di Giansandro Merli
Il Manifesto, 23 gennaio 2020
Gradisca d'Isonzo. La denuncia dei Radicali che accusano gli agenti. Rimpatriati 4 "testimoni". In tutta questa storia c'è una sola certezza: domenica 12 gennaio Vakhtang Enukidze era vivo, sabato 18 è morto. Durante questi sette giorni l'uomo è rimasto sotto la custodia dello Stato. Prima nel Centro di permanenza per i rimpatri (Cpr) di Gradisca d'Isonzo, poi nel carcere di Gorizia e di nuovo nel Cpr. Come sia possibile perdere la vita a 38 anni, privati della libertà personale, dopo aver accettato il rimpatrio e godendo di buona salute dovranno stabilirlo le indagini.
Sebbene non sia chiaro cosa è successo in quella settimana, si inizia a capire ciò che sicuramente non è accaduto. Enukidze non è morto a causa delle conseguenze di una rissa con un altro recluso, come avevano sostenuto inizialmente alcune ricostruzioni apparse sulla stampa. Lo confermano le numerose testimonianze raccolte dal Garante dei detenuti Mauro Palma, entrato nella struttura detentiva lunedì scorso, e quelle ascoltate dal deputato di +Europa Riccardo Magi, che ha effettuato due visite ispettive, domenica sera e lunedì mattina. "In quella colluttazione Vakhtang ha avuto la meglio - ha affermato ieri Magi in una conferenza stampa alla Camera - Tutti confermano che ad essa è seguito un pesante intervento degli agenti. Circa 10. Dai racconti pare che uno di loro lo abbia colpito con l'avambraccio dietro la nuca e un altro con il ginocchio sulla schiena". Per comprendere questa scena è necessario riavvolgere i fili di quelle che la precedono.
Lunedì 13 Enukidze sarebbe dovuto essere rimpatriato. Senza scorta, perché l'operazione era concordata e non ritenuta pericolosa. Il giorno precedente, però, nel Cpr ci sono delle proteste, alcune suppellettili vengono danneggiate e tre persone fuggono. Enukidze partecipa, è agitato, anche perché non trova più il suo cellulare, unico strumento per comunicare con la famiglia in Georgia. Secondo la testimonianza di un recluso, pubblicata su Facebook da "No Cpr e no frontiere - Fvg", l'uomo sarebbe stato manganellato perché voleva continuare a cercare il telefono. Una volta in cella si sarebbe ferito allo stomaco con un oggetto. Il giorno seguente, visto lo stato emotivo e forse anche quello fisico del georgiano, il rimpatrio non avviene. Martedì nel centro ci sono nuovi disordini nel mezzo dei quali Enukidze si scontra con un nordafricano. Dopo il duro intervento degli agenti viene "trascinato via come un cane", dicono tre testimoni. Lo portano nel carcere di Gorizia, in attesa del processo per direttissima per aggressione.
La struttura è composta da 3 grandi celle di 8 posti. Il Garante spiega che per gli agenti non è semplice inserirlo in quel luogo. Segno che è agitato, ma ancora in qualche modo in forze. Giovedì 16 il giudice rimanda la direttissima e lo rilascia a piede libero, che in questo caso significa un nuovo trasferimento nel Cpr. Al rientro i compagni lo vedono molto dolorante. Con traumi evidenti. Non si capisce quanto è lucido. Venerdì accusa forti dolori allo stomaco, è frastornato. A Magi alcuni reclusi raccontano che Enukidze chiede l'intervento medico. Poi non riesce più a parlare. Durante la notte le sue condizioni si aggravano. Perde bava dalla bocca. Cade dal letto. La mattina dopo lo trasportano via in ambulanza. Poco dopo muore.
"C'è il rischio di un nuovo caso Cucchi - sostiene l'avvocato Gianfranco Schiavone, vicepresidente dell'Associazione studi giuridici per l'immigrazione (Asgi) - Per escluderlo va fatta un'indagine rigorosa". Gli strumenti per ricostruire i fatti sono quattro: i video delle circa 200 telecamere interne; i risultati dell'autopsia, che la famiglia della vittima ha chiesto di rimandare per nominare un perito di parte; i referti medici; le testimonianze. Su quest'ultimo punto c'è stato ieri un botta e risposta tra Magi e il procuratore di Gorizia Massimo Lia. L'esponente di +Europa ha affermato che quattro reclusi presenti al momento dei fatti con cui ha potuto parlare sono stati espulsi: uno prima della morte di Enukidze e tre (egiziani) nella notte tra lunedì e martedì. Il procuratore ha risposto che le persone sono state ascoltate prima dell'allontanamento dall'Italia.
Così, però, sarà ben difficile interrogarle nuovamente, qualora ce ne fosse bisogno, o farle comparire nell'eventuale processo. Cosa rilevante, visto che uno dei quattro sarebbe proprio l'uomo con cui Enukidze ha avuto la colluttazione. C'è poi da considerare il contesto di raccolta delle testimonianze. L'avvocato Schiavone sottolinea che, visto il coinvolgimento di alcuni agenti, le persone dovrebbero essere ascoltate fuori dal Cpr, in contesti in cui non siano possibili influenze o minacce, dirette o percepite. Si giocherà anche intorno a questi elementi di garanzia la possibilità di stabilire davvero chi ha ucciso Enukidze.
Il Fatto Quotidiano, 23 gennaio 2020
La Corte d'assise d'appello di Palermo ha trasmessogli atti sul caso di Ben Cheikh Jabranne, tunisino, "affinché si indaghi contro ignoti per il reato di tortura su eventuali responsabilità degli agenti di Polizia penitenziaria della Casa circondariale Pagliarelli" di Palermo.
Lo ha rivelato il sito MeridioNews.it. Ben Cheikh Jabranne - secondo quanto ricostruito dal sito - sta scontando una condanna definitiva per droga ed è sotto processo nell'ambito di un'inchiesta che riguarda un'organizzazione criminale che gestiva i viaggi di migranti a bordo di gommoni veloci dalla Tunisia alle coste trapanesi.
Le condizioni nel carcere Pagliarelli le aveva denunciate, secondo il sito, in aula quando aveva raccontato di essere stato denudato e costretto a dormire in un letto pieno di urina. Il suo legale, Carmina D'Agostino, a MeriodioNews.it ha raccontato: "Ho rivisto il mio assistito... e ho notato che ha dei lividi intorno alle orbite degli occhi e un taglio sul sopracciglio". E ha aggiunto: "Il presidente ha sollecitato il Dap per un immediato trasferimento".
di Marianna Gianforte
Il Centro, 23 gennaio 2020
Detenuto della 'ndragheta in 41bis può fare regali alla figlioletta: giudice abruzzese crea il precedente. Una stanza di 6 metri quadrati con una sedia per il detenuto e divisa in due dal vetro divisorio a tutta altezza, e una porta per consentire l'ingresso dei minori.
Con sé soltanto un pacchetto di fazzoletti di carta e una bottiglietta d'acqua. In questo contesto si svolge l'incontro tra i genitori detenuti in regime di 41bis e i loro figli all'interno del carcere dell'Aquila. O meglio: si svolgeva, perché a partire dal 14 gennaio scorso, grazie a una battaglia legale avviata quasi due anni fa dall'avvocata del foro dell'Aquila Nicoletta Ortenzi, che difende un detenuto delle cosiddette "Costarelle", è possibile per i reclusi portare anche piccoli giochi o dolci durante i colloqui con i famigliari minori di 12 anni.
A firmare l'ordinanza, riconoscendo la validità del ricorso intentato dal detenuto, padre di una bimba di quasi 5 anni, è stato il Tribunale di sorveglianza dell'Aquila riunito in Camera di consiglio e presieduto dalla magistrata Francesca Del Villano. Una vittoria che potrebbe sembrare un vezzo per detenuti che devono scontare il carcere duro, ma che, invece, come sostiene l'avvocata Ortenzi, riguarda un passo avanti verso l'allargamento dei diritti dei genitori detenuti in 41bis e soprattutto tutela il diritto dei bambini a un'infanzia serena. "Qualcosa che va al di là della violazione della normativa del settore e che sconfina nella violazione del principio di umanità della pena", spiega la legale.
Parte dunque dall'Abruzzo e dal carcere di massima sicurezza dell'Aquila che ospita 166 detenuti al 41bis provenienti da tutto il territorio nazionale, un approccio diverso alla detenzione di massima sicurezza e che potrebbe riguardare anche altri istituti di pena in Italia, come conferma la legale.
La storia è quella di Paolo (nome di fantasia, per tutelare la privacy della figlioletta), classe 1988. Un ragazzo del Meridione, una vita segnata da una scia di delitti che lo fanno finire in carcere giovanissimo, prima nella sua provincia, poi nel capoluogo abruzzese, nel carcere in cui scontano la pena gli assassini di Giovanni Falcone, Marco Biagi, Massimo D'Antona, e dov'è reclusa l'ex brigatista Nadia Lioce.
Estorsione, rapina, associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti: questi i reati commessi da Paolo, per i quali la crocetta della fine pena è posta nel 2028. Il ragazzo è padre di una bimba di circa 5 anni, Viola, anche questo un nome di fantasia, nata quando lui era già in carcere. Il rapporto tra figlia e padre è sempre avvenuto attraverso il filtro della reclusione, incontri fugaci di un'ora, al massimo due. Sempre più difficile, con il passare degli anni, mantenere un rapporto con la bambina, "che incomincia ad annoiarsi nella stanzetta asettica con quello che potrebbe essere quasi uno sconosciuto", spiega l'avvocata.
"Tutto inizia con una circolare ministeriale del 2017", ricostruisce l'avvocata, "e che in due articoli prevede forti restrizioni per i detenuti che incontrano i loro famigliari. Nel caso specifico, l'articolo 16 prevede che i piccoli doni che i detenuti vogliono fare ai loro figli debbano essere consegnati dagli agenti penitenziari soltanto alla fine dell'incontro".
Alla circolare si è opposto Paolo, che ha visto così peggiorare la qualità del rapporto con la sua bambina, che vede di rado; due le istanze presentate al magistrato di Sorveglianza nell'aprile del 2018. "Il mio assistito ha evidenziato il pregiudizio all'esercizio del suo diritto genitoriale a mantenere rapporti con la figlia, circostanza per cui si violano gli articoli 2 e 3 della Costituzione italiana sul rispetto della dignità umana, l'articolo 27 che promuove il principio della finalità rieducativa della pena, la Convenzione europea sui diritti dell'uomo e la Risoluzione europea del 2008, in cui si ribadisce l'importanza del rispetto dei diritti del fanciullo". La casa circondariale dell'Aquila ad agosto si è opposta all'ordinanza del magistrato di Sorveglianza che aveva accolto il reclamo dell'avvocata Ortenzi, la quale a dicembre ha dovuto nuovamente rappresentare la questione davanti al Tribunale.
Con l'ordinanza di gennaio il Tribunale ha rigettato l'impugnazione del carcere ordinando di consentire al padre di acquistare giochi e dolci da consegnare direttamente alla figlia durante i colloqui in carcere.
Il Gazzettino, 23 gennaio 2020
I penalisti scendono nuovamente in sciopero contro la riforma della prescrizione. L'appuntamento è fissato per il 28 gennaio, giorno in cui gli avvocati si asterranno dalle udienze. A Venezia la Camera penale ha organizzato per l'occasione un'assemblea, alle 10, alla Cittadella della giustizia di piazzale Roma, nel corso della quale il professor Emanuele Fragasso parlerà della riforma Bonafede con una relazione su: "Il diritto penale diventa anche perpetuo oltre che totale".
Nel frattempo la Camera penale veneziana, presieduta da Renzo Fogliata, è pienamente operativa dopo il rinnovo delle cariche. Nel corso della prima riunione, il direttivo ha nominato vicepresidente Simone Zancani, segretario Luca Mandro e tesoriera Claudia De Martin. All'avvocatessa Federica Bertocco è stata attribuita delega per i rapporti istituzionali. Rinnovate le commissioni: Giurisprudenza sarà gestita da Fabiana Danesin (referente per il direttivo Claudia De Martin); Cultura da Carmela Parziale (Federica Bertocco); Aggiornamento professionale da Dimitri Girotto, (Ilenia Rosteghin); Carcere da Agnese Sbraccia (Massimiliano Cristofoli Prat); Europa da Luca Fonte (Simone Zancani); Diritti fondamentali da Monica Gazzola (Luca Mandro); Vita sociale da Daniele Vianello (Augusto Palese).
Ilaria Rosteghin sarà referente anche per le Scuole: la Scuola per le difese d'ufficio sarà gestita da Marzia Bellodi; Scuola sul processo penale minorile da Paola Bosio; Alta formazione del penalista da Giovanni Coli. Ricostituita, infine, la Commissione per la promozione dei giovani avvocati, responsabile Damiano Danesin (Sarah Franchini).
Costituito anche un gruppo di lavoro per la riforma dello statuto, presieduto da Tito Bortolato e Daniele Grasso, e composto da Cristiana Cagnin, Fabio Schiavariello, Marco Vassallo, Luca Mandro e Ilenia Rosteghin.
di Daniele Camilli
tusciaweb.it, 23 gennaio 2020
La prima Commissione (Affari generali) dà il via libera alla figura del garante comunale per i diritti dei detenuti. Una conquista storica per la città di Viterbo. L'approvazione, all'unanimità, ieri mattina, durante la seduta della commissione nell'aula consiliare di Palazzo dei Priori. La proposta è dei consiglieri Giacomo Barelli (Forza civica) e Massimo Erbetti (Movimento 5 stelle). Adesso la palla passa al prossimo consiglio comunale per l'approvazione definitiva.
"Il lavoro fatto in commissione - ha detto Barelli - è la migliore risposta che il consiglio comunale potesse dare alla drammatica emergenza del carcere di Mammagialla. Non posso che ringraziare i consiglieri Massimo Erbetti e Andrea Micci che con me hanno portato avanti questa iniziativa. La prova che la politica, quando lavora su problematiche concrete con competenza e capacità, produce effetti positivi per la città. Al di là di ogni schieramento".
Il garante nazionale dei diritti delle persone detenute o private della libertà personale è un'autorità di garanzia, collegiale e indipendente, che ha la funzione di vigilare su tutte le forme di privazione della libertà. Dagli istituti di pena alla custodia nei luoghi di polizia, fino alla permanenza nei centri di identificazione ed espulsione, alle residenze di esecuzione delle misure di sicurezza psichiatriche ai trattamenti sanitari obbligatori.
"Sul territorio - spiega Erbetti - operano anche i garanti provinciali e comunali che ricevono segnalazioni sul mancato rispetto della normativa penitenziaria e sui diritti violati o parzialmente attuati dei detenuti, rivolgendosi all'autorità competente per chiedere chiarimenti o spiegazioni, sollecitando inoltre gli adempimenti o le misure necessarie. Il loro operato si differenzia pertanto nettamente, per natura e funzioni, da quello degli organi di ispezione amministrativa interna e della stessa magistratura di sorveglianza".
Il garante per i diritti dei detenuti di Viterbo verrà nominato dal sindaco, "scegliendo - come sta scritto nel provvedimento approvato dalla prima commissione - fra persone di indiscusso prestigio e di notoria fama nel campo delle scienze giuridiche, dei diritti umani e delle attività sociali negli istituti di prevenzione e pena e nei centri di servizio sociale". Il garante, che svolgerà la propria attività gratuitamente, "resta in carica 5 anni". L'incarico può essere rinnovato una sola volta.
La figura del garante, istituito per la prima volta in Svezia nel 1809 con il compito di sorvegliare l'applicazione delle leggi e dei regolamenti da parte dei giudici e degli ufficiali, nella seconda metà dell'Ottocento si è poi trasformato in un organo di controllo della pubblica amministrazione e di difesa del cittadino contro ogni abuso.
"Il garante comunale - prosegue Erbetti - può effettuare colloqui con i detenuti e visitare gli istituti penitenziari senza autorizzazione. Promuove inoltre l'esercizio dei diritti e delle opportunità di partecipazione alla vita civile e di fruizione dei servizi comunali delle persone private della libertà personale".
Una scelta, quella di istituire la figura del garante, "dettata anche - ha sottolineato Barelli - dalla situazione esplosiva del carcere di Mammagialla che conta 612 detenuti per una capienza di 432 con un sovraffollamento di oltre il 40%, con 100 detenuti psichiatrici, di cui 20 definiti acuti".
Il carcere di Mammagialla conta inoltre 175 boss mafiosi di secondo livello a fronte di una capienza di 150. "Solo nel 2018 - sottolinea Barelli - si sono verificati ben tre suicidi e nel 2019 un omicidio. Tutto ciò con una carenza di personale sorvegliante di circa 40 agenti in meno rispetto a quanti invece servirebbero. L'altissimo tasso di disagio sociale che caratterizza la popolazione carceraria viterbese evidenzia una situazione che rende indispensabile il potenziamento delle opportunità di inserimento sociale anche con l'obiettivo di prevenire nuovi reati".
di Davide Petrizzelli
torinotoday.it, 23 gennaio 2020
"Liberamensa", il ristorante del carcere di Torino (che gestisce anche lo spaccio all'interno del penitenziario), ha chiuso. La convenzione, scaduta a fine 2019, non è stata rinnovata. Per il Dipartimento Amministrazione Penitenziaria non ci sono più le condizioni per una conferma dell'accordo. Anche considerate le inadempienze nei versamenti semestrali, che sarebbero stati effettuati solo di recente e dopo numerosi solleciti.
Il ristorante, destinato alla pausa pranzo di chi lavora nel carcere e aperto al pubblico venerdì e sabato sera, che impegnava anche alcuni detenuti, era stato inaugurato nel 2016 e veniva considerato tra i progetti di reinserimento più innovativi in Italia. Ma ora, secondo il Dap, non ci sono le condizioni per una proroga della convenzione.
Si tornerà alla gestione diretta e il provveditore ha annunciato che verranno potenziati i distributori automatici di bevande e snack all'interno del carcere. Dalla cooperativa, che gestisce anche il bar del Palagiustizia in collaborazione con altri soggetti, arriva un "no comment".
Nei mesi scorsi, l'Ente di assistenza per il personale dell'amministrazione penitenziaria aveva fatto il punto sulla gestione esterna degli spazi di ristoro all'interno delle carceri (attivi in 19 istituti a fronte di 120 gestioni interne) deliberando che le cooperative esterne non devono essere morose (pena la risoluzione del contratto) e che eventuali rinnovi dovranno essere valutati in termini di convenienza.
di Federico Dedori
Il Giorno, 23 gennaio 2020
Musica, inclusione e pluralismo religioso per aiutare i detenuti. Al Museo Diocesano Carlo Maria Martini si è tenuta la conclusione della prima fase del progetto Simurgh. "Il senso di questo progetto è molto profondo e suggestivo - spiega monsignor Luca Bressan, vicario episcopale della Diocesi di Milano - sono tre i punti fondamentali su cui ci siamo focalizzati: il riconoscimento, che ha permesso la nascita di nuove amicizie tra detenuti e non solo; la gratitudine, perché tutti abbiamo qualcosa da imparare l'uno dall'altro; l'importanza di continuare il cammino già iniziato".
Sono stati 200 i detenuti coinvolti in 3 anni di lavoro su 9 penitenziari: San Vittore, Opera, Pavia, Brescia, Como, Cremona, Vigevano, Monza e Bergamo.
"Dai detenuti abbiamo avuto reazioni differenti, alcuni erano più interessati degli altri - conclude monsignor Luca Bressan - complessivamente però l'accoglienza è stata davvero positiva; questo lavoro ci ha permesso di prevenire anche forme di radicalizzazione". Non è stato solo un semplice evento quello andato in scena nel tardo pomeriggio di ieri (21 gennaio 2020, ndr) ma un vero e proprio spettacolo. Secchi, tubi dei rubinetti suonati da suolette, padelle, maracas, i detenuti hanno realizzato uno show davvero unico. A fare da regista Sebastiano Ruggeri: "La musica è stata un mezzo, una sorta di metafora dell'interazione umana che abbiamo unito attraverso questa arte".
Terminato lo spettacolo una lunga standing ovation da tutta la platea. Inizialmente i due percorsi sono nati separatamente, da una parte quello sul pluralismo religioso e dall'altra l'integrazione attraverso il laboratorio musicale. "È stato un momento molto importante - spiega Francesco dopo essersi esibito - tutti uniti non avevamo una nazionalità, ho scoperto culture che prima ignoravo, eravamo un grande arcobaleno".
"Oggi quasi la metà dei detenuti nei penitenziari italiani è di fede diversa da quella cattolica; riconoscere effettivamente la libertà di culto ai carcerati significa prendere atto della realtà e quindi evitare degenerazioni, come i fenomeni di radicalizzazione, pericolosi all'interno e fuori, nella società civile, al termine delle misure restrittive", aggiunge Luciano Gualzetti, direttore di Caritas ambrosiana. Fa eco la professoressa Daniela Milani, coordinatrice del progetto: "Attraverso questi incontri si è favorita una migliore conoscenza delle tradizioni religiose e culturali fornendo al personale carcerario strumenti per comprendere meglio".
di Annamaria Braccini
chiesadimilano.it, 23 gennaio 2020
Il reading "La prima libertà", portato in scena da alcuni detenuti al Museo diocesano, ha suggellato il progetto triennale che ha coinvolto diverse istituzioni nel riconoscimento e nella promozione del pluralismo religioso negli istituti di pena lombardi.
"Un punto di rottura, ecco dove sono. Una transizione tra ciò che ero e ciò che diventerò. Il viaggio dentro di noi è infinito, primordiale". "Abbiamo ora l'estremo bisogno di ricominciare, di trovare una nuova identità, a costo di altre sofferenze. Affiorano i giudizi e i pregiudizi, la paura del dopo, di quello che accadrà, come se entrassimo in una galleria buia, senza sapere cosa ci attenderà all'uscita. Dobbiamo rischiare, ed ecco, affiora un cambiamento culturale".
Solo due delle riflessioni di alcuni detenuti, nate da un progetto triennale che si conclude per ripartire con altrettanto impegno e slancio, nella consapevolezza dell'importanza che riveste oggi, sempre più, la conoscenza reciproca anche a livello religioso. Specie se non ci si può scegliere il vicino di stanza.
Così come accade ai carcerati - una ventina -, protagonisti assoluti del reading "La prima libertà. Vivere la religione in carcere" che, al Museo diocesano "Carlo Maria Martini", ha concluso i tre anni del progetto "Simurgh", cofinanziato dalla Fondazione Cariplo e promosso dall'Università degli Studi di Milano, dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria del Provveditorato regionale della Lombardia, dalla Comunità Ebraica di Milano, dalla Comunità Religiosa Islamica Italiana (Coreis) di Milano, dalla Caritas Ambrosiana, dalla Veneranda Biblioteca Ambrosiana e dall'Istituto di Studi di Buddismo Tibetano di Milano "Ghe Pel Ling".
Tante forze coalizzatesi per dare voce, attraverso laboratori formativi, alla necessità di libertà religiosa e di conoscenza delle fedi, con un percorso che ha coinvolto 200 detenuti e 259 operatori carcerari istituzionali e non, con 27 incontri rivolti ai reclusi e altrettanti al personale, in nove carceri lombarde. Pavia, Brescia, Milano San Vittore (2017), Vigevano, Como, Cremona (2018), Monza, Bergamo e Opera (2019). I detenuti, appartenenti a diverse confessioni religiose, sono stati così chiamati a elaborare testi, secondo la loro spiritualità, a partire dall'antico poema persiano "Simurgh, la conferenza degli uccelli", che ha dato il titolo all'intera iniziativa.
"Il cardinale Martini diceva che "per capire il bello è necessario vedere il dolore capace di condividere l'amore". È, quindi, molto significativo essere al Museo a lui intitolato - nota il vicario episcopale, monsignor Luca Bressan, nel suo intervento di apertura. Abbiamo voluto iniziare con una foto di gruppo, perché le fedi - secondo il significato etimologico latino del termine - sono istituzioni che rispondono a un patto, creando legami. Sono tre i motivi che ci permettono di riconoscerci: il percorso ci ha insegnato a essere un solo popolo e una famiglia; la gratitudine e l'aver generato così tanto frutto per cui vale la pena continuare".
Nadia Righi, direttrice del Museo, aggiunge: "Stiamo riflettendo con una mostra di Margherita Lazzati ("Fotografie in carcere. Manifestazioni della libertà religiosa) in cui si illustra il tema con raffinatezza e delicatezza. Tante scuole sono venute a visitare la rassegna e questa è una bella occasione per sentirci tutti sulla stessa strada".
"Grazie a un progetto come questo si può riconquistare una libertà spirituale interrogandosi sul senso della vita, esercitando o riscoprendo la propria religione", osserva Marilisa D'Amico, docente di Diritto Costituzionale e prorettore della Statale, che richiama l'articolo 19 della Costituzione, a garanzia della libertà religiosa e di culto, e ricorda l'istituzione a San Vittore della "Scuola delle religioni" che ha già compiuto il primo anno di attività.
Poi il reading, mentre si alternano suggestivi intermezzi musicali e le immagini, in bianco e nero, delle fotografie di Lazzati. Secche, ritmate, le frasi: "Fatichiamo a volare perché abbiamo perso la strada. Abbiamo trovato un sacco di scuse pe non guardarci nel cuore e negli occhi, ma ora possiamo cambiare il nostro destino". E, ancora: "Iniziamo stando uniti. Nonostante tutte le nostre differenze, procediamo insieme. Partiamo da una stretta di mano. L'unione, il rispetto, la fatica sono presupposti fondamentali per questo viaggio".
Giovanna Longo, responsabile dell'Ufficio detenuti del Provveditorato regionale Amministrazione Penitenziaria della Lombardia, definisce il significato dell'itinerario realizzato su tre linee di intervento. "La prima rivolta al personale coinvolto nella sperimentazione - compresi educatori, mediatori linguistici, Cappellani -, con uno sguardo antropologico, sociologico-giuridico ed etico- formativo. Percorso che è stato accompagnato da docenti universitari ed esperti. Inoltre, la selezione di un gruppo di detenuti di più religioni e, infine, la valorizzazione dei laboratori, soprattutto espressivo-culturali, con l'intento di promuovere una nuova cittadinanza e la coesione sociale".
Parole cui fa eco Daniela Milani, coordinatrice del progetto, nelle conclusioni. "Oggi quasi la metà dei detenuti nei penitenziari italiani professa fedi diverse. Questo è un momento di snodo, ma dobbiamo chiederci cosa fare domani. Occorre rifiutare la diversità con la quale facciamo quotidianamente i conti, non solo in carcere, e accettare che sia un valore".
Hamid Roberto Di Stefano, della Comunità Religiosa Islamica Italiana, sottolinea il ruolo del dialogo interreligioso, "che ci vede, a Milano, molto impegnati. Tuttavia, sulle carceri non avevamo fatto niente. Quando ci siamo resi conto che "dentro" non è un mondo a parte, siamo riusciti in qualcosa che ha smosso, anzitutto, le nostre coscienze e ha avuto anche ricadute istituzionali".
Infine, la performance musicale - applauditissima dal folto pubblico - realizzata da 16 reclusi del Laboratorio musicale del penitenziato di Monza, curato da Max Ruggeri e Sebastiano Longoni. Tubi, pentole, barattoli di vernice usati come percussioni in un crescendo travolgente, dal titolo "I ritmi dal mondo".
di Sergio La Montagna*
gnewsonline.it, 23 gennaio 2020
Scritto da alcuni detenuti della Casa Circondariale di Siena, "17 storie per 17 contrade" è un libro che presenta diversi aspetti di notevole interesse. Nella prefazione di Michele Campanini, curatore della raccolta, è scritto che il libro racconta "storie fantastiche, ma con richiami a Siena e alle sue tradizioni, nate da un laboratorio di scrittura iniziato per caso e durato quasi un anno, che ha portato alla creazione di racconti unici nei quali confluiscono anche culture e tradizioni lontane".
Il libro nasce tra i banchi di scuola e pertanto dà concreta attuazione ai protocolli d'intesa sottoscritti dal Dipartimento dell'Amministrazione Penitenziaria con il Ministero dell'Istruzione dell'Università e della Ricerca, finalizzati non sono solo a potenziare le attività scolastiche all'interno delle carceri, ma anche a incentivare la creatività e le potenzialità intellettuali ed espressive dei detenuti.
Michele Campanini ha stimolato, appunto, i suoi allievi a dare sfogo alla fantasia e all'immaginazione, coinvolgendo nel suo percorso didattico anche detenuti stranieri, provenienti da Paesi, per lo più africani, popolati da alcuni animali che incarnano i simboli delle contrade della nostra città.
Scrivere fiabe incentrate sui simboli di una tradizione secolare e profondamente sentita come quella delle contrade di Siena è stato per i detenuti un'occasione per sentirsi parte della vita cittadina, per affacciarsi su una realtà affascinante, fatta di riti e tradizioni antiche dalla quale rischiavano di rimanere estranei. È in questo modo che l'obiettivo, da sempre ricercato, dell'integrazione del carcere con il tessuto sociale e territoriale riesce a trovare il modo di realizzarsi in pieno.
Come si può immaginare, esiste una copiosa bibliografia sulle contrade e sulla storia di Siena: tuttavia il libro ha anche il pregio di essere originale, poiché sinora mai era stata "esplorata" la realtà cittadina attraverso il racconto unico che sa offrire la fiaba. Ed ancora, è significativo che, come esige la narrazione fiabesca, tutte le storie vedano sconfitto il male, quello stesso male che i detenuti hanno conosciuto ed attraversato durante la loro esistenza e che soccombe nei racconti al cospetto della bontà e dell'intelligenza di animali o di esseri soprannaturali.
Sfogliando le pagine del libro ci si accorge subito che anche la veste grafica è stata particolarmente curata. Tutte le storie sono state illustrate dagli stessi detenuti con tavole colorate realizzate nell'ambito del laboratorio di pittura. Ne è nata una perfetta simbiosi tra scritto e figurato, impreziosita dal disegno di copertina di Emilio Giannelli che conferisce un valore aggiunto alla pubblicazione.
Sinora i riscontri in città sono positivi: le principali librerie cittadine espongono il libro in vetrina e pare che le vendite, soprattutto nel periodo natalizio, siano state più che buone. Ma al di là dell'esito commerciale, è il percorso compiuto e l'obiettivo raggiunto a farci sentire tutti molto soddisfatti: detenuti, operatori e personale. Una piccola, bella fiaba anche questa.
*Direttore della Casa Circondariale di Siena
di Adriana Pollice
Il Manifesto, 23 gennaio 2020
Amnesty International. Ghettizzazione e povertà, nel rapporto "I sommersi dell'accoglienza" emerge il quadro di instabilità che sta cancellando la possibilità di un percorso di inclusione sostenibile
Manifestazione a Torino contro il decreto sicurezza. I decreti sicurezza voluti dall'ex ministro dell'Interno Matteo Salvini hanno peggiorato il sistema di accoglienza in Italia e stanno generando ghettizzazione e povertà, sia economica che sociale. Con il conseguente aumento delle vittime dello sfruttamento lavorativo e delle attività criminali. In particolare, le misure che escludono i richiedenti asilo dal sistema dell'accoglienza e l'abolizione della protezione umanitaria privano molte persone di uno status legale, favorendo di fatto il rischio di marginalità sociale ed economica.
È quanto spiega il report I sommersi dell'accoglienza curato dal ricercatore e sociologo Marco Omizzolo per Amnesty International Italia. "Entro quest'anno il numero di migranti irregolari in Italia potrebbe superare quota 670 mila - si legge -. Un numero più che doppio rispetto a cinque anni fa, quando i migranti irregolari stimati erano meno di 300 mila. Ai ritmi attuali, i rimpatri dei migranti senza permesso di soggiorno avranno un effetto certamente marginale. Per rimpatriarli tutti, infatti, sarebbero necessari 90 anni e solo a condizione che non arrivi più alcun irregolare. Si tratta di un'ipotesi irrealizzabile".
Non solo. Con il taglio dei finanziamenti previsto nel decreto Sicurezza, per i piccoli e i grandi centri dedicati alla prima accoglienza "i servizi per l'inclusione non rientrano più tra le spese sostenibili. L'assistenza sanitaria alla persona viene fortemente ridimensionata, con un crollo delle prestazioni minime richieste e del personale deputato al loro svolgimento: i centri di accoglienza collettiva subiscono un taglio dei finanziamenti pro die pro capite fino al 28%, da 35 euro a 25,25 euro, per le strutture in grado di accogliere tra i 51 e i 300 richiedenti asilo. Ancora più penalizzata risulta l'accoglienza diffusa con tagli fino al 39%".
Amnesty International chiede al governo modifiche urgenti alla normativa vigente: assicurare a tutte le persone che entrano in Italia l'esercizio reale del diritto di chiedere protezione e accoglienza; adottare misure per impedire ai beneficiari di protezione umanitaria di perdere il proprio status per evitare che precipitino in condizioni di marginalità e sfruttamento; garantire la regolarizzazione per coloro che sono finiti in condizioni di illegalità per gli effetti del decreto. E ancora: consentire la registrazione anagrafica anche ai richiedenti asilo; ristabilire servizi professionali per i percorsi di inclusione come le consulenza legali.
Per capire gli effetti della norma voluta da Salvini basta controllare gli ultimi bandi per l'accoglienza: non prevedono più la necessità dell'insegnamento della lingua italiana o il supporto alla preparazione per l'audizione in Commissione territoriale per la richiesta di asilo, né la formazione professionale e la gestione del tempo libero. Inoltre, il decreto Sicurezza impedisce l'accesso al sistema Siproimi (gli ex Sprar) ai richiedenti asilo, una scelta che aumenta la possibilità che molte di queste persone rimangano nella sfera della prima accoglienza e quindi in situazione di particolare vulnerabilità. Infine, è stata abolita la protezione umanitaria: numerosi individui, che in precedenza sarebbero stati regolari, si ritrovano in una condizione di illegalità e a rischio espulsione.
"Queste misure hanno un impatto devastante sulla vita delle persone presenti sul territorio italiano, togliendo loro un'identità, trasformandole in fantasmi, privandole di alloggio o di cure mediche. Oltre a non rappresentare la soluzione di alcun problema sono semplicemente disumane" ha ribadito Gianni Rufini, direttore di Amnesty.
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