di Iolanda Cosentino
valdinievoleoggi.it, 21 gennaio 2020
Il progetto, di cui si sottolinea l'alto valore civico, è rivolto in modo particolare agli allievi delle classi quarte del triennio e porrà a tema la vita nelle carceri italiane, tenendo in mente l'art. 27 della nostra Costituzione e i grandi fautori dell'Illuminismo italiano da Voltaire a Cesare Beccaria del quale si ricorda: "Perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino deve esser essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata ai delitti, dettata dalle leggi" (cap. XLVII, " Dei delitti e delle pene", 1764).
Siamo convinti, infatti, che la scuola debba creare luoghi di conoscenza e di dibattito, mirati a formare nei futuri cittadini una sensibilità atta a tutelare i diritti della persona umana anche nei luoghi di pena, poiché solo in tal modo si potrà difendere un modello di società inclusiva, sicura, democratica e davvero libera.
In data 20 gennaio, dalle ore 14.30 alle ore 17, presso l'aula Gamma del Liceo Salutati, si darà inizio al progetto con un'attività di cineforum relativa al film di Paolo e Vittorio Taviani: "Cesare deve morire". In tal modo si porrà a tema l'argomento dell'intero percorso formativo, costruendo opportune traiettorie dialogiche anche alla presenza di Sauro Gori, volontario dell'associazione "Delfino" di Pistoia e della cooperativa "In cammino" di Pistoia. In data 21 gennaio seguirà l'incontro con Rosa Cirone, funzionario dell'organizzazione e delle relazioni della casa circondariale di Pistoia, che presenterà il suo ultimo libro: Storia della legislazione della giustizia e del sistema penitenziario in Toscana, da Pietro Leopoldo alla nascita della nuova Scienza penitenziaria.
La dott.ssa Cirone fonderà storicamente l'evolversi del sistema penitenziario toscano, ponendo in essere un'analisi comparativa sospesa tra le innovazioni del passato e le criticità caratterizzanti l'attuale universo carcerario. Interverranno all'incontro Loredana Stefanelli, direttrice del carcere di Pistoia e Francesco Lisci, Ispettore superiore di Polizia presso il Provveditorato dell'amministrazione penitenziaria toscana e umbra con sede a Firenze.
In data 22 gennaio seguirà, infine, una tavola rotonda (15:30-19), organizzata in collaborazione con le Acli Don Giulio Facibeni di Montecatini Terme, con il patrocinio del Lions Club Massa Cozzile Valdinievole, aperta alla cittadinanza, alla quale parteciperanno Roberto Filippini, vescovo di Pescia, già cappellano della casa circondariale Don Bosco di Pisa e Don Vincenzo Russo, direttore dell'Opera Madonnina del Grappa di Firenze e cappellano della casa circondariale Sollicciano di Firenze, esponente del comitato di presidenza delle Acli "Don Giulio Facibeni".
I ragazzi avranno modo di incontrare ex-detenuti esempi di riscatto sociale. Si sottolinea la collaborazione alla realizzazione del progetto della prof.ssa Laura Diafani del dipartimento di lettere, che ha curato l'organizzazione della seconda giornata prevista dall'iter progettuale.
di Francesco Antonelli
Il Manifesto, 21 gennaio 2020
"La rabbia e l'imbroglio" di Fabrizio Battistelli, per Mimesi. Un volume che smonta la retorica di quella destra che si riconosce nelle tesi dell'ultima Fallaci. Tra i temi, un'analisi di quanto accaduto nel 2014 intorno al centro Spar di Tor Sapienza. Riappropriarsi del senso delle parole e dei fenomeni che esse sottendono è una delle sfide più urgenti che ci troviamo di fronte. Questo vale in particolare per il razzismo, l'antisemitismo, la xenofobia, il neo-fascismo. Termini e soprattutto fenomeni resi opachi ed edulcorati all'interno della retorica (a-politica) della lotta all'odio e all'hate speech. Animata si dalle migliori intenzioni ma che trasportando su un piano tutto emotivo la rappresentazione e il contrasto a quei comportamenti e movimenti, favorisce involontariamente sia il terreno "irrazionalista" sui quali proliferano sia il loro sdoganamento nell'opinione pubblica.
Al contrario, occorre tornare alle persone, alle cose e alle parole, in un'espressione alla realtà, se si vogliono impostare sia politiche all'altezza delle sfide del mondo di oggi sia ridare senso al discorso critico. Questo compito, tipico delle scienze sociali, è quello che si assume Fabrizio Battistelli nel suo ultimo libro La rabbia e l'imbroglio. La costruzione sociale dell'immigrazione (Mimesis, pp. 148, euro 12,00).
Articolato in cinque agili capitoli il volume, che sin dal titolo si propone di smontare la retorica semplificatrice e tutta ideologica di quella destra europea che riconosce la propria genesi culturale nelle tesi dell'ultima Fallaci, si muove principalmente su tre piani. Il primo punta ad analizzare il fenomeno delle migrazioni e quello dei rifugiati riportando al centro i dati empirici dai quali si apprende, ad esempio, come i paesi che ospitino più rifugiati nel mondo siano quelli meno sviluppati; come i flussi migratori dall'Africa verso l'Europa siano in crescita e non siano stati minimamente governati in modo davvero concertato tra i paesi dell'Unione.
Il secondo piano affrontato, strettamente connesso al primo, riguarda invece il rapporto tra sicurezza, insicurezza e migrazioni. Il terreno sul quale sono cresciuti il discorso dell'estrema destra e i successi elettorali di forze come la Lega. In questo caso, Battistelli non utilizza solo i dati ma, dopo aver ribadito che il senso d'insicurezza è per varie ragioni un dato strutturale delle soggettività contemporanee - mentre sono di "destra" o di "sinistra" le risposte, molto diverse tra loro, che si possono dare a questo sentimento collettivo - si concentra su un'operazione di elaborazione teorica volta ad inquadrare gli attori del processo di costruzione sociale dell'insicurezza attraverso l'immigrazione: i politici e i mass media da una parte, i conflitti sociali e i contesti urbani dall'altra.
Da questa analisi risulta che la città con le sue contraddizioni e sperequazioni è il terreno sul quale matura, soprattutto tra i ceti popolari, quel disaggio e quel senso di insicurezza strumentalizzato (anziché governato) da una certa classe politica e da una parte significativa del sistema mediatico. E qui veniamo direttamente al terzo tema affrontato dal libro: l'analisi del rapporto tra periferie, conflitti e costruzione sociale dell'immigrato come nemico.
Presentando i risultati di una vasta indagine sociale da lui sviluppata nel quartiere romano di Tor Sapienza, protagonista nel 2014 di gravi disordini legati alla presenza del centro Spar, Battistelli mostra come nelle periferie la "rivolta contro i rifugiati" in quanto tale sia non solo portata avanti da una piccola minoranza ideologicamente orientata; ma come essa trovi un certo sostegno nel momento in cui canalizza su un classico capro espiatorio il degrado, la carenza di servizi pubblici e l'abbandono cronico da parte delle istituzioni di vasti territori delle grandi città. Non è la troppo semplicisticamente sbandierata "guerra tra poveri" quella che ci si trova di fronte (perché non esistono due attori organizzati "l'un contro l'altro armati") ma un vasto disaggio sociale e territoriale che se da una parte imbarbarisce, dall'altro non trova altre narrazioni disponibili se non quella xenofoba per esprimersi.
Attraverso il metodo della "giuria dei cittadini", con il quale gli abitanti del quartiere Tor Sapienza vennero coinvolti dai ricercatori in un processo di discussione e razionalizzazione dei loro problemi e del loro rapporto con i rifugiati presenti, Battistelli mostra il valore della partecipazione e dell'informazione corretta come antidoto alla crescita dell'insicurezza e dell'intolleranza. Rimettendo così al centro della scena quel tema dell'emancipazione delle persone (indipendentemente da nazionalità ed etnia) senza il quale né la sinistra né le società europee possono davvero sperare di sopravvivere, di fronte alle sfide e alle minacce portate alla convivenza civile da un'estrema destra sempre più aggressiva.
palermotoday.it, 21 gennaio 2020
Dopo il Debutto Nazionale a Messina dello scorso dicembre, arriva a Palermo il nuovo spettacolo di Francesco Romengo "Cicoria" con Francesco Bernava e Alice Sgroi prodotto dalla fervida compagnia catanese MezzAria Teatro. Lo spettacolo andrà in scena il prossimo 24 e 25 gennaio 2020 (21.00) inserito all'interno del programma di Scena Nostra allo Spazio Franco dei Cantieri Culturali alla Zisa.
Scena Nostra ha alla base della sua direzione il primario interesse di dare spazio a quelle realtà del territorio siciliano che, pur meritandolo e mietendo risultati in giro per l'Italia, non trovano in Sicilia e a Palermo la meritata attenzione, il giusto spazio e il relativo interesse.
Una scelta di campo coraggiosa, che non si limita a guardare alle giovani e nuove proposte ma registi e autori con un percorso professionale consolidato, che hanno sviluppato nuove drammaturgie e nuovi linguaggi scenici con ottimi risultati, magari fuori dai circuiti mainstream e/o istituzionali ma comunque portatori di sguardi e approcci differenti e di qualità di cui il Teatro ha sempre bisogno e del quale non dovrebbe mai dimenticarsi se mira a un rinnovamento e restare al passo coi tempi.
È il caso di Francesco Romengo, regista native e operante a Altavilla Milicia (Pa), diplomatosi alla Scuola di Recitazione del Teatro Biondo, che da più di 10 anni opera tra Palermo e provincia, sviluppando una sua scrittura originale che, ispirandosi a Franco Scaldati, di lui Maestro e con il quale ha più volte lavorato, si incanala con l'uso di una particolare lingua siciliana all'interno di storie borderline che restituiscono al contempo attualità e poeticità, personaggi estremi che vivono situazioni estreme e dal quale confronto scaturisce un urlo poetico che necessità di umanità.
A pochi giorni da Natale, in un carcere del Sud, un detenuto ed una detenuta si svegliano e si ritrovano dentro la stessa cella. Inizia, dopo l'inevitabile stupore di entrambi, una discussione che dapprima è scontro ma che lentamente diventa amicizia. Angelo, poliziotto coinvolto nella morte di un giovane durante una manifestazione, e Rosa, arrestata perché spaccia per dare da mangiare ai suoi bambini, si confidano e parlano della loro vita. I loro racconti sono spontanei e amari come la cicoria. Cicoria oltre a volere fare da eco al malessere che accompagna la vita carceraria, è soprattutto un racconto denso di emozioni, un invito alla vita. Insieme Rosa e Angelo, coi loro gesti quotidiani, semplici eppure intensissimi, ci conducono in un dialogo appassionante, oltre ogni tempo.
Fra realtà e visione si muovono due mondi distanti accomunati dalla solitudine nella quale vivono e dalla quale si difendono. È la solitudine, quindi, la comune radice, che nutre la disperazione nella quale entrambi si trovano. Eppure dietro gli sguardi disperati di questi "fantasmi" che sembrano destinati a restare prigionieri della rinuncia, c'è ancora la luce di chi vuole spiccare il volo e tornare ad essere anima libera; esplode l'inarrestabile forza della speranza.
Cicoria ha una drammaturgia asciutta. Una lingua poetica e al contempo cruda, ricca di elementi vividi, di "sicilianitudini", che danno efficacia umoristica ad uno spettacolo pieno di momenti onirici. Il tutto in una scena pressoché nuda, con solo qualche elemento dal valore simbolico; poi ci sono le incursioni musicali, svariate, diverse, che vanno da Arvo Part a Lola Marsh, da Puccini ai The Album Leaf. Ognuna descrive un quadro diverso, con emozioni sempre nuove. Vogliamo provare ad affrontare alcuni temi di cui si parla troppo poco, senza retorica né scontati moralismi, abolendo ogni falso pudore, parlando con onestà, mirando dritto al cuore. Cicoria ha ricevuto la menzione special alla XII edizione del Premio "Il Racconto nel Cassetto - Premio Città di Villaricca".
di Marinella Salvi
Il Manifesto, 21 gennaio 2020
Migrante georgiano muore dopo un pestaggio nella struttura friulana. La versione ufficiale: ucciso durante una rissa. Non si doveva cambiare rotta? Il nuovo Governo non doveva modificare significativamente la scellerata gestione dei migranti imposta da Salvini? Sono passati mesi ma niente si è mosso. Non bastano le comprovate condizioni carcerarie, le rivolte quotidiane, le denunce anche di quanti operano nelle strutture, siano Cara o Cpr: uno dopo l'altro ci sono pure i morti ammazzati, si susseguono le indagini giudiziarie, ma dal Governo continuano a non arrivare né fatti né parole.
Sabato è morto Vakhtang Enukidze, migrante georgiano di 37 anni, rinchiuso nel Cpr di Gradisca con altri 47 adulti e 12 minorenni, per la maggior parte afgani e pakistani. La versione ufficiale ipotizza una rissa tra reclusi conclusasi tragicamente. I vertici locali della polizia dichiarano che il migrante deceduto era stato arrestato martedì scorso per avere aggredito un altro ospite del Cpr e successivamente anche alcuni poliziotti intervenuti. Il prefetto di Gorizia Marchesiello ha ritenuto di escludere ci possano essere eventuali colpe delle forze dell'ordine. Il procuratore di Gorizia Massimo Lia ha aperto un'indagine contro ignoti per omicidio volontario; già sequestrati i cellulari a tutti i profughi ospiti del Cpr ed i video delle telecamere di sorveglianza (200 all'interno dell'area perimetrale!). Altre voci, altre versioni si sono però fatte sentire e subito dopo la notizia della morte di Enukidze, domenica pomeriggio, duecento persone hanno sfilato davanti all'alto muro di cemento che circonda la struttura per gridare la propria solidarietà ai migranti: da dentro il Cpr sono arrivate grida di saluto e richieste di aiuto, poi il fumo acre di materassi incendiati. Aperto da poche settimane, il Cpr di Gradisca è una polveriera.
Drammatica la cronaca dell'ultima settimana. Sabato 11 gennaio c'era stato l'ennesimo presidio contro l'apertura del Cpr e si era realizzato un contatto telefonico tra i migranti dentro e i manifestanti fuori: più di un recluso aveva gridato la propria disperazione e la propria rabbia, denunciando le condizioni invivibili in cui si trovava. Secondo "No Cpr - No Frontiere", nella notte, le forze dell'ordine sarebbero entrate in assetto antisommossa per una azione punitiva contro i migranti messisi in contatto con l'esterno e da questo sarebbe nata la rivolta: vetri rotti, materassi incendiati, il tentato suicidio di un ragazzo marocchino, letti divelti per salire oltre il muro, cinque migranti scappati.
Dopo giorni di proteste e ancora polizia e/o carabinieri a menar botte, domenica scorsa, quando la notizia della morte di Enukidze arriva ai giornali, sul sito "nofrontierefvg" viene diffuso un video e una testimonianza registrata che negano ci fossero state risse tra migranti e descrivono le modalità con cui Vakhtang Enukidze sarebbe stato pestato, immobilizzato e portato via perché si rifiutava di rientrare in cella avendo perduto il cellulare. Questa la versione "antagonista" in un diario documentato giorno per giorno fino alla morte di Enukidze.
La federazione sindacale della polizia di Stato "al netto delle solite incaute accuse sull'operato degli agenti" chiede che "non si aspettino altri drammi. Servono protocolli chiari e garanzie per la sicurezza". I politici locali battibeccano attorno al nodo "Cpr": il presidente Fedriga, sceso dal palco di Maranello, dichiara al quotidiano il Piccolo che quanto è successo "è un motivo in più per potenziare la struttura. È la conferma che nel Cpr, al contrario di quel che dice la sinistra, non ci sono persone che perdono il permesso di soggiorno.
Quando il centro fu chiuso da Serracchiani gli ospiti avevano tutti dei precedenti penali" facendo finta di non sapere che, secondo normativa, i Cpr esistono esclusivamente per ospitare quegli extracomunitari che, non possedendo un documento amministrativo che permetta loro di soggiornare in Italia, sono in attesa si essere rimandati, prima o poi, nel loro Paese di origine. Sembra non ricordare, ancora, che la gestione dell'allora Cie di Gradisca, chiuso nel 2013 "gravemente danneggiato dagli ospiti", ha portato a processo, assieme al Consorzio appaltatore
"Connecting People", prefetti, viceprefetti, funzionari e dirigenti, con un ventaglio di ipotesi di reato che vanno dalla sovrafatturazione, alla truffa, alla turbativa d'asta, al concorso esterno in associazione a delinquere, e chi più ne ha più ne metta, riguardo una struttura dove agli ospiti veniva negato tutto, persino l'acqua.
Nel Cpr di Gradisca è entrato ieri pomeriggio, assieme al prefetto di Gorizia, il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute: è lo stesso Mauro Palma che a dicembre scorso, a ridosso dell'apertura, aveva stigmatizzato la progettazione troppo claustrofobica della struttura e dichiarato "Ha le caratteristiche di un carcere di massima sicurezza più che da luogo di detenzione amministrativa". Fuori dalle spesse inferriate il deputato di +Europa Riccardo Magi che, dopo aver visitato il Cpr domenica aveva raccontato di "ospiti abbandonati, prostrati e qualcuno in evidente disagio, anche mentale" e Debora Serracchiani con la combattiva sindaca di Gradisca Linda Tomasinsig che già domenica sera aveva commentato "cronaca di una morte annunciata" chiedendo fosse fatta piena luce "sulla morte di una persona affidata allo Stato".
Mauro Palma ha dichiarato che si costituirà parte civile nel eventuale processo per quanto avvenuto a Gradisca. Vakhtang Enukidze è stato brutalmente percosso, questo è certo, sarà l'autopsia a definire le cause della morte, la magistratura a stabilire le responsabilità, ma questa tragedia ha squarciato il silenzio sui Centri che ospitano migranti. Il Governo, la Ministra Lamorgese, vorranno dire qualcosa?
di Daniela Fassini
Avvenire, 21 gennaio 2020
La morte in condizioni sospette di un migrante di origine georgiana nel Cpr di Gradisca d'Isonzo apre nuovi interrogativi sulle strutture. Picco di proteste e rivolte. L'Asgi: sono un buco nero.
Dopo le tre rivolte di Torino e la morte di un cittadino tunisino a Caltanissetta, c'è di nuovo un centro per i rimpatri sotto i riflettori. Si tratta del centro di Gradisca d'Isonzo, nel Goriziano, dove sabato scorso è morto un ragazzo straniero. L'ospite della struttura, Vakhtang Enukidze, un cittadino georgiano di 38 anni, si era sentito male sabato mattina nella sua stanza del Cpr. Il giovane era stato coinvolto in un pestaggio tra migranti avvenuto all'interno della struttura il 14 gennaio scorso. Nella rissa, sedata poi dalle forze dell'ordine intervenute con caschi, scudi e manganelli per riportare l'ordine, il ventenne aveva riportato lesioni che avevano richiesto il suo trasferimento in ospedale. Successivamente il giovane era stato dimesso, arrestato e processato per direttissima con l'accusa di lesioni, infine portato in carcere. Tornato al Cpr, le sue condizioni si sono aggravate tanto da richiedere un nuovo il ricovero. Ma una volta in ospedale, sempre a Gorizia, è deceduto.
C'è preoccupazione, intanto, sulla condizione delle persone detenute all'interno dei centri per i rimpatri. Soprattutto dopo le vicende delle settimane scorse. Fra cui, appunto, la morte "per cause naturali" di un giovane cittadino tunisino di 34 anni nel Cpr di Caltanissetta, per il quale il deputato Leu, Erasmo Palazzotto aveva auspicato la chiusura per le "condizioni igienico-sanitarie" e la "inadeguatezza strutturale del centro". Ma Palazzotto non è l'unico. Il deputato Radicali più Europa, Riccardo Magi, che ieri ha visitato il centro di Gradisca denuncia: "È peggio di un carcere per la totale negazione dei diritti dei detenuti: non ci sono spazi di socialità, dovrebbe essere prevista una mensa ma non è mai entrata in funzione. Sono delle gabbie con 200 telecamere. I Cpr devono essere chiusi, è da dieci anni che se ne parla ma non succede nulla, addirittura se ne aprono di nuovi".
Attacca il sistema anche Gianfranco Schiavone, presidente di Asgi (l'Associazione per gli studi giuridici sui migranti). "I Cpr? Un buco nero, un non luogo - spiega Schiavone - mettersi in contatto con un detenuto diventa un'impresa impossibile. Inoltre, il sistema non prevede alcun tipo di garanzia per gli "ospiti". Non hanno i diritti dei detenuti perché semplicemente non esiste una normativa chiara".
La Procura di Gorizia intanto ha aperto un fascicolo per il reato di omicidio volontario contro ignoti. Sul corpo della vittima del Cpr di Gradisca, dovrebbe essere compiuta l'autopsia per stabilire l'esatta causa della morte. Gli investigatori, starebbero visionando le immagini delle numerose telecamere che sorvegliano l'interno e l'esterno della struttura.
Critica l'associazione "No Cpr e no frontiere Fvg", secondo cui Vakhtang Enukidze sarebbe stato picchiato dalle guardie, martedì, intervenute dopo una rissa tra la vittima e un compagno di stanza. Gli attivisti hanno diffuso una testimonianza audio, raccolta telefonicamente, di un altro detenuto del Cpr, che avrebbe assistito al pestaggio. "È un caso su cui è bene che siano fatti tutti gli approfondimenti e che non sia in qualche modo archiviato tout court" ha affermato il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale, Mauro Palma, al termine di un sopralluogo al Cpr di Gradisca. Il Cpr isontino è aperto da poco più di un mese e già tante sono state le proteste dei detenuti, le fughe e gli episodi di autolesionismo. Attualmente ospita 62 persone, tutte senza permesso regolare sul territorio italiano. "Stiamo lavorando per superare le criticità strutturali del Cpr che si sono evidenziate e siamo persuasi di concludere positivamente il percorso a breve" ha dichiarato il Prefetto di Gorizia Massimo Marchesiello.
di Luigi Manconi e Marica Fantauzzi
La Repubblica, 21 gennaio 2020
In attesa di una svolta verde decisiva, le disuguaglianze sul pianeta aumentano. Perché, come spiega il saggio del sociologo Mario Salomone, coscienza ambientale e sociale coincidono.
L'anno concluso è stato, per molti versi, quello della coscienza ecologica, la copertina di Time dedicata a Greta Thunberg è solo la più recente conferma di un innegabile dato culturale e sociale. Sia chiaro: ciò non costituisce ancora una pur minima garanzia che la nuova sensibilità produca quel cambiamento radicale delle politiche ambientali ormai indifferibile. Ma può indurci a una più approfondita riflessione che, nel tempo lungo, non può non dare risultati tangibili sul piano delle scelte collettive e degli stili di vita condivisi. È importante, dunque, conoscere ed è essenziale farlo anche in una prospettiva storica. È quella che suggerisce Mario Salomone, nel suo ultimo libro Giustizia. Sociale e ambientale (Doppiavoce), tracciando una sintetica storia e un'efficace mappa delle diseguaglianze socio-ambientali. La svolta cruciale indicata da Salomone, sociologo dell'ambiente, è quella della metà del XVIII secolo, quando l'ingegnere scozzese James Watt, osservando le nuove macchine a vapore, scoprì uno spreco di lavoro meccanico potenziale. Le perdite di vapore costringevano la macchina a lavorare inutilmente e a non sfruttare per intero l'energia prodotta.
Watt brevettò quindi un sistema di trasmissione del movimento dei pistoni, passato alla storia come il parallelogramma di Watt, capace di rendere più efficiente quel sistema meccanico. Per Watt "il vapore era il primo esempio di Dio che si sottomette all'uomo", e non stupisce che Salomone riconduca - simbolicamente - la data di inizio dell'Antropocene (l'attuale era geologica profondamente condizionata dall'attività umana) proprio al giorno in cui l'inventore scozzese fece la sua scoperta. Salomone racconta di come questo miglioramento consentì un rapido sviluppo della macchina a vapore e un crescente utilizzo dei combustibili fossili.
In luogo di "Antropocene", altri autori hanno proposto di chiamare questo periodo Capitalocene, "individuando non tanto nella generica azione dell'homo sapiens, ma nel modo di produzione capitalistico", la vera causa dei radicali cambiamenti registrati sul pianeta. È una tesi motivata. Pensare alla questione ecologica come a una conseguenza dell'antropocentrismo (l'umanità, tutta, colpevole e la natura sua vittima) è diverso dal considerare la crisi ambientale come conseguenza dei rapporti di capitale, dove una parte dell'umanità è sì colpevole, ma l'altra parte ne è vittima.
"Il capitalismo - dice Jason W. Moore, colui che coniò il termine "Capitalocene" - è un regime ecologico, cioè un modo specifico di organizzare la natura". L'uomo ha piegato la natura al suo volere, è vero, ma quale uomo? Nel saggio di Salomone viene definito "debito ecologico" quel debito contratto dalle nazioni più ricche verso altri paesi, a causa dello sfruttamento delle risorse naturali, dei danni ambientali esportati e del libero utilizzo dello spazio in cui vengono scaricati i rifiuti. Da un'inchiesta del New York Ti mes emerge drammaticamente la questione del riciclo e smercio dei residui - in questo caso elettronici - dei paesi più ricchi verso i paesi più poveri, in particolare nel sud-est asiatico.
Secondo l'Onu ogni anno in tutto il mondo si producono circa 50 tonnellate di rifiuti elettronici e il cosiddetto e-waste, ossia lo smaltimento di apparecchi come laptop e telefonini, implica un processo di combustione che, se non viene fatto a temperature sufficientemente elevate, può provocare effetti dannosi per la salute. In Thailandia, scrive il New York Times, molti lavoratori presentano ferite e bruciature su tutto il corpo a causa delle sostanze prodotte dallo smaltimento di questi rifiuti. Lo scambio economico ineguale si traduce in uno scambio "ecologicamente" iniquo. Diseguaglianza che viene calcolata annualmente con l'Overshoot Day, il giorno in cui si può considerare esaurita la biocapacità del pianeta, ossia la capacità degli ecosistemi di rinnovarsi nell'arco di un anno e continuare quindi a fornire "servizi" indispensabili all'umanità. Per l'Europa l'ultimo Overshoot Day è caduto cinque mesi dopo l'inizio del 2019, ciò significa che per far sì che il cittadino europeo conservi il suo attuale stile di vita avremmo bisogno di 2,8 Terre.
In uno studio della Stanford University su come il riscaldamento globale ha aumentato le diseguaglianze economiche, Noah Diffenbaugh e Marshall Burke affermano che i cambiamenti di temperatura causati, dagli anni '60 a oggi, dalle crescenti contrazioni di gas serra nell'atmosfera terrestre "hanno arricchito paesi freddi come la Norvegia e la Svezia, mentre rallentavano la crescita economica in paesi caldi come l'India o la Nigeria". Per i ricercatori quindi, i paesi più poveri della Terra sono adesso molto più poveri di quanto lo sarebbero stati senza il riscaldamento globale.
Ad andare in crisi, oltre alla biodiversità e all'equilibrio climatico, secondo Salomone è l'idea che l'ambiente sia uno solo degli aspetti dello scenario mondiale, non il principale, il più urgente e il più drammaticamente ineludibile. Per l'autore di Giustizia. Sociale e ambientale, è irrinunciabile una conversione ecologica che orienti gli strumenti di sostenibilità ambientale verso le fasce più deboli della popolazione.
Ma tale conversione non può prescindere dalla costruzione di una sensibilità che richiama al proprio ruolo gli intellettuali, intesi nel significato più ampio di operatori della cultura, dei media, della formazione e dell'educazione. In tempi recenti lo scrittore Amitav Gosh ha sottolineato come la letteratura presti poca attenzione alla questione del cambiamento climatico, quasi che la narrativa potesse disinteressarsi del mondo del quale si nutre. La cultura e la scuola, dunque. Come scriveva nel 2009 il maestro elementare Franco Lorenzoni in Con il cielo negli occhi (Edizioni La Meridiana): "un'educazione ecologica comporta il tessere una parentela con animali e alberi, terra e acqua. E comporta l'ascolto di chi non ha parole per accorgerci della trama invisibile che lega la nostra vita al pianeta che abitiamo".
Vale la pena ricordare che, due secoli fa, Giacomo Leopardi nel suo Dialogo tra un folletto e uno gnomo, immaginava come quelle due creature fantastiche avrebbero sbeffeggiato l'uomo, scioccamente convinto che il mondo fosse stato creato solo per sé. E che "le stelle e i pianeti fossero moccoli da lanterna piantati lassù nell'alto a uso di far lume alle signorie loro". A proposito di cielo, ecco, per concludere un testo davvero ecologico: il critico letterario Franco Brevini ha pubblicato Il libro della neve (il Mulino), illustratissimo. È come buttarcisi dentro.
di Francesco Battistini
Corriere della Sera, 21 gennaio 2020
Non si occuperà solo di migranti. In arrivo droni e aerei. Sophia's Choice. Alla fine la scelta di Sophia è l'unica, vera proposta sulla Libia uscita dalla conferenza di tregua di Berlino. "Rianimeremo" la missione navale, dicono gli europei. Proprio lei: l'invisa Operazione Sophia, varata nel 2015 e poi "distrutta e abbandonata sotto il signor Salvini" (parole del ministro degli Esteri lussemburghese, Jean Asselborn), quella che nella sua "comprensione basica l'opinione pubblica italiana collega solo al salvataggio dei migranti" (citazione di Josep Borrell, responsabile Esteri Ue) e invece da febbraio sarà riformulata.
"Ci concentreremo soprattutto sul traffico d'armi", dice Borrell. Perché la Pax Libica comincia da lì, ripete da mesi l'inviato dell'Onu, Ghassam Salamé. E la risoluzione Onu 1970/2011, sull'embargo alle forniture belliche, non è mai stata rispettata da nessuno. D'ora in poi serviranno invece controlli satellitari, più aerei, nuovi droni: "Le armi non arrivano in Libia solo via mare, ma anche da cielo e terra. La maggior parte entra dopo lunghe traversate nel deserto".
Il problema migranti resta sullo sfondo, nei 55 punti sottoscritti a Berlino, ma non troppo. Di missione Ue, di peacekeeping o di caschi blu - sono tutti d'accordo -, è prematuro parlare. Di Maio s'affretta a spiegare che Sophia tornerà solo per bloccare le armi, non per salvare barconi. Il cirenaico Haftar entra nella questione avvertendo che 41 dei 2.400 combattenti siriani filoturchi, spediti da Erdogan a sostenere il nemico tripolino Serraj, si sono già spostati in Italia: finti migranti, in realtà puri jihadisti. Ankara, rispondendo di non voler mediazioni Ue in Libia, è dura: "E i 2.500 russi? E i 5 mila sudanesi? E i nigerini, i ciadiani, i mercenari arrivati in Libia? Sappiamo quali giochi si facciano con la pretesa di combattere il terrorismo".
L'alba del lunedì, a Tripoli, non è stata molto diversa da quelle della scorsa settimana. Il cessate il fuoco celebrato davanti a venti Grandi in Germania ("tecnicamente è solo una tregua", spiegano gli sherpa: i due combattenti non hanno firmato nulla) sarà sorvegliato da una commissione 5+5 di militari delle due parti. Ma è di fatto un continuate-pure-a-sparacchiarvi: gli scontri di domenica sera fan domandare se e quanto la pausa durerà. La Mezzaluna libica ha approfittato del silenzio dei cannoni per recuperare sei cadaveri, comprese una donna incinta e una quattordicenne, che da giorni giacevano nelle strade di Sidra. "Abbiamo un ottimismo solo cauto - avverte Serraj - perché Haftar non rispetta gli impegni". "A Berlino - confermano un po' irritati gli amici russi del feldmaresciallo - Haftar s'è comportato in modo strano e se n'è andato senza avvertire nessuno, dopo avere spento il cellulare ed essersi reso irraggiungibile". Non c'entrano solo le condizioni di salute, forse un peso l'hanno avuto certe pressioni saudite teleguidate dagli Usa: anche l'incontro del generalissimo con Putin, fissato a Mosca in settimana, è stato improvvisamente rinviato. Haftar s'è giocato la carta del petrolio, bloccando le esportazioni, e ieri i mercati sono saliti - non schizzati - a 66 dollari il barile. Qualche problema ce l'ha Eni in un suo giacimento. L'obiettivo del generale è disossare la spina dorsale libica, la National Oil Company, e succhiarne il ricco midollo. Una scommessa pericolosa: "Se passiamo da un 1,3 milioni a 70 mila barili - dicono i signori dei pozzi - sarà la catastrofe finale".
La Regione, 21 gennaio 2020
Una pena da scontare in carcere non impedisce la recidiva: chi ha effettuato un breve passaggio dietro le sbarre ha un rischio due volte e mezzo più elevato di essere nuovamente condannato rispetto alle persone colpite da pene con la condizionale. Su 38.121 condannati con pene sospese nel 2018, solo il 13% è ricaduto nel crimine nei tre anni successivi, si evince dai dati pubblicati ieri dall'Ufficio federale di statistica. Fra le 7.565 persone incarcerate, la quota sale al 36 per cento. Il rischio di recidiva diminuisce in ogni caso col tempo: la maggioranza ci ricasca l'anno successivo alla condanna, con il 37% di episodi nei primi sei mesi e il 22% dopo 12 mesi. Dopo tre anni si arriva al 6%. Solamente il 13% delle persone al primo delitto infrange di nuovo la legge, sottolinea l'Ust. Secondo l'Ust, si può affermare che il rischio di recidiva è più elevato fra le persone condannate al carcere rispetto a quelle che vengono colpite da condanne alternative (condizionale, lavori di interesse pubblico, pene pecuniarie).
di Francesca Speri
meltingpot.org, 21 gennaio 2020
Il 6 gennaio un uomo iraniano di 31 anni è stato trovato morto impiccato in una cella del PRO.KE.K.A., il Centro di Detenzione Pre-respingimento all'interno del campo di Moria sull'isola di Lesvos. Secondo quanto raccontano molti di coloro che hanno convissuto la detenzione con lui, la polizia era perfettamente a conoscenza della grave situazione riguardo alla salute mentale dell'uomo, ma, nonostante ciò, è stato lasciato in isolamento per le due settimane antecedenti alla sua morte.
Il PRO.KE.KA è la prigione dove sono detenuti tutti gli "indesiderati" dall'Unione Europea e dallo Stato Greco. La maggior parte sono persone arrestate immediatamente in seguito al proprio arrivo dalla Turchia, detenute fin da subito in base alla loro nazionalità. Altri sono internati in quanto considerati "minacce alla sicurezza pubblica", ma vengono detenuti senza aver ricevuto condanne o processi; altri ancora sono migranti a cui sono state rifiutate le richieste d'asilo, ma che sono state giudicate da un sistema che mira ad escludere i migranti dall'UE ed a mantenere una popolazione priva di documenti e conseguenzialmente sfruttabile sotto minaccia di rimpatrio..
Questa politica di punizione collettiva è comunemente replicata nei tribunali e dai media che criminalizzano i migranti e li definiscono come aventi un "insufficiente profilo da rifugiati", ossia non eleggibili allo status di profugo, prima ancora di aver analizzato le richieste ed i casi delle singole persone. Questo concetto di "profilo insufficiente" è implementato nei PRO.KE.K.A. di Lesvos e Kos: coloro che arrivano da paesi per cui viene stimato un basso coefficiente di crisi, per cui non viene riconosciuta interamente la protezione internazionale, vengono detenuti appena sbarcati dalla Turchia; questo in particolare avviene per le persone provenienti dai paesi africani. Gli uomini che arrivano da tali paesi senza famiglia vengono arrestati appena giunti su suolo greco e vengono detenuti fino a tre mesi, prolungabili fino a 18 con la nuova legge sull'asilo appena varata.
PRO.KE.KA opera con poco controllo e quasi completa incuranza delle necessità. Le persone detenute hanno poche possibilità di accedere a forme di supporto legale, medico o psicologico. I migranti sono detenuti in celle iper-affollate per 22 ore al giorno. Dalle testimonianze dei detenuti gli abusi fisici e psicologici da parte della polizia e dei carcerieri rasenta la quotidianità. Molti detenuti hanno raccontato di aver subito i seguenti abusi: le persone vengono svegliate di notte con forti rumori e luci puntate addosso nei momenti più svariati, per diletto dei carcerieri; sono costretti a passare due ore al giorno all'esterno, anche in periodo invernale o con le condizioni meteorologiche più avverse. Recentemente molte testimonianze raccontano di detenuti portati negli angoli ciechi di telecamere e sorveglianza per essere pestati dalla polizia mentre si trovano ammanettati ed inermi.
Ai detenuti è concesso di utilizzare i propri cellulari solamente nei fine settimana, così che restino isolati durante la maggior parte del tempo dalle proprie famiglie e dalle reti di supporto, rendendo così quasi impossibile richiedere l'intervento del supporto legale. Le visite di amici e famigliari vengono spesso proibite e, per questo motivo, diventa impossibile denunciare gli abusi subiti.
Molti internati inoltre denunciano il timore di ritorsioni da parte della polizia ogni volta che cercano un contatto all'esterno ed ammettono di non fidarsi degli enti governativi e delle organizzazioni ufficiali in quanto riscontrano come nonostante tutti i tentativi di segnalazione a queste gli abusi siano continuati sotto gli occhi di tutti.
Quasi nessun bisogno primario viene soddisfatto, i detenuti non hanno vestiti adeguati alle stagioni più rigide e viene loro data un unica coperta che durante l'inverno è completamente inadeguata alle temperature più fredde. Senza la presenza degli interpreti i detenuti hanno pochi modi di comunicare con i propri carcerieri e per ciò molti di loro sono all'oscuro delle cause della propria situazione di detenzione o per quanto tempo si protrarrà. Il cibo è scarso ed inadeguato e moli di loro soffrono la fame o hanno problemi di salute dati dal cibo malsano; a volte viene servito un unico pasto al giorno ed è proibito ricevere cibo dalle persone in visita. All'interno della prigione non viene fornito sapone o dentifricio e sono spesso scoppiate numerose epidemie di scabbia tra i detenuti.
Le richieste di asilo dei detenuti nei campi PRO.KE.K.A. sono sistematicamente velocizzate e la loro intervista per la richiesta d'asilo viene fissata a pochi giorni dopo il loro arrivo; inoltre, l'accesso al supporto legale è fortemente contrastato, viene spesso negato nonostante ne debba essere garantito il diritto; internati nel campo i migranti trovano grandissime difficoltà nel raccogliere prove a favore del loro status di richiedenti al sistema di asilo.
La detenzione illegale di minori è pratica comune in quanto l'Agenzia Europea dei Confini FRONTEX registra sistematicamente i minori come adulti. Anche coloro che sono reduci da torture e ne portino i vistosi marchi sul proprio corpo sono detenuti nonostante l'obbligo di controllare ogni situazione che denoti vulnerabilità di ogni singola persona. Alle persone che soffrono di patologie mediche o psicologiche viene regolarmente impedito l'accesso alle cure sanitarie ed ai medicinali, anche quando provvisti di prescrizione medica e ne fossero in possesso durante il loro arrivo.
Quando richiedono di venir visitati da un medico o da uno psicologo polizia ed AEMY (un'istituzione privata totalmente in mano al Ministero della Salute greco) scaricano la responsabilità l'uno sull'altro e spesso queste persone non vengono mai curate. L'autolesionismo è all'ordine del giorno nei campi PRO.KE.K.A.; a volte persone gravemente malate sono state detenute e successivamente deportate in Turchia da polizia e FRONTEX, fatti di cui l'UNHCR non è certo all'oscuro.
Qui nel campo di Moria l'uomo morto il 6 gennaio è stato imprigionato a dicembre 2019. Secondo le testimonianze di altri detenuti ha trascorso un breve periodo di tempo con altre persone, prima di essere trasferito in isolamento per circa due settimane. Durante tale periodo d'isolamento era continuamente da solo, anche durante le ore d'aria che erano state sistematicamente organizzate in orari diversi da quelli degli altri detenuti.
Per vari giorni è stato rinchiuso nella sua cella senza che potesse uscirne. In quei giorni il cibo gli veniva consegnato attraverso la finestra della sua cella e la sua condizione di disagio mentale era evidente a tutti gli altri detenuti ed alla polizia. L'uomo si abbandonava spesso a crisi di pianto durante le notti ed era solito battere sulla porta della sua cella chiedendo di uscire; aveva precedentemente minacciato atti di autolesionismo e gli altri detenuti raccontano di non aver mai visto nessuno fargli visita, né l'avevano mai visto uscire per ricevere valutazioni mediche o psichiatriche. L'assistenza sanitaria nella prigione è gestita dall'AEMY che legalmente è in mano allo stato greco ed il suo team medico consiste in uno psicologo ed un assistente sociale. Tuttavia, l'assistente sociale si è licenziato nell'aprile del 2019 e non è mai stato sostituito; lo psicologo invece era in ferie, sempre senza sostituzione, dal 19 dicembre al 3 gennaio. L'uomo è stato trovato morto il 6 gennaio e quindi ci sarebbero stati solamente due giorni in cui l'AEMY avrebbe potuto assisterlo nelle sue ultime tre settimane di vita, ossia quando avrebbe avuto bisogno dell'aiuto psicologico che non si è visto garantire.
Questa situazione è pericolosamente adeguata in una prigione che al momento contiene un centinaio di persone. Keelpno è l'altra istituzione statale che può compiere degli screening riguardo la salute mentale dei migranti, tuttavia ha pubblicamente dichiarato che non interverrà in assenza del personale AEMY, nemmeno in casi di emergenza, e che in nessun caso ricontrollerà la salute mentale di un migrante già valutato. Se crediamo che questo individuo si sia tolto la vita per scappare dall'inferno del PRO.KE.K.A., allora è stato il risultato delle condizioni di prigionia che spingono la gente alla disperazione e il fallimento delle agenzie statali che sono tenute a garantire l'assistenza psicologica obbligatoria.
Il Sole 24 Ore, 21 gennaio 2020
Il Consiglio nazionale forense, riunito in seduta amministrativa, nell'ambito delle proprie prerogative di legge, ha deliberato di proclamare l'anno 2020 l'"Anno dell'avvocato in pericolo nel mondo", riaffermando il proprio impegno nella difesa del libero esercizio della professione di avvocato, e potenziando, anche attraverso la delegazione italiana al Consiglio degli Ordini Forensi d'Europa, iniziative concrete, dagli osservatori internazionali ai processi a carico degli avvocati alle missioni nelle carceri, di concerto con l'Osservatorio Internazionale degli avvocati in pericolo.
La decisione, presa all'unanimità dal plenum del Cnf lo scorso venerdì, è stata determinata dalla situazione in cui, in molti Stati, gli avvocati si trovano, subendo intimidazioni, violenze e ingiuste condanne solo perché "colpevoli" di difendere in autonomia e indipendenza i diritti dei loro assistiti. Il Consiglio nazionale forense rileva, nel testo di delibera, che "è necessario sensibilizzare maggiormente l'opinione pubblica e le istituzioni su tali temi".
La Giornata internazionale dell'avvocato in pericolo, istituita nel 2009 con l'obiettivo di richiamare l'attenzione della società civile e delle istituzioni pubbliche sulle violazioni del diritto alla difesa, si celebra il 24 gennaio e ogni anno evidenzia le situazioni di pericolo nelle varie Nazioni come Iran, Turchia, Filippine, Paesi baschi, Honduras, Cina, Egitto e di nuovo Turchia nel 2019. Il 2020 è dedicato al Pakistan, dove le violenze e le intimidazioni contro gli avvocati sono all'ordine del giorno, da febbraio 2018 sono stati uccisi più di 21 avvocati.
L'obiettivo della Giornata internazionale dell'avvocato in pericolo è di richiamare l'attenzione della società civile e delle autorità pubbliche sulla situazione degli avvocati in un determinato paese, al fine di sensibilizzare l'opinione pubblica sulle minacce cui sono esposti gli avvocati nell'esercizio della loro professione.
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