amnesty.it, 19 gennaio 2020
A partire dal 20 gennaio i due psicologi responsabili della creazione e dell'applicazione delle "tecniche avanzate di interrogatorio" della Cia nel centro di detenzione di Guantánamo saranno chiamati a testimoniare durante la fase istruttoria del processo nei confronti di Khalid Sheikh Mohammed - considerato l'ideatore degli attacchi dell'11 settembre 2001 - a altri quattro imputati.
I due psicologi a contratto, James E. Mitchell e John "Bruce" Jessen, sono responsabili di aver messo a punto tecniche di interrogatorio, tra i quali il water-boarding, l'isolamento in celle di dimensioni minuscole, i pestaggi e la privazione del sonno che equivalgono tutti a tortura. Molti detenuti hanno subito tali trattamenti in centri segreti di detenzione in tutto il mondo, compresa l'Europa, con la complicità di numerosi governi europei.
Alle udienze saranno presenti due osservatori di Amnesty International: Julia Hall, avvocata ed esperta del Segretariato Internazionale di Amnesty International in materia di giustizia penale, antiterrorismo e diritti umani, e Zeke Johnson, direttore dei programmi di Amnesty International Usa. "Il perverso lavoro di questi psicologi ha fortemente compromesso la lotta globale contro la tortura. I metodi interrogatorio da loro caldeggiati hanno avuto un effetto domino in tutto il mondo", ha dichiarato Julie Hall.
"Invece di doverne rispondere, i responsabili del programma di torture della Cia, tra i quali Mitchell e Jessen, sono stati protetti e, in alcuni casi, difesi. Il fatto che essi testimonino in questa importantissima circostanza dimostra che la Cia non ha voluto sradicare le violazioni dei diritti umani su cui si basava il loro programma antiterrorismo. Questa impunità costituisce una macchia nella storia degli Stati Uniti. La tortura non può mai essere giustificata e chiunque ne faccia uso deve risponderne", ha sottolineato Hall.
Da tempo, Amnesty International sostiene che i funzionari governativi coinvolti in torture e maltrattamenti di detenuti durante la "guerra al terrorismo" globale degli Usa debbano rispondere delle loro responsabilità e che i detenuti di Guantánamo debbano essere rilasciati o processati tempestivamente nei tribunali ordinari federali statunitensi. Amnesty International continua ripetutamente a chiedere al governo statunitense di chiudere il centro di detenzione di Guantánamo e mettere fine ad anni, ormai 18, di violazioni dei diritti umani.
L'organizzazione per i diritti umani richiama inoltre l'attenzione sul fatto che i programmi governativi basati su maltrattamenti e torture, insieme ai ripetuti ritardi nel celebrare processi equi nei confronti dei presunti autori degli attacchi dell'11 settembre, hanno contribuito in maniera diretta all'assenza di una vera giustizia e di risarcimenti per le vittime dell'11 settembre e i loro familiari.
Nelle udienze dei prossimi giorni si valuterà se dichiarazioni estorte con la tortura debbano o meno essere escluse dalle prove nei confronti dei presunti autori degli attacchi dell'11 settembre. I cinque imputati potrebbero essere condannati a morte se giudicati colpevoli dalle commissioni militari, organismi le cui procedure non rispettano gli standard internazionali in materia di processi equi. La loro eventuale condanna a morte costituirebbe la negazione estrema dei diritti umani fondamentali.
La Repubblica, 19 gennaio 2020
Il periodico report di Nessuno Tocchi Caino sulla pratica delle esecuzioni capitali nel mondo. In Pakistan annullata l'impiccagione dell'ex presidente Musharraf. Attivisti per i diritti umani del Somaliland, Stato auto-proclamato indipendente dell'Africa orientale, che non ha alcun riconoscimento della comunità internazionale, formato dalle province settentrionali della Somalia, hanno confermato l'esecuzione dei sei detenuti nella prigione di Mandheera, situata nella capitale Hargeisa. Il funzionario del Somaliland Human Rights Center, Guleid Ahmed Jama, ha detto che i sei sono stati giustiziati il 15 gennaio mattina. Lo si apprende dal portale di "Nessuno Tocchi Caino". Secondo l'attivista per i diritti umani, questa esecuzione è la prima per un caso relativo ad Al-Shabaab in Somaliland dal 2016.
Il Somaliland, ufficialmente la Repubblica del Somaliland, è considerato a livello internazionale come una regione autonoma della Somalia.
Bielorussia - Un colpo alla nuca: emesse le prime 2 condanne del 2020. Il tribunale regionale di Mogilev il 10 gennaio 2020 ha condannato a morte due fratelli, di 19 e 21 anni, che sono stati giudicati colpevoli di aver commesso un omicidio in modo particolarmente violento, ha reso noto il Centro per i Diritti Umani Viasna. La Bielorussia è l'unico paese europeo che applica la pena di morte. Il metodo d'esecuzioni è il seguente: il condannato viene bendato, costretto a inginocchiarsi e ad aspettare circa 2 minuti prima che il boia lo finisca con un colpo alla nuca sparato con una pistola. I due fratelli giustiziati. Sono stati giustiziati due fratelli, Ilya Kostin e Stanislav Kostin, in un'udienza fuori sede a Cherikov. Sono stati accusati di aver ucciso la loro insegnante, che era anche loro vicina, dando fuoco alla sua casa", ha detto il Centro. Nell'aprile 2019, mentre spegnevano un incendio in una casa a Cherikov, gli addetti dei servizi di emergenza trovarono il corpo della sua proprietaria di 47 anni. Numerose ferite da taglio furono trovate sul cadavere. I presunti autori dell'omicidio furono identificati poco dopo; erano due fratelli con precedenti penali, di 19 e 21 anni, che avevano litigato con la donna il giorno prima.
Arabia Saudita - 184 giustiziati nel 2019. L'Arabia Saudita ha messo a morte 184 persone nel 2019, il numero più alto in un anno solare da sei anni, ha reso noto l'organizzazione per i diritti umani Reprieve, definendola una "tragica pietra miliare" per il Regno. Delle esecuzioni annunciate dall'agenzia di stampa saudita l'anno scorso, 88 sono state di cittadini sauditi, 90 di cittadini stranieri mentre sei persone erano di nazionalità sconosciuta, secondo quanto dichiarato da Reprieve il 13 gennaio 2020. Il gruppo per i diritti ha riferito che 37 persone sono state messe a morte dal governo saudita in un solo giorno il 23 aprile, inclusi tre prigionieri che erano minorenni quando hanno commesso i loro presunti reati. "Questa è un'altra tragica pietra miliare per l'Arabia Saudita di Mohammed bin Salman - ha detto la direttrice del gruppo per i diritti, Maya Foa - i sovrani del Regno credono chiaramente di avere totale impunità nel violare il diritto internazionale quando pare a loro". La dichiarazione di Reprieve ha sottolineato che il principe ereditario saudita aveva dichiarato, in un'intervista televisiva nel 2018: "Abbiamo cercato di ridurre al minimo la pena di morte. Ci vorrà un anno, forse un po' di più, per porre fine. Non ci riusciremo al 100%, ma la ridurremo notevolmente".
Pakistan - Annullata la condanna a morte dell'ex presidente Musharraf. Il 13 gennaio scorso, un tribunale pakistano ha annullato la condanna a morte pronunciata nei confronti dell'ex presidente del Paese Pervez Musharraf. L'Alta Corte di Lahore ha stabilito che il tribunale speciale istituito per processare l'ex presidente non fosse legale. Il collegio di difesa di Musharraf aveva presentato una petizione all'Alta Corte in seguito alla condanna a morte emessa lo scorso dicembre dal tribunale, secondo cui l'ex generale dell'esercito era colpevole di aver imposto leggi di emergenza, in violazione della Costituzione, durante il suo governo. Nove anni al potere. Musharraf prese il potere nel 1999, quando estromise il governo eletto dell'ex primo ministro Nawaz Sharif, con un colpo di stato militare. Otto anni dopo, impose leggi di emergenza e mise diversi giudici chiave agli arresti domiciliari. Queste mosse provocarono condanne e proteste a livello nazionale che portarono alle sue dimissioni nel 2008. L'avvocato di Musharraf, Azhar Sadique, ha detto: "Vedremo come reagirà il governo". Secondo il legale, Musharraf è stato un obiettivo politico, falsamente accusato di tradimento dal governo nel 2014, dopo che l'ex premier Sharif era tornato al potere.
Myanmar - Condannato all'impiccagione per omicidio. Un tribunale della regione di Ayeyarwady nel Myanmar, il 13 gennaio 2020 ha condannato all'impiccagione un ex assistente sanitario per aver ucciso un insegnante e aver nascosto il cadavere dopo che nel 2016 un triangolo amoroso era diventato violento. L'ex assistente sanitario Than Zaw, che lavorava in un centro sanitario rurale nel villaggio di Payagon nella township di Hinthada, è stato dichiarato colpevole dal Tribunale Distrettuale della stessa Hinthada, di aver cospirato con la sua ragazza per uccidere il suo ex fidanzato Ko Aye Naing, un insegnante di 34 anni della scuola primaria del villaggio di Mayan Lay, nella stessa township. Il processo è durato tre anni e nove mesi. Il 13 gennaio il tribunale ha stabilito che ai due imputati debbano essere applicate le massime punizioni previste dalla legge. L'ex assistente sanitario è stato condannato all'impiccagione per omicidio premeditato. La sua fidanzata, Hnin Cherry, è stata condannata a sette anni di prigione con lavori forzati per aver nascosto le prove dell'omicidio.
di Massimiliano Iervolino*, Igor Boni** e Giulia Crivellini***
Il Manifesto, 19 gennaio 2020
"Un'idiozia": così è stata etichettata l'accusa rivolta al Pd di mancata discontinuità dal primo governo Conte. Tanto infondata non sembra, dal momento che negli ultimi giorni si sono moltiplicati gli esponenti del Pd che hanno voluto rispondere promettendo cambiamenti concreti. Quando dai proclami si passerà all'azione?
Sono passati oltre 4 mesi dall'instaurazione del Conte bis e non vi è stato alcun intervento sui provvedimenti rispetto ai quali "rilevanti perplessità" sono state espresse dal Presidente della Repubblica. Alle parole non hanno fatto seguito i fatti. E i fatti, in materia di immigrazione, non possono prescindere dai decreti sicurezza.
Solo da agosto, quando è entrato in vigore il decreto sicurezza bis, almeno 165 persone sono morte o risultate disperse nel Mediterraneo centrale. Nel frattempo le organizzazioni non governative erano (e sono ancora) alle prese con navi sotto sequestro e sanzioni.
Nei Tribunali di tutta Italia aumentano i ricorsi dei richiedenti asilo contro i rigetti delle commissioni territoriali e la durata dei procedimenti, conseguenze della riforma del sistema di protezione introdotta dal primo decreto. Circa 80mila persone rischiano di divenire irregolari, esposte a sfruttamento lavorativo e criminale. Eppure i testi di legge restano in piedi, inalterati. Se il Governo giallorosso vuole fregiarsi dell'aggettivo "discontinuo" agisca. I numeri per attuare il cambiamento ci sono. Faccia di più: stabilisca una discontinuità anche col memorandum Italia-Libia, che in tre anni ha ricondotto in Libia 40mila persone, forse poi torturate, abusate, morte. Lo sospenda. Noi continueremo a chiederlo, ogni giorno. E il 2 febbraio saremo in piazza per ribadirlo.
*Segretario Radicali Italiani
**Presidente Radicali Italiani
***Tesoriera Radicali Italiani
di Maria Maggiore
Il Fatto Quotidiano, 19 gennaio 2020
Minorenni reclusi nei campi: la Ue come gli Usa di Trump. Reza è iraniano, ha 17 anni e vive in prigione da un anno. In una "zona di transito" in Ungheria, a Rószke. "Di transito" perché non è completamente chiusa: aperta se decidi di tornare in Serbia, chiusa se vuoi chiedere asilo in Ungheria. Il ragazzo è arrivato qui con lo zio e i cugini, ma loro sono riusciti a passare con la protezione umanitaria.
A Reza è stata negata e da più di un anno aspetta da solo, con altri 99 minori non accompagnati, in una città dove le case sono container, i confini sono filo spinato e tutto è sorvegliato da soldati armati, che ti accompagnano ammanettato anche dal medico. "Non dormo da due giorni dopo l'ultimo rigetto della mia domanda", ci dice Reza.
"Il dottore mi ha detto di non pensare troppo, ma è difficile, tutto è difficile qui. Siamo venuti dalla Serbia, con i documenti, non illegalmente. Perché l'Ufficio immigrazione gioca con noi, trascina le decisioni per mesi? Non abbiamo fatto nulla di male. Perché siamo rinchiusi qui? Pensare troppo è una bomba nella testa". L'Ungheria è sotto accusa perché lascia senza cibo i migranti a cui è stato negato l'asilo, in attesa di espulsione. Anche i bambini.
Nel luglio scorso, la Commissione europea ha denunciato il governo Orban alla Corte di Giustizia Ue per violazione dei diritti fondamentali. Come Reza ci sono migliaia di minori in prigione ai confini dell'Europa, in attesa dell'asilo o dell'espulsione. Non hanno commesso reati, sono solo entrati illegalmente nel territorio Ue. L'Unione europea ha fortemente criticato il presidente americano Donald Trump per aver diviso le famiglie al confine con il Messico e chiuso i bambini nelle gabbie.
"Noi abbiamo altri valori" ha detto stizzito un portavoce del governo di Parigi nel 2018. Ma la Francia ha il record di condanne della Corte europea dei diritti dell'uomo - sei dal 2012 - per la detenzione dei minori migranti, la maggior parte li tiene nell'isola di Mayotte nell'Oceano Indiano. Il diritto internazionale condanna la detenzione dei bambini migranti, fin dalla Convenzione sui diritti del fanciullo (art. 37) del 1989.
Nel 2017, un Comitato speciale delle Nazioni Unite, ha ribadito che "i minori non dovrebbero mai essere detenuti per ragioni legate allo stato migratorio loro o dei genitori. Qualsiasi tipo di detenzione per immigrazione minorile dovrebbe essere vietata dalla legge". Ma l'Europa non sente. Sostiene che la detenzione dei minori dovrebbe essere solo "l'ultima ratio", ma di fatto la tollera, la incoraggia.
"La Commissione peri diritti umani nel Senato italiano ha scritto nel 2014 che oltre i 45 giorni un migrante (anche adulto, ndr) non partecipa più alla sua identificazione, quindi la detenzione è inutile e costosa", spiega Marta Gionco della piattaforma Picum, a Bruxelles. La rivista Lancet scrive che la detenzione "provoca danni alla salute mentale e fisica dei bambini".
La rete europea per l'Alternativa alla detenzione ritiene che "consentire alle persone di rimanere nella comunità, coinvolgendole nel processo di integrazione, offrendo consigli legali, accesso a servizi e un "gestore sociale", pagato dallo Stato ma indipendente, è molto più economico".
Ma l'ex commissario all'Immigrazione, Dimitri Avramopoulos non la pensa così. Nel 2018 scriveva: "Un uso più efficace della detenzione renderà più efficace l'applicazione dei rimpatri", lamentandosi che il numero dei rimpatri restava al 36,6% nel 2017.
La nuova Commissione non ha cambiato politica. "Abbiamo cercato, nella scorsa legislatura, di vietare per legge la detenzione dei bambini migranti - spiega l'eurodeputata Caterina Chinnici (Pd), presidente dell'intergruppo per i minori - ma non ci siamo riusciti". L'Europarlamento aveva infatti approvato il divieto di privare i minori della libertà nelle riforme della Convenzione di Dublino e dei rimpatri. Manon c'è stato l'accordo con i governi, i testi non sono stati votati. Non c'è la volontà politica di vietare la detenzione dei piccoli migranti".
Peggio, la detenzione è vista come un deterrente alla migrazione in Europa. Il campo di Moria, a Lesbo (Grecia), ne è la prova. Prima di tutto senti colpi di tosse da quasi tutte le tende, a Moria, migliaia di tende, sparse fuori dal campo.
E la tosse dei bambini che non hanno abbastanza cibo, abbastanza caldo, abbastanza cure. Li vedi correre in mezzo al fango, di notte fanno la coda per il bagno, al buio. In un'ex base militare che può contenere fino a 3.000 persone, oggi ce ne sono 18.000, di cui 1.200 bambini non accompagnati, 8.300 minori in tutto. Aspettano l'esito delle richieste d'asilo e non possono lasciare l'isola. È scritto nell'accordo Ue-Turchia firmato nel 2016 da tutti capi di governo Ue.
Si erano impegnati a distribuirsi poi i migranti arrivati in Grecia e a rispedire indietro, in Turchia, chi non aveva diritto all'asilo. Ma da allora solo 1.975 persone su 98.000 sono state rimandate in Turchia. Le altre sono rimaste bloccate nelle cinque isole greche trasformate in prigioni a cielo aperto: Lesbo, Leros, Kos, Samos e Chios.
La psicologa di Medici senza Frontiere, Danae Papadopoulou, dice: "Moria è in un posto così isolato da costringere le persone a vivere come in prigione. È una bomba a orologeria". Sono i più fortunati: sulla terraferma 240 minori non accompagnati vivono in un commissariato di polizia, in attesa dell'asilo.
Nei nostri Paesi la detenzione minorile è vietata ai minori di 13-14 anni. Ma non se il bambino è un migrante. Per la Commissione Ue "migliorare i rimpatri, anche con la detenzione, manderà un forte segnale a chi vuole intraprendere viaggi pericolosi verso l'Europa". I bambini, però, continuano ad arrivare in barca, a Lesbo e in Europa.
di Guido Alfani
La Stampa, 19 gennaio 2020
Il 2020 non si apre bene per la società italiana: la recente revisione dei dati Eurostat sulla distribuzione del reddito mostra come la diseguaglianza continui a crescere. Qualcuno potrebbe stupirsi, visto che appena a dicembre l'Inps sembrava aver certificato un netto calo della povertà - già peraltro assai ridimensionato nelle dichiarazioni degli ultimi giorni.
Diseguaglianza e povertà sono due mali strettamente collegati ed è utile fare chiarezza sulla situazione attuale per capire che cosa ci aspetta nel nuovo anno. Iniziamo dalle dimensioni del problema. I dati Eurostat si riferiscono al 2018, anno in cui in media il 20% più ricco degli Italiani ha avuto un reddito pari a 6,1 volte quello del 20% più povero.
Nel 2017, tale rapporto era pari al 5,9. Dieci anni prima, nel 2007, era solo del 5,4: già abbastanza alto, ma non troppo lontano dalla media dell'Unione europea (5,0). Nel 2018, invece, con il suo 6,1 l'Italia guidava la classifica dell'Europa occidentale, essendo ben lontana dalla media dell'Unione (5,2) e venendo superata solo da alcuni Paesi dell'Europa orientale come Bulgaria (7.7) o Romania (7.2).
Per quanto riguarda la povertà, sempre l'Eurostat stima che nel 2018 la quota di popolazione italiana a rischio povertà ed esclusione sociale sia stata del 27,3%, anche in questo caso ben sopra la media europea del 21,9% e molto lontano da Paesi quali Francia o Germania (17,4% e 18,7% rispettivamente). L'Italia, poi, soffre per la sua elevatissima diseguaglianza interna: nel 2018, la popolazione a rischio povertà era il 15,7% in Lombardia e il 18,7% in Piemonte ma toccava addirittura il 53,6% in Campania.
Sulla base di questi dati, è chiaro che contenere la tendenza all'aumento della diseguaglianza (tra ricchi e poveri e tra Nord e Sud), ridurre la povertà e costruire una società più equa e inclusiva dovrebbe costituire una priorità per l'Italia. È altrettanto chiaro che nulla lascia presagire che nel corso del 2020 il problema possa ridursi da sé. Occorre agire.
Il governo giallorosso ha già operato una scelta importante abbandonando ogni ipotesi di flat tax. Gli interventi a contrasto della povertà, dal Reddito di Inclusione del governo Gentiloni al Reddito di Cittadinanza dei governi Conte, sono utili a creare le condizioni minime perché la parte meno fortunata della popolazione possa sperare in un futuro migliore.
Ma non sono sufficienti, anzi: se non accompagnati da politiche incisive sul fronte occupazionale e di promozione della mobilità sociale non faranno altro che curare i sintomi senza guarire il paziente. Sarà il periodo dell'anno, che induce a sperare per il meglio, ma proviamo a trasformare i disastri industriali annunciati, specialmente al Sud, in occasioni di rilancio su grande scala del tessuto non solo economico, ma anche sociale del Paese.
Il caso Ilva è un ottimo punto di partenza, e in merito il governo pare avere obiettivi ambiziosi. Troppo ambiziosi, obietteranno alcuni, ma in questo momento della storia nazionale, e a fronte di una situazione di elevatissima diseguaglianza interna e povertà troppo diffusa e radicata, forse gli obiettivi ambiziosi sono gli unici meritevoli d'essere perseguiti.
di Umberto De Giovannangeli
Il Garantista, 19 gennaio 2020
La Guida Suprema sfida la piazza democratica. E rivendica la sua leadership, politica più ancora che religiosa, della Repubblica islamica dell'Iran. "Nelle ultime due settimane ci sono state giornate amare e dolci, un punto di svolta nella storia. I due grandi avvenimenti dei funerali del generale Qassem Soleimani e del giorno in cui l'Iran ha attaccato le basi Usa sono stati "Giorni di Allah". I due episodi, miracoli delle mani di Allah, hanno mostrato il potere di una nazione che ha dato uno schiaffo in faccia agli Usa e che la volontà di Allah è continuare il cammino e conquistare la vittoria".
Così dixit la Guida suprema iraniana Ali Khamenei nel suo primo sermone dopo 8 anni alla preghiera islamica a Teheran. Khamenei oscura il presidente Hassan Rouhani, e rilancia la sfida al Grande Satana americano. Con l'attacco missilistico contro la base militare statunitense in Iraq della settimana scorsa, l'Iran "ha colpito il prestigio e l'orgoglio dell'America", sentenzia Khamenei durante l'atteso sermone nella grande moschea. A Teheran un'immensa folla ha assistito alla preghiera guidata dal leader religioso e l'intervento è stato trasmesso in diretta dalla Tv di stato. Khamenei, parlando dello scontro tra Iran e Stati Uniti, l'ha paragonato alla "resistenza opposta da Mosé ai Faraoni" egiziani, superpotenza dell'epoca. La "tragedia amara" dall'abbattimento dell'aereo ucraino a Teheran "non deve oscurare il sacrificio di Soleimani".
"Il fatto che l'Iran abbia il potere di schiaffeggiare un arrogante" come gli Stati Uniti "dimostra che Dio ci sostiene". In riferimento all'attacco condotto dai Guardiani della Rivoluzione iraniana (i Pasdaran) contro due basi americane in Iraq e alla folla che ha partecipato alle cerimonie funebri per il generale Qassem Soleimani, Khamenei ha parlato di "giorni divini".
"Il presidente terrorista dell'America", Donald Trump "ha commesso il crimine" di uccidere il generale iraniano Qassem Soleimani "non nel campo di battaglia, ma in modo vigliacco". Soleimani "combatteva nelle prime linee contro i terroristi dell'Isis. Era il più importante comandante nei combattimenti contro l'Isis in Siria e in Iraq ma gli americani non hanno avuto il coraggio di affrontarlo sul campo di battaglia e lo hanno ucciso mentre era in vista a Baghdad dietro invito del governo iracheno", ha rimarcato Khamenei.
La Guida Suprema affonda a piene mani nella retorica antiamericana, con le forze di sicurezza schierate per cercare di indirizzare le persone ed evitare incidenti collegati a eventuali proteste. Khamenei ha continuato affermando che "usando tecnologia, armi, politiche ingannevoli e falsa propaganda, l'Occidente ha cercato di dominare la regione e dividere le nazioni di Iran e Iraq.
Alcune persone irresponsabili (riferendosi ai manifestanti anti-Iran, ndr), che si sono fatte influenzare dalla propaganda satanica dei nemici, hanno fatto dichiarazioni gli uni contro gli altri, ma il martire Soleimani ha sventato questo complotto".
Ed ancora: "Quei pagliacci che sostengono di essere dietro il popolo sono bugiardi - ha aggiunto riferendosi ai manifestanti anti-regime - Sono manipolati dai nemici e non hanno dedicato le proprie vite alla sicurezza dell'Iran, diversamente da gente come Soleimani". Ma i giovani che hanno riempito le piazze iraniane chiedendo la fine del regime teocratico-militare, sfidando il carcere, la repressione e le brutali milizie Basiji, mettendo direttamente sotto accusa l'Ayatollah Khamenei, sono "pagliacci" indomiti che fanno paura alla Guida Suprema e ai suoi Pasdaran. Sono quei "pagliacci" la speranza di un nuovo Iran.
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 19 gennaio 2020
Via alla conferenza: "Evitare un'altra Siria". Bozza in 6 punti per la pace: tregua e nuovo governo unico. Giù le carte. Che poi sono i mercenari, le armi, il petrolio. L'instabilità, la paura, il caos. Oggi alle 14, il mondo si ricorda finalmente della Libia e a Berlino si radunano i grandi per spegnere le troppe scintille d'una guerra che sta incendiando un'intera regione e per "evitare che davanti alle porte di casa nostra esploda una nuova Siria" (parole del ministro degli Esteri tedesco, Heiko Maas).
Si scommette pesante e i giocatori arrivano, ciascuno, coi carichi che ha: il generale cirenaico Khalifa Haftar, coi consiglieri militari di Mosca e la decisione last minute di chiudere i pozzi di petrolio, bloccando le esportazioni; il presidente tripolino Fayez Sarraj, col nuovo alleato turco che lo sta rifornendo di mercenari siriani e contraerea made in Usa; tutti gli altri, con la speranza di contare di più (Russia e Turchia) o di rischiare di meno (Europa e Usa).
Lo scenario di colpo si fa nero. Come il petrolio. E la carta migliore se la gioca Haftar poche ore prima della conferenza internazionale: causa "forza maggiore" - ovvero combattimenti che durano da anni e per la verità non hanno mai toccato davvero i pozzi - il generale rompe il tabù della Risorsa Nazionale, quella che ha evitato il collasso alla Libia del dopo-Gheddafi e ha finanziato finora tutte le milizie, bloccando l'export dagli impianti centrali e orientali di Brega, Ras Lanuf, Hariga, Sidra e Zueitina. Una perdita secca di 800 mila barili al giorno (su 1,3 milioni), quasi due miliardi di dollari al mese, con l'accusa alla National Oil Company (Noc) - che sta a Tripoli e che Haftar voleva già in passato decentrare a Tobruk - d'usare il greggio "per sostenere le milizie siriane e turche" giunte in sostegno al governo Sarraj. "È come dare fuoco alla casa di tutti", avverte la Noc: "Petrolio e gas sono la nostra linfa vitale". Le "conseguenze saranno devastanti", teme l'Onu. Il generale dà la colpa alle tribù locali, ma è evidente che le guardie della Mezzaluna petrolifera dipendono da lui: oggi, in cambio d'uno sblocco che tranquillizzi i mercati, chiederà il ritiro dei turchi e una nuova, più favorevole road map.
Che Libia sarà? La tregua imposta a Mosca da Putin ed Erdogan regge dal 12 gennaio, piccole violazioni a parte. Si tratta di capire se da Berlino - tra Johnson e Merkel, Macron e Putin, Erdogan e Al Sisi, con Trump che riscopre il dossier nordafricano e invia Mike Pompeo - possa uscire una specie di pace. L'assedio di Tripoli dura da aprile. I siriani filoturchi, circa duemila, pagati 2mila dollari al mese e con la promessa d'un passaporto di Ankara fra sei mesi, sono pronti allo scontro con gli haftariani. All'ultimo minuto alla conferenza si presenta anche Sarraj, riluttante, per le voci che da giorni lo danno come la vittima designata e arrabbiato per l'esclusione dalla lista degli invitati di Tunisia e Qatar, suoi sponsor.
Non si sa se il tripolino e Haftar siederanno allo stesso tavolo. Si sa che bozza di documento, in sei punti, verrà loro sottoposta: cessate il fuoco, embargo delle armi, processo politico d'unità nazionale, riforme economiche, nuovo sistema di sicurezza, diritti umani. La proposta prevede una commissione internazionale Onu di controllo, che s'incontri una volta al mese in Libia o a Tunisi, più gruppi speciali di lavoro bisettimanali che rivedano i poteri di polizia e milizie, risistemino i centri di raccolta dei migranti, trasferiscano gli armamenti pesanti, ricostruiscano il Paese. Condizione necessaria, che ci siano "passi credibili, verificabili, in successione e reciproci". Il punto chiave sarà la forza militare che faccia rispettare tutto questo: truppe europee, dell'Unione africana, dell'Onu? O niente del tutto?
di Angelo Ferracuti
Corriere della Sera, 19 gennaio 2020
C'è una casa di riposo nella capitale tedesca, ospita alcolisti senzatetto, dirottati dalla vita. Qui possono continuare a bere, birra e vodka soprattutto, in una situazione protetta. Li abbiamo incontrati.
C'è un piromane nella Wohnheim, la casa protetta di via Nostizstrasse 6/7 di Berlino, ma nessuno sa chi sia. Provoca piccoli incendi, soprattutto di notte, sempre e solo al primo piano, quando gli altri ospiti dormono i loro sonni agitati. È in quel momento che l'incendiario infido entra in azione nella casa per senzatetto e alcolisti della Chiesa evangelica, qui a Kreuzberg, un quartiere con un'anima popolare, patria degli squatter che occupano le case e dei punk, al confine con la città dell'Est, con una forte presenza della comunità turca. Su lunghe vie ordinate si affacciano palazzi squadrati e ristoranti etnici; a pochi passi, una pompa di benzina, un locale per scambisti sull'altro lato della strada e, accanto, la rivendita di bibite dove molti di loro vanno a rifornirsi di alcol, soprattutto birra a buon mercato, piromane compreso.
Nell'edificio vivono 46 persone, tutti uomini, tra i quaranta e gli ottant'anni, in piccoli appartamenti con dentro tutti i loro ricordi, le rare fotografie e i pochi abiti, le scarpe che possiedono, quello che sono riusciti a salvare dal loro naufragio, quando si sono persi.
Il mattino, quando varco la soglia dello stabile, alcuni ospiti siedono davanti ai tavolini dell'ingresso. Già alle otto è consentito bere, ma solo vino e birra, i superalcolici, quelli si possono consumare solo in camera: questa è la regola. Altri fisicamente più rovinati si trascinano sfibrati nei carrelli e nelle carrozzine, o stanno nel refettorio, seduti chini a bere intorno ai tavolinetti, gli occhi lucidi, i capelli arruffati, unti, le facce intorpidite e le labbra gonfie, le bocche con pochi denti ingialliti, e fumano, fumano di continuo sigarette puzzolenti spesso rollate a mano, che intanfano le stanze, penetrano negli intonaci, un odoraccio che t'insegue ovunque quando sali ai piani.
Sono i "santi bevitori" di Berlino, tutti con storie di disperazione e violenza alle spalle, problemi con la giustizia, alcolisti cronici con fallimenti matrimoniali, gente finita in strada per via dei debiti o dopo aver perso il lavoro. Non tutti salutano, o danno confidenza, certi passano come fantasmi silenziosi in quel luogo di transito, tra la solitudine angosciosa dei loro appartamenti - dove hanno trovato asilo dopo anni di vagabondaggio - e questo ingresso e la via circostante. Tra di loro, seduto su un tavolino all'angolo, c'è Karsten, un testone rasato, il pizzetto biondo rado e la pancia grossa, che fino a due anni fa viveva ancora nomade. Indossa una maglietta logora di colore bordò. Tiene tra le dita ingiallite dalla nicotina una sigaretta che aspira di continuo. Ha le braccia robuste, segnate dalle cicatrici della vecchia vita randagia, affollate di tatuaggi sbiaditi. È un senzatetto che ha vissuto per sei anni e mezzo in strada nella parte orientale, nel Brandeburgo e a Marzahn, non ha più contatti con la sua famiglia, tutti giostrai, "famiglia tabù" bofonchia con disprezzo, strofinando le froge del naso, emettendo un verso sgraziato, "cancellata", aggiunge mentre sorseggia la sua birra. Prima di diventare un barbone è stato in carcere quattordici anni, forse ha commesso un omicidio, ma non vuole parlarne, "il ricordo no - dice confuso - tutti possono finire per strada: prima perdi il lavoro, poi la casa, arriva la depressione, cominci a bere forte...", confessa senza finire di pronunciare la frase. Neanche dei tatuaggi vuole dire niente, non ricorda nulla di quei segni che porta sulla pelle, poi all'improvviso alza la maglietta con entrambe le mani, mi fa vedere al centro del petto il volto di una donna dai capelli lunghi, dice che si è lasciato tatuare in galera per noia. Chi è quella donna misteriosa? Mi guarda senza rispondere, mentre comincia a scolare una nuova birra. Ne ha altre due tatuate, di femmine, lo stesso volto sugli avambracci, destro e sinistro, "sempre la stessa", ammette con un sorriso sbiadito.
Beve molta birra, da adesso fino a quando, stordito, se ne andrà a dormire nella celletta di dieci metri quadrati, che non ha voglia di farmi vedere. Quella che sta bevendo è birra molto economica, ha come marchio un leone, "è prodotta a Frankfurt, nella Germania dell'Est", ne fa fuori sei o sette al giorno; invece una volta, negli anni ruggenti della strada, dice vantandosi, "scolavo anche quattro o cinque bottiglie di vodka al giorno". Mentre continuiamo a discorrere, all'improvviso comincia a tossire forte ripetutamente, senza riprendere fiato, poi dopo un conato inizia a colargli dalla bocca un liquido giallastro, che non riesce a bloccare e cade sulla superficie del tavolino, subito dopo gli scivola addosso, macchiando i pantaloni. Continua a tossire, non smette più.
Del piromane non vuole parlare nessuno, ma sopra la porta del bagno al primo piano sul muro ci sono ancora tracce di fumo; qui sono arrivati diverse volte i pompieri, la struttura è stata temporaneamente evacuata. Certo di tipi strani ne girano parecchi qua dentro, come Oki, il punk anarchico di quarant'anni che odia la polizia ed è stato al fresco per piccoli furti e storie di violenza, o Werner, un cinquantenne magrissimo, la testa piccola e la pelle del viso rubizza che non mangia, ma beve tosto da trenta, con il quale non sono riuscito a parlare perché già alle dieci di mattina aveva alzato troppo il gomito, e non era di buon umore, "un'altra volta", mi ha detto mesto. Oppure Gerhard, un anziano con pochi capelli argentati che gira a torso nudo sulla sedia a rotelle trascinata da un nero taciturno che sta spesso seduto all'ingresso. Lui preferisce trangugiare Korn, una bevanda tedesca che somiglia alla vodka prodotta da un fermentato di semi di cereali, alcol puro di pessima qualità che può essere utilizzato anche come disinfettante per uso domestico.
All'ultimo piano, in una stanza luminosissima con una finestra panoramica che dà sul quartiere, il soffitto con tutti i suoi disegni di simboli di cavalieri medievali, vive da tredici anni beato insieme alle sue chitarre e ai mandolini Ernst Siegfried, soprannominato Eisbär, orso polare, boy scout e hippy, un ottantenne anche lui magrissimo dal viso esangue e gli occhi celesti, malato di cancro, in testa un cappello di raso rosso, che fa parte di un gruppo che in Germania chiamano dei Wandervogel, uccelli che vagano. Si incontrano sotto un ponte, qui a Berlino, suonano, bevono e parlano di viaggi che hanno fatto o che faranno on the road. Sulla porta d'ingresso, al numero 401, c'è scritto il suo motto, carpe diem.
Sangho, l'infermiera tibetana dai capelli nerissimi che sta nella guardiola di fronte alla direzione, mi spiega che bevono tutti e la maggior parte di loro "sono alcolizzati con forme di epatite cronica, ulcere, molti soffrono di depressione, demenza, con vuoti di memoria provocati dall'alcol". Alcuni hanno disturbi della personalità, secondo lei raccontano storie alle quali non bisogna credere, mischiando cose della vita vissuta con quelle che gli sono state raccontate da altri o hanno visto nei film. Una patologia grave è la Sindrome di Korsakov, dovuta all'alcolismo e alla malnutrizione, che provoca amnesie, cambi della personalità, allucinazioni. Alcuni bevono sempre le stesse quantità di alcol, altri lo fanno periodicamente, chi fa uso di superalcolici non riesce a sopportare tutto quel bere ogni giorno.
di Roberto Zichittella
Famiglia Cristiana, 18 gennaio 2020
Mauro Palma, Garante nazionale delle persone detenute o private della libertà personale, anticipa alcuni dei temi che affronterà in aprile nella relazione al Parlamento. Riflessioni di inizio anno da parte di Mauro Palma, Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale. La relazione al Parlamento è fissata per il 17 aprile, ma Palma sente l'urgenza di fare il punto sulle carceri italiane, in particolare sulle situazioni di vulnerabilità all' interno degli istituti di pena.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 18 gennaio 2020
Conferenza stampa del collegio del Garante nazionale delle persone private della libertà. "In carcere tanto non ci va più nessuno", è il luogo comune che spesso si sente evocare quasi come un mantra tra la gente. E ciò diventa più problematico quando questo pensiero proviene dall'alto, da una parte di élite intellettuale come taluni professori universitari e autorevoli magistrati. Ospiti di alcuni giornali, quest'ultimi sottolineano soprattutto che se una persona non prende almeno 10 anni di carcere, dentro non ci va.
- Carcere, tutti i fronti aperti. "C'è un senso di abbandono"
- La rivolta delle toghe contro la proposta delle sanzioni per i più inefficienti
- Prescrizione, Forza Italia rilancia: il 27 alla Camera sarà guerra
- In carcere tra impegno e rinascita, nel segno dell'umanità
- I carcerati anziani che non vogliono uscire di prigione









