Il Sole 24 Ore, 5 gennaio 2021
Nel "milleproroghe" prolungata la vigenza della normativa emergenziale per i soli processi amministrativi. L'Associazione nazionale magistrati chiede alla politica un intervento urgente per mettere in sicurezza l'intera attività giurisdizionale. Nel decreto cd. "milleproroghe" infatti è stata espressamente prolungata la vigenza della normativa emergenziale per i soli processi amministrativi.
"La mancanza di un'analoga e chiara previsione per i procedimenti civili e penali - si legge in una nota dell'Associazione - sembrerebbe preludere a una imminente ripresa dell'attività giudiziaria interamente in presenza, con conseguenti e inevitabili rischi per la salute degli utenti del servizio giustizia e dei suoi operatori". "L'attività giurisdizionale - prosegue l'Anm - richiede, per il suo efficiente funzionamento, interventi chiari e tempestivi che consentano, nell'interesse di tutti, la predisposizione di adeguate misure organizzative". Da qui il "sollecito ad un immediato intervento del Legislatore, che estenda i termini di applicazione della normativa emergenziale - almeno per l'intera durata dello stato pandemico - anche ai settori della giurisdizione civile e penale".
di Cecilia Moltoni
gruppoabele.org, 5 gennaio 2021
Colpisce l'approccio positivo e propositivo che Bruno Mellano, Garante dei detenuti del Piemonte, ha voluto dare alla presentazione del quinto Dossier delle criticità strutturali e logistiche delle carceri piemontesi. Le criticità infatti ci sono, e non sono poche né leggere. Ma l'emergenza Covid ha dimostrato che sono superabili attraverso uno sforzo coordinato, intelligenza decisionale e investimenti talvolta esigui.
Con 4.164 detenuti al 28 dicembre 2020, il tasso di affollamento medio degli istituti di pena in Piemonte è di circa il 110 per cento. E questo è il primo e più importante problema. La necessità di creare spazi per isolamenti e quarantene ha obbligato le istituzioni carcerarie a liberare e riadattare locali dismessi, in certi casi avviando procedure previste da tempo ma in stallo burocratico. L'auspicio è che, sull'onda degli interventi emergenziali, se ne sblocchino molti altri già programmati e che i fondi Recovery non dimentichino investimenti ormai improrogabili in questo senso.
L'importanza di ampliare e ammodernare le strutture detentive va intesa, ha sottolineato Mellano, come strumento per garantire in futuro maggiori spazi alle attività che perseguono lo scopo educativo della pena: scuola, lavoro, formazione, incontri coi familiari. Tutte attività che si sono tragicamente interrotte durante l'emergenza sanitaria.
Non si deve invece cadere nell'equivoco che servano più posti per ospitare più detenuti. La risposta alla pandemia ha dimostrato che una buona percentuale delle persone recluse può avere accesso alle misure alternative, come previsto dai decreti degli ultimi mesi mirati a decongestionare il sistema. Sarebbe un'occasione sprecata, secondo i Garanti, revocare adesso queste misure e rinunciare a pensare il carcere, per il futuro, sempre più come extrema ratio.
Sul piano della gestione del contagio da Covid, il tema caldo è ora quello del vaccino. I Garanti si sono fatti promotori di un appello per garantire una corsia preferenziale all'immunizzazione dei detenuti e degli operatori penitenziari, visto l'ambiente chiuso e particolarmente a rischio in cui vivono. E la senatrice Liliana Segre, insieme ai senatori De Petris e Marilotti, ha presentato un'interrogazione in tal senso al Governo. Ma per ora le parole del sottosegretario alla Giustizia Giorgis sembrano escludere questa strada: nel contesto carcerario, ha spiegato, si seguiranno i medesimi criteri individuati a livello generale, tenendo conto di fragilità specifiche e dato anagrafico.
Stefano Anastasia, portavoce nazionale della Conferenza dei Garanti italiani, ha chiuso la presentazione del Dossier con tre risposte secche alla domanda: cosa ci ha insegnato il Covid? La prima: per evitare che diventi ingestibile in caso di crisi, il sovraffollamento carcerario va combattuto con decisione nell'ordinarietà, attraverso interventi strutturali e con il ricorso sempre più ampio e ragionato alle misure alternative. La seconda: il sistema di comunicazione è molto arretrato, ancora fondato su carta e analogico. Investire sulla digitalizzazione è fondamentale per non privare mai più in futuro i detenuti delle opportunità formative e anche relazionali rese possibili dalle nuove tecnologie. La terza: anche dentro al carcere deve esistere un modello di integrazione socio-sanitaria.
Facendo tesoro dell'esperienza tragica ma in qualche modo istruttiva della pandemia, bisogna insomma riportare alla piena legalità gli istituti penitenziari, perché è assurdo che proprio le strutture demandate ad accogliere chi ha violato la legge, violino a propria volta le norme che ne regolano capienza e funzionalità, e tradiscano il mandato costituzionale sullo scopo riabilitativo della pena. Un primo dato di speranza viene dalla normativa che consentirebbe finalmente di superare la situazione delle madri detenute insieme ai figli minori. Si parla di piccoli numeri, per fortuna, definiti comunque dai garanti uno scandalo. Implementare il sistema di case alloggio alternative, da tempo allo studio, sarebbe davvero un bel segnale per il futuro.
quotidianogiuridico.it, 5 gennaio 2021
Cassazione penale, sezione V, sentenza 9 dicembre 2020, n. 35012. Pronunciandosi sul ricorso proposto avverso la ordinanza con cui il tribunale del riesame aveva riformato l'ordinanza del GIP che, valutate le condizioni di salute di un detenuto in stato di custodia cautelare per associazione di stampo mafioso, le aveva ritenute incompatibili con il regime detentivo, applicandogli la misura degli arresti domiciliari con braccialetto elettronico, la Corte di Cassazione (sentenza 9 dicembre 2020, n. 35012) - nel disattendere la tesi difensiva, secondo cui erroneamente il tribunale aveva ritenuto di escludere una situazione di incompatibilità col regime carcerario, connessa al pericolo concreto di contagio, sol perché non si erano verificati, presso la struttura carceraria ove egli era ristretto, casi di detenuti positivi al Covid-19, o perché l'emergenza sanitaria nazionale era in diminuzione - ha invece affermato che in periodo di pandemia, l'incompatibilità ex art. 275 comma 4 bis c.p.p. delle condizioni di salute con lo stato di detenzione per il pericolo di contagio deve essere ancorata - oltre che alla verifica astratta circa la presenza nell'indagato di una o più patologie, tali che in caso di contagio risulti certo o altamente probabile il verificarsi di gravi complicanze o di morte - alla ulteriore verifica del rischio che il carcere in cui l'indagato si trovi ristretto sia un luogo nel quale concretamente sia possibile contrarre il virus.
di Mario Di Vito
Il Manifesto, 5 gennaio 2021
Aperto un fascicolo contro ignoti sul caso del 40enne morto nel penitenziario di Ascoli Piceno, il 10 marzo scorso, dopo essere stato trasferito già in condizioni critiche dal capoluogo emiliano. Il procuratore: "Al momento è tutto abbastanza fumoso: non ci pronunciamo ma rispetto a quanto è stato scritto negli esposti ed espresso verbalmente davanti ai pm si faranno i necessari approfondimenti".
È l'omicidio colposo l'ipotesi di reato sulla quale indaga la procura di Modena per il caso di Salvatore Piscitelli, il 40enne morto in carcere ad Ascoli Piceno il 10 marzo scorso dopo essere stato trasferito già in condizioni critiche da Modena, in seguito a una delle rivolte che scoppiarono dietro le sbarre all'inizio della prima fase di lockdown per il coronavirus.
Al Sant'Anna di Modena - 560 detenuti su una capienza di 369 - si verificò la sommossa più violenta delle decine che scoppiarono un po' ovunque in Italia: cominciata l'8 marzo e definitivamente domata soltanto il 15, durante la rivolta causata dallo stop ai colloqui con i familiari e dal pesante clima di incertezza di quei giorni, portò a un tentativo di fuga di massa dei carcerati (fermata solo dai furgoni della polizia penitenziaria che bloccarono materialmente ogni uscita) e a un totale di nove vittime, tutte ufficialmente per overdose dopo aver saccheggiato l'infermeria della prigione ed essersi impossessati di metadone e altre sostanze. Per il resto, l'istituto fu devastato: le celle, gli spazi comuni vennero distrutti e un'intera ala venne data alle fiamme e resa inagibile.
"Al momento il fascicolo su Piscitelli è aperto per omicidio colposo - dice il procuratore modenese Giuseppe Di Giorgio -, per ogni detenuto morto è stato aperto un fascicolo. In alcuni casi il reato ipotizzato è morte come conseguenza di altro reato. Al momento è tutto abbastanza fumoso: non ci pronunciamo ma rispetto a quanto è stato scritto negli esposti ed espresso verbalmente davanti ai pm si faranno i necessari approfondimenti".
Il riferimento di Di Giorgio è al documento prodotto da cinque detenuti, trasferiti anche loro da Modena ad Ascoli con Piscitelli, e inviato alla procura alla fine di novembre. Tra le pagine scritte di proprio pugno dai detenuti si legge una dettagliata cronaca delle rivolte di marzo e di come sono state sedate.
"Il detenuto - scrivono i cinque parlando di Piscitelli -, già brutalmente picchiato alla casa circondariale di Modena, durante la traduzione arrivò ad Ascoli in evidente stato di alterazione da farmici, tanto da non riuscire a camminare... Tutti ci chiedevamo come mai non fosse stato disposto l'immediato ricovero".
Tra i punti da chiarire c'è proprio il fatto che Piscitelli, al suo arrivo nelle Marche, non sarebbe stato sottoposto a una visita medica approfondita, come prevede la prassi e, nello specifico, sarebbe stato necessario viste le sue condizioni. Giunto ad Ascoli la sera del 9 marzo e sistemato in una cella della sezione penale, Piscitelli è morto la mattina successiva, dopo che altri detenuti avevano avvisato le guardie che non si muoveva più e che il suo corpo era freddo.
Dopo aver inviato l'esposto, i cinque da Ascoli sono stati rimandati a Modena per essere poi ascoltati dalla procura. "Siamo stati picchiati selvaggiamente dopo esserci consegnati di nostra spontanea volontà agli agenti, senza aver opposto alcuna resistenza - hanno raccontato. Siamo stati oggetto di minacce, sputi, insulti e manganellate. Un vero pestaggio di massa".
E questo sarebbe avvenuto non solo a Modena, ma anche ad Ascoli: "Nello specifico nei furgoni della penitenziaria, alla presenza degli agenti locali. Quando siamo stati visitati a molti di noi non fu neanche chiesto di togliersi gli indumenti per constatare se avessimo lesioni corporee".
Il Garante nazionale per i detenuti, Mauro Palma, sta seguendo il caso in qualità di "persona offesa" e ha provveduto a nominare l'avvocato Giampaolo Ronsisvalle e il medico legale Cristina Cattaneo per seguire ancora più da vicino le indagini.
"Istituzionalmente - dice Palma - abbiamo il dovere di diradare ogni nebbia. Vogliamo sapere se tutti i detenuti trasferiti da Modena sono stati visitati adeguatamente. Vogliamo conoscere chi, dal punto di vista sanitario, ha autorizzato i trasferimenti e se una volta arrivati nelle altre carceri i detenuti sono stati seguiti adeguatamente".
di Mary Liguori
Il Mattino, 5 gennaio 2021
Non si placano le polemiche dopo la morte del detenuto Renato Russo, deceduto nell'infermeria del carcere di Santa Maria Capua Vetere nella notte di Capodanno. Dopo la denuncia del garante Samuele Ciambriello, affidata a Il Mattino e poi ai suoi profili social, è arrivata la replica della giunta esecutiva dell'Anm a difesa dell'operato dei magistrati che avrebbero respinto le due istanze di scarcerazione presentate da Russo in virtù di una grave cardiopatia. "Russo Renato, napoletano, 54 anni è morto nell'infermeria del carcere di santa Maria Capua Vetere - scriveva Ciambriello sabato - Adesso il suo corpo è all'Ospedale di Caserta per l'autopsia. Chiedo giustizia e verità. Per due volte il magistrato competente, pur essendo cardiopatico e malato, gli aveva rifiutato gli arresti domiciliari. Non si può morire in carcere e di carcere.
Chi ha sbagliato deve pagare il suo debito non a prezzo della sua vita La giustizia è in agonia. Ci vorrebbe un picconatore. Ma quando la politica riprenderà in mano i suoi poteri e i suoi doveri? Adesso è cinica e pavida". Nella stessa giornata, il magistrato Marco Puglia, segretario della giunta dell'Anm, replicava su Il Mattino alle dichiarazioni del garante. Oggi, una nuova nota del medesimo organismo che definisce "pericolose" le esternazioni di Ciambriello rilanciate dal garante dei detenuti napoletani, Ioia, e annuncia contromisure.
"La giunta esecutiva dell'Anm presso la Corte di Appello di Napoli apprende con rammarico che il Garante per la tutela dei diritti delle persone private della libertà personale della regione Campania, Samuele Ciambriello, ha rilasciato nella una dichiarazione al Mattino di Caserta relativa al decesso di un detenuto cardiopatico presso il carcere di Santa Maria Capua Vetere nella quale è dato leggere: "il magistrato competente, pur essendo Russo cardiopatico, gli ha rifiutato i domiciliari. Non si può morire in carcere e di carcere. Chi ha sbagliato deve pagare, ma non a prezzo della vita. La giustizia è in agonia".
"Tale dichiarazione - scrive ancora l'Anm - getta una inaccettabile ombra di iniquità sull'operato dei magistrati perché essa non è suffragata da alcuna analisi o elemento a sostegno di quanto prospettato e non tiene conto del costante senso di responsabilità che essi adoperano nel tutelare la salute dei detenuti. A ciò si aggiunga che la predetta dichiarazione è stata, altresì, pubblicata su un profilo social del garante Ciambriello e ripresa per intero sul profilo del garante del comune di Napoli, Pietro Ioia, consentendo, al contempo, la pubblicazione di commenti altamente diffamatori da parte di altri utenti nei confronti dei magistrati, del ministro Bonafede, della direzione e del personale del carcere sammaritano, senza alcun tipo di attività di moderazione o censura da parte dei proprietari dell'account. Siffatto comportamento, superficiale e al contempo pericoloso perché capace di nutrire un clima di ingiustificato rancore nei confronti delle pubbliche istituzioni, è assolutamente inaccettabile. E lo è ancor di più se posto in essere da soggetti che, per il loro ruolo istituzionale, dovrebbero avere la capacità di interloquire con la magistratura in maniera misurata e funzionale per il raggiungimento di un obiettivo comune.
Lascia, pertanto, estremamente amareggiati la lettura della predetta dichiarazione e la modalità di diffusione e gestione della stessa senza sottacere la preoccupazione per la propria incolumità che, altresì, tali condotte ingenerano in persone che esercitano, nel rispetto della legge, le proprie funzioni. La Giunta, pertanto, si riserva l'utilizzo dei previsti strumenti di tutela nelle opportune sedi".
Poche ore dopo, il garante Ciambriello ha ulteriormente chiarito la sua posizione. "Prendo atto delle dichiarazioni dell'Anm, presso la corte di Appello di Napoli e per il grande rispetto che nutro per le istituzioni e la magistratura e per lo stesso ruolo di garanzia che sono chiamato a ricoprire, non intendo alimentare alcuna polemica in merito a questa vicenda. - ha scritto. Temo che le mie dichiarazioni siano state male interpretate e che non se ne sia colta la sostanza. Sono molto dispiaciuto se qualcuno sui social fa uso strumentale delle mie dichiarazioni o le commenta in modo offensivo. Per quanto mi riguarda, laddove nelle mie possibilità, rimuovo sempre i commenti inopportuni - di cui ovviamente non sono responsabile- e attiverò per il futuro forme di controllo più severe nell'interesse di tutti. Ciò detto vorrei però che restasse in primo piano l'azione del mio ufficio che ogni giorno lavora, nell'interesse del sistema penitenziario, a tutela di diritti costituzionalmente garantiti".
di Andrea Bucci e Irene Famà
La Stampa, 5 gennaio 2021
L'ha colpito con violenza, al volto e al torace in uno dei tanti alloggi all'ultimo piano della comunità psichiatrica "L'Arca" di Volpiano. Poi l'ha lasciato a terra, esanime, e si è seduto in attesa dell'arrivo dei carabinieri. "Sono stato io": questa la sua confessione.
Simone Giacomo Farina, italiano di 36 anni, con alle spalle diversi guai con la giustizia e in libertà vigilata con obbligo di permanenza nel centro di via San Benigno, ieri sera ha ammazzato un altro ospite della struttura. Simone Bonfiglio, quarantasei anni, seguito anche lui dalla comunità, centro che si occupa di pazienti psicotici gravi. "L'ho colpito più e più volte. L'ho preso a pugni. Sino a lasciarlo a terra" ha spiegato, più o meno così, ai carabinieri di Chivasso.
Nel 2015, Farina era stato arrestato dai carabinieri, fermato di fronte a un centro commerciale di Carmagnola con una pistola Beretta rubata ad Alba. Voleva introdursi nei camerini delle ragazze immagine durante l'inaugurazione di un negozio.
Il movente dell'omicidio è ancora al vaglio degli investigatori del comando provinciale, che in queste ore stanno ascoltando ospiti e operatori di quella villetta poco fuori Volpiano. Cosa ha sconvolto la quotidianità di quel centro sulla stradina che costeggia la linea ferroviaria per Rivarolo? Forse una banale discussione, di quelle che talvolta nascono tra chi vive nella struttura.
Forse uno sguardo torvo, interpretato come una sfida. Forse una frase pronunciata a denti stretti, intesa come un affronto. O anche solo una sigaretta negata, un piccolo dispetto. A dare l'allarme, ieri intorno alle 22, il personale del centro. Gli operatori hanno trovato la vittima distesa a terra, in stato di incoscienza. Vani i tentativi dei soccorritori del 118 di rianimarla.
Gli operatori de L'Arca, professionisti che da sempre si occupano di malati psichiatrici gravi, cercano di favorire l'atteggiamento riflessivo, la condivisione e la comunicazione tra gli ospiti. Ieri sera, però, qualcosa ha distrutti gli equilibri - spesso precari - di quel centro. Intorno a mezzanotte, il pubblico ministero Lea Lamonaca è arrivata per un sopralluogo, per rendersi conto di persona delle condizioni della struttura, delle condizioni di assistenza e di vigilanza dei pazienti spesso con gravi disturbi comportamentali. Nel giugno 2019, una diciottenne, ospite del centro, si era suicidata gettandosi dalla finestra.
Il Messaggero, 5 gennaio 2021
"Dopo lo screening di tutti i presenti, sembra circoscritto il nuovo, piccolo, focolaio Covid che ha coinvolto diciotto persone nella sezione di alta sicurezza a Rebibbia Nuovo complesso". Lo comunica il Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale della Regione Lazio, Stefano Anastasìa.
"Incredibilmente - prosegue Anastasìa - si è trattato di un focolaio di importazione, a seguito del trasferimento a Roma di un gruppo di detenuti dal carcere abruzzese di Sulmona, dove da settimane era in atto un focolaio assai esteso. L'amministrazione penitenziaria deve prestare più attenzione alla gestione di queste emergenze. Non si possono continuare a chiedere sacrifici ai detenuti, che da quasi un anno non possono più avere colloqui ordinari, nel numero e nelle modalità, con i familiari e spesso non possono più andare a scuola o svolgere attività, e poi trasferire detenuti da istituti in cui ci sono focolai senza essere assolutamente certi della loro negatività".
"Quanto accaduto - conclude Anastasìa - rinnova le motivazioni della richiesta dei garanti dei detenuti, per il riconoscimento della priorità vaccinale dei detenuti e degli operatori penitenziari. Non si tratta di garantire a tutti lo stesso accesso alle vaccinazioni, ma di riconoscere le peculiarità e i rischi della vita in comunità chiuse e sovraffollate come le carceri, e quindi di programmarvi le vaccinazioni quando saranno completate quelle nelle Rsa, che condividono con le carceri analoghe condizioni di rischio dovute alla convivenza e alla precarietà delle condizioni di salute".
di Domenico Massano
domenicomassano.it, 5 gennaio 2021
"È nella dialettica tra noi e gli altri che si gioca la complessa dinamica che lega identità e convivenza. Alcuni contesti segnano fortemente questa difficile dialettica, come i luoghi di privazione della libertà: separati, isolati, sempre più spesso volutamente costruiti lontani dai centri abitati, quasi a voler accentuare il baratro". (Garante nazionale delle persone private della libertà, Relazione al Parlamento 2020)
Nel corso del 2020 sul periodico astigiano "Gazzetta d'Asti", si è potuto leggere settimanalmente un articolo un po' particolare, contrassegnato da un piccolo logo con, su uno sfondo grigio di sbarre, la scritta "Gazzetta Dentro", seguita dalle parole "Riflessioni dal carcere di Quarto". Un titoletto che si è dimostrato capace di inserirsi nelle pagine del giornale con discrezione, ma con una costanza tale da meritarsi qualche parola di approfondimento in più, accompagnata da alcuni stralci di articoli scritti dalle persone detenute.
La "Gazzetta Dentro" è la pubblicazione mensile realizzata all'interno della Casa di Reclusione di Asti grazie all'associazione di volontariato Effatà. Da alcuni anni collaboro nel coordinamento di questo progetto editoriale che si propone di essere un'opportunità per dar voce alle persone ristrette e a chi opera nel e per il carcere, coerentemente con quanto previsto dall'art. 27 della Costituzione. Un'esperienza che si basa sul lavoro di una Redazione cui partecipano redattori interni ed esterni, e la cui valenza comunicativa si spera possa contribuire a creare un ponte fra carcere e società, due luoghi che, pur trovandosi nello stesso territorio, sembrano lontanissimi e sconosciuti.
Il 2020 è stato un anno particolarmente difficile per il diffondersi della pandemia Covid-19, un'emergenza assolutamente inaspettata e inedita: "(Certe cose) le avevamo viste soltanto nei film di fantascienza e, se erano fatti bene, eravamo tutti curiosi di scoprire come andava a finire. ... oggi la cruda realtà, ci sta facendo vedere che gli eroi veri sono sul campo e affrontano in prima persona un nemico che ti colpisce a tradimento, senza effetti speciali. ... Restare chiusi e privi della propria libertà, per chi si è macchiato di un qualsiasi reato, sappiamo cosa vuol dire. Perdere quel diritto senza aver commesso crimini, dev'essere ancora più dura" (Gennaro, "Certe cose").
In questa situazione, nonostante da più parti si continuasse a ripetere che "siamo tutti sulla stessa barca", le criticità e le disuguaglianze sociali non solo si sono palesate con maggiore evidenza ma, in alcuni casi, si sono acuite: "Ogni qual volta si è colpiti da un disastro, di qualunque genere, a sentirne maggiormente l'effetto sono le fasce più deboli, ... tra le categorie più esposte ci sono anche i detenuti. Nelle strutture carcerarie tutto è amplificato e, ovviamente, non fa eccezione questa situazione che preoccupa e agita i reclusi sia per sé stessi sia per i propri affetti.
Oltre alla quarantena decisa nelle aule di tribunale si è in quarantena per il fatto che i volontari non possono entrare e tutte le attività, giustamente, sono state sospese, come anche i colloqui con i propri cari" (Amedeo, "Al capolinea").
Tuttavia, nonostante le difficoltà, le chiusure e le restrizioni per la pandemia Covid-19, il percorso della "Gazzetta Dentro" è proseguito con nuove modalità (on line, telefoniche, ...), dimostrando grandi capacità di resilienza e testimoniando un importante investimento umano. Il dialogo e il confronto costante, seppur mediati e a distanza, hanno continuato ad essere la strada, per quanto faticosa, da percorrere: "Interloquire all'interno del gruppo di lavoro non sempre è facile, sia per le diverse opinioni, sia per il diverso peso che ciascuno attribuisce al progetto.
Discutere sempre e comunque su tematiche riguardanti l'andamento del gruppo, anche con enfasi, al fine di trovare la "quadra" è ciò che più giova. Opinare per limare le sfaccettature delle problematiche e privilegiare l'interesse del gruppo, per creare equilibri, è sicuramente un elemento positivo" (Salvatore, "Lavorare in gruppo").
Poggiando su questi presupposti l'impegno comune di persone ristrette, volontari e operatori dell'area trattamentale, ha permesso di riorganizzarsi, adattandosi alla situazione di emergenza sanitaria per mantenere vivo questo piccolo, ma significativo, canale di comunicazione e ... di speranza.
La speranza, un sentimento che permette di volgere uno sguardo al futuro e che, anche nelle situazioni più difficili, può trovare alimento anche in un giornalino interno ad un carcere: "Mi sento libero quando vado a lavorare, come volontario, nella redazione della Gazzetta Dentro. Qui, trovo uno spazio tutto per me. Apro la porta, e trovo persone con le quali dialogo, esprimendo i miei pensieri, confrontandomi liberamente.
La libertà di uscire dalla mia cella e andare in un luogo come la redazione mi fa sentire responsabile e mi fa crescere... io credo, che ognuno di noi non debba mai perdere la liberta del pensiero, di scrivere, di comunicare, e di coltivare sentimenti di amicizia e affetto. Tutto ciò non può solo che darci la forza e il coraggio, per sopportare questa carcerazione. La nostra speranza non deve finire mai d'esistere" (Guido, "Liberi di volare").
La speranza come riflesso non di una vita passata ma di un futuro da immaginare: "Non avrei mai immaginato di dover riflettere davanti a uno specchio, anch'esso invecchiato, che ha perso la sua parte argentata, per lasciare spazio a una superfice scura da dove non è più possibile specchiarsi, uno specchio arrivato ormai alla fine della propria esistenza, ma che conserva un angolo da cui sembra voler attrarre immensa luce. Così come questo specchio, anch'io ho conservato un angolo nel mio cuore. Un angolo di grandi aspettative, un angolo di rivendicazioni, uno spiraglio oltre il quale posso vedere un mondo che non ho mai visto, fatto di speranze, di buone intenzioni e buone azioni" (Gerardo, "Lo specchio").
Forse, seppur sommessamente e con inevitabili criticità e ambiguità, anche il percorso condiviso con la "Gazzetta Dentro" nel 2020 ha rappresentato un piccolo spiraglio da cui provare a guardare in modo diverso alla società di cui tutti siamo parte. È stato un percorso fatto di parole e riflessioni che hanno continuato a varcare la soglia del carcere per contribuire a costruire ponti, a tessere tenui fili relazionali e comunicativi tra persone e realtà differenti e, spesso, lontane ma appartenenti a un'unica comunità di vita. Un percorso che cercheremo di proseguire anche in questo nuovo anno, nella speranza di tener viva quella ineludibile "dialettica tra noi e gli altri [in cui] si gioca la complessa dinamica che lega identità e convivenza".
di Manuela D'Alessandro
agi.it, 5 gennaio 2021
Silvana Ceruti, responsabile dello storico laboratorio di poesia nel carcere di massima sicurezza, racconta le conseguenze della sospensione dell'attività sui detenuti che attraverso i versi "scoprono il senso della bellezza e che anche se si hanno dentro delle cose brutte se ne possono fare di belle".
Nel carcere di Opera invaso dal Covid, coi detenuti sempre più segregati per proteggerli dal contagio, manca la poesia. Potrebbe sembrare la minore delle mancanze ma Silvana Ceruti, responsabile da 26 anni del laboratorio in versi, già insignita dell'Ambrogino d'oro per essere stata la prima a introdurre la lirica in un penitenziario, spiega all'Agi quanto sia invece dolorosa.
"Siamo 'chiusi' dalla primavera salvo una breve ripresa tra settembre e ottobre. In questi mesi abbiamo provato a mandare via lettera degli spunti poetici ai 20 partecipanti del laboratorio, di solito molto ispirati e prolifici, desiderosi di farsi leggere. Non hanno risposto al nostro invito. Senza il contatto umano per loro è tutto molto più difficile. Sono soli coi loro pensieri e la loro paura, difficile scrivere in quel contesto di desolazione, dove le attività sono sospese e anche nello stesso reparto i contatti sono molto limitati".
Ceruti, che conduce gli incontri assieme a un altro poeta, Alberto Figliolia, ha ben chiara quale sia la potenza della poesia in un cammino di recupero: "Nella mia esperienza, ho visto che scrivere versi consente ai detenuti di scoprire delle parti di loro che non sapevano di avere e, soprattutto, di far rilucere la bellezza che hanno dentro. Il senso della bellezza direi, che poi viene valorizzato a volte anche nei concorsi che vincono o nei complimenti da parte dei familiari a cui spediscono le opere svelando delle parti nascoste. Una persona che ha delle cose 'bruttè dentro, può fare delle cose belle".
Nonostante il Covid, "in maniera miracolosa" anche quest'anno il laboratorio di Opera ha prodotto il calendario poetico edito da 'La vita felicè, a cui è possibile richiederlo. "Le poesie sono state scritte e raccolte poco prima che esplodesse il contagio e la cosa singolare è che avevamo scelto come tema quello della 'distanza', che poi è diventata la parola della pandemia. È stato tutto molto complicato poi. La nostra fotografa, Margherita Lazzati, si è trasferita in Svizzera a duemila metri per problemi di salute e da lì ha scattato col cellulare delle foto meravigliose. Il calendario è stato inviato a tutti gli autori, averlo tra le mani per loro è molto importante. È uscire dal carcere attraverso la loro voce".
Le poesie, spiega Ceruti, sono "di alto livello", frutto dello studio durante i laboratori in cui si parte da un testo iniziale e poi, col contributo di tutti, lo si cesella.
A scorrere le firme degli autori ce ne sono alcuni noti alle cronache giudiziarie e nere. Non si sa quando riprenderanno gli incontri, che si svolgono ogni sabato dalle 9 alle 12 nella stanza 'Acquario' del carcere: un lavoro corale, tutti attorno a un tavolo e spesso con degli ospiti poeti, ma anche altre persone che abbiano un'esperienza artistica da condividere.
"La distanza svanisce il tempo/come il profumo del giorno/prima/e non voglio più camminare/all'infinito, senza poter/apprezzare/la libertà persa dentro a un/labirinto/senza un orizzonte", i versi profetici di Juan Carlos Saraguro per il mese di marzo, il più crudele della pandemia.
di Andrea De Lotto
unimondo.org, 5 gennaio 2021
Inizio novembre 2020, riesco finalmente ad avere un appuntamento con Gherardo Colombo per intervistarlo. Capisco subito che non vi è stata alcuna supponenza nell'avermi fatto aspettare qualche settimana, ma che è veramente strapreso.
Lo colgo subito dal suo essere lì in collegamento con me, ma allo stesso tempo sta rispondendo a qualcuno sul computer. Ha un'ora, non c'è molto tempo. Io parto dalle origini, lui mi ferma subito e mi dice: "Senta, facciamo prima, io le lascio un mio libro dove descrivo bene quello che lei mi chiede..." Ottimo, a fine intervista questa frase me l'avrà ripetuta più volte e il giorno dopo sono nella sua portineria a ritirare ben sette libri scritti da lui. In questo mese e mezzo li ho letti quasi integralmente. A questo punto le domande si sono moltiplicate. Facciamo così: scrivo un primo pezzo, ma sono sicuro che ci sarà un seguito.
Gherardo Colombo nasce in una famiglia agiata, con proprietà terrene in un piccolo paese fuori Milano, nel quale passa molto tempo da bimbo e poi ragazzo. A scuola non è uno dei primi della classe, anzi! È un giovane inquieto, che deve arrivare al liceo per rendersi conto di come è importante studiare sodo per vivere consapevolmente. Ed è al liceo che decide che farà il giudice. E così avviene. Insomma, la sensazione, a leggere le sue pagine, è quella di un "crescendo" passo a passo, lento, graduale, costante. Fino a che si ritrova tra le mani vicende enormi. E saranno anni in cui si troverà su un vascello, a navigare tra le tempeste e i nubifragi della corruzione, del terrorismo e della mafia, a tirare e mollare le vele, per cercare di rendere vera la frase che compare nei tribunali, ossia che la legge è uguale per tutti.
La sensazione, ora che Gherardo Colombo vuole contribuire a mettere una nave in mare (www.resq.it) per salvare chi affoga, è ancora più forte. Le vedi quasi, le burrasche di allora, nelle quali ha tenuto il timone finché la nave non gli è stata più volte sottratta, sequestrata e portata nel placido porto di Roma... Bloccata perché non potesse più navigare.
E ogni volta eccolo su un'altra nave. Le sue navi principali si sono chiamate IRI, P2, Mani Pulite, più altre, di dimensioni diverse (come a battaglia navale...) che si sono incrociate alle maggiori. Ha conosciuto la fama, ma ha anche masticato la polvere. Ha fatto molto, ha lavorato tantissimo, ha sperato, ci ha creduto. A un certo punto ha detto: "Basta, signori, me ne vado. Ho capito che non è il mare giusto... Grazie. Esco da quello dei palazzi di giustizia, entro in quello, forse ancora più difficile e complesso, delle aule scolastiche."
È tornato lì dove aveva lasciato qualcosa in sospeso, è tornato a scuola. Basta calpestare corridoi di tribunali, basta faldoni, armadi chiusi a chiave, incontri in corridoio con l'obiettivo di non essere ascoltati. Basta giornalisti, basta televisioni, basta urla della folla "Di Pietro, Colombo, andate fino in fondo! Colombo, Di Pietro, non si torna indietro!". Un po' di silenzio. Bisogno di riflettere, capire.
Ha detto: "Riavvolgiamo la pellicola e vediamo dove è iniziato il guasto..." Ha risentito l'odore dei corridoi delle scuole, quel profumo un po' acido che viene dalla mensa, quei finestroni alti con le tende bianche e verdi delle vecchie scuole elementari di Milano. Quei corridoi che altrimenti si osservano solo quando si va a votare... Ha voluto ritrovare le scuole piene, non vuote. Non quelle con militari e scrutatori, ma quelle coi bimbi. E poi i ragazzi, medie (complicati) superiori (un po' meglio).
E incontrandoli non riusciva a stare seduto al suo posto, doveva alzarsi e immergersi tra loro, come per sentire i loro odori, sentirli vicini. Un po' di insegnanti se li sarebbe mangiati. Ma la pazienza l'aveva già imparata, ritrovava quella dei contadini che aveva osservato da ragazzo.
Forse aveva qualcosa da farsi perdonare, questo lo sa solo lui o forse nemmeno lui. Aveva mandato tanta gente in galera e ora aveva scoperto, come fulminato sulla via di Damasco (ma per quanto tempo era stato preparato quel fulmine), che il carcere non solo non era efficace, ma non serviva a nulla.
Penelope tesseva di giorno e disfaceva di notte; lui ha tessuto per 33 anni e da 13 anni disfa. Vuole farlo per altri 20 anni, sente che il tempo passa veloce e allora corre. Risponde a tutti e tutte, non riesce a dire di no, deve recuperare. Anzi no: Gherardo Colombo ha cercato di disfare "le trame" per 30 anni, ora da 13 anni sta tessendo altro, una nuova stoffa. E lo farà fino alla fine.
E quest'anno ha trovato la sintesi: sarà nella ciurma di terra di una nave concreta, che presto salperà. Come quelle donne formidabili che dicono: "L'ultimo posto che lascerò sarà la cucina... lì mi troverete fino all'ultimo!", lui sarà ancora con la nave. Magari non a bordo, curerà le retrovie, preparerà i pasti. Mai con supponenza, ma con l'umiltà che non si addice ai personaggi con la sua storia.
Così qualche giorno fa gli ho proposto di fare insieme un incontro online con Carmelo Musumeci, ex ergastolano, che da anni si batte contro l'ergastolo ostativo, scrivendo spesso su Pressenza. Figuriamoci, Colombo è contro l'ergastolo tout court. Ci sta, lo faremo a gennaio o a febbraio, non appena troverà il tempo. Vi faremo sapere quando; venite, collegatevi, sarà interessante.
Una volta in piazza gridavano "Pagherete caro, pagherete tutto!!". Quella sera parlerà chi ha pagato e chi ha fatto pagare. Ora entrambi sono convinti che pagare non serva a nulla, anzi, che forse vada abolito direttamente il denaro.
- Friuli Venezia Giulia. De Carlo (M5S): serve un'azione immediata nelle carceri
- Roma. Detenuta seviziata a Rebibbia, due agenti sotto processo
- SanPa. La domanda è sempre la stessa: il fine giustifica i mezzi?
- San Patrignano, la comunità senza diritti
- Dalla Libia all'Europa, storia di un giornalista schiavo delle milizie










