di Stefano Cappellini
La Repubblica, 24 gennaio 2020
"Gli innocenti non finiscono in galera". Pensate se questa frase la dicesse l'avventore di un bar sport, per sostenere che non c'è tanto da sottilizzare sulle garanzie per indagati e imputati, perché tanto uno che finisce dentro qualcosa avrà di certo combinato.
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 24 gennaio 2020
Il sovraffollamento nel rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della tortura. Siamo al limite della soglia consentita dalla sentenza pilota della Corte europea dei diritti umani nel caso di Torreggiani contro l'Italia. Dal rapporto del Comitato europeo per la prevenzione della tortura emerge un dato preoccupante sul sovraffollamento carcerario che smentisce ulteriormente la storia che da noi il problema è virtuale, perché un detenuto avrebbe uno spazio abitativo minimo di 9 metri quadri per cella singola e 5 metri quadri per detenuto in celle a occupazione multipla. Nella realtà dei fatti non è assolutamente così.
di Giovanni Altoprati
Il Riformista, 24 gennaio 2020
La norma è stata inserita nel testo "processo breve" voluta da Bonafede per diluire gli effetti del blocco della prescrizione. Ma le toghe protestano.
Solo noi possiamo decidere i tempi dei processi. Nessuno può permettersi di dirci quanto deve durare un dibattimento. Neppure il legislatore. In estrema sintesi. è questa la risposta delle toghe italiane alla proposta della maggioranza di prevedere delle "sanzioni' per i giudici pigri. Una risposta prevedibile e scontata.
L'Italia, infatti, pur essendo continuamente sanzionata dalla Cedu per l'eccessiva durata dei processi. non ha mai posto in essere serie misure strutturali - ad esempio facendo lavorare di più e meglio i magistrati - per evitare che i cittadini trascorrano gran parte della loro esistenza in Tribunale prima di avere una sentenza definitiva.
Leggendo l'ultima relazione della Corte di Strasburgo. sono stati oltre 1200 i ricorsi per "l'irragionevole durata del processo" e "la mancata applicazione della legge Pinto". Un record che ci ha permesso, nel 2018, di superare la Turchia, paese dove vige uno dei sistemi giudiziari peggiori del pianeta.
Era stato il responsabile giustizia del Pd, Walter Verini, in un intervento pubblicato la scorsa settimana su Il Riformista, ad annunciare la possibilità di rafforzare l'illecito disciplinare per "ritardi immotivati nello svolgimento del procedimento". La norma è stata poi inserita nel testo sul "processo breve" voluto da Alfonso Bonafede per diluire gli effetti del blocco della prescrizione sulla durata dei processi e presentato mercoledì agli alleati di governo.
Per i magistrati pigri è previsto un procedimento disciplinare più "efficace" davanti al Csm. normalmente di manica larga per le toghe lumaca: Palazzo dei Marescialli Io scorso anno, prosciolse un giudice fiorentino che aveva impiegato oltre cinque anni per depositare una sentenza. La reazione delle toghe è stata durissima.
"Una soluzione demagogica e di propaganda", hanno affermato in coro i magistrati. Il tema, va detto, è di quelli che ricompaiano la categoria. Le tensioni fra le correnti del dopo "Palamara" sono subito sfumate come per prodigio. Dalla sinistra giudiziaria di Area-Md alla destra di Magistratura indipendente è immediatamente partito il fuoco di sbarramento per impallinare nella culla la proposta del governo.
"Esprimiamo - scrivono i magistrati progressisti - la ferma ed assoluta contrarietà a qualsiasi riforma che ipotizzi di garantire la durata ragionevole dei processi penali minacciando ipotesi di responsabilità disciplinare a carico dei magistrati qualora i tempi imposti per legge non vengano rispettati".
Ciò "non può certamente passare attraverso riforme che impongano ai magistrati italiani, pena l'individuazione di loro responsabilità di ordine patrimoniale o professionale, termini perentori di definizione dei processi". I magistrati, dicono, farebbero già miracoli nell'attuale contesto. "La magistratura italiana rappresenta un esempio di produttività nel panorama comparato dei sistemi giudiziari europei e non accetta di diventare, in ragione di una mediazione politica che non dovrebbe mai andare disgiunta dalla ricognizione dei problemi reali. il capro espiatorio di inefficienze e malfunzionamenti che fanno torto all'abnegazione e all'impegno profusi dalla larga maggioranza dei suoi esponenti", scrivono le toghe di destra.
"La lentezza dei processi non è certo determinata dalla pigrizia dei magistrati: all'opposto, nel quadro normativo attuale, deve a loro essere riconosciuto il merito della residua, per quanto insufficiente, funzionalità della giustizia penale", fanno eco i giudici di sinistra.
Cosa fare? "Risorse" ed "investimenti". la soluzione togata. Sul fronte risorse, comunque, l'anno scorso il governo ha già aumentato il numero dei magistrati, portandone l'organico a 10.600. Uno dei più alti in Europa se sommato anche alle migliaia di giudici onorari. Su un punto, però. le toghe hanno ragione. E cioè quando reclamano una seria depenalizzazione.
Una rivoluzione dopo anni di panpenalismo spinto che ha portato a reati fumosi ed evanescenti come il traffico di influenze o l'abuso d'ufficio. Se Bonafede dovesse insistere nel suo progetto. i magistrati si sono comunque già dichiarati pronti alla "mobilitazione generale". Ministro avvisato. ministro salvato.
di Franco Mirabelli
Il Riformista, 24 gennaio 2020
Se la giustizia non fosse così lenta, la prescrizione non avrebbe tanta rilevanza. Per questo bisogna velocizzare le procedure e rendere efficiente il sistema penale. Questa sì che sarebbe una riforma storica. Il tema della prescrizione dei reati resta un tema rilevante, una questione che riguarda i diritti dei cittadini, la certezza della pena, il tema costituzionale della ragionevolezza dei tempi del processo. Il confronto aperto su questo è importante e, per parte nostra, c'è la necessità di ripensare la riforma Bonafede-Bongiorno che di fatto elimina la prescrizione e rende possibili processi infiniti.
Credo però che ci si debba domandare se questo della prescrizione sia il tema più importante e, soprattutto, se possa essere isolato da una riflessione sulla riforma del processo. In realtà siamo tutti d'accordo a sostenere che, fino ad oggi, se un processo non si conclude perché scatta la prescrizione, questo fatto costituisce un fallimento per lo Stato e per la giustizia. Così come siamo d'accordo a considerare il tema dell'accelerazione dei processi non solo necessario ma fondamentale per garantire i cittadini e la competitività del nostro Paese.
Se i processi in Italia durassero meno, il tema della prescrizione non avrebbe più la rilevanza che ha assunto. Per questo, il fatto che la maggioranza di governo stia trovando un accordo significativo per portare presto in Parlamento la legge delega per l'efficienza del processo penale è importante e non può essere sottovalutato, come invece mi pare si stia facendo in questi giorni, con tutta l'attenzione rivolta alla prescrizione, tema che, da solo, non risolve nessuno dei grandi problemi della giustizia italiana.
Per portare la durata dei processi a 4/5 anni al massimo occorre un investimento significativo, che il governo si impegna a fare, in personale e in strutture. Ma occorrono soprattutto riforme che consentano di velocizzare le procedure e su questo si concentra la proposta di legge delega proposta dal ministro Bonafede che la maggioranza ieri ha iniziato a condividere. Si tratta del combinato disposto di misure per ridurre la burocrazia e i passaggi, e per definire tempi certi e responsabilità nelle diverse fasi processuali.
Credo siano sufficienti i titoli delle misure proposte per rendere chiaro quanto è possibile fare, e in poco tempo, per ottenere procedimenti rapidi ed efficaci. Prima di tutto l'estensione, fino a renderne obbligatorio l'uso per alcune tipologie di atti, delle notifiche e delle comunicazioni telematiche stabilendo regole chiare e cogenti. Poi la modifica dei tempi previsti per le indagini preliminari, da sei mesi a un anno e mezzo a seconda dei reati contestati, con la possibilità di richiedere un'unica proroga di sei mesi.
Ancora l'estensione dell'utilizzo di procedimenti speciali: dalla "pena su richiesta" ai giudizi abbreviati e immediati, fino al procedimento per decreto, come opportunità alternative al processo da implementare anche per ridurre la mole di lavoro dei tribunali. A ciò si aggiunge la maggiore valorizzazione del procedimento davanti al giudice monocratico che consentirebbe la pronuncia sul non luogo a procedere.
Anche l'introduzione di una nuova disciplina sanzionatoria di contravvenzioni che consenta l'estinzione delle stesse se si adempie alle prescrizioni impartite dall'organo accertatore (comprendendo, tra queste, comportamenti risarcitori), può contribuire a ridurre i carichi di lavoro degli uffici giudiziari e ridurre i tempi dei procedimenti.
Infine le norme che responsabilizzano i magistrati sul rispetto dei termini previsti per la durata del processo diventerebbero una ulteriore garanzia sui tempi certi e ragionevoli. Credo che questa breve e sintetica elencazione delle norme di cui la maggioranza sta discutendo e su cui stiamo tutti convergendo, possa contribuire a rimettere anche la questione prescrizione nel giusto contesto.
Comunque la si pensi il tema prioritario è quello di dare efficienza al sistema penale, velocizzare i processi, garantire tempi certi, mettere l'intero sistema nelle condizioni di funzionare al meglio nell'interesse dei cittadini ma anche degli operatori del diritto.
Se riusciremo, e c'è la volontà di tutta la maggioranza in questa direzione, faremo una riforma davvero storica che credo sarebbe meglio, tutti insieme, valorizzare anziché continuare a enfatizzare le differenze che tra noi ci sono sulla prescrizione, tema su cui dobbiamo continuare a confrontarci, ma che non deve nascondere il valore della riforma: garantire davvero tempi ragionevoli della giustizia.
di Valentina Errante
Il Messaggero, 24 gennaio 2020
"La giustizia vendicativa distrugge insieme gli individui e la stessa polis". L'anno accademico di Roma Tre si apre con la lectio magistralis di Marta Cartabia. Alla prima uscita pubblica, la neo eletta presidente della Corte costituzionale, cita le Eumenidi di Eschilo, la tragedia greca nella quale la vendetta si interrompe davanti a un tribunale.
di Francesco Machina Grifeo
Il Sole 24 Ore, 24 gennaio 2020
Corte di cassazione - Sentenza 23 gennaio 2020 n. 270. In caso di fallimento dell'azienda, va considerata "congrua" la motivazione che esclude la "condotta distrattiva" dell'amministratore in quanto il "passivo ammesso" consiste in debiti verso Equitalia e verso la banca.
Lo ha stabilito la Quinta sezione penale della Cassazione, sentenza n. 2708 di ieri, annullando la condanna per bancarotta fraudolenta patrimoniale decisa dalla Corte di appello di Napoli in riforma della pronuncia assolutoria di primo grado. Per la Suprema corte, infatti, legittimamente, il tribunale aveva affermato che non poteva ritenersi integrasse una condotta distrattiva il mancato pagamento di debiti erariali e verso la banca.
Accolto dunque il ricorso dell'imputato che aveva sottolineato come il divario tra attivo e passivo "era costituito da debiti maturati verso il Fisco e verso gli istituti di credito". La Cassazione afferma poi che, il giudice di secondo grado, nel ribaltare la decisione era venuto meno all'obbligo di motivazione rafforzata dovuto in caso di riforma della sentenza assolutoria di primo grado.
Come chiarito dalle S.U. (n. 33748/2005) infatti il giudice che riformi totalmente la decisione ha l'obbligo di "delineare le linee portanti del proprio, alternativo, ragionamento probatorio e di confutare specificamente i più rilevanti argomenti della motivazione della prima sentenza, dando conto delle ragioni della relativa incompletezza o incoerenza, tali da giustificare la riforma del provvedimento impugnato".
Ragion per cui, prosegue la decisione, "emerge l'insufficienza dell'apparato argomentativo" della sentenza impugnata "in ordine alla questione decisiva, congruamente affrontata dal decidente di primo grado". Secondo il tribunale infatti "poiché il passivo ammesso (per 105.543 euro) era costituito da debiti verso Equitalia per tributi non pagati, maggiorati della quota dovuta per interessi e sanzioni (per 30.000 euro), da un debito nei confronti della Camera di commercio e da un debito verso la Banca Popolare di Ancona per anticipazioni bancarie per euro 70.000, non poteva ritenersi che il mancato pagamento del debito erariale e il mancato rientro delle esposizioni debitorie con istituti di credito integrassero condotte distrattive".
di Giampaolo Piagnerelli
Il Sole 24 Ore, 24 gennaio 2020
Corte di cassazione - Sezione V penale - Sentenza 23 gennaio 2020 n. 2705. Diffamazione per il medico che diffonde una email arrivatagli dalla madre sui metodi inumani (in particolare sui medicinali somministrati al giovane) operati sul figlio nel reparto di psichiatria. Il medico aveva eccepito l'eccessiva genericità delle imputazioni a suo carico e per questo aveva invocato l'applicazione della particolare tenuità del fatto prevista dall'articolo 131-bis del codice penale. Lo chiarisce la Cassazione con la sentenza n. 2705/20.
Non serve l'animus iniurandi - I Supremi giudici, rileggendo la vicenda, hanno precisato che non è richiesto "l'animus iniurandi vel diffamandi", essendo sufficiente il dolo generico, che può anche assumere la forma di dolo eventuale, in quanto è sufficiente che l'agente consapevolmente faccia uso di parole ed espressioni socialmente interpretabili come offensive, ossia adoperate in base al significato che esse vengono oggettivamente ad assumere, senza un diretto riferimento alle intenzioni dell'agente.
Per quel che concerne il mancato riconoscimento della causa di non punibilità del fatto, la Corte territoriale aveva già giustificato la decisione facendo riferimento alla gravità delle accuse all'onore e alla professionalità della persona offesa, e considerando non occasionale la condotta per le ripetute email inoltrate dal ricorrente. È di tutta evidenza - si legge nella sentenza - come nella fattispecie non fosse possibile rinvenire la causa di non punibilità.
Condanna alle spese - Alla declaratoria di inammissibilità segue per legge (articolo 616 cpp) la condanna del ricorrente al pagamento delle spese processuali nonché, trattandosi di causa di inammissibilità determinata da profili di colpa emergenti dal ricorso, al versamento, in favore della cassa ammende, di una somma da ritenersi equa e congrua pari a 3mila euro.
sardegnalive.net, 24 gennaio 2020
Maria Grazia Caligaris, presidente dell'associazione "Socialismo diritti riforme", punta il dito
contro la situazione sanitaria all'interno delle carceri sarde. "Risultano assenti otto coordinatori sanitari su dieci Istituti, carenti i medici specialisti e spesso anche i farmaci per i disturbi psichiatrici, in aumento costante i detenuti in doppia diagnosi. Le carceri della Sardegna sono in affanno e la situazione nella Casa circondariale "Ettore Scalas", la più grande dell'isola, richiede immediati interventi dalla Regione".
La presidente ha ricevuto diverse segnalazioni dai familiari dei detenuti "preoccupati per la difficoltà che i congiunti incontrano per disporre di alcuni farmaci e per le lunghe liste d'attesa per una visita odontoiatrica o psichiatrica".
Caligaris sottolinea che: "Nel villaggio penitenziario di Cagliari-Uta sono attualmente recluse 565 persone (23 donne - 137 stranieri) a fronte di 561 posti. Una situazione solo apparentemente accettabile sotto il profilo strettamente numerico ma assai complessa per la tipologia di ristretti. A parte le persone anche con insorgenze tumorali, a preoccupare sono le problematiche psichiatriche specialmente quelle connesse alle tossicodipendenze.
Sono infatti all'ordine del giorno i gesti di autolesionismo e atti inconsulti. Nonostante un'alta percentuale di persone con problemi psichiatrici e psicologici, disturbi dell'umore e borderline (circa il 40%), sono in servizio solo due psichiatri e due psicologhe. Ma soprattutto spesso mancano alcuni farmaci antipsicotici".
"È diventato improcrastinabile - sottolinea la presidente di Sdr - il coordinatore sanitario. Una figura stabile e a tempo pieno che possa gestire al meglio le risorse umane e professionali nell'ottica di garantire costantemente e con efficacia il percorso di cura dei ristretti. La procedura di selezione peraltro è stata espletata lo scorso luglio ma ancora non è stata effettuata la nomina. C'è poi il problema del referente medico per ciascun detenuto.
È assente insomma il corrispettivo del Medico di base che permetterebbe ai detenuti di avere un rapporto più diretto e meno ansiogeno, in analogia a quanto si verifica con i reclusi ricoverati nel Centro Clinico. Si tenga conto che l'ingresso e la permanenza in carcere aumentano i rischi per la salute fisica e psichica. Non si possono del resto sottacere le aggressioni verso gli Agenti di Polizia Penitenziaria e del Personale sanitario da parte di detenuti che distruggono i suppellettili della cella manifestando crisi nervose o tendenze antisociali".
"Infine l'organizzazione della sanità penitenziaria, in particolare a Cagliari-Uta, ha necessità di un riordino e di una seria presa in carico da parte dell'Ats. Occorre una rivisitazione e un aggiornamento. A 8 anni dalla riforma urge una verifica sull'efficienza del sistema.
La situazione della struttura detentiva è profondamente cambiata. Aldilà delle istanze dei familiari dei ristretti, non solo i detenuti ma anche gli Agenti della Polizia Penitenziaria, gli Educatori e tutti gli operatori sanitari - conclude Caligaris - hanno necessità di svolgere il proprio ruolo con garanzie di sicurezza e serenità".
di Roberta Merlin
Il Gazzettino, 24 gennaio 2020
"Chiederemo al Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria (Dap) di fare un passo indietro sul carcere minorile. Questo il contenuto della mozione su cui sta lavorando la maggioranza e che sarà votata durante la seduta del consiglio comunale, in programma tra il 4 e il 6 febbraio".
Il sindaco Edoardo Gaffeo chiarisce così la notizia di un consiglio comunale ad hoc, resa nota, nei giorni scorsi, dal capogruppo del Pd Graziano Azzalin, per discutere della nuova collocazione del Tribunale. "Non ci sarà una seduta dedicata a una discussione in merito ad una possibile nuova sede della Cittadella della giustizia - spiega il sindaco - ma abbiamo pensato di sollecitare il Dap, attraverso una mozione, a prendere, al più presto, una posizione definitiva nei confronti dell'arrivo a Rovigo del carcere minorile di Treviso".
La struttura in questione, spiega Gaffeo, "attualmente si trova all'interno del penitenziario in una situazione di promiscuità e in locali fatiscenti. Una situazione sicuramente difficile e che necessita sicuramente di una nuova struttura in grado di accogliere i minori in regime di detenzione. Rovigo, però, in questo momento non è in grado di accogliere un carcere dedicato ai minori in quanto, benché le associazioni locali impegnate all'interno della Casa circondariale della Tangenziale est siano davvero tante e ben organizzate, non sono preparate a gestire i tipi di servizi dei quali necessitano i ragazzi, ossia assistenza legata a un supporto psicologico, formativo e professionale. Nel caso il ministero decida che non è possibile ritirare il progetto, già in fase esecutiva, del Minorile in via Verdi, dobbiamo essere coinvolti per tempo nell'organizzazione di tali servizi dedicati ai minori che arriveranno in città".
Gaffeo spiega che la decisione dell'ampliamento del Tribunale in via Verdi non è di natura politica, "ma dipende solo dalla valutazione del Dap. La decisione di collocare da noi il Minorile di Treviso non risale alla nostra amministrazione, in Comune c'era al comando la giunta Bergamin e l'attuale minoranza".
La notizia dell'arrivo del nuovo carcere in via Verdi ha iniziato a circolare in città nel 2017, ossia dal momento dell'interessamento del Dap alla struttura rodigina lasciata libera dalla Casa circondariale trasferitasi nella nuova sede della Tangenziale est. L'ex giunta leghista non si è però opposta al nuovo carcere minorile in arrivo da Treviso e il Dap ha dunque proseguito con il progetto divenuto, successivamente, esecutivo. "Attraverso la mozione della maggioranza - conclude Gaffeo - chiederemo, in pratica, al Dap di cambiare idea e cercare una nuova sede per il Minorile, in quanto Rovigo non ci sembra adatta, sotto diversi aspetti, ad accogliere una struttura di questo tipo. Questa amministrazione sta facendo quello che la precedente non ha fatto, ossia tentiamo ogni strada possibile per fermare l'arrivo del carcere dei minori. Se non sarà possibile, non potrà essere una conseguenza del nostro modus operandi, in quanto è una situazione che abbiamo trovato già in fase avanzata".
Accanto al Minorile che ospiterà circa una quindicina di detenuti, sorgerà anche una sezione dedicata al regime di semi-libertà, ossia detenuti che durante il giorno sono autorizzati ad uscire dal carcere per recarsi al lavoro o per partecipare ai vari programmi di reinserimento, per poi, alla sera, rientrare all'interno della struttura detentiva. Insomma, via Verdi tornerà a essere una zona dedicata, come in passato, alla detenzione.
Una volta che se ne dovesse andare anche il Tribunale, per essere collocato magari in Commenda, il Comune si ritroverebbe con un altro vuoto urbano da riempire. Una delle ipotesi al vaglio dell'amministrazione è quella di mettere a disposizione i locali dell'ex Tribunale agli atenei di Padova e Ferrara o in alternativa, spingere per l'arrivo della Guardia di finanza, anch'essa da tempo alla ricerca di una nuova sede in città.
di Giusy Ferreli
La Nuova Sardegna, 24 gennaio 2020
Per il ministero la sua gestione è antieconomica. Ma il territorio si ribella: diciamo no alla chiusura. Se dipendesse da Francesco Basentini, alto funzionario a capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria, il carcere di Lanusei chiuderebbe. Troppo antieconomica la sua gestione e soprattutto troppi soldi da investire in una struttura che ha fatto il suo tempo.
Ma l'ultima parola spetta al ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e la battaglia dal piano tecnico si sposta su quello politico. E su questo fronte le voci contrarie alla sua chiusura, e i tentativi per scongiurare la chiusura, non mancano.
"La Casa circondariale di Lanusei è un presidio importante di legalità per il nostro territorio: percorreremo tutte le vie consentite per scongiurarne la chiusura attacca Salvatore Corrias, consigliere regionale ogliastrino che sta seguendo, con il sindaco Davide Burchi, le vicende che ruotano attorno alla paventata soppressione del San Daniele, istituto di pena che già in un decreto ministeriale del 2001 era stato inserito tra gli "istituti penitenziari strutturalmente non idonei alla funzione propria, per i quali risulta necessaria o conveniente la dismissione".
Le voci di dismissione si sono amplificate e Corrias ha presentato un'interrogazione al presidente della Regione, Cristian Solinas per verificare il reale intendimento del governo. A metà gennaio è arrivata la risposta dal Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria del ministero. Una doccia gelata per il territorio perché elenca tutti i motivi per cui l'istituto ogliastrino dovrebbe chiudere.
"Benché comprendiamo le ragioni avanzate dal ministero e sulla cui ragionevolezza ovviamente non dubitiamo - incalza Corrias - non possiamo esimerci dal rilevare l'indispensabilità della permanenza del carcere, sia per la sua stretta connessione con il tribunale di Lanusei, sia quale presidio di giustizia e di presenza dello Stato".
Per il sindaco Burchi il fatto che il San Daniele non sia sovraffollato depone a favore del mantenimento. Il clima che si respira al San Daniele - sottolinea Burchi - è umano, in conformità al disposto costituzionale della funzione rieducativa del carcere".
Quest'ultimo intervento si aggiunge a quelli in difesa dei servizi sanitari, l'ultimo sulla mancata apertura dell'Emodinamica dell'ospedale, per ora Vano: neanche la lettera della deputata Mara Lapia, inviata tra gli altri anche il presidente dell'Autorità anticorruzione e al procuratore di Lanusei, è servita sinora a smuovere le acque.
- Sassari. Unida, il garante dei detenuti: "Ho un sogno per Bancali"
- Cesena. "Sbarre alle spalle", la realtà carceraria raccontata dai detenuti
- Roma. Il Cappellano: "In carcere non vedo mostri, ma persone povere, sole e bisognose"
- Cuneo. Criticità strutturali e logistiche delle carceri: quale ruolo per i Garanti dei detenuti
- Padova. "Erasmus+", delegazione norvegese in visita al carcere









