di Alessandra Napolitano
centropagina.it, 17 gennaio 2020
Il Garante Andrea Nobili ha presentato il report 2019 sulla situazione degli istituti penitenziari della regione. "Il vero problema è quello dei percorsi da attivare per il reinserimento dei detenuti". Sovraffollamento negli istituti penitenziari di Montacuto ad Ancona e Villa Fastiggi a Pesaro; carenza di psicologi e di agenti di polizia penitenziaria; tossicodipendenza e difficoltà di reinserimento lavorativo dei detenuti.
Sono queste le criticità principali che emergono nel report 2019 sulla situazione delle sei carceri marchigiane. Per il quinto anno consecutivo, il garante regionale dei diritti della persona, Andrea Nobili, ha voluto fotografare, con oltre 50 visite, più di 400 colloqui con i detenuti ed altri incontri, le problematiche degli istituti penitenziari marchigiani. Per la prima volta l'indagine ha riguardato approfonditamente anche la situazione sanitaria.
Alla presentazione ufficiale del report a Palazzo delle Marche hanno partecipato (oggi, giovedì 16 gennaio) il presidente del consiglio regionale, Antonio Mastrovincenzo e alcuni rappresentanti dell'amministrazione penitenziaria, tra questi anche la direttrice degli istituti di Montacuto e Barcaglione, Manuela Ceresani.
"Abbiamo fatto un'analisi seria e approfondita ascoltando la voce di chi spesso non ha voce: i detenuti - spiega il Garante. Permangono delle criticità che non caratterizzano solo la nostra regione. Mi riferisco al sovraffollamento presente ancora a Montacuto e a Villa Fastiggi. Questo ha conseguenze sulla qualità della vita dei detenuti e sulla vivibilità dei luoghi. Altra problematica che dobbiamo nuovamente segnalare è la carenza di organico, quindi agenti di polizia penitenziaria e operatori destinati ad area trattamentale e Uepe. Il dato relativo alla presenza di tossicodipendenti nelle carceri è inaccettabile. Anche se siamo in linea con il resto del Paese, circa un detenuto su tre ha problemi di tossicodipendenza. Il sistema si deve interrogare e capire con quali strumenti affrontare questa situazione".
La tossicodipendenza si conferma il problema principale nelle carceri marchigiane con 270 casi, pari al 29%, numerosi sono i detenuti in terapia metadonica. Un'altra criticità ritenuta particolarmente rilevante è quello dei percorsi da attivare per il reinserimento sociale e lavorativo dei detenuti. Anche il presidente del Consiglio regionale, Antonio Mastrovincenzo, ha ribadito l'impegno istituzionale sul versante delle attività trattamentali, sottolineando l'importanza del reinserimento dei detenuti nella società.
Il Garante inoltre, ha rinnovato il suo appello affinché le Marche tornino a potersi avvalere di un'adeguata presenza del Prap (Provveditorato amministrazione penitenziaria), con un dirigente che si occupi, in modo esclusivo, del territorio regionale. "Non è piu' possibile - ha stigmatizzato Nobili - suddividere l'intervento tra Marche ed Emilia Romagna. È indispensabile che a livello centrale ci si faccia carico al più presto di questo problema". Per quanto riguarda invece le criticità strutturali, a Montacuto sono terminati i lavori di ristrutturazione, a Fossombrone sono partiti recentemente e saranno completati nel giro di 2-3 anni. "La qualità delle strutture riguarda tutto il sistema penitenziario in Italia. Alcuni necessitano ristrutturazioni, alcuni non hanno spazio per la socializzazione" conclude Nobili.
I numeri dei sei istituti marchigiani
I detenuti presenti nelle Marche sono 898 (fonte Ministero Giustizia, 31 dicembre 2019), nel 2018 erano 929. Gli stranieri sono 278, nell'anno precedente erano 314. Sulla base dei dati raccolti dal Garante, risultano effettivamente in servizio 613 agenti di polizia penitenziaria (su 657 assegnati), 18 educatori e 8 psicologi.
Entrando nello specifico delle singole realtà, la casa circondariale di Montacuto ad Ancona conta 328 detenuti (di cui 112 stranieri) ma la capienza è di 256. Ci sono 132 agenti di polizia penitenziaria a fronte dei 150 assegnati; è presente un solo psicologo mentre gli educatori sono 3. Sempre ad Ancona si trova la casa di reclusione Barcaglione con 97 detenuti (31 stranieri) a fronte di una capienza di 100 posti. Gli agenti presenti sono 53 (assegnati 55), ci sono 2 psicologi e tre educatori. La casa circondariale di Pesaro - Villa Fastiggi conta 225 detenuti (di cui 85 stranieri e 21 donne) per una capienza complessiva di 153 unità. Gli agenti in servizio sono 159 (assegnati 164); è presente un solo psicologo mentre gli educatori sono 3.
A Fossombrone (Pu) ci sono 89 detenuti (uno solo è straniero) a fronte di 202 posti disponibili, ma in questo caso è da considerare la chiusura di una sezione per detenuti comuni, a causa dei lavori di ristrutturazione che sono stati avviati dopo un lungo periodo di attesa. Gli agenti presenti sono 100 (106 quelli assegnati), ci sono 4 educatori e uno psicologo. A Marino del Tronto (AP) ci sono 102 detenuti (26 stranieri) su 105; gli agenti presenti sono 121 (134 quelli assegnati); gli psicologi sono 3 e gli educatori 2.
Nella casa di reclusione di Fermo i detenuti sono 63 (16 stranieri) ma la capienza è di 40. Gli agenti di polizia penitenziaria sono 48 sui 50 assegnati. Sono presenti due educatori e due psicologi. Per quanto riguarda la Rems (Residenza per l'esecuzione delle misure di sicurezza) di Macerata Feltria, al momento è ubicata nella struttura "Case Badesse" e si registrano 25 ospiti (3 donne), di cui 22 provenienti dalle Marche.
La situazione sanitaria
Come già detto, il problema della tossicodipendenza è molto frequente nelle carceri marchigiane (270 casi pari al 29% della popolazione detenuta): a Montacuto ci sono 120 casi, 66 a Villa Fastiggi, 50 a Barcaglione, 14 a Fermo, 5 a Fossombrone e a Marino del Tronto. Preoccupano anche le patologie di tipo psichiatrico e i casi di autolesionismo, con un primato per Villa Fastiggi (58) e a seguire Montacuto (42 episodi), Marino del Tronto (24), Barcaglione (4), Fermo (3). Presenti anche diversi detenuti affetti da Epatite C, Hiv ed altre problematiche.
Le attività trattamentali
Attraverso la sottoscrizione di accordi specifici con Ats di Pesaro, Assam e Comune di Ancona e l'attivazione di altre collaborazioni, Andrea Nobili è riuscito a portare in carcere laboratori, letteratura, poesia, cinema e danza. Tra le novità più significative, l'avvio del Polo professionale (Regione, Prap e Garante), istituito presso l'istituto penitenziario di Ancona Barcaglione, dove fino al prossimo mese di luglio è in programma il corso di aiuto cuoco con il coinvolgimento di 16 detenuti (entro breve partirà anche quello per meccanico).
Primo laureato, invece, per il Polo universitario di Fossombrone (Uniurb, Prap e Autorità di garanzia), a compimento del previsto percorso triennale. E come annunciato nel corso dell'incontro, sono in fase di partenza nei sei istituti penitenziari le "Lezioni sulla legalità", progetto curato dal Comitato regionale della Croce Rossa Italiana e promosso dal Garante, che si protrarrà fino a maggio.
rpiunews.it, 17 gennaio 2020
Oggi, venerdì 17 gennaio 2020, alle ore 10.30, presso l'Università di Chieti, è in programma la firma di un protocollo di intesa tra il Garante regionale dei detenuti Gianmarco Cifaldi, il Rettore della d'Annunzio Sergio Caputi e il direttore della Casa Circondariale di Chieti Franco Pettinelli.
Il protocollo di collaborazione riguarda un argomento di ricerca altamente innovativo che mira a valutare le risposte comportamentali di detenuti sottoposti ad un determinato stimolo. In particolare, il progetto verrà svolto attraverso la collaborazione tra tre diversi Dipartimenti dell'Ateneo, ovvero il Dipartimento di Scienze Giuridiche e Sociali nella persona del Professor Gianmarco Cifaldi, il Dipartimento di Scienze Mediche, Orali e Biotecnologiche nella persona del Professor Michele D'Attilio e il Dipartimento di Neuroscienze, Imaging e Scienze Cliniche nella persona del Professor Arcangelo Merla.
Questo progetto avverrà in collaborazione con il carcere di Chieti e attraverso l'aiuto del garante dei detenuti d'Abruzzo. "La ricerca - spiega Gianmarco Cifaldi - volge a verificare i presupposti di un comportamento deviante mediante una metodica di stimolo-risposta attraverso una strumentazione non invasiva per verificare il grado di aggressività del detenuto.
Gli stessi test verranno eseguiti su una popolazione esterna eterogenea come gruppo controllo. Si andrà a verificare se c'è o meno un cambiamento posturale in soggetti dotati di una particolare aggressività in funzione di stimoli somministrati attraverso immagini visive utilizzando apparecchiature non invasive: la pedana posturo-stabilometrica, uno strumento che rileva le variazioni del baricentro corporeo neo tre piani dello spazio; la termografia, uno strumento che rileva la temperatura dei muscoli superficiali del viso".
"Il test - continua Cilfadi - sarà suddiviso in tre fasi: il soggetto, durante le registrazioni posturo-stabilometriche e termografiche, verrà sottoposto alla visione di immagini emotivamente significative ed emotivamente neutre; il soggetto verrà sottoposto ad un questionario di anamnesi medica ed odontoiatrica; il soggetto verrà testato col protocollo posturale del Prof. D'Attilio mediante pedana posturo-stabilometrixa e termocamera.
Il confronto statistico tra il gruppo test e controllo e tra i vari esami ci darà informazioni circa l'obiettivo del nostro studio. Il progetto - conclude Cifaldi - si è potuto realizzare anche grazie alla disponibilità del Ministero della Giustizia e del provveditore interregionale del Dap dott. Carmelo Cantone".
Nei giorni scorsi, intanto, due appuntamenti hanno visto come protagonisti gli studenti detenuti della casa circondariale San Donato di Pescara, iscritti alle classi del corso di Amministrazione Finanza e Marketing dell'Istituto Aterno-Manthoné, diretto dalla preside Antonella Sanvitale. Promotore delle iniziative è il Garante dei detenuti della Regione Abruzzo, Gianmarco Cifaldi, anche docente del corso di laurea di Sociologia e criminologia dell'Università d'Annunzio di Chieti-Pescara.
Martedì mattina, il docente di Sociologia del diritto, Michele Cascavilla, ha illustrato le caratteristiche del corso di laurea; cinque detenuti, diplomatisi nell'ultimo anno scolastico nella scuola carceraria dell'Aterno-Manthoné, infatti, si sono iscritti nell'ateneo teatino-pescarese. Cascavilla ha dato indicazioni sugli insegnamenti caratterizzanti il percorso universitario, assicurando la piena disponibilità dei docenti universitari per lezioni specifiche che saranno tenute all'interno della casa circondariale San Donato diretta da Lucia Di Feliciantonio.
Quest'ultima ha accolto con entusiasmo l'opportunità offerta dalla d'Annunzio ai detenuti che, grazie all'intervento del Garante, hanno potuto beneficiare dell'iscrizione gratuita. I detenuti, in ogni caso, potranno contare sull'appoggio digitale di Marina Di Crescenzo, vicepreside dei corsi serali e per adulti dell'Istituto di via Tiburtina e Assunta Pelatti, docente di Lettere, per tutte le pratiche burocratiche.
Mercoledì, invece, Pasquale D'Alberto e Marcella Leombruni, organizzatori del premio Croce di Pescasseroli, hanno presentato l'edizione 2020 della manifestazione alla quale parteciperanno, in qualità di giurati popolari, anche gli studenti di San Donato.
I detenuti leggeranno i volumi partecipanti alla sezione di Letteratura giornalistica e concorreranno, con il loro voto, alla scelta del vincitore tra i tre finalisti. Con gli studenti della scuola superiore erano presenti anche i frequentanti delle classi di scuola media ed elementare del Cpia (Centro provinciale per l'istruzione degli adulti) Pescara-Chieti, diretto da Michela Braccia.
di Pietro Vultaggio
Quotidiano di Sicilia, 17 gennaio 2020
Protocollo d'intesa fra Carcere di Favignana, Area Marina Protetta e Uepe di Trapani. Saranno impegnati in attività finalizzate alla rieducazione e al reinserimento sociale. Non sempre il carcere permette una rieducazione pratica ed un reinserimento nel mondo lavorativo, ma nella più grande riserva marina d'Europa si sta portando avanti un nobile progetto nel tentativo di cambiare lo stato delle cose.
Saranno i detenuti del carcere di Favignana ad avere l'opportunità di essere impiegati, per la prima volta, in diverse attività ricadenti nell'ambito dell'Area Marina Protetta del territorio egadino, anche se da anni risultano già coinvolti in occupazioni temporanee retribuite sull'isola. Il lavoro è, infatti, uno dei principali strumenti, previsti dalla Costituzione e dall'ordinamento penitenziario, per la risocializzazione ed il trattamento rieducativo del condannato.
Entrando nel vivo del progetto, è stato firmato un protocollo d'intesa fra la casa di Reclusione, l'Area Marina Protetta e l'Uepe di Trapani (Ufficio esecuzione penale esterna), rappresentato da Maria Rosaria Asta, che consentirà l'impiego di una decina di detenuti per lo svolgimento di lavori sul territorio delle isole Egadi, nell'ambito delle attività e dei beni che ricadono nella riserva naturale.
Il documento prevede la corretta applicazione della Legge sei dicembre 1991, che configura le Aree Naturali Protette quali "luogo di sperimentazione e conduzione di modelli sociali consapevoli ed orientati allo sviluppo economico sostenibile dei territori, anche attraverso progetti d'inclusione sociale" e della Legge Penitenziaria che prevede l'inserimento socio lavorativo dei soggetti sottoposti a detenzione.
Un modello positivo in un Paese che non funziona ovunque allo stesso modo. Qualche mese fa è stata realizzata una relazione sull'attuazione delle disposizioni di legge relative al lavoro dei detenuti per l'anno 2018, inviata al Parlamento dal ministro della Giustizia Alfonso Bonafede.
Quello che emerge è una sostanziale diminuzione dei detenuti lavoranti (17.614) rispetto ai 18.405 del 2017, il 4,29% in meno. Eppure nello stesso periodo i detenuti in carcere sono invece saliti da 57.608 a 59.655. Un aumento di presenze che non ha portato ad un aumento del lavoro. La situazione non è quindi delle migliori, ma realtà come quelle egadine fanno ben sperare per il futuro del territorio trapanese.
di Antonia Opipari
calabria7.it, 17 gennaio 2020
Cartelle cliniche consegnate tardi o mai date, scarsezza di farmaci, relazioni che tardano ad essere depositate, laboratori non finanziati, attività lavorative ridottissime e assoluta carenza di mediatori linguisti e culturali.
E se a questo si aggiunge il fatto che si trovano a vivere in un carcere, la vita dei detenuti nella casa circondariale di Crotone deve essere più dura di quanto non sia già. A raccontarcelo è il Garante dei diritti dei detenuti del Comune di Crotone Federico Ferraro, al quale abbiamo chiesto qual è la situazione reale del penitenziario.
"Nella casa circondariale di Crotone ci sono attualmente oltre un centinaio di detenuti, il 60% dei quali stranieri.; si tratta di un carcere maschile, suddiviso in tre sezioni tutte di media sicurezza, vale a dire per reati con condanne non superiori ai 7 anni, come ad esempio illeciti legati all'immigrazione, spaccio, furto, rapine e qualche forma di violenza" spiega Ferraro.
Cosa fanno giorno dopo giorno i detenuti? Come trascorrono il loro tempo?
"Certamente non sono abbandonati a loro stessi: alcuni di loro si rendono utili nel servizio mensa, cucinano, si occupano della lavanderia e quant'altro. Ci sono state anche tutta una serie di attività all'esterno, come laboratori di cucina, falegnameria, lavorazione del ferro, che hanno anche permesso ai detenuti di conseguire degli attestati spendibili una volta fuori dal carcere. Vero è che si potrebbe fare molto di più se ci fossero i fondi; alcuni laboratori, che prima erano aperti non lo sono più e, questo fa molto male a queste persone alle quali è necessaria dare la possibilità di imparare un mestiere, per poter sperare in un reinserimento lavorativo e sociale che non li porti a delinquere nuovamente.
La mia figura di Garante comunale dei diritti dei detenuti, ha permesso di creare una collaborazione tra l'amministrazione penitenziaria, il provveditorato regionale, la direzione della casa circondariale, il Comune di Crotone e le associazioni, che ha fatto sì che all'interno del carcere di svolgessero tutta una serie di attività che hanno come obiettivo la tutela del benessere del detenuto: un'attenzione particolare, ad esempio, all'aspetto ricreativo - culturale con spettacoli teatrali, musicali e da ultimo, un laboratorio di poesia e di scrittura conclusosi lo scorso dicembre, nel quale i detenuti hanno elaborato un quaderno di lettere ed una poesia a sfondo religioso dedicata al nuovo arcivescovo Mons. Franzetta. Con il Comune di Crotone, poi, è stata stabilita una convenzione che riguarda i lavori di pubblica utilità, non retribuiti in quanto esecuzione della pena, ma la firma dell'accordo è stata rimandata a causa della vicenda del commissariamento del Municipio".
Insomma, sforzi tanti, problemi troppi... e nel frattempo i detenuti aspettano il più delle volte invano, anche solo per poter ottenere ciò che spetta loro di diritto, ovvero vedere i propri familiari.
"È vero. Mi sono state segnalate delle mancate nomine di assistenti sociali a tutela dei figli minorenni dei detenuti. Inoltre a causa della carenza di organico del personale dell'ufficio di esecuzione penale esterna (Uepe), esistono eccessivi ritardi nell'invio delle relazioni utili alla concessione dei benefici (permessi premio, trascorrere del tempo con la famiglia, etc.) che naturalmente non aiutano la permanenza in carcere del detenuto. Partendo dal presupposto che la pena non deve avere solo una funzione punitiva, bensì rieducativa, ritardare gli incontri, non permettere agli stranieri di inserirsi a causa della carenza di mediatori linguistici e culturali, procrastinare visite sanitarie per scarsezza di personale o dover agognare per la somministrazione di un farmaco perché non ce ne sono, non fa altro che esasperare gli animi. Tutte cose che si sta cercando di risolvere con l'aiuto delle istituzioni".
Qual è la percezione della gente "lì fuori"?
"Credo non buona, dal momento che più e più volte ho anche chiesto aiuto all'imprenditoria locale perché prendesse qualcuno di loro a lavorare ma non ho mai ottenuto risposta. Un esempio? lo sport è importante e per questo all'interno del carcere si sta ultimando un campetto che possa ospitare delle manifestazioni sportive. Ecco, io stesso ho invitato ripetutamente il Crotone Calcio a venire a fare visita ai detenuti e, a tutt'oggi non c'è stata nessuna attenzione".
di Jacopo Norfo
castedduonline.it, 17 gennaio 2020
La struttura sarà in grado di ospitare già da lunedì una cinquantina di migranti considerati irregolari, cioè che dovranno poi lasciare la Sardegna secondo le procedure previste. Adesso è ufficiale: il primo centro regionale permanente per il rimpatrio dei migranti (Cpr) di Macomer aprirà lunedì 20 gennaio. La pec inviata dalla Prefettura di Nuoro è arrivata al Comune ieri pomeriggio. È tutto pronto, dunque, nell'ex carcere della cittadina del Marghine, ristrutturato per accogliere gli stranieri irregolari.
"Già da lunedì la struttura è operativa per ospitare una cinquantina di persone, ma appena verranno completati i lavori si arriverà a 100 posti disponibili - spiega la vice Sindaca di Macomer, Rossana Ledda - Non sappiamo se già lunedì arriverà qualcuno o se ci vorrà ancora qualche giorno per vedere qui i primi migranti.
Il Comune ha lavorato tanto negli ultimi anni per arrivare all'apertura del centro e fare in modo che ci fosse una ricaduta economica favorevole per la città. C'è una società che si è aggiudicata il bando di gara per i servizi interni: mensa, lavanderia, pulizie, infermeria. Tutto questo genera nuovi posti di lavoro e restituisce vitalità".
Massimo impegno da parte del Comune anche sul fronte della sicurezza, tema 'caldo' su cui si era spaccato il Consiglio comunale. "Abbiamo ottenuto tutte le rassicurazioni necessarie dalla Prefettura - dichiara la vice Sindaca - ci è stato garantito il massimo dell'attenzione, mettendo a disposizione su questo fronte carabinieri, polizia e una vigilanza esterna alla struttura da parte dei militari della Brigata Sassari. L'auspicio è che gli impegni vengano mantenuti per consentire al centro di funzionare ma anche la dovuta tranquillità ai cittadini".
di Arianna Belloli
La Repubblica, 17 gennaio 2020
In Comune una commissione allargata ha analizzato le ricadute sulla città del penitenziario. In via Burla a breve sarà aperto un nuovo padiglione. Il Comune di Parma si mobilita, nelle sue capacità e competenze, sulle problematiche del carcere di Parma soprattutto in vista dell'ampliamento della struttura che oggi vede detenute 600 persone, ma vedrà la realizzazione di un nuovo padiglione per 200 detenuti.
I detenuti in aggiunta, senza tuttavia che sia arrivata all'Amministrazione comunale la conferma ufficiale, saranno di media sicurezza, ossia provenienti dalla condanna per crimini come lo spaccio di sostanze stupefacenti, per esempio. La commissione Affari istituzionali e servizi sociali, sanità e sicurezza si è riunita così il 16 gennaio alla presenza di autorità e sindacati coinvolti. Previsto per oggi, 17 gennaio, invece, l'incontro del Clepa, organismo paritetico provinciale che si occupa della rilevazione dei bisogni del sistema carcerario.
Presenti i consiglieri comunali, l'assessora Laura Rossi, i rappresentanti sindacali degli agenti penitenziari, il direttore generale dell'ospedale di Parma, Massimo Fabi, il direttore del Provveditorato regionale amministrazione penitenziaria, Marco Bonfiglioli, il Garante dei detenuti per il Comune di Parma, Roberto Cavalieri, la direttrice generale Ausl Parma, Elena Saccenti e la dottoressa Maria Teresa Luisi che cura le procedure per il trasferimento dei detenuti dal carcere all'ospedale.
Il presidente del Consiglio comunale, Alessandro Tassi Carboni, annuncia che l'incontro sarà il primo di altri e aprendo la discussione, ricorda la situazione del penitenziario cittadino: a partire dalla direzione che vede da anni affidi temporanei che non permettono la programmazione di azioni a lungo termine; alla profonda carenza di personale; la difficoltà nel portare a esecuzione nuovi progetti lavorativi per i detenuti anche se supportati da finanziamenti privati; criticità anche sui fondi e risorse, probabilmente insufficienti visto che è stata stanziata la stessa cifra dell'anno precedente al fronte invece di 200 persone in più da gestire.
L'assessora Rossi spiega come il Comune concorra ai finanziamenti di 212 mila euro per il penitenziario: 90 mila euro arrivano dal Comune, 72 mila euro dalla Regione e il restante dal fondo sociale territoriale "che non era scontato li destinassimo al carcere, ma che dimostra la nostra attenzione per questo tema. - commenta Rossi -. Fondi che devono supportare non solo il pagamento dei costi per i detenuti e le retribuzioni dei lavoratori ma anche molti progetti: teatro, laboratori musicali e dell'università, lo spazio giochi per i figli dei detenuti, lo sportello per avvicinare i detenuti agli uffici comunali per consegna di documenti o procedure varie, attività sportive, rassegne cinematografiche. Tutte attività che fortunatamente vedono la collaborazione di molte associazioni e volontari".
"Il carcere in questi anni ha dimostrato tuttavia come faccia fatica a gestire questi finanziamenti" aggiunge il Garante Cavalieri.
"Non ho voluto prima di ora fare ingerenza sulla decisione di ampliamento del penitenziario - dichiara ancora l'assessora Rossi - perché credo che ogni decisione presa sia fatta con motivazione. Ad oggi però il Comune non è ancora stato contattato dal ministero della Giustizia per capire come programmare l'ampliamento e quindi i servizi. Serve quindi pressione perché si parli di questi problemi insieme".
Tutti gli intervenuti hanno mostrato preoccupazione per le ricadute che si avranno sul territorio per le persone che saranno dimesse dal carcere e saranno senza fissa dimora, per la già difficile situazione dell'ospedale nell'accogliere pazienti detenuti: che oggi vede infatti - come ricorda Catalano segretario della federazione sindacati penitenziari - solo 5 posti riservati su una popolazione carceraria di 600 persone tra cui alcune nel settore 41bis, ossia massima sicurezza.
Colelli, della segreteria Cgil, ha commentato la situazione di sovraffollamento degli istituti penitenziari italiani in generale, che nel luglio 2019 era in media del 128%, "e sono sicuro che Parma superi addirittura questa percentuale. Chiediamo personale adeguato almeno nei numeri. Solo per gli agenti sottoufficiali si registra una carenza del 90%.
A Parma abbiamo solo un commissario quando dovrebbero essere 4. Le figure educative sono invece in carenza del 50%".
Tante le aggressioni, assenza di un direttore di nomina stabile, forte carenza di funzionari e inaccettabile mancanza di figure di sottufficiali, nonché un numero inadeguato di agenti per l'apertura del nuovo padiglione. Un nuovo padiglione che aprirà senza alcune risorse necessarie e con 200 problemi in più, denuncia la Fp Cgil. Carlo Parnanzone, di Uil, porta invece richieste semplici quanto concrete per migliorare il benessere all'interno del carcere, a partire dai parcheggi per gli agenti e famigliari in visita e i parcheggi riservati all'ospedale per gli agenti che devono trasportare detenuti per i soccorsi, fino al miglioramento del collegamento delle linee urbane dei bus. "Sembrano richieste banali - commenta il capogruppo di Effetto Parma Cristian Salzano - rispetto alla complessità del problema. Ma migliorare le linee dei bus come i parcheggi e altre proposte sono fondamentali per migliorare il benessere di lavoratori come dei detenuti. Su questo il Comune può lavorare e dare il suo contributo".
I consiglieri del Pd Lorenzo Lavagetto e Daria Jacopozzi sottolineano invece l'importanza del ruolo riabilitativo che deve avere la pena. "Il 68% degli ex detenuti ha ricadute, soprattutto quelle persone che non hanno avuto opportunità di lavoro e attività all'interno del penitenziario" specifica Jacopozzi. "La nostra disponibilità come Comune c'è - conclude Rossi - Il problema è capire cosa serve per queste 200 persone in più che saranno detenute nel carcere di Parma".
leccoonline.com, 17 gennaio 2020
Per educare bisogna mettersi in gioco, bisogna rischiare, lasciarsi usare e saper aspettare, lasciando che i figli, i giovani, sbaglino e su quegli sbagli crescano. Così don Claudio Burgio, cappellano al carcere minorile Beccaria di Milano e presidente dell'associazione Kairos che gestisce comunità per il reinserimento dei minori, relatore in un affollato incontro tenutosi giovedì sera all'oratorio di San Giovanni nell'ambito di un cammino formativo per adulti promosso dalla comunità pastorale Don Monza e Beato Mazzucconi retta dal parroco don Claudio Maggioni.
"Educare oggi: missione impossibile" era il tema della serata rivolta in particolare a genitori, educatori, insegnanti, catechisti. Ai quali don Burgio ha trasmesso il frutto delle riflessioni maturate nel corso dei suoi anni a contatto con adolescenti "difficili" e fragili, ma tali anche in virtù del "nostro sguardo di adulti", se preferiamo guardare al disagio o non invece alle potenzialità dei ragazzi. Ricordandosi - è stata la chiusa - delle primissime parole che, nella Genesi, Dio dice all'uomo: "Tu potrai". Prima di qualsiasi divieto.
Perché un ragazzo per quanto fragile è sempre un ragazzo ed è sempre molto di più di quanto manifesti. "E allora noi - ha detto il sacerdote - non possiamo sostituirci alla libertà nei nostri figli, non possiamo pensare di comandare. Educare è una partita a scacchi. Quando i figli sono i piccoli, noi muoviamo anche le pedine per loro, ma quando crescono ognuno muove le proprie. Bisogna mettersi in gioco, non puoi imporre ma proporre. Non puoi pretendere di impostare la vita dei tuoi figli come vuoi tu. Il peggior genitore è quello che desideri sui propri figli". Si creano aspettative di fronte alle quali "se un figlio si sente inadeguato va in crisi e a quel punto si apre una voragine. Soprattutto in presenza di una società molto esigente che richiede prestazioni: se sei primo sei qualcuno, se sei secondo sei nessuno. E allora c'è la vergogna di finire in panchina. I reati in età giovanile sono un grido di aiuto".
Ecco perché "imporre regole non basta. Occorre mettere i figli davanti alla propria libertà, dargli fiducia, un figlio ha bisogna di sbagliare. Certo, è un rischio: ma bisogna accettare il rischio educativo. Non siamo padri e madri a priori. Noi siamo solo genitori.
Sono i figli che decidono di riconoscerci come padri e madri. Non si può restare fermi alle proprie idee, devi cambiare anche tu con i tuoi figli. Bisogna avere il coraggio di lasciarsi guardare. E basta con il giovanilismo dei genitori: i figli non ne possono più. I figli ci chiedono verità. Non dobbiamo inventare scuse per non affrontare discussioni".
Una testimonianza che il cappellano del Beccaria ha rafforzato con una serie di esempi presi proprio dalla sua opera in carcere e in comunità che gli ha insegnato anche a fare i conti con il dolore (quanti giovani sono morti o si sono persi) e con i fallimenti ma che fallimenti non sono come gli ha dimostrato la lettera inviata dalla madre di un ragazzo ucciso da un coetaneo, lettera che la donna ha scritto all'omicida: "Ho già perso un figlio, non ne voglio perdere un altro". Parole di perdono sulle quali il colpevole ha potuto costruire il proprio riscatto.
di Giuseppe Salvaggiulo
La Stampa, 17 gennaio 2020
Per i giudici chiamati a stabilire l'attendibilità delle denunce "il controllo di logicità è ormai la principale, se non l'unica, difesa dell'ordinamento". Gli stranieri arrivati in Italia con mezzi di fortuna richiedono lo status di rifugiati "sovente attraverso narrazioni stereotipate e tessute intorno a canovacci fin troppo ricorrenti" e quindi palesemente false, da smascherare attraverso "un controllo di logicità, che appare ormai la principale, se non l'unica, difesa dell'ordinamento". Così scrive la prima sezione civile della Cassazione, in una sentenza in materia di protezione internazionale.
La vicenda riguarda A.S., togolese cui sia la commissione della prefettura sia il tribunale hanno rifiutato lo status di protezione internazionale e umanitaria. A.S., musulmano, aveva raccontato di essere stato costretto a fuggire dal suo Paese per evitare le ritorsioni causate dalla distruzione di un idolo in una zona in cui si pratica la religione animista.
Ma secondo esperti della commissione amministrativa e tribunale il suo racconto non era credibile, in quanto sfornito sia di riscontri oggettivi, sia di quella intrinseca ed elementare coerenza logica, che consentirebbe di ritenere provate "circostanze che non lo sono affatto". È infatti "del tutto implausibile che A.S., appartenente alla minoranza musulmana, avesse distrutto l'idolo da solo e lo avesse fatto repentinamente pur nella consapevolezza delle reazioni alle quali sarebbe andato incontro, così da pregiudicare, per un gesto tanto insensato, non solo la buona posizione lavorativa raggiunta, ma anche la relazione familiare con la moglie e una figlia appena nata". La Cassazione difende "il controllo di logicità", senza il quale "al giudice non resterebbe che prendere supinamente atto della domanda proposta, accogliendola in ogni caso, per quanto strampalata possa apparire".
Il giudice, spiega la Cassazione, ha la possibilità di "stabilire quale sia la situazione complessiva in cui versa il Paese di provenienza (esistenza di culti animisti e di minoranze di religione musulmana)", ma non "di accertare in concreto se la narrazione dei fatti riferita dal richiedente sia vera o inventata di sana pianta". Come appare quella del musulmano A.S, "della cui fede pare nessuno si fosse mai interessato fino alla discreta età di circa 25 anni", fino a che, "improvvisamente sollecitato dal capo villaggio a partecipare a una cerimonia animista, preso da incontenibile furia iconoclasta nei riguardi di un idolo, e dimentico della famiglia e del suo avviato mestiere di sarto, lo abbia distrutto a colpi di bastone e di machete e, già con i soldi in tasca per darsi alla premeditata fuga, sia poi scappato immediatamente dopo perché una donna lo aveva visto e riconosciuto".
La Cassazione non solo boccia il ricorso del togolese A.S., ma trae da esso ulteriore conferma di una generalizzata tendenza che "emerge dall'esperienza dal collegio", al punto da poterne ricavare una casistica di "narrazioni stereotipate", che il relatore impietosamente elenca: "quella del giovane musulmano che ha messo incinta una ragazza cristiana, o del giovane cristiano che ha fatto lo stesso con una musulmana (le religioni possono peraltro variare), e scappa dalle furie dei genitori di lei; quella dell'uomo che il capo-villaggio ha destinato a sacrifici umani (il caso in esame appare una variante di questa trama) o ad altra non commendevole sorte; quella del sedicente omosessuale che, se lo fosse, sarebbe perseguitato al suo Paese; quello della lite degenerata in fatti di sangue in cui il richiedente ha, si intende senza volerlo, ferito o ucciso il proprio contendente, in un contesto in cui, quale che sia il Paese di provenienza, le forze di polizia del luogo sono sempre e irrimediabilmente corrotte ed astrette da oscuri vincoli alla potente famiglia della vittima, e così via".
La sentenza, risalente all'agosto 2019, è stata pubblicata ora da Questione Giustizia, rivista online di Magistratura Democratica, e accompagnata da un commento critico di Alessandro Simoni, professore di sistemi giuridici comparati dell'Università di Firenze. Il quale, pur dubitando del criterio logico seguito dai giudici ("in astratto non sembra regola universale che ogni fervore religioso o iconoclasta si spenga una volta che si è messa su famiglia e gli affari procedono"), rispetta la decisione giudiziaria, poiché "è ben possibile che le carte non lasciassero grandi spazi di manovra anche all'ermellino più benevolo".
Tuttavia Simoni vede nell'argomentazione generalizzata, "inutile" ai fini del caso concreto, "un interessante indicatore della permeabilità dei corpi giudiziari a un modo sempre più diffuso di leggere il mondo". I giudici della Cassazione, anziché limitarsi a un'asettica valutazione probatoria sul caso di A.S., non hanno resistito "alla tentazione di fare dell'ironia" sul suo racconto e su quelli di gran parte dei richiedenti asilo, "in particolare quelli dell'Africa subsahariana (quindi di un gruppo umano accomunato da una precisa immagine razziale o etnica"), tacciandoli di ricorrere a "narrazioni di fantasia, unicamente finalizzate a vincere i ricorsi". "La rappresentazione caricaturale - conclude Simoni - produce una sensazione sgradevole", evocando "stereotipi sui migranti che hanno radici solidissime nella cultura italiana meanstream".
di Fulvio Fulvi
Avvenire, 17 gennaio 2020
Dopo l'apertura del Viminale sulla possibile emersione dei lavoratori stranieri irregolari, la reazione delle parti sociali. "Una "sanatoria" per i lavoratori stranieri irregolari? Sarebbe sacrosanta". Il presidente di Assindatcolf, Andrea Zini, che rappresenta i datori di lavoro domestico, non ha dubbi: "La loro regolarizzazione è una necessità primaria, ma da sola non basterebbe: deve essere accompagnata da un concreto sostegno dello Stato alle famiglie che assumono badanti, colf e baby-sitter. Come? Con una deducibilità fiscale delle spese, per esempio".
Non un colpo di spugna ma un welfare indotto e autogestito tra le parti: è questo l'auspicio di chi paga, per esempio, tra le 850 e i 1.000 euro al mese una badante a tempo pieno (quasi sempre straniera) per assistere un anziano o un malato con problemi di autosufficienza. Non chiamiamola sanatoria, però. Per il momento è solo un'ipotesi.
A beneficiarne sarebbe un esercito "nascosto" di circa 400-500mila immigrati che potrebbe diventare "linfa vitale" per l'economia del Paese e per le disastrate casse dell'Inps, con un gettito fiscale previsto di almeno 1,4 miliardi di euro ed entrate previdenziali per una cifra che raggiungerebbe i 3 miliardi. Si parla, dunque, di un "provvedimento di emersione", di un intervento normativo che renda regolari quei cittadini stranieri (senza pendenze penali) arrivati in Italia in maniera irregolare in cerca di un'occupazione e che magari l'hanno trovata, seppure "a tempo" e "in nero": migranti che sono costretti nel 90% dei casi a impieghi stagionali, provvisori, precari, sottopagati.
"Sulla regolarizzazione si sta ragionando" ha annunciato martedì alla Camera il ministro degli Interni, Luciana Lamorgese, durante il question time innescato da un'interrogazione presentata dal deputato Riccardo Magi (Radicali +Europa), relatore - tra l'altro - della proposta di legge di iniziativa popolare "Ero straniero", una riforma complessiva del testo unico sull'immigrazione che prevede canali di ingresso attraverso la mediazione di centri per l'impiego e camere di commercio, o la presentazione di garanzie a chi dimostra di essere radicato e integrato da almeno due anni avendo svolto un'attività lavorativa o partecipato a misure di politica attiva del lavoro. Un superamento della Bossi-Fini.
Ma oggi, purtroppo, siamo ancora di fronte a condizioni di grave sfruttamento degli stranieri, con salari da miseria e riduzioni dei lavoratori in schiavitù, come conferma Mohamed Saady, presidente Anolf (Associazione nazionale oltre le frontiere) e segretario nazionale di Fai Cisl: "La cosiddetta "sanatoria"? Una soluzione al fenomeno dell'irregolarità che può favorire una sistemazione definitiva e l'integrazione sociale del lavoratore immigrato". Secondo il sindacato, i numeri dei lavoratori "fantasma" sarebbero ben più pesanti delle stime ufficiali: circa 600 mila, considerando il bracciantato agricolo, fenomeno stagionale governato dai "caporali". "Fantasmi? No, persone in carne ed ossa, spesso trattati in modo disumano".
"In un Paese come il nostro - aggiunge Saady - che non è in grado di applicare una politica dei rimpatri, oltre alla sanatoria serve una programmazione dei flussi migratori: nessuno dice "apriamo le porte" senza condizioni, ma cerchiamo di individuare il fabbisogno del mercato del lavoro, settore per settore, e facciamo entrare quelli che servono".
E non è un'impresa impossibile. In Italia, il contributo economico degli immigrati è determinante. "Inoltre - conclude il sindacalista della Fai-Cisl - una sanatoria, o meglio, una "regolarizzazione" dei lavoratori stranieri, di chi ora vive nell'ombra, eliminerebbe i conflitti sociali trasmettendo un senso di sicurezza tra tutti i cittadini".
uisp.it, 17 gennaio 2020
Il comitato Uisp partecipa al "Mese della pace" 2020, collaborando con associazioni e realtà locali che si occupano dei detenuti. Per il secondo anno l'Uisp Lariano aderisce al "Mese della pace" 2020 di Como.
Quest'anno, in particolare, l'impegno del comitato Uisp si rivolge al gruppo di lavoro Carcere e periferie, al fianco di altre associazioni che svolgono attività all'interno della Casa circondariale "Il Bassone" di Como. Il Comitato Uisp, infatti, svolge da 20 anni attività sportiva insieme ai detenuti e alle detenute, con l'obiettivo di offrire uno strumento ricreativo ed educativo, utile anche per la socializzazione e come strumento per il benessere psicofisico.
Venerdì 17 gennaio alle 21, presso la Biblioteca comunale "Paolo Borsellino" di Como, si terrà l'incontro "Vi raccontiamo il carcere", per conoscere la Casa circondariale di Como e le realtà che la animano. Interverranno: Fabrizio Rinaldi, direttore del carcere del Bassone; Padre Michele, cappellano del carcere del Bassone; Patrizia Colombo, Homo Faber; Federico Ioppolo, vicepresidente Uisp Lombardia; Concetta Sapienza, vicepresidente Uisp Lariano. Modera: Marco Gatti, giornalista de Il Settimanale.
Obiettivo dell'incontro è informare la popolazione di Como sulla realtà del carcere, per contrastare la narrazione diffusa che vorrebbe il carcere come luogo di emarginazione per soggetti irrecuperabili e indegni dell'interesse della comunità. Il carcere del Bassone, invece, è come un grande quartiere, quasi una città dentro la città ed è importante riportarlo metaforicamente al centro di Como e del dibattito cittadino e farlo conoscere. Per l'evento Facebook clicca qui
Il Progetto Carcere dell'Uisp Lariano spazia dalle classiche proposte sportive fino ad attività più originali, come il qi gong. Ad esempio durante l'estate del 2019 è stata promossa la pallavolo nei settori donne e trans della Casa circondariale.
L'attività ha coinvolto le detenute per tutto il periodo estivo, due giorni alla settimana, in un percorso gestito da due giovani allenatrici, al termine del quale si è svolto un torneo cui hanno partecipato anche squadre esterne. Quest'anno il progetto ha avuto una particolare attenzione per i diritti delle persone Lgbtiq, che spesso nell'ambito del carcere incontrano maggiori difficoltà e sono vittime di episodi di emarginazione. Ad inizio anno, invece, i detenuti hanno avuto la possibilità di sperimentare il qi gong: questa disciplina orientale genera armonia a livello psico-fisico-spirituale e accresce lo stato di equilibrio energetico generale.
L'esecuzione sistematica degli esercizi di qi gong, tramite una postura e una respirazione corretta, aiutano a migliorare sensibilmente le rigidità, acquisire maggiore capacità di rilassamento, armonia e un generale benessere psico-fisico. Praticare questa attività è molto utile per migliorare il modo di relazionarsi ed affrontare un momento faticoso dell'esistenza, come può essere quello del carcere.
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