari.
di Domenico Alessandro de Rossi*
Il Dubbio, 6 gennaio 2021
In presenza del Covid-19, che vede il carcere in prima linea come una bomba nel rischio pandemia, con discutibile insensibilità da parte del ministero della Giustizia e di altre istituzioni circa le azioni da intraprendere, appare la notizia che la Triennale di Milano con la condivisione della Casa circondariale Francesco Cataldo di Milano, bandisce con cinico tempismo il concorso di idee "San Vittore spazio alla bellezza". Obiettivo dell'iniziativa sarebbe il promuovere una nuova concezione di casa circondariale, attraverso la riprogettazione di alcuni spazi del carcere, per cambiarne la "percezione" e migliorando gli spazi che lo ospitano. Che ci sia il dovere, da sempre, di ripensare l'intero complesso italiano nelle modalità dell'esecuzione penale e nelle strutture dedicate non v'è dubbio. Non per caso da troppi anni siamo in attesa da parte del Dap di un integrato, sistemico, organico "Piano carceri", dove da un nuovo regolamento penitenziario, ad una diversa concezione delle diverse modalità detentive, fino all'urbanistica, ai trasporti ed al recupero degli edifici storici, si possa gestire l'enorme problematica all'interno di un quadro sistematico di riferimento.
Nel recente "Non solo carcere", libro a ciò dedicato, tentammo insieme ad altri professionisti di sistematizzare almeno questa vasta tematica anche in funzione della condanna della Cedu, Corte Europea Diritti Umani. Nella congerie di proposte disorganiche da parte della politica e delle istituzioni ecco ora anche la Triennale con il suo bando che dedica alla bellezza le problematiche del carcere: l'ossimoro per definizione. Sì, in tempi di Coronavirus dove ogni giorno si aggiungono centinaia di morti, in cui si susseguono appelli al Governo, tra cui quello dell'immediata distribuzione del vaccino nelle carceri, tra rivolte, morti e abusi, proprio quello della bellezza sembra essere la risposta da dare al problema.
Nel dubbio, escludendo cattivi pensieri per spiegare queste scelte incomprensibili, in tempi di emergenza nazionale, per capire si dovrebbe ricorrere alla mera indifferenza alle morti ed egoismo di parte, oltre che di interessi per la creazione di vetrine personali da spendere in altre sedi. Ma ciò che in questo caso risulta ancora più incredibile è il silenzio dell'ordine degli architetti che ha accettato - per quanto ci risulta senza battere ciglio - che il bando della Triennale non ammettesse la partecipazione diretta di professionisti che hanno più di quaranta anni! Non è chiaro il motivo della esclusione di esperienze più mature e forse più consapevoli nella complessa materia che certamente non riguarda solo il problema della bellezza del carcere. Ma a proposito di forma, di stile e di comportamento sta il fatto che a peggiorare l'affaire si aggiungano da parte degli architetti "maggiorenni" giudizi fortemente critici nei confronti del concorso per l'inutile esclusione di chi ha superato l'età.
Mentre gli stessi che criticano partecipano poi in pari tempo da esterni come consulenti dei giovani professionisti. Come a dire non accetto ma mi adeguo: esco dalla porta e rientro dalla finestra. Questo è il modo in cui ormai nel nostro Paese istituzioni e classe dirigente e professionale affronta le complesse problematiche riguardanti la situazione delle carceri e dell'esecuzione penale. John Ruskin diceva che l'architettura è l'adattarsi delle forme a forze contrarie. Ma forse un limite etico, di questi tempi, ci vorrebbe.
*Vice presidente Cesp - Centro Europeo Studi Penitenziari
di Gian Antonio Stella
Corriere della Sera, 6 gennaio 2021
Nel nostro paese gli stranieri sono solo il 5,6% degli iscritti all'università (contro una media Ue del 9% e punte del 17,7 in Svizzera o del 18,3 in Gran Bretagna). "L'Italia deve candidarsi a prendere il posto degli inglesi nell'attrattività di Erasmus: diciamo a Pd, M5s e Leu di puntare sullo ius culturae dando la cittadinanza agli studenti universitari che verranno a laurearsi in Italia. Vale a dire che se tu sei uno studente che viene a studiare medicina e stai cinque anni in Italia poi alla fine non soltanto ti do la laurea ma ti do la cittadinanza. Perché mi interessa l'immigrazione di qualità. Mi interessa attrarre cervelli. Attrarre talenti".
Evviva. Quasi dieci anni dopo la Leopolda del 2011, dove fra le 100 proposte per cambiare Italia c'era "l'adozione dello ius soli per i figli degli immigrati", Matteo Renzi pare avere infine dismesso l'uso sbrigativo, sciagurato e suicida della formula "ius soli".
Che, sbandierata così, come uno spot, poteva essere letta in un solo modo: il riconoscimento della cittadinanza a chi nasceva in Italia. Punto. Una scelta insostenibile, per un paese spalancato verso l'Africa in piena esplosione demografica, e già abbandonata dalla stragrande maggioranza dei paesi in favore di una mediazione con lo ius misto. Meglio ancora, ius culturae. E parallelamente una scelta complicatissima da difendere davanti all'aggressività crescente di chi come Matteo Salvini cavalcava con toni sempre più bellicosi proprio quelle parole un tempo nobilissime ma oggi di fatto impraticabili.
Prendiamo nota: in tutto il 2020, stando all'archivio Ansa, l'ex leader pd ha rottamato lo spot autolesionista senza più invocarlo manco una volta. Anzi, risulta essersi tenuto alla larga dallo "ius soli" tout court dalla nascita di Italia Viva, ottobre 2019. Una scelta di bottega visto il tentativo di aprire il suo partito (6,4% le aspettative iniziali...) ai moderati? O il progressivo riconoscimento dell'obbligo politico, economico e morale di arrivare alla cittadinanza per i nuovi italiani usando però (le parole sono pietre) i termini giusti?
Si vedrà. Certo è che in un paese come il nostro dove gli stranieri sono solo il 5,6% degli iscritti all'università (contro una media Ue del 9% e punte del 17,7 in Svizzera o del 18,3 in Gran Bretagna) sarebbe un peccato non cogliere il senso della proposta renziana sulla necessità di un'Italia più aperta verso una immigrazione di qualità. Di talenti. Cervelli. E come, se non con uno ius culturae?
di Ginevra Lamberti*
Il Domani, 6 gennaio 2021
Mio padre è entrato in comunità nel 1981. Chi è stato lì in quegli anni fondativi è spesso legato a SanPa da un debito che sembra non estinguersi mai. Ma è giusto sostituire l'assuefazione alla sostanza con l'assuefazione alla struttura?
Ho trascorso i primi mesi della mia vita in un container con i miei genitori, tutto attorno c'era il fango di una cittadella in espansione. Era il 1985 e la cittadella si chiamava San Patrignano. Mio padre era arrivato lì nel 1981, da Roma, per disintossicarsi da un forte disturbo da uso di eroina. Ce lo aveva portato di peso mio nonno, insieme hanno dormito in macchina per giorni, poi è stato accettato. Mia madre lo ha raggiunto non appena le è stato permesso, scendendo in autostop dal Veneto, per non lasciarlo da solo. Sono nata a Rimini, quando mi chiedono perché, rispondo "passavamo da quelle parti".
Lo sanno innumerevoli amici, lo sanno i parenti di millesimo grado, lo sa anche un po' di gente a caso. Non è mai stato esattamente un segreto, non è mai stata esattamente una cosa di cui parlare in pubblico. Ora, non è necessario che questa storia abbia un peso eccessivo nell'economia della mia esistenza, soprattutto da quando mio padre è morto. Soprattutto perché il tempo passa e la memoria collettiva cancella, rendendo la parola "Sanpa" una lallazione dimenticata dai più. C'è ancora, ma la stragrande maggioranza del paese può fregarsene. C'è ancora, ma nessuno si ricorda più della cronaca nera, del potere che si esibisce con maggiore forza proprio quando finisce in tribunale. Alla luce di tutto ciò, iniziare il 2021 con la storia di quel posto nella top 10 Netflix dei più visti in Italia, è stato abbastanza scioccante.
In molti vedendola hanno pensato a Wild wild country, docuserie sempre targata Netlfix, sull'incredibile parabola della comune-città del guru Osho nel Stai Uniti. Io credo però che le similitudini siano più legate alle scelte di stile e di regia che ai contenuti. Quando si ragiona di storia, l'appiattimento è sempre una grande tentazione, ma il fatto che Osho e Vincenzo Muccioli fossero due uomini forti, carismatici, accentratori, con una personalità marcatamente narcisista, non rende i loro percorsi e le parabole delle loro comunità sovrapponibili.
La differenza più importante sta nella relazione con il potere locale e centrale. Oregon e Stati Uniti non sapevano più come espellere la città degli adepti del Bagwan dal proprio corpo, poiché essi si appellavano ai principi della stessa costituzione statunitense. Lo Stato italiano, che desiderava in modo struggente continuare a delegare un problema sistemico dentro le quattro mura chiuse di San Patrignano, non sapeva più come difenderla, perché all'interno di quelle quattro mura si continuavano ciclicamente a violare le leggi dello Stato.
La seconda differenza sostanziale è che, da un certo punto in poi - un punto invero assai precoce - Bagwan si è ritirato in un ostinato mutismo, delegando le responsabilità legate all'atto stesso del pronunciare parole in pubblico al suo entourage. A Vincenzo Muccioli va riconosciuto di non aver mai smesso, fino a che ha potuto, di andare incontro e contro al mondo col suo corpo e la sua voce. Sia che fosse pronunciando parole di accoglienza, sia che fosse con esternazioni di una gravità agghiacciante.
Del luogo in se, con una chiave romanzesca che rielaborava preziose fonti dirette, avevano già parlato Andrea Delogu e Andrea Cedrola nel libro La Collina (Fandango, 2014), ma quando si parla di SanPa non si parla mai solo di un luogo. Lo ha ricordato Enrico Deaglio nello straordinario pezzo uscito il 2 gennaio su Domani: quando si parla di SanPa si parla della storia complessa, e mai chiarita né digerita, dell'arrivo dell'eroina in Italia.
Ne parlò Giovanni Minoli con lo speciale Rai Operazione Bluemoon. Eroina di stato. Ne ha scritto la storica, documentarista e scrittrice Vanessa Roghi in Piccola città. Una storia comune di eroina (Laterza, 2018), ovvero un romanzo autobiografico e di approfondimento storico che è un vero gioiello; la prima pubblicazione da correre a leggere per capire l'evoluzione del mercato delle sostanze stupefacenti in Italia, ma anche gli usi e abusi politici, la rappresentazione mediatica, la manipolazione dell'opinione pubblica a seconda degli interessi del momento.
Una lettura fondamentale che mi ha fatto comprendere come, in fondo, non sia mai stata SanPa in se a preoccuparmi, bensì il modo in cui lo Stato si fosse specchiato in essa, riconoscendosi. Quasi tutti quelli che sono passati da SanPa in quegli anni fondativi sono legati da un debito di gratitudine che non sembra avere fine. Questo mi ha insegnato fino a che punto la gratitudine possa essere una schiavitù, ma anche che dalla disperazione completa si esce aggrappandosi a quello c'è.
A SanPa mio padre faceva l'odontotecnico e ne era molto orgoglioso. Ne è uscito all'inizio dell'86, ha aperto un laboratorio, è rientrato nell'89 in seguito a una brutta ricaduta e a un'overdose, in questo caso di cocaina. È stato dentro per circa un anno, quella volta in una sede distaccata di Trento - che in seguito è stata chiusa - mentre noi lo aspettavamo fuori. Dopo essere tornato non ha mai più ripreso il suo mestiere. Eravamo ulteriormente impoveriti, i miei hanno iniziato a fare gli operai, cambiavamo spesso casa e città.
La versione ufficiale era che lo facevamo per motivi di lavoro. La verità è che qualcosa nel cervello di mio padre si era spezzato, consumato, interrotto, vai a sapere. Tutto attorno a lui era un complotto e tutti, prima o poi, finivano col farne parte. Quando un luogo diventava inospitale, ci spostavamo. Anche se nessuno gli ha mai fatto una diagnosi, questa si chiamerebbe doppia diagnosi. È quando al disturbo da uso di sostanze si associa un disturbo psichiatrico. Se non fosse una tragedia avrei dunque trovato divertente, esilarante, sentire Vincenzo Muccioli dichiarare la sua aperta opposizione alle scienze psichiatriche e alla psicologia.
I "Ciocchi", il "Sole Piatti", le chiusure nel tino, nella cassaforte della pellicceria, nella piccionaia, l'istantaneo esame di coscienza che tutti si facevano quando Vincenzo entrava in mensa chiedendosi, finché non era seduto, "chissà se ho fatto qualcosa di male", "chissà se oggi cazzierà me", a casa erano materia di normale conversazione. I miei genitori hanno sempre detto di aver visto.
Mio padre ha sempre detto di non essere mai stato picchiato né segregato. Non saprò mai se è vero, ma voglio credere di sì. So che la comunità per molti versi lo ha aiutato a sopravvivere a se stesso, gli ha fornito un ambiente strutturato e controllato in cui riprendersi, praticare la sua professione, diplomarsi, avere delle attenzioni.
So che voleva bene a Vincenzo e che non lo sopportava, che si sentiva amato e non si sentiva mai amato abbastanza. So che ha avuto dei buoni amici e che hanno riso moltissimo. So che Roberto Maranzano è stato ucciso, che Natalia Berla e Gabriele Di Paola si sono suicidati in circostanze mai chiarite, e so che non sono stati gli unici. So che del metodo San Patrignano facevano parte l'inseguimento, il controllo, le intercettazioni, il sabotaggio, in taluni casi anche della vita al di fuori della comunità.
E so che mio padre ha vissuto nel terrore di essere seguito, controllato, intercettato, sabotato. Era spaventato, aggressivo e autolesivo come una bestia in gabbia. Aveva un'intelligenza istintiva, le sue intuizioni spesso erano corrette, ma le conclusioni completamente deliranti. So che non era inseguito, né sabotato, perché era abbandonato, e di lui non fregava più niente a nessuno. Credo che la sua esperienza possa in parte rispondere alla domanda: che cosa succede nella testa di una persona affetta da manie di persecuzione quando viene sovraesposta a un ambiente dai metodi persecutori e privata di un adeguato percorso psicoterapeutico? Vi prego di credermi, succede un disastro.
Mio padre, e gli altri e le altre con lui, sono stati il prodotto delle inadempienze dello Stato, di un antiproibizionismo ottuso, della negazione della scienza. Criticità di cui, a ben guardare, non ci siamo ancora liberati. Chiunque lo abbia incrociato potrà controbattere che il suo problema principale fosse il fatto puro e semplice di essere un soggetto ingestibile. Ma io non mi confronto con questa storia per parlare dei suoi limiti oggettivi, o della validità di quel sistema in relazione al suo (e conseguentemente al mio) vissuto.
Lo faccio per chiedere alla San Patrignano di ieri: quanto poteva essere valido il modello terapeutico di un microcosmo che liberava dall'assuefazione alla sostanza per sostituirla con l'assuefazione alla struttura? E per chiedere alla San Patrignano di oggi: quanto può dirsi fino in fondo rinnovata una realtà che non si è mai davvero voluta confrontare con i crimini connessi alla sua lunga genesi?
È morto nel 2013 in seguito alle complicazioni di un tumore al fegato, a sua volta sviluppatosi da un'Epatite C diagnosticata tardivamente. Negli ultimi giorni di ricovero aveva perso l'uso delle gambe, ma io non sapevo che erano gli ultimi giorni. Se si fosse ripreso e lo avessero dimesso non avremmo saputo cosa fare. Viveva in un'emergenza abitativa, assegnata regolarmente dal comune di Treviso, che era priva di riscaldamento, priva di ascensore, lontana dall'ospedale e circondata dal nulla di una zona industriale. La sua compagna, mia madre ed io ci trovavamo per l'ennesima volta senza mezzi, a chiederci, e adesso?
Non ho avuto troppi dubbi, ho chiamato San Patrignano, ho spiegato che eravamo alla fine, ho chiesto se, in caso di necessità, avrebbero potuto darci una mano. Hanno detto di sì, perché se sei senza speranza la risposta è quasi sempre sì. San Patrignano, in questo, è dostoevskiana. Quindi ad oggi ho anch'io un motivo di gratitudine. Ringrazio di avermi fatta tornare a casa sentendomi sollevata e meno sola, quella sera, perché quel sì voleva dire che nel caso di uno stato terminale prolungato avremmo avuto un supporto di eccellenza. E poi ringrazio papà, perché credo non avesse nessuna intenzione di tornare, ed è morto quella settimana stessa circondato dall'affetto dei suoi cari, senza dover dire grazie a nessuno che non fossimo noi.
Nota: Nei Manuali MSD si legge che "i termini tossicodipendenza, abuso e dipendenza sono vaghi e carichi di valore; è preferibile parlare di disturbo da uso di sostanze e concentrarsi sulle manifestazioni specifiche e sulla loro gravità"
*Ginevra Lamberti (1985) è una scrittrice e vive in Veneto. Il suo ultimo romanzo, "Perché comincio dalla fine" (Marsilio, 2019) è nella terzina vincitrice del Premio Mondello 2020 ed è in traduzione in Brasile. Il suo primo romanzo "La questione più che altro" (Nottetempo, 2015) è stato pubblicato anche in Francia. Suoi racconti sono stati tradotti in tedesco e in cinese.
di Alessandra Fabbretti
dire.it, 6 gennaio 2021
I testimoni hanno riferito di dover pagare ogni volta l'equivalente di 2-3.000 euro, ma la somma per i siriani rifugiati all'estero lieviterebbe sensibilmente. I vertici del regime siriano starebbero aggirando le sanzioni economiche individuali imposte dall'Unione europea ottenendo ampie somme di denaro dalle famiglie dei detenuti, che in Siria sarebbero decine di migliaia.
La denuncia emerge da un report realizzato dall'Association of Detainees and the Missing in Sednaya Prison (Admsp), associazione costituita dai parenti dei detenuti del carcere di Sednaya. Ai ricercatori, i familiari dei detenuti intervistati hanno raccontato di essere costretti a versare di continuo "mazzette" a funzionari statali tra cui secondini, personale carcerario, militari e giudici per poter incontrare i propri cari dietro le sbarre o per ottenerne il rilascio.
Un sistema di "bustarelle" che permetterebbe alla "rete" di incassare milioni attraverso una catena di "mediatori", che fanno finire i fondi nelle tasche di quegli alti funzionari colpiti dal congelamento dei patrimoni e da altre restrizioni internazionali imposte dall'Unione europea. L'ultima tranche di sanzioni è scattata a ottobre contro sette ministri del governo del presidente Bashar Al-Assad, portando a 280 il numero di alti esponenti dello Stato che Bruxelles ritiene responsabili dei crimini commessi nel conflitto scoppiato nel 2011. I testimoni hanno riferito di dover pagare ogni volta l'equivalente di 2-3.000 euro, ma la somma per i siriani rifugiati all'estero lieviterebbe sensibilmente, arrivando anche a superare i 30.000 euro.
L'autore del report e direttore di Adms, Diab Serrih, ha parlato di "un'industria della detenzione". "Il regime siriano- ha continuato Serrih- è costruito sugli apparati di sicurezza e l'intelligence. Pagano salari bassi per stimolare la corruzione, cosi' le tangenti servono a finanziare questa 'infrastruttura' detentiva". Ha inoltre parlato di "un governo ombra che guida il Paese".
Come denunciano le organizzazioni per i diritti umani locali, prima dello scoppio del conflitto civile, nel 2011, tra le 100.000 e le 250.000 persone erano detenute nelle carceri siriane. Un numero che è nettamente aumentato con la guerra, coinvolgendo migliaia di manifestanti, attivisti, oppositori del governo del presidente di Bashar Al-Assad, oltre ai combattenti fatti prigionieri durante il conflitto. Una quantita' di persone che una volta finite nelle maglie del sistema giudiziario siriano, difficilmente ne riemergono. Negli anni diversi report delle ong hanno testimoniato le violenze, le torture e le uccisioni patite dai detenuti. Ora quest'ultima inchiesta getta luce su una nuova dimensione del conflitto che il 15 marzo entrera' nel decimo anno.
di Dario Nardella*
Il Dubbio, 6 gennaio 2021
L'appello del sindaco di Firenze contro l'esecuzione di Lisa Montgomery: "Non c'è giustizia senza vita". Illustrissimo Presidente Joe Biden, mi permetto di scriverLe da Firenze, città di cui sono sindaco dal 2014, per sollevare un tema che mi auguro possa avere un'attenzione particolare durante il suo mandato presidenziale, quello della pena di morte. Sono rimasto molto colpito dalla notizia della prossima esecuzione di Lisa Montgomery, condannata alla pena capitale per un delitto efferatissimo, aver strangolato nel 2004 una donna incinta nel Missouri prima di praticarle un cesareo e rapire il bambino. È l'unica donna in attesa nel braccio della morte. Ha un passato di violenze, abusi, disturbi mentali. La sua sorte, a meno di colpi di scena legali dell'ultimo minuto, è questione di ore.
Firenze è capoluogo della Toscana. Nel 1786, il 30 novembre, l'allora Granducato, stato autonomo, fu il primo al mondo ad abolire la pena di morte per volere di Pietro Leopoldo di Lorena che promulgò una nuova Riforma Penale. Da Firenze, da questa terra, rilanciamo un appello forte contro la pena di morte e per una moratoria delle condanne. Non può essere mai deterrente, non può essere mezzo di correzione, non può essere degna di una Stato che voglia chiamarsi civile. Lisa Montgomery si è macchiata di un crimine orrendo, è da anni in carcere. Marito e figlia della vittima cosa ricaverebbero dalla sua morte? Quale idea di giustizia vogliamo insegnare a quella bambina? L'ergastolo o comunque una pena di lunga durata non sarebbe sufficiente? Già l'illuminista Cesare Beccaria giudicava la pena di morte nient'altro che "uno spettacolo" che nulla aveva a che vedere col "contratto sociale" che deve stabilirsi tra cittadino e Stato civile.
Ebbene, non vogliamo questi "spettacoli" che lanciano in pasto al più tribale populismo i nostri istinti più biechi. Crediamo anzi che prima di tutto la giustizia debba essere assicurata non solo rapidamente ma anche equanimemente rispettando i diritti umani anche del più crudele degli uomini. Cosa ci distinguerebbe, altrimenti, dal "lupus" teorizzato da Thomas Hobbes? A cosa varrebbero migliaia e migliaia di anni di evoluzione, progresso, modernità? La stessa parola "giustiziato" in italiano richiama la parola "giustizia" e dovrebbe essere cambiata. Negli ultimi anni sono stati molti i casi di condannati negli Stati Uniti che hanno fatto clamore.
Ricordo bene quanto fui turbato, da giovanissimo, dal caso di Paula Cooper, quindicenne omicida di una anziana insegnante di catechismo. Per lei, nera che veniva da un'adolescenza disagiata, si mobilitò l'opinione pubblica internazionale e persino Papa Giovanni Paolo II. La sua pena fu commutata in ergastolo. C'è un particolare che mi colpì di più, nella storia di Paula. Il nipote della vittima, che in origine era favorevole all'esecuzione, ebbe un ripensamento. Anche per lui la donna non andava giustiziata. Niente gli avrebbe ridato la nonna, neppure la morte della sua assassina. Ricordo anche il caso di Gregory Summers, giustiziato in Texas nel 2006, accusato di aver commissionato l'omicidio dei genitori adottivi, delitto per il quale si era sempre proclamato innocente. Summers riposa ora proprio in Toscana, in provincia di Pisa: fu lui a chiederlo espressamente.
Ma la pena di morte non è solo negli Stati Uniti. Appena qualche giorno fa è stato giustiziato un giovane in Iran. Era colpevole di omicidio, aveva appena 16 anni al momento dei fatti. Non ci sentiamo più sicuri dopo la sua morte, non ci sentiamo più appagati, non ci sentiamo vendicati. Nessuna giustizia può esserci senza la vita. Commutare la pena di morte in forme alternative di punizione non significa rinnegare i processi o assolvere coloro che sono stati condannati, non significa mostrare mollezza ma semmai essere consapevoli della potenza della misericordia e della legge. Siamo certi che questo appello che parte da Firenze contro la pena di morte potrà essere da Lei ricevuto e valutato con la massima lucidità, consapevolezza, equità.
Da sempre c'è un solido legame tra Firenze e gli Usa e i rapporti storici sono ancor di più rafforzati dalla presenza in città di numerose sedi di università americane. Per questo forte è il desiderio di condurre insieme importanti iniziative per i diritti umani e per la difesa dei valori comuni. Il Suo mandato inizia con la lotta a una terribile pandemia. Salvare vite umane è la sfida e il traguardo più grandi. Sarebbe davvero un'impresa straordinaria che fossero salvate anche le vite dei tanti, troppi, condannati che ancora sopravvivono nel braccio della morte.
*Sindaco di Firenze
di Sergio D'Elia
Il Riformista, 6 gennaio 2021
Sarà la prima detenuta federale giustiziata dal 1953, ha commesso un delitto così efferato da far dubitare che fosse in sé. Il presidente uscente vuol fare fuori tutti prima che Biden chiuda il braccio della morte. Bonnie Heady fu asfissiata a morte nella camera a gas del Penitenziario di Jefferson City, nello stato del Missouri, il 18 dicembre 1953. Era stata condannata per aver rapito e ucciso un bambino di sei anni di Kansas City.
Era stata arrestata a settembre insieme a un suo complice. A ottobre era comparsa davanti a un giudice del tribunale federale di Kansas City. A novembre, dopo solo un'ora e otto minuti di discussione, una giuria popolare del tribunale federale aveva raccomandato la pena di morte, invocata dai parenti delle vittime e dagli stessi carnefici, rei confessi nel processo.
Quindici minuti dopo, il giudice federale l'ha condannata all'esecuzione, che venne effettuata a tempo di record un mese dopo. Giustizia fu fatta, rapida e senza appello. Se nulla fermerà la mano del boia, il 12 gennaio, dopo quasi settanta anni dall'ultima esecuzione federale di una donna, la storia si ripeterà. Un'altra donna, Lisa Montgomery, verrà messa in croce sul lettino della camera della morte del penitenziario di Terre Haute, in Indiana. Morirà avvelenata da una dose letale di Pentobarbital e dopo aver provato, prima dell'ultimo liberatorio respiro, una terribile sensazione di panico, di soffocamento o annegamento.
Lisa si è resa responsabile di un delitto talmente efferato da far dubitare della sua reale capacità di intendere e volere al momento del fatto. Dopo aver strangolato una donna incinta, le ha aperto la pancia con un coltello da cucina, ha prelevato il feto di otto mesi e se l'è portato a casa per farlo crescere con sé... forse, per dare al bimbo l'amore che a lei, stuprata e prostituita sin da piccola, era stato negato. A differenza di Bonnie, arrestata, processata e giustiziata nel giro di pochi mesi, Lisa ha atteso tredici anni nel braccio della morte. Probabilmente non era in sé quando ha commesso il fatto, sicuramente oggi è una persona diversa da quella del delitto. Senza nessuna grazia, senza un atto di pietà, il 12 gennaio, giustizia sarà fatta. Una giustizia lenta ma inesorabile.
Nel 1953, quando Bonnie Heady è stata asfissiata col gas, governava in America il Presidente Ike Eisenhower, il generale che aveva deciso di fare la guerra al nazismo e porre fine all'orrore delle camere a gas nei campi di concentramento. Alla fine del conflitto mondiale, il Presidente degli Stati Uniti aveva ripristinato la pena capitale, per la sua arcaica concezione della giustizia, che esige di cavare un occhio per ogni occhio cavato, togliere la vita a chi la vita ha tolto, ripagare il danno arrecato con un danno di egual misura.
In tal modo, è divenuto lui stesso cieco, mortifero, dannoso. Ha condannato e si è autocondannato alla "catena perpetua" di causa ed effetto, al ciclo assurdo di delitto e castigo, della violenza e del dolore da ricambiare con una violenza e un dolore eguali e contrari. Alla fine, si è rivelato anche lui "crudele e inusuale", come le pene e i trattamenti contrari all'Ottavo Emendamento della Costituzione americana.
Dall'antica legge di Dio Trump ha tratto la versione negativa e spietata, che giudica, condanna e maledice per sempre. Ne ha fatto un codice personale e penale da imporre al mondo e ai giorni nostri. Della volontà di Dio ha negato la parte positiva e benevola, che pure esiste, e indica un diritto e una giustizia di miglioramento, di tutela e di riparazione. Come invocava Aldo Moro, il progresso penalistico non sta nel miglioramento del diritto penale, ma nel suo superamento con qualcosa di meglio del diritto penale, che sia più ragionevole e più umano del diritto penale. È questa la "nuova frontiera" del diritto e della giustizia penale: un diritto senza pene e istituti di pena, una giustizia che non punisce, ma ripara.
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