di Tiziana Maiolo
Il Riformista, 11 dicembre 2019
"E a un tratto Pinelli cascò" oppure "una spinta e Pinelli cascò"? Nelle due versioni della Ballata, diffusa nel 1970 su un 45 giri "parole e musica del proletariato", c'è la storia di un uomo, della sua vita e della sua morte. Giuseppe Pinelli, detto Pino, anarchico, ferroviere e staffetta partigiana. Brava persona, bravo padre di famiglia, bravo militante. "Suicida" secondo il questore e i suoi uomini che in quella notte del 14 dicembre di cinquant'anni fa l'avevano in custodia eppure non ne seppero proteggere l'integrità fisica.
"Suicidato", secondo le certezze di coloro che ne conoscevano personalmente le passioni che non contemplavano quel mal-di-vivere che può portare al desiderio di morire. Poi ci sono tutti quei testimoni dell'epoca, i sopravvissuti di un giornalismo curioso che con puntiglio voleva guardare dentro i fatti al di là delle versioni ufficiali. Coloro che non si sono mai arresi a una verità giudiziaria che non è una verità, che ha tormentato a lungo lo stesso magistrato, il giudice Gerardo D'Ambrosio, autore ed estensore di una sentenza che crea disagio. Prima di tutto in chi l'ha scritta. Che cosa sia esattamente un "malore attivo" non lo sa nessuno.
Quel che è certo è che un corpo, in una notte di dicembre milanese degli anni in cui ancora c'era la nebbia e tanto caldo non poteva esserci, è volato da una finestra del quarto piano, ha poi rimbalzato due volte sui cornicioni ed è precipitato a terra dopo una traiettoria diritta, come fosse stato un pacco. Invece era un uomo, si chiamava Pino Pinelli, era uno degli ottanta anarchici fermati la sera del 12 dicembre dopo la bomba di piazza Fontana.
Quell'uomo, nella terza sera trascorsa in questura senza l'avallo di alcun magistrato, a un certo punto nella stanza del commissario Calabresi dove lo stavano interrogando, non c'era più. Era giù, nel cortile della questura di via Fatebenefratelli. Volato via dalla finestra aperta. Oggi possiamo dire, tutti dicono, che l'anarchico del Ponte della Ghisolfa è stato la diciottesima vittima della strage alla banca dell'agricoltura.
Ci voleva il cinquantesimo anniversario per arrivare a questo riconoscimento. Ma nel 1969 valevano le parole del questore, a Milano: "Improvvisamente il Pinelli ha compiuto un balzo felino verso la finestra che per il caldo era stata lasciata socchiusa e si è lanciato nel vuoto". Aggiungendo in seguito, in una conferenza stampa, che "il suo alibi era crollato".
Nulla, neanche i morti di piazza Fontana, le sedici bare in una piazza Duomo grigia uggiosa e smarrita, nulla ha diviso la città, i suoi pensieri, le sue grida rabbiose, come i fatti di quella notte in questura e quel corpo giù nel cortile. Lo spettacolo di Dario Fo, "Morte accidentale di un anarchico", visto e rivisto da migliaia di persone all'interno di un triste capannone, la grande tela del pittore Enrico Baj ("I funerali dell'anarchico Pinelli"), e poi i tanti libri e il grande lavoro di quel gruppo di giornalisti che non si è mai arreso all'ipotesi del suicidio.
E poi un'altra notte, ancora fredda, con il buio squarciato dalle luci di grandi fari, eravamo tutti lì, in quello stesso cortile, ad assistere alla prova del manichino: buttato e poi caduto, e ancora buttato e poi caduto. Il cuore stretto, magistrati, poliziotti, giornalisti. Una cosa fu certa, Pino Pinelli non poteva essersi suicidato, la caduta verticale lo escludeva. Il corpo che era precipitato nel cortile era un corpo morto (pur se non in senso letterale), esprimeva un certo abbandono, una certa passività.
Ma non si poteva neppure dimostrare che qualcuno avesse afferrato quel corpo e lo avesse buttato giù. E per quale motivo, poi? Perché, in quella stanza, dove insieme ai poliziotti stranamente c'era anche un ufficiale dei carabinieri, era successo qualcosa di pesante, qualcuno si era sentito male e qualcun altro aveva perso la testa? Non si saprà mai, e tutti coloro che erano in quella stanza, pur con le loro testimonianze contraddittorie, furono assolti.
Il commissario Calabresi, capo dell'ufficio politico della questura, non era in quell'ufficio, che pure era il suo, in quel momento. Ma nelle piazze si gridò a lungo "Calabresi assassino", lo si scrisse sui giornali, lo si raccontò nelle vignette in cui il commissario era sempre vicino a una finestra aperta. Ci fu una denuncia per omicidio presentata da Licia Rognini, vedova Pinelli e ci fu una querela per diffamazione di Calabresi nei confronti del quotidiano Lotta continua.
E poi, mentre il caso Pinelli era stato archiviato dal giudice D'Ambrosio con quell'ipotesi di "malore attivo" che in definitiva scontentava tutti, il commissario Calabresi fu assassinato con due colpi alla nuca in via Cherubini, di fronte alla casa dove abitava. È il 1972, non sono passati tre anni da quella notte del dicembre 1969 e qualcuno pensa che giustizia sia stata fatta. Nel modo peggiore possibile. Non sarà così, ovviamente. Di nuovo con le sentenze non ci sarà pace su questa vicenda. E la condanna di Sofri, Pietrostefani e Bompressi per l'omicidio Calabresi lascia l'amaro in bocca come tutte le sentenze frutto di processi indiziari.
Sarebbe meglio non delegare più alle toghe il ricordo di Pinelli. Come ha già fatto con un grande gesto l'ex presidente della repubblica Giorgio Napolitano che nel 2009, nel giorno della memoria, ha riunito al Quirinale le due donne simbolo della sofferenza, Licia Rognini, vedova Pinelli, e Gemma Capra, vedova Calabresi.
E ad altre due donne, le figlie del ferroviere anarchico Claudia e Silvia, il merito, la capacità, l'intelligenza di aver preparato per questo 14 dicembre 2019 la "catena musicale" che unirà anche fisicamente (pur nell'assenza degli anarchici) piazza Fontana con i suoi morti e la questura con la sua diciottesima vittima, Pino Pinelli.
di Maria Nocerino
Redattore Sociale, 11 dicembre 2019
Intervista a Pietro Ioia, in passato in carcere per oltre vent'anni e da quindici impegnato nel reinserimento sociale e lavorativo di chi torna libero. Il sindaco De Magistris lo ha voluto nel ruolo di Garante: "Senza rieducazione si producono altri criminali".
Ha denunciato la Cella Zero del carcere di Poggioreale ed altre violenze perpetrate all'interno delle mura delle case circondariali, facendosi portavoce dei diritti dei reclusi e delle loro famiglie, avendo lui vissuto sulla propria pelle lo stigma dell'ex detenuto cui venivano sbattute le porte in faccia.
Pietro Ioia era lo spacciatore di riferimento di Forcella, per la sua pena ha scontato 22 anni di carcere e, successivamente, ha fondato l'associazione Ex D.O.N Detenuti Organizzati Napoletani, che oggi presiede: ieri è stato nominato Garante dei detenuti dal sindaco Luigi De Magistris. Ioia, 60 anni, da 15 è impegnato nel reinserimento sociale e lavorativo dei giovani che escono dal carcere, troppo spesso marchiati e costretti, dalla stessa società che dovrebbe rieducarli, a ritornare a delinquere. In questa intervista, ci racconta come la sua esperienza di vita sia stata la molla per un cambiamento di rotta che dovrebbe portare la società a vedere diversamente chi sbaglia e paga. Dalla sua storia è stato anche tratto uno spettacolo teatrale ispirato al suo libro "La Cella Zero".
Come nasce l'esperienza dell'associazione Ex Detenuti Organizzati?
"Nasce dalla mia esperienza di vita. Io ho scontato 22 anni di carcere e, una volta uscito, ho provato a cercare lavoro. Sono andato a Modena ma ho avuto solo porte sbattute in faccia perché quando venivano a sapere che ero stato in carcere, mi rifiutavano il lavoro. Così ho capito che bisognava far qualcosa, tornato a Napoli, ho fondato l'associazione che oggi presiedo e che è diventata una sorta di punto di riferimento per i detenuti e per le loro famiglie. Ci troviamo a Gianturco, offriamo supporto ai giovani ex detenuti e ai ragazzi a rischio che vogliono trovare un lavoro, stabilendo contatti, ad esempio, con le pizzerie e i ristoranti".
Come risponde la società civile?
"Purtroppo non bene, la maggior parte delle realtà che contattiamo non riesce a capire. C'è ancora molto da fare contro lo stigma. Bisogna dire all'opinione pubblica che i ragazzi a rischio dei quartieri e anche chi esce dal carcere deve essere aiutato a reinserirsi, non deve essere marchiato dalla società, altrimenti c'è il rischio che ci rimetta piede presto".
Nella sua esperienza il carcere ha avuto un valore rieducativo?
"No, assolutamente, io mi sono rieducato da solo, la mia esperienza personale è stata la molla che mi ha spinto a cambiare vita e a fare qualcosa per gli altri. Quando una persona entra in carcere deve essere trattata come persona, con una sua dignità, come prevede la Costituzione. Il problema è che le carceri attualmente sono vere e proprie scuole di criminalità e, senza rieducazione e reinserimento, producono solo altri criminali".
Lei è stato l'unico ex detenuto in Italia a fare visite ispettive in carcere...Cosa ha visto?
"Ho trovato carceri sovraffollate, dove venivano chiaramente violati diritti fondamentali, ho fatto varie denunce, la più importante è stata quella della Cella Zero a Poggioreale, grazie alla quale oltre venti persone sono indagate dalla Procura, tra cui decine di guardie penitenziarie e anche medici".
Lei è anche attore di cinema e teatro. Ha avuto un ruolo ne "La paranza dei bambini". Secondo lei che effetto hanno film del genere?
"Sì, sono attore anche se mi definisco sempre attivista. Al cinema, ho interpretato Alvaro, uno spacciatore del rione Sanità che alla fine viene ucciso. Il film, secondo me, ha avuto un buon effetto, il messaggio che passa è che i giovani di adesso vogliono tutto e subito e, prendendo questa strada, fanno una brutta fine".
di Valentina Ascione
Il Riformista, 11 dicembre 2019
Da una cella di Poggioreale a Garante dei detenuti di Napoli il passo non è affatto breve. In mezzo c'è una storia di riscatto lunga 15 anni. È la storia di Pietro loia, che il sindaco Luigi de Magistris ha nominato garante cittadino per i diritti delle persone private della libertà personale.
Una decisione che non ha mancato di suscitare polemiche. loia, napoletano di 60 anni, negli anni Ottanta, è stato un narcotrafficante internazionale.
"Sono stato arrestato e trattenuto in carcere per 22 anni. Nel 2002 sono uscito e ho deciso di cambiare vita. Da 15 anni lotto per i diritti dei detenuti", raccontava solo poche settimane fa in un'intervista al Riformista . Uscito di prigione, Ioia ha fondato l'Associazione Ex Don (detenuti organizzati napoletani), di cui è presidente, e ha iniziato la sua battaglia, denunciando le condizioni disumane delle carceri italiane: luoghi "criminogeni" che invece di rieducare addestrano all'illegalità.
Per primo ha denunciato le violenze sui detenuti nella cosiddetta "cella zero" a Poggioreale, per cui si sta svolgendo il processo a carico di alcuni agenti di polizia penitenziaria. La cella zero è diventato anche un libro e poi uno spettacolo teatrale. Pietro Ioia è fortemente impegnato nel reinserimento sociale e lavorativo dei giovani che escono dal carcere, per evitare che tornino a delinquere.
Con la sua associazione è diventato un punto di riferimento per i detenuti e per le loro famiglie. E adesso potrà esserlo anche formalmente, grazie alla nomina a Garante cittadino da parte del sindaco di Napoli. Una nomina aspramente criticata da alcune sigle sindacali della Polizia penitenziaria e anche da rappresentanti della Lega che ne invocano il ritiro, definendo "indecente" la scelta di indicare "un pregiudicato, con diversi anni passati dietro le sbarre per reati gravi".
Soddisfatti invece i Radicali per i quali Pietro loia è la scelta migliore possibile: "È già di fatto il Garante dei diritti dei detenuti. Noi gli abbiamo riconosciuto da sempre questo ruolo". "De Magistris ne ha fatta una buona". ha commentato sui social Rita Bernardini.
di Giuliana Covella
Il Mattino, 11 dicembre 2019
Insorgono gli agenti penitenziari: "Mai Ioia in un carcere napoletano". Protestano Lega, Verdi e Fdi, plauso dei Radicali, silenzio Pd. Ventidue anni e sei mesi trascorsi dietro le sbarre dei penitenziari di Napoli, Campania, Italia e Spagna per scontare reati legati alla sua attività dell'epoca: narcotrafficante. Eppure Pietro Ioia, 60enne, si è riscattato dal suo passato.
Prima fondando, 14 anni fa, l'associazione Ex Don per difendere i diritti dei carcerati, poi denunciando i pestaggi avvenuti tra il 2013 e 2014 a Poggioreale nella cosiddetta Cella Zero. Denunce fatte insieme ad altri ex reclusi per le quali è in corso un processo, che vede imputati 12 agenti di polizia penitenziaria. Oggi il nome di Ioia continua a scatenare polemiche, dovute alla sua nomina come Garante dei diritti delle persone detenute e private della libertà personale, come si legge nel decreto firmato dal sindaco.
Gran parte delle reazioni negative riguarda la mancanza dei requisiti previsti dall'avviso pubblico: dove c'è scritto che non è richiesto alcun titolo di studio specifico, ma esclusivamente formazione e conoscenza della materia. A chiedersi "come possa entrare nei penitenziari un soggetto con un casellario giudiziario di tale rilevanza" è Luigi Castaldo, segretario provinciale Osapp: "Come può lo Stato, attraverso il sindaco, permettere che a garantire i detenuti sia un soggetto che ha rappresentato l'anti-Stato?". Contrari si dicono il presidente Uspp Giuseppe Moretti e il segretario regionale Ciro Auricchio: "Non capiamo perché in gran parte delle città italiane siano stati scelti avvocati, dirigenti penitenziari, docenti mentre il Comune di Napoli abbia fatto una nomina alternativa e ribelle". "Ennesimo caso di confusione che offende le vittime della criminalità e chi in carcere svolge il suo lavoro credendo di servire lo Stato", secondo il segretario generale del Sindacato Polizia Penitenziaria, Aldo Di Giacomo, che annuncia: "Gli agenti chiederanno un intervento del ministro".
Va giù duro il consigliere regionale Francesco Borrelli: "Un soggetto con una visione distorta della legalità arrivato a sostenere che la metà dei parcheggiatori abusivi non sono estorsori". A storcere il naso anche la Lega. "Il sindaco dell'illegalità ha nominato l'ex capo dei parcheggiatori abusivi - tuona il parlamentare Gianluca Cantalamessa - uno che ha denunciato la polizia penitenziaria offendendo tutti coloro che indossano una divisa. È giusto che una persona si ravvede, ma da qui a nominare Garante chi chiede indulto e amnistia per i detenuti mi sembra una provocazione".
"Una scelta indecente - la definiscono Simona Sapignoli, coordinatrice cittadina, e Vincenzo Moretto, consigliere comunale - Dopo la galera si ha diritto a una vita nuova, ma è fuori luogo ottenere incarichi istituzionali". "Sbagliato nominare chi ha combattuto contro lo Stato - dice Marco Nonno, consigliere comunale di FdI - un ex magistrato, che dovrebbe avere il senso delle istituzioni, strizza l'occhio a chi vi è stato contro".
"Una vittoria radicale la nomina di Ioia come Garante dei detenuti, un nuovo punto di riferimento per gli oltre 3.500 reclusi partenopei", dice Raffaele Minieri, della direzione nazionale di Radicali Italiani e ideatore della proposta di istituzione del Garante a Napoli. "L'impegno di Ioia è un esempio per tutti. Ha fatto visite ispettive nelle carceri insieme ai Radicali per il Mezzogiorno Europeo fino a quando non gli è stata negata l'autorizzazione".
Per Riccardo Polidoro, responsabile Osservatorio Carcere Unione Camere Penali Italiane, "Ioia è come Sofri, anche lui vittima di polemiche ridicole come avvenne per l'ex leader di Lotta Continua, quando nel 2015 fu nominato consulente del ministero della giustizia per gli Stati Generali delle carceri.
Sono uomini che si sono riscattati, difendendo i principi della Costituzione secondo cui il carcere deve rieducare i detenuti. Ioia lo ha fatto e da 14 anni ne difende i diritti". "Per statuto nazionale la nostra associazione non sceglie tra i propri soci ex detenuti per non ricadere in una sorta di "partigianesimo" - interviene Luigi Romano, presidente associazione Antigone - Speriamo solo di avere un confronto virtuoso con lui".
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 11 dicembre 2019
La Consulta ha accolto la questione sollevata dal Tribunale di Reggio Calabria. La recente riforma dell'Ordinamento penitenziario aveva allargato il meccanismo della ostatività per l'accesso ai benefici penitenziari.
di Viviana Lanza
Il Mattino, 11 dicembre 2019
Monica Amirante: "Nulla da dire sulla persona, ma la sua nomina appare in questo momento inopportuna". Il magistrato Monica Amirante, attuale presidente del Tribunale di Sorveglianza di Salerno e con una lunga esperienza da giudice presso il Tribunale di Sorveglianza di Napoli, invita a spostare la riflessione su un altro piano, senza guerre di posizioni, fuori dal campo delle polemiche che rischiano di creare tensioni.
La presidente Amirante conosce bene la realtà delle carceri, le condizioni di vita dei detenuti e gli sforzi e le criticità affrontate quotidianamente da chi lavora all'interno delle strutture penitenziarie.
Presidente, in queste ore infuria la polemica attorno alla nomina di Pietro Ioia scelto dal sindaco Luigi de Magistris come Garante dei detenuti della città di Napoli. I più critici sono i Sindacati della polizia penitenziaria che contestano fermamente la scelta del sindaco e sostengono che Ioia non abbia tutti i requisiti professionali richiesti. Cosa ne pensa?
"È opportuno premettere che Pietro Ioia è una persona che ha riportato condanne e ha espiato interamente la sua pena. Su questo punto, quindi, non si discute: oggi è un uomo libero, ai sensi dell'articolo 27 della Costituzione si deve immaginare che abbia compiuto il suo percorso di risocializzazione. C'è però un processo tuttora in corso per delle lesioni che ha denunciato di aver subìto in carcere, per cui nulla da dire sulla persona Pietro Ioia. Ma sulla sua nomina, invece, qualche riflessione si può fare".
Quale?
"Il garante è una persona che deve essere accompagnato da una aura di autorevolezza e credibilità e deve svolgere il proprio lavoro potendo dialogare serenamente con tutte le parti all'interno del carcere con la finalità di garantire i diritti del detenuto. Ebbene, è evidente che per Pietro Ioia c'è una questione di grande conflittualità - non sono io a dirlo - con tutto il personale della polizia penitenziaria, non solo con le persone che sono state oggetto della sua denuncia. Bisognava considerare che il processo sulle lesioni denunciate non è stato ancora definito".
Il riferimento è al processo sui presunti pestaggi nella cosiddetta "cella zero" del carcere di Poggioreale che nasce dalla denuncia di Ioia e di altri detenuti ed è ancora nella fase del dibattimento in primo grado con una dozzina di agenti della polizia penitenziaria imputati. Dunque, più che la scelta della persona sarebbe discutibile il tempismo della nomina?
"Ritengo che ci sia un profilo di opportunità che avrebbe consigliato in questo momento di pensare a un'altra persona e non a Pietro Ioia, il quale stava già svolgendo il suo lavoro di denuncia come cittadino impegnato in maniera apprezzabile. Ioia si è esposto in prima persona, la sua denuncia è stata coraggiosa perché l'istituzione carcere è un'istituzione forte, dove le persone diventano di fatto numeri al di là della buona volontà e dell'impegno che tanti della polizia penitenziaria mettono nell'espletamento di questo complicato lavoro. Ma credo sia stata sbagliato il momento. Tuttavia non c'è alcun impedimento oggettivo, è una nomina che va rispettata e serve collaborazione".
Perché, secondo lei, il sindaco ha fatto questa scelta?
"Immagino che abbia fatto una scelta di campo dalla parte dei più deboli, una scelta simbolica che però rischia di non raggiungere l'obiettivo prefissato, di alimentare polemiche e tensioni e di compattare la polizia penitenziaria contro una nomina che ritiene non idonea a tener conto anche delle proprie esigenze".
La situazione delle carceri è sempre un tema caldo, Poggioreale è l'istituto di pena più grande di Italia e le criticità sono tante. Qual è la priorità?
"Il carcere è un posto delicato, è un luogo di tanto dolore. I problemi da affrontare sono molti e nonostante gli sforzi c'è ancora tanta strada da fare. Una priorità è sicuramente la sanità: serve più dialogo tra carcere e strutture sanitarie se si vuole garantire a tutti i detenuti il diritto alla salute, che è uno dei diritti fondamentali tutelati dalla Costituzione, tanto più che si parla della salute di un corpo già privato della libertà personale".
di Giacomo Cocchi
Avvenire, 11 dicembre 2019
Il distretto del tessile scommette sull'inserimento per chi ha scontato la pena: turni di otto ore nel settore del confezionamento per 5 persone in semilibertà. Tra i promotori la Caritas, l'azienda Pointex e la Regione.
Nel carcere della Dogaia di Prato verrà aperta una azienda di confezioni dove saranno impiegati detenuti verso il fine pena e per questo bisognosi di una opportunità seria e concreta di lavoro in vista di un futuro reinserimento nella società. Il progetto non poteva che nascere a Prato, città del tessile e realtà da sempre attenta a sostenere le persone con fragilità sociali attraverso l'azione della Caritas diocesana.
E proprio quest'ultima ha coordinato il progetto presentato nei giorni scorsi in Palazzo vescovile alla presenza del vescovo di Prato, monsignor Giovanni Nerbini, e degli altri soggetti promotori. Nell'area semiliberi del carcere maschile della Dogaia verrà aperto un reparto di lavoro per la confezione di sotto-fodere per materassi.
Si tratta di una produzione resa possibile grazie alla Pointex, azienda specializzata nel settore, che farà da committente delle lavorazioni, e dalla cooperativa sociale San Martino della Caritas diocesana di Firenze, organizzazione che vanta una lunga esperienza di lavoro con i detenuti nella casa circondariale fiorentina Mario Gozzini, dove ha aperto un servizio di lavanderia.
Nel progetto Confezione, questo il nome dell'iniziativa, saranno impiegati prima con un tirocinio e poi con un regolare contratto cinque detenuti in regime di semilibertà. I turni sono di otto ore per cinque giorni la settimana.
Il team sarà coordinato da un capo reparto, una persona esterna, dunque non un detenuto, appositamente formato al ruolo dalla Pointex, che fornirà in comodato d'uso gratuito le macchine da cucire e le altre attrezzature necessarie allo svolgimento della produzione. "Se il problema della mancanza di un lavoro è diventato drammatico per chi lo ha perso lo è ancora di più per i carcerati - ha osservato Nerbini - e sappiamo benissimo che chi non ha avuto opportunità di lavoro e formazione durante la detenzione è a rischio recidiva. Per questo motivo progetti come quello che presentiamo sono importanti: è bello vedere più soggetti che si mettono insieme e che con coraggio decidono di fare una scommessa del genere".
Il direttore della casa circondariale della Dogaia Vincenzo Tedeschi ha detto di aver accolto la proposta con entusiasmo, "non è facile per noi proporre esperienze di lavoro significative che vadano oltre l' assistenzialismo, dare una chance ai detenuti è fondamentale per evitare che una volta usciti tornino a delinquere".
Non assistenzialismo dunque, ma una vera attività imprenditoriale. Solo così, attraverso un impiego vero e proprio, scandito da regole e condizioni lavorative reali, è possibile acquisire le competenze utili per potersi reinserire un domani nel mondo del lavoro.
Si tratta di una scommessa che Caritas di Prato e Firenze, Pointex, Società della Salute, Regione Toscana e la Casa circondariale della Dogaia hanno scelto di compiere tutti insieme per attuare quanto previsto dall'articolo 27 della Costituzione: le pene "devono tendere alla rieducazione del condannato".
di Bernardo Parrella
Il Manifesto, 11 dicembre 2019
Lo scoglio del Senato e i tempi lunghi del dibattito potrebbero incagliare il More Act, il cui punto più controverso sta nella sovrattassa federale del 5%. Il Congresso degli Stati Uniti ha dato finalmente il via all'iter di riforma per la depenalizzazione della cannabis a livello nazionale. Un passo importante e più che dovuto, visto che oggi sono 33 gli Stati che prevedono norme per la marijuana terapeutica e circa un terzo di questi la prevede anche in ambito ricreativo per i residenti maggiorenni.
Nonostante questi sviluppi e pur se due terzi degli americani ne auspica qualche tipo di regolamentazione, la cannabis resta nella classificazione più restrittiva, e quindi fuorilegge a tutti gli effetti. Situazione anacronistica che si prevede di superare e uniformare quanto prima, grazie al disegno di legge introdotto lo scorso luglio dai democratici Jerry Nadler e Kamala Harris, noto come More (marijuana opportunity, reinvestment and expungement) Act. La proposta ha appena ottenuto il primo semaforo verde nella commissione giustizia della Camera, con un voto favorevole di 24 a 10.
Tre i punti qualificanti: eliminare la cannabis dall'elenco proibizionista del Controlled Substances Act del 1971; annullare o rivedere le precedenti condanne per reati non violenti per possesso personale; imporre la tassa federale del 5% sulla vendita di prodotti legati alla cannabis per risarcire comunità e individui maggiormente colpiti dalla war on drugs e per incentivare la nuova imprenditoria legale. Elementi fondamentali questi per il successo della riforma, che in pratica vuole confermare l'indipendenza legislativa dei singoli Stati garantendo al contempo alle casse federali una minima fetta delle entrate locali.
Prossimo passo è la discussione generale e il voto finale alla Camera, dove i 50 co-sponsor della normativa raggiunti nel frattempo fanno ben sperare. Diversamente da quanto invece si prevede al Senato dove vige la maggioranza repubblicana, che si presume finirà per rispecchiare i dati degli ultimi sondaggi: soltanto il 51% dei votanti repubblicani si dice favorevole alla regolamentazione, contro il 76% degli elettori democratici e il 68% degli indipendenti.
Altro intoppo potrebbe essere determinato dai tempi del dibattito nei due rami parlamentari, con l'arrivo della pausa per le festività di fine anno e soprattutto della ripresa dell'impeachment contro Trump, le cui complesse procedure stanno letteralmente logorando i parlamentari (e ancor più l'opinione pubblica). Ma forse il punto più controverso della proposta sta proprio nella sovrattassa federale del 5%. Come hanno subito rimarcato attivisti e organizzazioni da tempo impegnati per la regolamentazione, il maggior nemico di quest'ultima rimane pur sempre il mercato nero. I produttori illegali non devono certo chiedere o aspettare permessi di coltivazione, distribuzione e vendita, né pagare i dazi dei vari passaggi burocratici.
Per esempio, la California, maggior mercato mondiale per la cannabis legale, impone già le comuni tasse locali (intorno al 7,5%), la cosiddetta excise tax (15%) e un'ulteriore imposta per la vendita all'ingrosso di foglie o fiori essiccati. Non a caso le entrate al dettaglio del primo anno di legalità ricreativa hanno raggiunto appena 2,5 miliardi dollari, inclusive anche del settore medico. Un calo di circa 500 milioni rispetto all'anno precedente, quando ne era legale soltanto l'uso terapeutico. E secondo le prime stime, il balzello federale porterebbe a un totale pari al 50-80% di imposte aggiuntive per l'acquirente californiano.
Non è difficile capire che così sarebbe virtualmente impossibile per i produttori legali competere con un mercato nero oramai di livello professionale. La speranza è che l'attuale testo federale venga modificato cammin facendo, o che si trovino soluzioni generali più consone. Occorre evitare che lo storico percorso di riforma avviato con il More Act finisca per creare un inatteso e tragico effetto boomerang.
Giornale di Sicilia, 11 dicembre 2019
Si allarga l'inchiesta, coordinata dal procuratore della Repubblica di Agrigento, Luigi Patronaggio, sulle presunte violenze e sulle carenze strutturali all'interno del carcere "Di Lorenzo". Circa trenta detenuti hanno segnalato anomalie e adesso saranno sentiti dia carabinieri.
L'inchiesta, per il momento a carico di ignoti, per le ipotesi di violenza privata e omissione di atti di ufficio, è stata avviata in seguito alle denunce dei Radicali che hanno presentato un dossier per segnalare violenze all'interno del reparto di isolamento della struttura di contrada Petrusa. Le indagini hanno avuto un'accelerazione in seguito alla ribalta mediatica del caso, sollevata dal deputato di Italia viva Roberto Giachetti, che ha presentato un'interrogazione parlamentare scritta, e da una delegazione del Partito Radicale, guidata da Rita Bernardini e dall'Osservatorio carceri delle Camere penali, che hanno effettuato una visita ispettiva lo scorso 17 agosto, conclusa con la denuncia al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria.
Sulla base di ciò diversi detenuti, una trentina - qualcuno, nel frattempo, è stato trasferito in altre strutture - hanno scritto ai pm e al Garante dei detenuti, che a sua volta aveva eseguito un'ispezione, per segnalare circostanze ritenute, sottolineano fonti giudiziarie, di interesse investigativo.
I carabinieri sono stati delegati dal capo dei pm agrigentini di sentirli tutti e acquisire la loro testimonianza. Patronaggio, pochi giorni dopo l'apertura del fascicolo, ha fatto un'ispezione nella struttura con gli stessi carabinieri eseguendo riprese video e fotografiche. Il materiale raccolto verrà esaminato per l'ulteriore sviluppo delle indagini.
tempostretto.it, 11 dicembre 2019
Un regalo di Natale in anticipo quello del Rotary Club Stretto di Messina, che ha donato al carcere di Gazzi un nuovo manto erboso sintetico nell'area giochi: scivoli, casette, tricicli, sedie, tavoli e panchine in uno spazio attrezzato e dedicato ai bambini in visita ai genitori detenuti. "Un manto erboso (finto) per un sorriso (vero) di un bimbo" è il significativo messaggio riportato sulla targa d'ingresso, un benvenuto su un "terreno verde" che, esteso per 200 metri quadri, ha dato un volto nuovo alla piccola struttura.
"La storica collaborazione con il CePas dura ormai da trent'anni. È una presenza fondamentale, l'attività dei volontari è un grande aiuto e quando si associano i club-service allora diventa sempre più significativa", ha dichiarato la direttrice del carcere, Angela Sciavicco, ringraziando il Rotary Club Stretto di Messina: "I soci hanno messo a disposizione le loro risorse ottenendo grandi risultati. Questo spazio è un dono davvero gradito per i bambini".
Entusiasta l'ex presidente del club-service, Giuseppe Termini, che ha avviato il progetto nel proprio anno sociale: "Il club ha affiancato il CePas con grande piacere. Siamo soddisfatti del lavoro svolto". Sensazioni positive anche per l'attuale presidente Thanos Liossis: "Cercheremo di fare sempre qualcosa nel sociale, andremo avanti con piccole e utili iniziative, restando sempre attenti alla realtà del carcere".
"Questo dono è l'ultima fase del progetto sulla genitorialità, in cui abbiamo trattato il tema della paternità realizzando anche un cd di fiabe con le voci dei detenuti", ha ricordato la vice presidente del CePas Messina (Centro Prima Accoglienza Savio), Lalla Lombardi, insieme al presidente don Umberto Romeo che, con padre Salvatore Alessandrà (cappellano del carcere), ha benedetto la nuova area: "Dobbiamo ringraziare anche l'ex direttore Calogero Tessitore, il giudice Nicola Mazzamuto, gli agenti e i collaboratori che sono parte viva di questa esperienza di recupero e superamento della pena.
Il carcere è parte della città che deve sentirsi impegnata. Si sta facendo tanto e speriamo di continuare la collaborazione con il Rotary", ha sottolineato don Romeo, concludendo con un importante messaggio di speranza: "Il sorriso è una curva che raddrizza tutto e il sorriso di un bimbo può dare forza ai genitori per andare avanti".
- Chieti. "Detenzione Creativa", i risultati del progetto Caritas nel carcere
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