di Claudio Marini
sienanews.it, 22 gennaio 2020
La prima volta che ho visto Natalino Balasso in televisione era intorno al 2000, a Zelig, quando in una gag di pochi minuti, impersonava un attore di film a luci rosse (...non a luci rosse, porno! correggerebbe lui) che si doveva "piegare" alle esigenze della produzione.
Me lo ricordo qualche anno dopo nei panni del professore, a Zelig e Mai dire gol, che parlava dei somari dei sumeri non semiti... poi ne ho perso un po' le tracce. Quando ho saputo che sarebbe venuto a Siena con uno dei lavori più celebri di Goldoni, Arlecchino servitore di due padroni, ho deciso di invitarlo a incontrare i detenuti nella piccola casa circondariale di Santo Spirito. L'artista del Polesine ha subito accettato entusiasta la nostra richiesta e questa mattina, prima di continuare a Firenze la sua tournée teatrale, ha deciso di sacrificare un po' del suo riposo tra uno spettacolo e l'altro per incontrare gli ospiti della nostra struttura.
Nonostante le temperature rigide del teatro del carcere, i detenuti hanno risposto con piacere e partecipazione all'evento e a scaldare l'ambiente ci ha pensato subito Natalino che ha parlato della sua esperienza teatrale, sia come attore comico che come attore drammatico (meravigliosa l'interpretazione nella pièce goldoniana in questi giorni ai Rinnovati), dell'importanza e della difficoltà del far ridere e del ruolo centrale della parola nella comunicazione.
La sala è rimasta divertita quando ha spiegato il doppiaggio dozzinale dei film destinati al pubblico russo, dove una voce maschile, piatta, monotona e senza enfasi, descrive, nel vero senso della parola, i dialoghi dei vari personaggi maschili e femminili, del tipo: lei gli ha chiesto come sta, lui ha risposto "bene grazie e tu", lei ha detto "non c'è male"... etc... chiosando "che già non è piacevole su un film normale... immaginatelo sul film che stavo vedendo, che era un porno!"
Piano piano alcuni detenuti hanno trovato il coraggio di fare qualche domanda e chiedere all'artista alcune cose sulla sua vita artistica e professionale. Dai suoi esordi a Zelig (lui è uno dei fondatori) fino al film Lazzaro felice di Alice Rohrwacher, dalle sue amicizie e collaborazioni nel mondo dello spettacolo fino ai registi con i quali ha lavorato o con i quali gli piacerebbe lavorare. in futuro È stato un racconto appassionato, mai banale, dove l'attore, in una sorta di outing artistico, ha dichiarato il suo incondizionato amore (e dedizione) per il teatro, dove il rapporto diretto e coesistenziale con il pubblico (nel cinema vediamo spesso film di attori passati a miglior vita, così come i quadri nella pittura) lo rende un genere intimo e particolare: ogni rappresentazione è unica e irripetibile, se cadi - perché succede spesso - devi essere bravo a rialzarti e continuare (e questo forse era un messaggio importante rivolto tacitamente alla platea odierna).
"Nel corso di un'intera vita, a teatro, puoi interpretare diversi ruoli in base all'età anagrafica, senza la necessità di apparire sempre giovane, con tinte e lifting, a differenza di quanto spesso avviene nell'ambiente televisivo". Ecco perché al cinema e alla televisione si dedica solo nelle pause estive, tra una tournée teatrale e l'altra.
Ma Natalino Balasso è un artista che sa cogliere le assurde contraddizioni dei nostri tempi e con una satira sottile ci porta a riflettere sulla società, sul teatro (che non deve essere imposto agli studenti dei vari istituti scolastici come fosse una punizione!) e sulla scuola stessa dove, per un malinteso senso della democrazia, oggi, sono i professori che devono stare attenti ai voti degli studenti e delle famiglie... e con lui (Balasso e la scuola) bisogna arrivare all'amara conclusione che "questa non è più scuola... è Trip Advisor!".
Purtroppo queste cose non le può dire in TV ma soltanto in un piccolo carcere, davanti a una trentina di detenuti e qualche docente, dove ha parlato dei paletti imposti dalle varie reti per cui ha lavorato (pubbliche e private), sottolineando il fatto che, da piccole o grandi forme di censura, nemmeno il teatro è del tutto immune.
I detenuti hanno chiesto con quali attori famosi ha mantenuto, nel tempo, un rapporto che andasse oltre quello lavorativo, di amicizia per intenderci. Natalino, che pur ha lavorato con artisti del calibro di Silvio Orlando, Paolo Villaggio, etc..., ha spiegato di come spesso la celebrità, la fama (in Italia come altrove) sia sovrastimata a discapito del talento e della bravura e ha tessuto le lodi della bravissima ma non altrettanto conosciuta Elisabetta Mazzullo (e di altri che la memoria non mi aiuta a ricordare), in questa tournée nel palco insieme a lui nei panni di Beatrice Rasponi.
Sebbene Natalino Balasso non sia rimasto "confinato" in alcune sue vecchie maschere comiche, ha voluto, nel finale dell'incontro far sorridere i detenuti con una classica barzelletta, raccontata però alla sua maniera.
E così anche questo incontro è volto velocemente al termine e ha fatto scoprire, ai detenuti (e non) presenti, una persona complessa, intelligente e di una simpatia contagiosa che magari attraverso lo schermo di un televisore avrebbero relegato solo nel ruolo (pur divertente) del professore o dell'attore di nicchia. Natalino Balasso è molto, molto di più. E oggi, concedendosi con tutto il suo entusiasmo e la sua partecipazione a un pubblico particolare, lo ha dimostrato sul campo.
di Zita Dazzi
La Repubblica, 22 gennaio 2020
La senatrice a vita in carcere per rendere omaggio alla memoria di Andrea Schivo, agente carcerario che morì in un campo di concentramento: "Non dimenticherò mai chi cercò di aiutarci". "Di Salvini preferisco non parlare, mi interessano di più i detenuti della politica". Così Liliana Segre risponde a chi le chiede un commento sull'ultima uscita del leader leghista a proposito dell'antisemitismo legato alla presenza dei musulmani in Italia.
La senatrice a vita lo dice alla conclusione di una commovente commemorazione dell'agente di polizia penitenziaria Andrea Schivo, ricordato con una pietra d'inciampo davanti al carcere milanese di San Vittore. Schivo nel '44 venne arrestato dalla Gestapo e deportato a Flossenburg, dove morì per aver aiutato i detenuti ebrei, e per questo è ricordato come giusto delle Nazioni a al memoriale di Yad Vashem in Israele.
Liliana Segre è tornata così nel carcere dove venne detenuta a soli 13 anni, prima della deportazione ad Auschwitz, assieme al padre. Racconta i 40 giorni di paura e di sofferenza assieme ad altre centinaia di ebrei arrestati dalle SS. "I detenuti di San Vittore furono gli unici umani che incontrammo in quei tristi giorni. In 605 venimmo chiamati per salire sui vagoni blindati ed andare ad Auschwitz. I carcerati vedendoci partire e sapendo che eravamo innocenti ci salutarono lanciandoci quel poco che avevano: arance, mele, qualche sciarpa e soprattutto le loro benedizioni che ci furono di grande conforto e che io ancora oggi ricordo con grande affetto".
Durante la cerimonia le detenute hanno ricostruito la vita e le azioni di Schivo e di alcuni altri agenti di custodia che aiutarono gli ebrei, tutti catturati e deportati dalle SS perché portavano ai prigionieri cibo e messaggi dei parenti all'esterno. Presenti anche alcuni familiari dell'agente Schivo, il direttore del carcere Giacinto Siciliano, Francesco Basentini, al vertice del Dap, il Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, il presidente dell'Anpi di Milano Roberto Cenati e quello del comitato per le pietre d'Inciampo Marco Steiner.
"Per me entrare a San Vittore è un grandissimo shock e una grande emozione, che purtroppo non posso condividere con nessuno, perché sono l'unica ritornata dal viaggio della morte. L'agente Andrea Schivo scelse di essere un uomo - ha concluso la senatrice a vita - a differenza del 99% degli italiani che invece avevano scelto l'indifferenza, la paura e il non obbedire alla propria coscienza: lui aveva scelto di essere un uomo. Non dimenticherò mai per il resto della mia vita quei detenuti che furono una manna nel deserto dei sentimenti, dell'etica e dell'umanità". Alla fine della cerimonia una detenuta, che si è definita "orgogliosamente zingara", ha regalato una rosa bianca alla senatrice Segre, anche in ricordo del Porrajmos, l'Olocasto dei rom finiti negli stessi campi di sterminio dove morirono sei milioni di ebrei.
Avvenire, 22 gennaio 2020
La denuncia della Ong: impiegati nel Metapontino vivono in casolari fatiscenti e non hanno accesso al sistema sanitario. I migranti impiegati come braccianti nel Metapontino vivono in casolari fatiscenti e baraccopoli, con serie difficoltà di accesso alle cure. È quanto emerge dal nuovo rapporto di Msf, "Vite a giornata. Precarietà ed esclusione nelle campagne lucane", presentato oggi a Matera.
"Tra luglio e novembre 2019, siamo intervenuti nell'area con una clinica mobile, offrendo cure mediche di base e orientamento socio-sanitario - si legge nel rapporto - Su 910 visite mediche, abbiamo identificato in 785 casi condizioni mediche legate in particolare alle difficili condizioni di lavoro e di vita, come infiammazioni muscoloscheletriche o disturbi gastrointestinali e respiratori. Più di 1 paziente su 2 ha avuto difficoltà ad accedere al sistema sanitario, soprattutto per barriere amministrative, sebbene oltre il 30% abbia detto di essere in Italia da più di 8 anni".
Il rapporto completo della Ong 'Vite a giornata. Precarietà ed esclusione nelle campagne lucanè denuncia una situazione drammatica. "La persona che ero una volta non esiste più. Dicono che siamo in Europa, ma mi sembra che qui si viva peggio che in molti posti in Africa. Questa è la periferia invisibile dell'Europa" dichiara A., Niger, 30 anni.
"Era orribile, le persone vivevano come gli animali, peggio degli animali. C'erano i rifiuti davanti alle case, non c'era il bagno, non c'erano le docce. Non era una situazione umana" racconta S., rifugiato politico eritreo di 29 anni, le condizioni in cui vivevano i migranti nella struttura dell'ex-Felandina, a Metaponto di Bernalda, provincia di Matera, utilizzata come base per raggiungere i campi della zona dove i ragazzi lavoravano come braccianti.
All'équipe di Msf S. ha raccontato che a 12 anni, nel tentativo di fuggire all'arruolamento forzato nel suo Paese, è rimasto coinvolto in un violento incidente che gli ha compromesso l'uso di una gamba. È arrivato in Italia quattro anni fa ed è stato inizialmente ospitato in un centro di accoglienza a Venezia. Qui è stato operato all'anca e gli è stata accertata una parziale invalidità dovuta all'incidente. Una volta uscito dall'ospedale non è più potuto rientrare nel centro di accoglienza e ha vissuto insieme ad un amico, guadagnandosi da vivere lavorando come panettiere.
Nell'estate del 2019 ha perso il lavoro e si è ritrovato in difficoltà, senza alcuna possibilità di pagare l'affitto. Ha chiamato alcuni amici in Basilicata che gli hanno consigliato di raggiungerlo all'ex-Felandina; gli hanno detto che la situazione abitativa non era delle migliori, ma che c'era lavoro. Non aveva altra scelta, ha preso un treno e si è diretto a Metaponto.
Intanto per lui anche lavorare nei campi si è rivelato problematico poiché i datori di lavoro, considerando la sua invalidità, non lo assumevano. Si è ritrovato bloccato, senza speranza. In queste circostanze è avvenuto l'incontro con l'équipe di Msf. "Li ho visti arrivare con il camper alla ex-Felandina. Ho fatto la visita con il dottore e poi ho parlato con l'operatrice socio-sanitaria. Avevo bisogno di aiuto per rinnovare il mio certificato di invalidità. Ero molto scoraggiato, soffrivo per le condizioni di vita lì. Non sapevo cosa fare. Volevo trovare un posto in cui stare, poter studiare, trovare un lavoro". Nel frattempo, ad agosto, l'insediamento dell'ex-Felandina è stato sgomberato e S. ha cercato ospitalità da amici a Metaponto continuando a nutrire un forte disagio per l'assenza di prospettive nella sua vita. L'équipe di MSF ha aiutato S. ad accedere al sistema sanitario e lo ha riferito al Sistema di protezione per titolari di protezione internazionale e minori stranieri non accompagnati (Siproimi), richiedendo l'inserimento in un progetto di accoglienza. Da ottobre 2019 S. è ospite di un progetto Siproimi a Matera dove sta anche svolgendo un corso intensivo per migliorare la conoscenza della lingua italiana. Vuole prendere la patente di guida e trovare un lavoro. "Magari in un panificio, ma qualsiasi altra cosa va bene lo stesso".
di Alessandra Smerilli
Avvenire, 22 gennaio 2020
Uno dei motivi dell'insostenibilità dei sistemi economici attuali è l'aumento delle disuguaglianze a livello globale e all'interno dei Paesi. Il Rapporto Oxfam 2020, pubblicato lunedì 20 gennaio, sostiene che stiamo arrivando a un punto in cui le disuguaglianze economiche sono fuori controllo. Esso si concentra sulla ricchezza, misura dello stock posseduto da ogni persona, e non sui redditi, e cioè quello che si guadagna in un anno. Entrambe le misure, però, stando alle ultime pubblicazioni internazionali, mostrano che la forbice del divario tra i più ricchi e i più poveri è in costante aumento.
Branko Milanovic, grande studioso di questi temi, nel suo famoso grafico, chiamato "dell'elefante" a causa della sua forma, ci indica come dal 1980 in poi chi vede aumentare i propri redditi e le proprie ricchezze sono le élite di ricchissimi sparsi nel mondo e coloro che vedono accrescere le proprie disponibilità nelle economie emergenti, come per esempio la Cina, mentre si assiste alla sparizione della classe media nelle economie avanzate.
A chi si domanda se la disuguaglianza rappresenti un problema, Angus Deaton, premio Nobel per l'Economia, risponde con un'altra domanda: è proprio vero che il mondo migliora se pochi guadagnano un sacco di soldi e tutti gli altri ne guadagnano pochi o nulla, ma non stanno peggio economicamente rispetto al passato? Se la disuguaglianza aumenta oltre una certa soglia diventa tossica, come la presenza dell'anidride carbonica nell'aria: se troppa non si può respirare. "Quando si arriva al punto in cui una sola persona possiede una parte enorme della ricchezza di un Paese, che cosa può impedire a quella persona di imporre la propria volontà a tutta la nazione? Implicitamente o esplicitamente i suoi desideri diventano legge", scrive a sua volta Muhammad Yunus. E l'effetto sarà l'esclusione dai diritti e dalle opportunità per chi non appartiene a una cerchia ristretta. L'aumento delle disuguaglianze innesca un circolo vizioso che mina le pari opportunità per tutti. E le rivolte in Ecuador, in Cile e in altri Paesi del mondo negli ultimi mesi sono un sintomo di quanto le disuguaglianze possano diventare insostenibili.
Il rapporto Oxfam usa immagini molto plastiche per dare un'idea del fenomeno: se ciascuno si sedesse sulla propria ricchezza sotto forma di una pila di banconote da 100 dollari, la maggior parte della popolazione mondiale siederebbe al suolo, una persona della classe media di un Paese ricco su una sedia, e i due uomini più ricchi al mondo sarebbero nello spazio.
Non tutti gli studiosi sono d'accordo con i dati presentati nel Rapporto Oxfam e nel Global Inequality Report, o con gli studi di Thomas Piketty, a cui si deve il merito di aver portato questi temi al centro dell'attenzione. Una delle critiche è che nel divulgare i dati ci si concentra molto sulle fasce estreme, come il 10 o l'1% più ricco della popolazione, non tenendo in considerazione le fasce intermedie. In realtà il problema è proprio in questi estremi: se ci si limita a leggere indici sintetici di concentrazione della ricchezza, si hanno misure medie, che senza altri indicatori possono trarre in inganno. Negli ultimi anni ci si è accorti che il problema è proprio nella concentrazione abnorme di ricchezza nelle fasce più alte di reddito, un fenomeno che, se non adeguatamente misurato, può sfuggire.
Per fare solo un esempio, in Italia l'indice di Gini sul reddito disponibile, una misura della concentrazione della ricchezza, è di 33,4 per il 2017. Un dato non elevatissimo, sebbene superiore alla media europea (30,9). Se però andiamo a vedere i dati Inps sui lavoratori che guadagnano di più, osserviamo che negli ultimi 40 anni il tasso di crescita dei redditi da lavoro è aumentato del 99% per i top 10% (quelli che guadagnano di più), mentre per il restante 90% è stato del 65%. Per i top 0,01% l'aumento è stato del 298%.
Dato che si commenta da solo, insieme al fatto che per il 28% dei rapporti di lavoro la paga oraria media è inferiore ai 9 euro.
Nel rapporto Oxfam emerge anche, molto chiaramente, che a fare le spese delle disuguaglianze crescenti sono in particolare le donne, il cui lavoro molte volte è invisibile. L'80% dei lavoratori domestici nel mondo è donna, e di essi solo 1 su 10 gode delle stesse tutele di altri lavoratori, mentre per il 50% non vigono limiti legali alle ore di lavoro. Proprio mentre mi accingevo a scrivere questo testo ho incontrato una donna che per 13 anni ha lavorato come badante senza tutele: ora è senza lavoro, senza possibilità di pensione, in cerca disperata di un'opportunità, e quindi pronta a rimanere invisibile pur di avere di che mangiare. Fino a quando ci saranno persone disposte a tutto pur di avvicinarsi alle briciole che cadono dalla tavola dei super ricchi o anche solo delle persone normali, l'economia non sarà riconciliata con le sue radici: oikos-nomos, gestione e custodia della casa, la propria e quella di tutti.
di Tamar Pitch
Il Manifesto, 22 gennaio 2020
Non tutto ciò che è legale è anche giusto. Un'ovvietà, se non altro dopo la catastrofe dei totalitarismi novecenteschi. Ma se "legalità" indica l'osservanza delle leggi positive, che cosa significa, oggi, "giustizia"? Giustizia è forse nozione relativa, diversa a seconda da dove si parla, da chi si è e vuole essere, dalle circostanze storiche, sociali, culturali in cui ci si trova? Se ne può, viceversa, cogliere un significato universale attraverso la ragione, la discussione pubblica, il dialogo dietro un velo d'ignoranza? Davvero, come sostiene per esempio Luigi Ferrajoli, Antigone e Creonte si incontrano e riconciliano nelle costituzioni europee del secondo dopoguerra?
È proprio Antigone a esser stata più volte, e non sempre opportunamente, invocata, come figura appunto della Giustizia contrapposta alla Legalità, nel corso delle vicende di questi ultimi mesi e anni. E pour cause: nel contesto attuale, italiano e non solo, assistiamo per un verso all'enfasi sulla legalità come legittimazione di sgomberi di edifici occupati, persecuzione e criminalizzazione della povertà e marginalità sociale, respingimenti in mare di profughi e migranti, e per altro verso alla produzione di norme positive dalla assai dubbia legittimità costituzionale. Non da ora, naturalmente, ma l'ipostatizzazione della legalità è stata una delle leve del successo della maggioranza di governo giallo-verde.
La questione viene da lontano: la legislazione d'emergenza degli anni settanta e ottanta, la stagione di mani pulite con il suo corollario di strappi alle garanzie penali e processuali, il protagonismo della magistratura inquirente hanno prodotto un senso comune schiacciato sulla logica e il linguaggio del penale e la sostituzione della politica con il diritto penale stesso, elevato a panacea di tutti i mali. Dunque, quando si esalta la legalità, lo si fa a proposito della legalità penale. Di qui, il populismo penale come ingrediente fondamentale del populismo nostrano tout court.
Esiste naturalmente un'altra legalità: quella costituzionale e quella consegnata nelle varie carte dei diritti, sia in Europa che sul piano internazionale. È qui Antigone? Questa è la giustizia da contrapporre alla legalità? Osserviamo un proliferare, in Italia e altrove, di esplicite e rivendicate trasgressioni delle leggi vigenti non solo da parte di movimenti, ma anche da parte di alcune istituzioni (sindaci, governatori), nonché ad aperti richiami alla disobbedienza nei confronti di una "legalità" ritenuta contraria alla giustizia.
Siamo di fronte ad una nuova stagione di "rivolta contro il formalismo", simile a quella che negli anni sessanta e settanta ha caratterizzato la critica del diritto positivo e ha condotto alla messa in rilievo della legalità costituzionale? Che cosa si intende dunque con giustizia? Quali definizioni e quali retoriche vengono formulate delle categorie di "legalità" e "giustizia", con riferimento alle diverse fonti che le producono, ai diversi ambiti comunicativi'? Come le stesse vengono condizionate dagli interessi e dai conflitti in campo? Come vengono percepite e declinate nel linguaggio corrente?
Le questioni qui richiamate sono, pensiamo, di rilevanza cruciale nel contesto politico e culturale odierno, non solo italiano. E fanno riferimento, oltre che al rapporto tra politica e diritto, a quello tra stato di diritto e democrazia. Il convegno "Legalità e giustizia" di giovedì 23 e venerdì 24 gennaio, organizzato dalla rivista Studi sulla questione criminale e dal Centro per la riforma dello stato, con l'ospitalità del dipartimento di giurisprudenza di Roma3, affronta molti di questi temi, con contributi che fanno riferimento a saperi diversi, dal diritto, alla sociologia, alla filosofia, alla criminologia critica e perfino alla storia del teatro.
di Marta Serafini
Corriere della Sera, 22 gennaio 2020
Torture sui detenuti. Mitchell e Jessen hanno ricevuto dalla Cia 81 milioni di dollari. Quando è entrato nel tribunale della base navale di Guantánamo a Cuba, l'avvocato di Khalid Shaikh Mohammed ha scosso la testa più volte. Ieri il suo assistito, accusato insieme ad altri quattro di essere uno degli ideatori degli attacchi dell'11 settembre, ha rivisto James E. Mitchell. L'uomo che insieme al collega John Bruce Jessen gli ha praticato il waterboarding per 183 volte era seduto lì, a meno di un metro da lui.
Sia Mitchell che Jessen sono stati chiamati a Gitmo a spiegare sulla base di quali tecniche hanno estorto le informazioni agli imputati. Poi il giudice dovrà decidere se quelle confessioni siano ammissibili o meno. Una responsabilità pesante dato che tutti gli accusati rischiano la pena di morte. Ma anche perché con Mohamed e gli altri nei black site della Cia non hanno usato solo l'acqua. Li hanno rinchiusi in scatole piene di scarafaggi, li hanno appesi al muro con ganci e corde, li hanno tenuti svegli per ore con la musica ad alto volume e hanno praticato loro l'alimentazione rettale.
Indietro veloce di 45 anni. Mitchell è un esperto di esplosivi dell'areonautica che ha conseguito un master in psicologia. Viene dalla Florida, famiglia povera. Negli anni '80, dopo aver conseguito un dottorato, inizia ad addestrare gli istruttori del Sere (Survival, Evasion, Resistance and Escape), programma di resistenza creato dall'areonautica Usa negli anni '60. L'obiettivo è evitare quanto successo durante la guerra di Corea, ossia caduti nelle mani del nemico, subiscano il lavaggio del cervello e rivelino informazioni. All'epoca il sistema per evitarlo è "semplice": i militari vengono sottoposti alle medesime tecniche di tortura inventate dai cinesi. Le stesse che hanno subito Mohamed e soci. "Sapevi che non saresti morto, solo perché era un corso", ha raccontato un allievo.
Dopo qualche anno, al programma Sere si unisce anche Jessen. È cresciuto in una fattoria di patate in Idaho. Come Mitchell è mormone. Il suo curriculum in psicologia non è più lungo di una paginetta. I due diventano amici. Escursioni in montagna, viaggi. Fino alla pensione.
Poi, nel 2002 arriva l'occasione che la "mormon mafia", come li chiamano i colleghi, stanno aspettando. Per il New York Times, ad un incontro a Filadelfia Mitchell mostra particolare apprezzamento per gli studi di Martin Seligman sull'"impotenza appresa". Lo psicologo statunitense aveva scoperto che un animale sottoposto ripetutamente a una scossa elettrica, una volta messo nelle condizioni di poter fuggire dalla gabbia non lo faceva.
Affascinati dall'idea, i due psicologi prima fondano una società. Il loro "core business" diventano le "tecniche di interrogatorio rinforzato". Tradotto nella lingua dei giusti: torture. Poi in aprile arriva l'affare. Uno dei luogotenenti di Al Qaeda più importanti, Abu Zubaydah, viene catturato in Pakistan. È ferito. Viene curato e mantenuto in vita. L'Fbi riesce a farlo parlare usando tecniche basate sulla costruzione di un rapporto di fiducia. Un successo, dunque.
Ma per la Cia si tratta di uno smacco. L'ordine dell'allora direttore Tenent è: "Facciamolo noi e facciamolo meglio". Ed è qui che entrano in gioco Mitchell e Jessen. Per le loro consulenze all'inizio ricevono 1.800 al giorno al giorno. Poi incassano 81 milioni di dollari, prima che il loro contratto venga rescisso nel 2009.
n alcuni casi - secondo quanto confermato anche dal rapporto Rapporto del Comitato di sorveglianza sull'intelligence del Senato - i due partecipano direttamente agli interrogatori, pur non sapendo una parola di arabo e non avendo alcuna conoscenza di Al Qaeda. Eppure Jessen e Mitchell sono ancora lì fuori, seduti sul banco dei testimoni, non su quello degli imputati. Vanno in kayak e amano ancora fare trekking insieme. Mitchell poi va in giro dicendo ai giornalisti di essere diventato ateo e di essere un sostenitore di Amnesty International.
di Marco Perduca
Il Riformista, 22 gennaio 2020
"Esortiamo tutte le parti a rispettare pienamente il diritto internazionale umanitario e i diritti umani, a proteggere i civili e le infrastrutture, compresi gli aeroporti, a consentire l'accesso a medici, osservatori dei diritti umani, personale umanitario e ad agire al fine di proteggere la popolazione civile, compresi gli sfollati interni, i migranti, i rifugiati, i richiedenti asilo e i prigionieri, anche attraverso l'impegno delle Nazioni Unite". Così si conclude il documento finale della conferenza di Berlino sulla Libia. Sarebbe bastata questa pretesa di rispetto degli obblighi internazionali della ex Jamahiriya per portare finalmente in quel paese quello che manca da sempre: il rispetto dello Stato di Diritto e una presenza strutturata dell'Onu che verifichi i progressi.
La conferenza di domenica ha riportato a livello multilaterale quello che fino a ora è stato intra-governativo. La gerarchia delle priorità e la mancata partecipazione diretta di Serraj e Haftar non lasciano ben sperare per il futuro. Certo, entrambi hanno acconsentito alla creazione di un meccanismo, anche militare, che monitori il cessate il fuoco e l'embargo sulle armi, ma senza il loro coinvolgimento personale il processo politico previsto non andrà da nessuna parte. Troppo spesso nella ricostruzione del conflitto libico si fa l'economia di due passaggi: a livello internazionale delle risoluzioni del Consiglio di Sicurezza adottate all'iinizio delle rivolte contro Gheddafi, a livello italiano del Trattato di Amicizia Italia-Libia del 2009. Il secondo oggi non ci interessa, il primo invece sì.
La risoluzione 1973 del marzo 2011 stabiliva molti dei punti fermi fissati nell'accordo del 19 gennaio, arrivando a imporre addirittura una no-fly zone per assicurare il cessate il fuoco - primo punto dell'accordo di Berlino - e scongiurare i "crimini contro l'umanità" commessi contro la popolazione civile. Quelle iniziative, ivi compreso l'interessamento della Corte Penale Internazionale che portò all'incriminazione del figlio di Gheddafi e del capo dei servizi segreti per crimini contro l'umanità, restarono sulla carta senza che nessuno dei paesi che votarono a favore di quelle risoluzioni si sia mai impegnato a farle rispettare. Si passò all'uso delle armi per "cause di forza maggiore" scongiurando il perseguimento della pace anche attraverso l'affermazione della giustizia internazionale.
È positivo che chi ha interessi, influenze e militari sul campo abbia deciso di non farsi la guerra in Libia, ma l'assenza dei belligeranti al tavolo delle decisioni e il blocco di porti e pozzi da parte di Haftar in concomitanza coi negoziati non lascia ben sperare per il futuro di pace e riconciliazione di un Paese da decenni alla mercé di violenze, discriminazioni e soprusi. Se Serraj e Haftar non si son incrociati a Berlino, quali sono le probabilità che andranno a sedersi fisicamente al tavolo che le Nazioni unite organizzeranno a Ginevra entro gennaio per dar seguito agli impegni che, tra le altre cose, prevedono la formazione di un governo di unità nazionale? E se anche dovessero acconsentire a condividere il governo con l'altro, cosa garantisce che il governo di unità nazionale libico funzioni a differenza di tutti gli altri quelli composti in passato nel tentativo di portare pace e sicurezza in paesi in conflitto?
Dopo il Consiglio Affari generali dell'UE la questione sarà davanti al Consiglio di Sicurezza; la formazione di comitati e commissioni di controllo composte da cinque amici di Serraj e cinque sostenitori di Haftar non potrà garantire che oltre alla cessazione delle ostilità si possa accompagnare la Libia verso un futuro civilmente e politicamente migliore. Se è stato significativo portare di nuovo il conflitto alle Nazioni unite, adesso è fondamentale portare le Nazioni unite nel conflitto, come andava fatto nove anni fa. Senza una significativa presenza di caschi blu nel paese difficilmente ci saranno progressi nel rispetto degli impegni presi e della legalità internazionale.
di Riccardo Noury
Corriere della Sera, 22 gennaio 2020
In Grecia c'è una legge molto avanzata in tema di diritto alla salute: è la 4368 del 2016, che garantisce servizi medici e farmaceutici gratuiti agli appartenenti a "gruppi sociali vulnerabili", tra cui i minorenni a prescindere dal loro status, i rifugiati, i richiedenti asilo e - tra questi ultimi - i minori non accompagnati. A queste persone, soddisfatti determinati requisiti, è attribuito un numero di previdenza sociale che, tra le altre cose, permette loro di accedere gratuitamente alle cure mediche (l'acronimo greco è Amka).
Lo scorso luglio il ministero del Lavoro ha annullato la circolare che disciplinava l'attribuzione dell'Amka alle persone di nazionalità non greca. A ottobre è stata annunciata una nuova circolare che ha regolato la situazione dei rifugiati con status riconosciuto ma ha solo rimandato il problema per richiedenti asilo e minori stranieri figli di migranti irregolari, disponendo che nel loro caso sarebbe stata emessa una nuova circolare. La nuova legge sull'asilo, entrata in vigore un mese dopo, dispone che i richiedenti asilo possano avere accesso alle cure mediche gratuite attraverso un "numero temporaneo di assicurazione medica" (Paaypa).
Ma, viene precisato, a questo documento hanno diritto solo coloro che hanno completato la registrazione della loro domanda d'asilo. In altre parole, i richiedenti asilo la cui procedura non è stata completata non hanno diritto alla Paaypa. Inoltre, per diventare operativa, il sistema Paaypa necessita dell'adozione di una decisione inter-ministeriale, tuttora pendente. Per i bambini figli di migranti in condizione di irregolarità non è stara proposta alcuna soluzione alternativa.
Considerando il numero dei richiedenti asilo bloccati sulle isole greche - ne sono arrivati 50.000 solo nella seconda metà dello scorso anno - e la lentezza delle procedure (largamente frutto dell'accordo tra Unione europea e Turchia del marzo 2016), il diritto alla salute per decine di migliaia di persone che si trovano in Grecia, tra cui molti minori, è compromesso. Le direzioni di alcuni ospedali pubblici di Atene e alcuni medici nel servizio sanitario pubblico hanno mostrato grande sensibilità nel ricoverare richiedenti asilo colpiti da tumori o dall'Hiv che non avevano l'Amka (e ovviamente neanche la Paaypa).
Ma la generosità e l'umanità non possono risolvere le carenze legislative. Le strutture mediche private, come quelle di Medici senza frontiere nella capitale messe a dura prova dall'elevato numero di pazienti, hanno registrato a novembre un repentino aumento del numero di persone prive di Amka, ormai quasi la metà di quelle che si rivolgono al suo centro di Atene.
Un'altra organizzazione non governativa locale, Voce positiva, ha sollecitato le autorità greche a fornire farmaci retrovirali gratuiti ai cittadini non-greci, denunciando che "nei primi 10 mesi del 2019 il 43 per cento delle nuove diagnosi di Hiv ha riguardato migranti e rifugiati" e che i centri per malattie infettive non sono in grado di assistere pazienti privi di Amka.
Sul piano istituzionale, il difensore civico della Grecia ha espresso la sua preoccupazione. Lo stesso commissario dell'Unione europea per "la promozione del nostro stile di vita europeo" ha chiesto che sia trovata una soluzione. Che tuttavia, ancora non c'è. C'è invece un appello di Amnesty International per sollecitarla.
di Elena Papa
Corriere della Sera, 22 gennaio 2020
Il carcere modello di Nanterre è dello studio Lan dell'architetto Napolitano. Dostoevskij nel romanzo del 1866 Delitto e castigo scriveva: "Il grado di civilizzazione di una società si misura dalle sue prigioni". Sul tema la Francia ha dato il via al primo progetto pilota per una riforma penitenziaria. Il programma del nuovo sistema prevede una struttura in cui convivono detenzione e reintegrazione nella società.
A realizzare l'innovativo edificio penitenziario di minima sicurezza, appena ultimato, è lo studio francese Lan (Local Architecture Network) fondato dall'italiano Umberto Napolitano e dal francese Benoit Jallon. Se prima le carceri venivano realizzate nei centri urbani, verso la fine del Novecento si è optato definitivamente per il loro allontanamento dalla città.
La prigione di Nanterre, invece, è stata realizzata in una zona densamente abitata: il quartiere di Chemin-de-Ylle di Nanterre. Un'area mista composta da case unifamiliari, alloggi sociali degli anni Sessanta ed edifici industriali.
L'abolizione del muro - La realizzazione del nuovo penitenziario in città ha spinto gli architetti a pensare a una struttura che fosse in rapporto con il contesto urbano circostante.
"Il nostro primo pensiero è stato di "cancellare il muro" - racconta Umberto Napolitano - volevamo creare un involucro che non fosse un limite invalicabile ma che contenesse un edificio con una vera facciata, in rapporto diretto con la città. Così abbiamo realizzato un parallelepipedo di vetro rivestito in corten, un materiale resistente che cambia aspetto con il passare del tempo, interrotto solamente da una grande apertura".
In forma metaforica "l'apertura" è pensata dai progettisti come una finestra che mette in relazione l'architettura con la città, il dentro e il fuori. È riscontrato che i detenuti che non sono stati impiegati in un lavoro in carcere, una volta scontata la pena tornano a delinquere. In Italia i dati del ministero della Giustizia parlano di recidive che sfiorano il 70%.
La specificità del progetto è appunto nel riunire al suo interno i due programmi: il servizio di integrazione in libertà vigilata e il sistema di semi-libertà che consente al detenuto di uscire dall'edificio per svolgere delle mansioni utili al suo reinserimento nella società.
Nanterre può essere definito "un carcere senza sbarre" e dal design innovativo, non più pareti grigie e scure, ma spazi luminosi, i colori pastello rivestono la pavimentazione del cortile dotato di campi di basket e la corte è delimitata da specie arboree acquatiche.
La fascia verde, infatti, è stata progettata con appositi pannelli drenanti per il recupero dell'acqua piovana, riutilizzata per uso sanitario. Nanterre è un carcere "intelligente" dotato di un software ed elettronica per il controllo dell'intero edificio, sia per la gestione dei consumi energetici (30-50 kw/mq di energia primaria annua), sia per l'acqua calda (di cui il 70% viene scaldata dai pannelli solari), oltre al monitoraggio di tutti i sistemi di sorveglianza.
Una specie di "sala di regia", il quartier generale tecnologico. La sorveglianza dei detenuti in semi-libertà avviene in modo dinamico con braccialetti connessi. Il nuovo sistema Un percorso graduale che porterà presto a rinnovare gli strumenti e modernizzare la gestione delle carceri per ridisegnare il volto dei penitenziari. E soprattutto, a non abbandonare più i detenuti alla noia e alla solitudine, ma avviarli verso un effettivo percorso di rieducazione e formazione professionale.
La Repubblica, 22 gennaio 2020
La denuncia di Amnesty International: "Un nuovo attacco alla libertà di espressione". Si vuole colpire l'intenzione di danneggiare l'interesse nazionale e "infiammare l'opinione pubblica".
Sul un nuovo emendamento al codice penale del Qatar, che penalizza un'ampia gamma di attività nel campo dell'editoria e della comunicazione, si concentra la critica di Amnesty International. Si tratta di una decisione politica che, di fatto, limiterà in modo significativo la libertà di espressione, ad appena due anni dall'adesione del Paese al Patto internazionale sui diritti civili e politici. La legge, emanata dall'emiro Tamim bin Hamad Al Thani, emenda il codice penale aggiungendo l'articolo 136-bis, che autorizza il carcere per "chiunque diffonda, pubblichi, o ripubblichi voci non confermate, dichiarazioni, notizie false o faziose, propaganda provocatoria, a livello nazionale o all'estero, con l'intenzione di danneggiare l'interesse nazionale, infiammare l'opinione pubblica, violare il sistema sociale o il sistema pubblico dello stato".
Una legge che disattende impegni del passato. "Questa legge - dice Lynn Maalouf, direttrice delle ricerche sul Medio Oriente di Amnesty International - indica chiaramente una preoccupante regressione rispetto agli impegni presi due anni fa a garanzia del diritto di libertà di espressione.
Il Qatar possiede già numerose leggi repressive, ma quest'ultima dà un altro duro colpo alla libertà di espressione del paese e costituisce una palese violazione del diritto internazionale dei diritti umani. L'approvazione di una legge che può essere utilizzata con lo scopo di mettere a tacere critiche pacifiche è molto preoccupante - ha aggiunto - le autorità qatarine dovrebbero abrogare tali leggi coerentemente con i loro obblighi giuridici internazionali, e non approvarne altre".
Carcere fino a 5 anni e sanzione di 25.000 euro. Secondo questa nuova disposizione, la trasmissione o la pubblicazione "faziosa" può essere punita con il carcere fino a cinque anni e una sanzione di 100.000 riyal (quasi 25.000 euro), in palese violazione dell'articolo 19 del Patto internazionale sui diritti civili e politici, che garantisce il diritto di cercare, ricevere e diffondere informazioni e idee; nel 2018 il Qatar aveva ricevuto il plauso internazionale per la sua adesione al patto.
Il 18 gennaio, il giornale qatarino al-Raya ha pubblicato sul sito un articolo abbastanza dettagliato sulla nuova legge, riportandone il contenuto limitandosi a riassumere molte disposizioni senza alcun commento o analisi editoriale. Alcune formule erano diverse dal testo finale, ma i dettagli essenziali erano giusti; tra questi, un accurato riferimento alla potenziale pena di cinque anni di reclusione per "fomento dell'opinione pubblica".
Le scuse di un giornale per aver pubblicato la notizia. In 24 ore, tuttavia, il giornale ha provveduto a emettere una nota di scuse per aver pubblicato la notizia, esprimendo rammarico per "aver fomentato lo polemica", cancellando l'articolo e dichiarando che il testo era arrivato "da una fonte non ufficiale ed era stato pubblicato senza verifiche con le autorità competenti".
Il Qatar ha già leggi che limitano in maniera arbitraria la libertà di espressione, come la Legge sulla stampa e le pubblicazioni del 1979 e quella sui reati informatici del 2014. Nel 2012, il poeta qatarino Mohammed al-Ajami fu condannato a un lungo periodo di detenzione per aver recitato una poesia critica nei confronti dell'emiro nel suo appartamento privato mentre viveva all'estero (in seguito ha ottenuto la grazia ed è stato rilasciato).
Preoccupa anche il trattamento dei lavoratori immigrati. I dati sui diritti umani in Qatar sono molto preoccupanti, soprattutto quelli sul trattamento dei lavoratori migranti. La scorsa settimana, dopo che il Qatar ha annunciato una nuova legge che abolisce la necessità del permesso di uscita dal paese per i collaboratori domestici migranti, il ministero degli Interni ha dichiarato che le sanzioni per i lavoratori partiti dal Qatar senza permesso del datore di lavoro saranno ancora applicate, sebbene non esista nella legge alcuna disposizione che le preveda.
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