ildispaccio.it, 15 dicembre 2019
"Politica e agenzie educative in grave ritardo, serve un cambio di passo". Una prima fotografia del fenomeno della violenza sulle donne in Calabria è quella che si presenterà il prossimo 16 dicembre nella sala Calipari del Consiglio regionale della Calabria.
Lo annunciano Mario Nasone e Giovanna Cusumano, rispettivamente coordinatore e vice coordinatore dell'Osservatorio regionale sulla violenza di genere, organismo voluto dal Consiglio regionale come strumento per approfondire la conoscenza di questa vera e propria emergenza sociale che, in Calabria, anche alla luce di complesse dinamiche, si presenta con aspetti ancora più preoccupanti.
La conoscenza diventa, pertanto, un passaggio importante per costruire un sistema di monitoraggio del fenomeno che sia quanto più possibile valido per contrastarlo. Un modo per accendere i riflettori su una condizione sociale che è stata finora sottovalutata e trascurata, anche a causa della mancanza di dati utili a documentarne l'estensione e la gravità.
Un rapporto che farà emergere anche i gravi ritardi con i quali la politica e le agenzie educative hanno, ad oggi, affrontato la problematica della violenza sulle donne.
La presentazione del rapporto sarà, quindi, l'occasione per sensibilizzare le istituzioni e tutta la comunità calabrese che avrà così modo di conoscere le buone prassi intraprese.
L'incontro si aprirà con una lettura scenica di una lettera di una delle tante calabresi, diventate donne-simbolo contro la violenza, Maria Antonietta Rositani, la quale, dal letto dell'ospedale di Bari dove si trova ricoverata da tantissimi mesi e da dove sta combattendo la sua battaglia per la vita, ha voluto inviare a tutti noi il suo messaggio di denuncia e di coraggio.
A commentare i dati, a presentare esperienze e proposte su come migliorare il sistema di prevenzione e protezione, parteciperanno ricercatori, magistrati, forze dell'ordine, centri antiviolenza, operatori sociali e rappresentanti delle istituzioni politiche nazionali e regionali.
Il programma dei lavori, che si svolgeranno c/o la sala Calipari del Consiglio regionale Lunedi 16 Dicembre con inizio alle ore 15, prevede i saluti di Nicola Irto Presidente Consiglio regionale della Calabria, Massimo Mariani Prefetto di Reggio Calabria, Luciano Gerardis Presidente Corte d'appello, il Molise, Maurizio Piscitelli Ufficio scolastico regionale.
I lavori saranno introdotti daMario Nasone, coordinatore Osservatorio regionale sulla violenza di genere, la lettura scenica della lettera di Maria Antonietta Rositani sarà affidata a Walter Cordopatri della scuola regionale di recitazione, la presentazione del rapporto sarà curata da: Giovanna Vingelli, ricercatrice dell'Unical, Domenico Tebala dell'Ufficio territoriale Istat.
Previsti gli interventi di Antonio Gioiello del Centro Fabiana Luzzi Corigliano, Maurizio Vallone Questore di Reggio Calabria, Giuseppe Battaglia Comandante provinciale carabinieri Reggio Calabria, Giovanna Petrocca Questore di Cosenza, Maria Grazia Muri vice-presidente Ordine Regionale Assistenti Sociali, della Sen. Valeria Valente Presidente commissione parlamentare d'inchiesta sul fenomeno del femminicidio, Coordina i lavori Caterina Ermio componente osservatorio regionale sulla violenza di genere e le conclusioni saranno affidate a Giovanna Cusumano vice coordinatore osservatorio regionale sulla violenza di genere.
E' stato richiesto all'ordine regionale degli assistenti sociali e degli avvocati di Reggio Calabria l'attribuzione di crediti formativi. Ai partecipanti sarà consegnata pubblicazione rapporto che contiene anche contributi su buone prassi e documentazione delle attività dell'osservatorio.
di Franco Corleone
L'Espresso, 15 dicembre 2019
Ci sono molte ragioni per essere lieti della elezione all'unanimità di Marta Cartabia alla Presidenza della Corte Costituzionale non solo perché è la prima donna ma anche per il ruolo che ha avuto in importanti decisioni. Ricordo che nel febbraio 2014 ero presente all'udienza che doveva decidere della incostituzionalità della legge criminogena Fini-Giovanardi sulle droghe.
di Nicola Galati
extremaratioassociazione.it, 15 dicembre 2019
Alcune riflessioni dopo l'ennesimo scontro frontale tra politica e magistratura. Un'analisi a margine dell'inchiesta riguardante la Fondazione Open vicina a Matteo Renzi, per capire quali sono le responsabilità dei partiti e quali quelle dei togati, quali quelle del legislatore e quali quelle del potere giudiziario.
di Manuela Galletta
giustizianews24.it, 15 dicembre 2019
Può una persona redimersi dagli errori commessi? Può una persona, che ha scontato la sua pena e si è perfettamente reinserita nella società, essere giudicata per ciò che è diventata e non guardata sempre e solo attraverso la lente del pregiudizio? La risposta ad entrambe le domande è ovviamente affermativa. Eppure c'è un ex ministro che non si fa scrupolo nel riservare parole cariche di odio e di disprezzo verso un uomo la cui "colpa" di oggi è quella di avere ottenuto, per volere del sindaco di Napoli, l'incarico di Garante dei detenuti.
L'ex ministro in questione è Matteo Salvini, leader della Lega. Il bersaglio del suo livore è Pietro Ioia, tornato in libertà nel 2002 dopo 22 anni di reclusione per traffico di stupefacenti e negli ultimi 18 anni impegnato nel sociale senza mai incappare in alcun nuovo guaio con la giustizia.
"Sono stato nel carcere di Poggioreale e ho ascoltato chi grida al mondo la vergogna e lo schifo per la nomina di uno pseudo-garante di detenuti con una carriera da spacciatore di morte alle spalle - sono state le parole di Salvini nella conferenza stampa convocata ieri, venerdì 13 dicembre, dopo la visita nel penitenziario partenopeo finalizzata esclusivamente a dialogare con gli agenti della Penitenziaria - Mettetevi nei panni di un agente che ogni giorno si confronta con una popolazione di 2mila delinquenti e si ritrova a dovere essere sottoposto al giudizio e all'umore di uno che è stato condannato ad anni ed anni di carcere, grazie a quel genio di De Magistris".
Ora, la nomina di Pietro Ioia a Garante dei detenuti del Comune di Napoli - al pari di ogni altra nomina - può legittimamente essere disapprovata e anche criticata. Ci si può legittimamente chiedere se quella di de Magistris sia stata la scelta più giusta. Tuttavia esibire con tale naturalezza parole come "vergogna e schifo" non significa disapprovare: vuol dire denigrare, insultare. Denigrare e insultare un uomo per ciò che è stato una quarantina d'anni fa, prima di entrare in prigione, dove ha pagato il conto con la giustizia e dove - anche grazie all'amministrazione penitenziaria e agli agenti della Penitenziaria - ha cominciato quel percorso che gli ha consentito, una volta uscito di galera, di dare un calcio al suo oscuro passato.
Ma per Salvini Pietro Ioia non merita alcuna seconda occasione. Per Salvini Pietro Ioia è ancora "quello che è stato condannato ad anni ed anni di carcere". Come se tutto quello che è venuto dopo la condanna, non è mai esistito. Come se il nuovo Ioia, in questi ultimi venti anni, non sia esistito.
Ci soffermeremmo anche a spiegare all'ex ministro perché questo approccio è sbagliato, ma soprassediamo perché convinti che la polemica montata contro Ioia sia volutamente strumentale e per questa ragione la scelta delle sue parole è ancora più odiosa.
Non da oggi Matteo Salvini si è presentato come paladino delle forze dell'ordine. Non da oggi Matteo Salvini ha provato a dividere il mondo in buoni e cattivi, facendo intendere di essere dalla parte da lui presentata come "giusta" e gettando in questa cerchia le basi per il consenso elettorale cui attingere all'occorrenza.
E, allora, era inevitabile che Salvini interpretasse i sentimenti dei sindacati della Penitenziaria (che hanno duramente attaccato Ioia) procedendo con la fucilazione di Ioia a mezzo stampa. Un gioco strumentale e disgustoso, che si sta consumando sulla pelle di una persona che è riuscita - e questo le fa onore - a rimettersi nei binari della legalità dopo avere pesantemente deragliato. Un gioco vergognoso che, per paradosso, getta fango finanche su quello che dovrebbe essere presentato, con vanto, come un successo dello Stato civile di diritto: il recupero e il reinserimento di un detenuto nella società.
askanews.it, 15 dicembre 2019
Visita Salvini a Poggioreale? "Chiedo al ministro Bonafede se un leader politico può tenere un comizio in un carcere". Per il sindaco di Napoli, Luigi de Magistris, sulla nomina da parte del comune di Napoli di Pietro Ioia, ex detenuto, come garante dei detenuti "c'è stata anche un po' troppa strumentalizzazione politica" e che la decisione, invece, dovrebbe essere vista come "un messaggio che chi ha sbagliato può diventare testimone di giustizia".
"Non capisco perché viene data una lettura di contrapposizione a questa nomina che invece va proprio nella direzione della composizione di quelli che sono anche stati dei conflitti sociali. - continua il primo cittadino che poi commenta anche la visita di venerdì da parte del leader della Lega, Matteo Salvini nel carcere di Poggioreale, a Napoli, per protestare contro la nomina di Ioia - Non mi è mai capitato di vedere che un leader politico, ex ministro dell'Interno vada a fare un comizio in un carcere. Chissà cosa ne pensa il ministro della Giustizia di tutto questo perché non mi sembra una cosa proprio normale. Bisogna capire chi ha consentito questo, chi ha cavalcato e chi pensa di utilizzare delle funzioni per attaccare il sindaco di Napoli".
Infine si sofferma sulla richiesta al ministro Bonafede da parte dei sindacati della polizia penitenziaria di impugnare l'atto da lui firmato: "Facessero quello che vogliono, non capisco tutta questa preoccupazione, io sto dalla parte della polizia penitenziaria, dalla parte di Pietro Ioia, dalla parte della giustizia e dalla parte di quelli che hanno sbagliato e vogliono non sbagliare più. Vedo troppa strumentalizzazione politica, si dovrebbero abbassare un po' i toni altrimenti comincio a pensar e che qualcuno ha paura del garante dei detenuti".
I Radicali: "Serve impegno di tutte le forze politiche per agenti e detenuti"
All'indomani della visita di Matteo Salvini nel carcere di Poggioreale, per testimoniare la propria vicinanza alla polizia penitenziaria, i Radicali per il Mezzogiorno Europeo sono tornati a esprimersi sia in difesa della nomina di Pietro Ioia a Garante dei detenuti per la città di Napoli che sulle condizioni del maggior carcere partenopeo. In particolare, è intervenuto l'avvocato Raffaele Minieri, leader dei Radicali per il Mezzogiorno Europeo e membro della direzione nazionale di Radicali Italiani. Minieri ha rivendicato come i Radicali, a partire da Marco Pannella, abbiano sempre posto in evidenza non solo le condizioni di vita dei detenuti ma anche quelle di lavoro della polizia penitenziaria.
I Radicali, alla luce della visita di Salvini, lanciano la sfida alla politica affinché questa provveda a sanare le numerose criticità che albergano nel carcere di Poggioreale e annunciano nuovi ingressi nelle carceri cittadine per i prossimi giorni. Queste le parole di Raffaele Minieri: "Il primo effetto positivo della nomina di Pietro Ioia è l'attenzione che finalmente la politica tutta rivolge a Poggioreale. Si tratta di una struttura che ha bisogno di impegno di tutte le forze politiche.
Sono anni che denunciamo il sotto organico della polizia penitenziaria, l'inadeguatezza delle piante organiche, le difficoltà concrete vissute dagli agenti che si trovano spesso costretti a supplire alla carenza di educatori o a trovare soluzioni per la scarsità di risorse sanitarie per i detenuti. Pannella ha testimoniato da sempre il vero interesse per le condizioni degli agenti. È stata l'unica voce a denunciare il numero elevatissimo di suicidi fra gli agenti.
Speriamo che la vicinanza testimoniata dal Senatore Salvini alla polizia penitenziaria si traduca in un impegno effettivo in tal senso perché migliorare le condizioni di tutti gli operatori del carcere (agenti, educatori, medici, etc.) vuol dire migliorare le condizioni dei detenuti. Il secondo dato positivo è che le omissioni sulle condizioni di sovraffollamento e di degrado assoluto di alcuni padiglioni, sull'assenza di sufficienti fondi per attività di recupero e per la sanità dimostrano la necessità di un punto di vista diverso e di una voce capace di raccontare e spiegare come vivono i cittadini detenuti, cioè la necessità di un Garante come Pietro Ioia.
Nei prossimi giorni torneremo a visitare gli istituti penitenziari della città metropolitana di Napoli per continuare a sollecitare le istituzioni e la politica a prendersi carico della situazione carceraria a prescindere dalla polemica politica in vista delle elezioni regionali in Campania".
di Flavio Coppola
orticalab.it, 15 dicembre 2019
Operatori allo stremo e non un solo psicologo Carlo Mele, garante dei detenuti della provincia di Avellino, rilancia l'allarme per quella che ormai è una vera e propria emergenza quotidiana: "Non sono più istituti di pena, ma una vera Babilonia. Nessun reinserimento, zero assistenza e istruzione al palo: in una cella di 20 metri dormono anche in 6".
Aggressioni, problemi sanitari, infiltrazioni di sostanze stupefacenti o telefoni cellulari sono sempre di più all'ordine del giorno nelle carceri irpine. L'ultimo episodio, solo l'altro giorno, ha visto protagonista un detenuto che ha aggredito ben tre agenti. Perché?
Da una parte, per il sovraffollamento sempre più grave dei tre carceri di Avellino, Ariano e Sant'Angelo dei Lombardi; dall'altra, per la carenza pesante di personale. Nel mezzo, poi, si colloca drammaticamente la carenza di attività formative e persino di assistenza sanitaria, anche e soprattutto psichica. Non ha problemi, il Garante dei detenuti della provincia di Avellino, Carlo Mele, a definire il sistema penitenziario locale "una totale Babilonia".
Lo si può capire fin troppo facilmente leggendo i numeri. Il carcere di Bellizzi, realizzato per contenere 450 detenuti, ne ospita 600. Si tratta del carcere maggiore, che in più padiglioni ospita detenuti di tutti i tipi e per tutti i reati. Anche le donne. "In celle grandi al massimo venti metri quadrati - denuncia Carlo Mele - possono abitare anche 5 o 6 detenuti. C'è un tavolo e un bagnetto, e a volte bisogna fare i turni per decidere chi sta in piedi e chi sul letto". Un fatto, questo, per il quale l'Italia è di nuovo sotto la lente dell'Unione europea. Una barbarie.
Ad Ariano l'esasperazione del personale è tale che è già stato programmato uno sciopero per la fine del mese. Qui i detenuti dovrebbero essere 300, e sono 380. Per il 90 per cento si tratta di giovani provenienti dal Napoletano. E poi c'è la casa di reclusione di Sant'Angelo dei Lombardi, con 150 detenuti, per i quali sono previsti percorsi lavorativi.
Se le carceri implodono letteralmente "il personale - ricorda Carlo Mele - è ridotto al lumicino. Chi va in pensione non viene sostituito. I ricambi non ci sono e gli operatori, per gran parte, hanno un'età avanzata. Il concorso nazionale per 1200 nuovi ingressi in fase di definizione, ma i problemi sono gravi e impellenti".
I percorsi per il reinserimento e le prestazioni sanitarie, poi sono una vera e propria chimera. Anche qui, mancano i professionisti e i fondi. "L'istruzione non viene svolta perché le classi non si formano. - denuncia ancora Mele - Talvolta gli insegnanti si trovano di fronte a classi vuote. E' un vero e proprio caos organizzativo".
L'emergenza più grave è probabilmente quella dei servizi sanitari. In particolare per le cure psicologiche. "Moltissimi ragazzi, quasi sempre con problemi di droga, sono abbandonati a se stessi. - ricorda il garante - In tutte e tre le carceri irpine non c'è un solo psicologo. Un fatto clamoroso, che spesso concorre a determinare i ricorrenti episodi di violenza". Per legge, gli operatori psichiatrici dovrebbero svolgere nelle carcere un minimo di 15 ore a settimana.
"Ma siamo al massimo a due visite al mese". Il massimo dei disagi si verifica nella struttura di Ariano. Una situazione, insomma, non più sostenibile, che fa delle carceri irpine una vera e propria polveriera. "I nostri appelli - conclude il garante dei detenuti - al ministero della Giustizia, ormai, vengono sottoscritti anche dai direttori delle carceri. Ma il silenzio è assordante. Così organizzati, i penitenziari non svolgono più alcuna funzione rieducativa".
di Francesca Mannocchi
L'Espresso, 15 dicembre 2019
Esistono molte similitudini con gli jihadisti. A partire dall'uso della violenza. E dovremmo trattarli allo stesso modo. Parla l'ex agente speciale Ali Soufan. Lo scorso 10 settembre, un giorno prima dell'anniversario dell'attentato contro le torri gemelle Ali Soufan, ex agente speciale che ha investigato casi di terrorismo internazionale altamente sensibili e complessi, tra cui i bombardamenti e l'attacco alla Uss Cole, oltre agli eventi legati proprio all'11 settembre, ha parlato alla House Committee on Homeland Security (Comitato della Camera sulla Sicurezza Interna). Il tema del suo intervento sulle minacce legate al terrorismo globale non era focalizzato solo sullo stato dei gruppi jihadisti, ma sull'evoluzione del suprematismo bianco.
Dice Soufan nel suo intervento: "Non è solo il terrorismo jihadista a minacciare gli Stati Uniti. [...] I suprematisti bianchi sono stati responsabili di tre volte più morti negli Stati Uniti rispetto agli islamisti. [...] Da Pittsburgh a Poway, da El Paso a Charlottesville, l'estremismo suprematista affligge regolarmente gli Stati Uniti, e questa minaccia non ha una natura solo locale ma sta manifestando le sue caratteristiche transnazionali".
Proprio in settembre, la sua organizzazione, il Soufan Center, che si occupa di fornire risorse, ricerche e analisi legate a problemi di sicurezza globale e minacce emergenti ha pubblicato un report dal titolo: "L'ascesa transnazionale del violento movimento suprematista bianco". Secondo lo studio, più di 17 mila persone provenienti da 50 Paesi, compresi gli Stati Uniti, hanno viaggiato in Ucraina negli ultimi anni per combattere sia per le forze pro-ucraine che per quelle russe.
Nel vostro rapporto affermate che esistono similitudini tra il suprematismo bianco e gli jihadisti?
"Se osserviamo come si sta sviluppando il suprematismo bianco notiamo parallelismi con l'evoluzione dei gruppi jihadisti nella seconda metà degli anni Ottanta e l'inizio degli anni Novanta: come gli jihadisti, i suprematisti bianchi giustificano l'uso della violenza come autodifesa intrinsecamente necessaria a combattere la violenza degli avversari. Entrambi i gruppi utilizzano spesso metafore nei loro scritti propagandistici che riflettono la convinzione che le società cui appartengono siano sotto assedio e che solo la violenza possa fermare gli "invasori". Gli jihadisti, identificano i nemici nell'Occidente che cerca di distruggere l'Islam mentre gli estremisti suprematisti bianchi temono il multiculturalismo, l'immigrazione che porterebbe a quella che definiscono l"islamizzazione" della società. La violenza diventa così mezzo della "guerra ideale" che conducono ma anche modello per reclutare altri sostenitori. E finisce per generare identità. La minaccia alla propria identità che questi gruppi percepiscono li rende uno lo specchio dell'altro".
I combattenti di cui parlate sono estremisti di destra, suprematisti bianchi che viaggiano in Ucraina seguendo un percorso che ha delle analogie con il movimento dei combattenti jihadisti in Siria...
"L'Ucraina è per i suprematisti proprio quello che la Siria è stata negli anni recenti per gli jihadisti. E svolge la funzione che prima ha assolto l'Afghanistan. L'Ucraina ha un effetto galvanizzante, è un luogo di reclutamento, addestramento, combattimento e finanziamento e i suprematisti vi si recano per combattere sia su lato russo che su quello ucraino. La maggior parte dei foreign fighters in Ucraina proviene dalle regioni più prossime, Bielorussia, Germania, Georgia. Non è diverso da quello che abbiamo vissuto con l'Isis. Uno dei gruppi di destinazione è il Battaglione Azov, una forza filo ucraina che ha reclutato attivamente combattenti stranieri, motivati da una ideologia neonazista. A dimostrazione del carattere transnazionale della minaccia, proprio il Battaglione Azov ha relazioni con i membri della divisione Atomwaffen, e non i sostenitori statunitensi di The Rise Above Movement (Ram), gruppo descritto dall'Fbi come "organizzazione estremista suprematista bianca" basata nel Sud della California".
Anche le parole usate dai gruppi suprematisti raccontano una prossimità con i gruppi jihadisti...
"Sì, i gruppi suprematisti stanno anche mutuando una narrazione del mondo dai movimenti jihadisti. Un'organizzazione basata negli Stati Uniti ha adottato, come nome per una piattaforma social che collega vari elementi di estrema destra, il nome The Base, la base. La base era il nome selezionato da Osama bin Laden per il suo gruppo: tradotto in arabo è, appunto, Al Qaeda. La propaganda serve a esporre la propria ideologia e ad avvicinare nuovi sostenitori. Per gli jihadisti sono i video di martirio e decapitazione, per i suprematisti bianchi è lo streaming degli attacchi, come nel caso di Christchurch, l'attacco in Nuova Zelanda. Prima della carneficina l'attentatore pubblicò un lungo manifesto di 74 pagine in cui aveva razionalizzato il suo massacro come una protesta contro la "sostituzione etnica", cioè l'idea che i musulmani stessero cercando di cancellare la cultura bianca europea. Difendeva l'idea di combattere la sua "guerra santa" per purificare la società, esattamente come gli jihadisti. Questi manifesti, le dirette, l'esaltazione della violenza, l'uso in generale delle piattaforme internet come strumento di diffusione del messaggio, servono ad avvicinare le parti più vulnerabili della società".
Nel rapporto sostenete che "giocare sulle paure per monetizzare l'odio e la discordia è un grande affare". Quali sono i principali modi di finanziamento del suprematismo bianco?
"Non essendo considerati gruppi terroristici i suprematisti bianchi hanno modi trasparenti e legali di finanziamento. Sia il crowdfunding che le criptovalute sono un metodo diffuso di finanziamento per i gruppi suprematisti. Molti hanno sfruttato le piattaforme social per creare contenuti e cercare finanziamenti attraverso sistemi di pagamento che facilitano le transazioni peer-to-peer (P2p). Non è possibile quantificare con precisione la portata del potere finanziario dei gruppi suprematisti ma possiamo ritenere che sia molto significativa e che essi abbiano potuto avvalersi di donatori che condividono la loro ideologia".
Come ricordava, il suprematismo bianco è responsabile di più morti in America che gli attacchi terroristici di matrice jihadista dopo l'11 Settembre. Per anni, l'Fbi ha generalmente descritto gli estremisti violenti di destra o come "razzisti" o come "terrorismo domestico", e gli estremisti violenti ispirati da gruppi militanti islamici come al Qaeda e lo Stato islamico come "terrorismo internazionale"...
"Sfortunatamente l'America non ha trattato per lungo tempo il suprematismo bianco come ha trattato la minaccia dei gruppi jihadisti. Ha molto a che fare con la politica e molto con la nostra percezione del pericolo che questi gruppi rappresentano. Ma dobbiamo cominciare a relazionarci diversamente con questa minaccia. Lo scorso 30 ottobre il direttore dell'Fbi Christopher Wray ha detto al Congresso che i neonazisti americani pesano sempre di più a livello internazionale e ha affermato che gli estremisti siano motivati da ragioni razziali e confermato i reclutamenti on line e i viaggi di addestramento. Recentemente l'Fbi ha arrestato, in Kansas, un soldato con l'accusa di condividere le istruzioni di fabbricazione di bombe su Facebook. Ha dichiarato in Tribunale di essere stato guidato da un ex soldato dell'esercito che era andato a combattere a fianco di un gruppo estremista in Ucraina, Craig Lang, un ex soldato dell'esercito statunitense che nel 2016 si sarebbe unito a Right Sector, un gruppo paramilitare nazionalista ucraino di estrema destra, impegnato nella lotta contro i separatisti russi. È solo una delle conferme della minaccia terroristica interna".
In un recente articolo che ha scritto per il New York Times sostiene che dal 2001 un lungo elenco di persone sia stato incriminato con l'accusa di sostenere materialmente gruppi terroristici vicini ad Al Qaeda, ma che per il terrorismo interno le accuse di sostegno economico, materiale sono impossibili perché - lei scrive - "non esiste un meccanismo per designare gruppi terroristici domestici in quanto tali e le accuse di terrorismo interno sono più difficili da dimostrare e comportano sanzioni inadeguate alla gravità del reato"...
"Sì, anche l'attentatore di Oklahoma City, Timothy McVeigh, il caso più grave di terrorismo domestico nella storia della nazione, non è stato accusato di alcun reato di terrorismo. Quello che auspichiamo è che l'Fbi segua il modello inglese, sulla scia dell' MI5, rispettando le libertà costituzionali ma aggiornando la legislazione post 11 settembre per equiparare i gruppi terroristici locali e quelli stranieri. Solo così le forze dell'ordine potranno monitorare adeguatamente i gruppi e fornire prove ai pubblici ministeri".
In questi mesi abbiamo assistito alla presunta morte di Hamza Bin Laden e alla morte di Abu Bakr al Baghdadi. Cosa rappresenta la morte di Baghdadi per Isis e in cosa è diversa dalla morte di Osama Bin Laden per le sorti di Al Qaeda?
"Dal punto di vista dell'ideologia, questi gruppi non si esauriscono con la morte del leader, non dobbiamo confondere la morte del capo con la fine del messaggio. In passato la morte di Bin Laden ha dimostrato di avere rafforzato Al Qaeda anziché indebolirla. E non perché Zawhahiri sia un leader migliore di lui, ma perché gli eventi in Siria e in Iraq hanno dato al gruppo un'opportunità di rafforzare il proprio messaggio, il reclutamento e l'azione. E soprattutto di raccogliere il vantaggio che i disordini e i vuoti politici hanno dato ai fondamentalismi.
Pensare di aver sconfitto - attraverso la morte del leader - i fattori che contribuiscono allo sviluppo e alla diffusione di una ideologia è pura illusione. Negli ultimi vent'anni le politiche antiterrorismo si sono rivelate un boomerang. Se non facciamo attenzione ai complessivi aspetti geopolitici del gruppo rischiamo di non riuscire a prevedere cosa accadrà. Penso che al momento della morte di Bin Laden Al Qaeda fosse pronta alla transizione, il tentativo era esattamente attraverso Hamza bin Laden, il figlio prediletto di Osama. Per l'Isis è tutto diverso, molti numeri due dell'organizzazione sono stati uccisi, e molti sostenitori non sanno nemmeno chi sia il nuovo Califfo, non sanno il vero nome, non conoscono il suo volto. Isis tornerà a operare con modalità insurrezionali, forse i gruppi, Isis e al Qaeda, si avvicineranno o si coordineranno, come stanno facendo nel Sahel".
Molto è cambiato nel nord est della Siria negli ultimi mesi, l'offensiva turca in Rojava, e la decisione di Istanbul di cominciare a deportare i foreign fighters e le loro famiglie. Cosa si aspetta?
"Stiamo chiedendo a gran voce ai governi occidentali di definire una linea, abbiamo visto cosa è accaduto dopo l'Afghanistan, molti Paesi non volevano accettare indietro i propri cittadini che avevano combattuto. Non dobbiamo e non possiamo ripetere i medesimi errori. Allora il mondo si accorse in ritardo di avere un problema con il reclutamento del fondamentalismo islamico, se ne accorse l'11 settembre. È un fenomeno già visto, ed è esattamente ciò cui stiamo assistendo con i foreign fighter e le loro famiglie nel nord est della Siria e in Iraq. Se non capiamo come fare, chi debba essere processato, chi vada aiutato con progetti di deradicalizzazione vedremo un film già visto.
Tenere i bambini in questi campi profughi significa alimentare inesorabilmente la possibilità che siano terreno fertile di un reclutamento futuro. Io credo che il sistema giudiziario dei Paesi europei sia solido abbastanza per poter far fronte al problema, se ci voltiamo dall'altra parte, senza potenziare il sistema giuridico o i percorsi di deradicalizzazione, passerà del tempo, i detenuti usciranno di prigione - qualcuno di loro è già fuggito - e immaginate cosa significherà quando saranno sparsi per il mondo, cercando un altro luogo che unifichi il loro messaggio, e cercheranno di colpire i loro governi, i Paesi da cui provengono e che li hanno rifiutati, le loro comunità di origine. Abbiamo l'opportunità di trovare una soluzione ora e i governi europei non possono abdicare questa responsabilità verso i propri cittadini. Soprattutto sulla riabilitazione dei bambini. Non farlo significa alimentare i problemi del futuro.
di Mauro Giacon
Il Gazzettino, 15 dicembre 2019
"Il paese ha bisogno di una nuova religione civile". A marzo i giovani realizzeranno progetti socialmente utili. "Io non so se l'Italia ha veramente bisogno dell'uomo forte. Ma so che di sicuro ha bisogno di relazioni fra le persone. Ed è questa la nostra missione per quest'anno: ricucire insieme il Paese. Partendo dal lavoro dei volontari che è lo stesso dappertutto, in Veneto come in Sicilia. Ho scritto anche al papa chiedendogli di venire a visitarci".
Così Emanuele Alecci, presidente del Centro servizi volontariato ha introdotto la presentazione ufficiale di Padova capitale europea del volontariato scettro ereditato da Kosice in Slovacchia dopo essere stato fra gli altri di Londra e che l'anno prossimo sarà consegnato a Berlino. La città vanta un palmarès illustre fin dai tempi di Civitas, che è rinato quest'anno con Solidaria.
Ma la sua forza sono le 6.400 organizzazioni di volontari, sentinelle di un vero esercito del bene. Persone che di solito lavorano in silenzio ma che questa volta vogliono farsi sentire.
L'obiettivo - "Vogliamo essere il luogo che fa partire il lavoro per la comunità che verrà". Un manifesto politico nel senso più alto del termine. Che sarà declinato in centinaia di manifestazioni, già duecento quelle in programma. La prima fra il 7 e il 9 febbraio sarà una tre giorni che accoglierà anche il presidente della Repubblica Mattarella chiamato a testimone "dei sogni e dei progetti del volontariato italiano e di chi ha voglia di interessarsi della cosa pubblica, del bene comune. Un modo di ricostruire il Paese che ha bisogno di una nuova religione civile, e questa la può fondare solo il volontariato".
I temi - Non solo parole. Da mesi circa quattrocento persone stanno lavorando a sbozzare i temi che saranno declinati nelle manifestazioni dal 2020 fino al 2022 per costruire un modello operativo da esportare alle città. "Vogliamo partire con un grande progetto di coinvolgimento di Padova ad ogni livello, dai cittadini ai giovani. È uno schema che può fare da collante ad un nuovo modo di vivere la comunità". Impossibile? Invece no. In sala oltre al sindaco Sergio Giordani e al vice Arturo Lorenzoni era presente il senatore Antonio De Poli. Un suo emendamento al Senato per destinare 500mila euro agli eventi è stato votato oltre le appartenenze. De Poli sarà uno dei 50 ambasciatori di Padova capitale europea. Personaggi, ma anche volontari e associazioni.
Gli incontri - Saranno centinaia gli appuntamenti. Padova è già reduce dal Festival della cultura paralimpica e dalla Giornata della generatività sociale. Fra le maggiori del 2020 il secondo grande appuntamento sarà 20.020 ore di solidarietà. In tre fine settimana di marzo i giovani saranno chiamati ad impegnarsi per progetti socialmente utili in tutta la provincia.
Dalla primavera all'autunno 7 eventi per 7 tavoli presenterà il lavoro di 400 cittadini referenti di imprese, associazioni di categoria, sindacati, università, scuole, enti pubblici e media con proposte al Paese sui legami fra volontariato e tessuto economico. Ad esempio il Dipartimento di diritto privato dell'Università e la Fondazione Cariparo che sostiene Padova capitale dal 31 gennaio presenteranno i venerdì del terzo settore, un percorso di alta formazione giuridico-economica sugli aspetti della Riforma.
Solidaria - Dal 21 al 27 settembre aprirà Solidaria, interazione fra realtà profit e non profit, 50mila presenze quest'anno. E in chiusura la festa regionale del volontariato veneto saturerà di stand e di pubblico Prato della Valle e le piazze. In autunno appuntamento su come Rigenerare la solidarietà nei territori in preparazione con 30 personalità del mondo scientifico.
Sempre in autunno il Festival che unisce i festival, ovvero gli 8 festival che si occupano a livello nazionale di economia sostenibile riuniti a Padova. Chiusura il 5 dicembre, si spera nel nuovo centro congressi con la Giornata internazionale del volontariato e visita-studio delle realtà padovane rivolta a 50 volontari e operatori europei.
di Marco Pozza
ilsussidiario.net, 15 dicembre 2019
In carcere lavorare cambia la vita. Lo conferma la pasticceria del carcere di Padova. Storie che narrano di ricette e resurrezioni. L'ho beccato, alla lettera, con le mani in pasta: stava impastando il lievito nella pasticceria del carcere. Le sue mani somigliavano a quelle di un musicista sulla tastiera, di un pittore sulla tela, di un artista all'opera.
Dalle mani, poi, sono risalito al volto: mi pareva familiare pur non avendolo mai incrociato, terribile pur inerme. L'ho fissato, ho abbassato lo sguardo, l'ho rimirato. Si è accorto del mio sospetto: "Sono io" mi ha confermato con un anticipo di sorriso.
Era proprio lui, dunque: l'uomo di una spietatezza feroce, un killer di quelli fatti bene, l'angoscia di una città in preda a rabbia e paura. Erano passati più di vent'anni dai misfatti, ma la sua faccia è rimasta legata a quelle gesta omicide e lerce. Con in mano la pistola, ha portato la morte in casa degli altri e la vergogna in casa sua.
Dopo decenni passati nella gattabuia della galera, le mani sono le stesse. A mutare è stata la destinazione d'uso di quelle mani: "Memorizzale - mi sono detto -: mani che ieri hanno procurato morte possono diventare mani che, domani, daranno vita alla bontà". Le mani, a volte, sono rivelazioni: alcune ti aprono finestre, altre sono delle finestre. Mettere le proprie mani in buone mani: questo è.
I panettoni sfornati da loro nella galera di Padova ("I dolci di Giotto") sono storie che narrano storie: di ricette e risurrezioni, di scorribande e ripensamenti, di vecchi agguati e sorprese inedite. Di convivenze impensate: "Com'è possibile che una bestia diventi angelo?" borbotterà qualcuno.
È l'identico mistero che abita nell'incontro tra zenzero, mandarino e gelsomino: è arte dei pasticceri far convivere i diversi sorprendendo il palato. È sfida di chi educa riusare il passato per produrre futuro, nel presente. Succede come con la pesca, l'albicocca e la lavanda: una nasce per terra, le altre in alto, sui rami. Quando si mettono in cooperativa tra di loro, nasce un sodalizio sensuale.
Quando li vedo all'opera - tra impasti, degustazioni, confezionamenti - mi pare d'essere dentro un'officina: ci sono storie dietro quelle mani, ci sono finali di storie, anche nuovi inizi. Quelle mani sono un ciclo di (ri)produzione infinito. Una manutenzione di mani: arrivano mani usate che, come con le auto d'epoca, vengono restaurate per rimetterle in circolazione: il loro valore, alla prova dei fatti, certe volte quintuplica.
Lavorare i dolci, in carcere, è doppio lavoro: lavorando la materia si lavora la propria storia. Il fatto è semplice da apparire scontato: impastando il buono si diventa buoni, lavorando sul bello si diventa tali. "Sono fastidiosi come la mosca sul naso", mi disse un giorno un signore parlando dei carcerati. Quella mosca è un'annunciazione: Giotto, quand'era a bottega da Cimabue, dipinse una mosca sul naso di una figura creata dal grande maestro.
Che si accorse dello scherzo solo dopo aver fatto più volte il gesto con le mano per mandarla via, tanta era la perfezione artistica di quella mosca. Nel fastidio, certe volte, s'annuncia il genio. Certi pensieri nascono che sono muti: ci penseranno le mani, una volta fatta la manutenzione, ad raffigurarli con arte. Assurdo? Chiedete conferma al palato.
buongiornoalghero.it, 15 dicembre 2019
"Dignità e speranza sono le due colonne d'ercole con le quali deve essere trattato il tema del carcere". Lo ha sostenuto venerdì sera Giovanni Maria Flick, presidente emerito della Corte Costituzionale, nel corso del convegno a tema "Costituzione e carcere" realizzato per l'International Gramsci Festival, in un luogo altamente simbolico come la Torre Aragonese di Ghilarza, una volta adibita proprio a luogo di detenzione.
L'ex ministro della Giustizia ha parlato con parole semplici e profonde di fronte a un pubblico numeroso (anche in piedi), non facendo mistero dell'amarezza per il clima con il quale si stia trattando in Italia il tema Giustizia. Nel ricordare i contenuti del film-documentario di Fabio Cavalli, la cui proiezione stasera (14 dicembre) chiuderà l'intera kermesse, Flick ha affermato che, proprio ora che la Corte Costituzionale ha deciso di visitare le carceri entrando dalla porta, la Costituzione sta rischiando di uscirne dalla finestra. "Chi dice di volerla cambiare, spesso non l'ha nemmeno letta - ha scherzato il giurista. Secondo Flick, si sta rapidamente passando dal principio per cui "la legge non ammette ignoranza", a quello per il quale "l'ignoranza non ammette legge".
E la politica in questo ha una grossa responsabilità. Il tema carcere andrebbe trattato con molto più equilibrio: "Se da un lato anche il peggior delinquente una volta condannato ha diritto di vedere rispettata la propria dignità, dall'altro, se viene meno la speranza di un futuro libero, si passa dalla pena alla tortura". Più volte è stato citato il terzo comma dell'articolo 27 della Costituzione (le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato), ma è stato anche specificato quanto sia doveroso dare attuazione anche agli articoli 2 e 3, che prevedono pari dignità sociale anche per i detenuti. Nella visione di Flick il tema carcere presenta tre paradossi.
Il primo è quello dell'ergastolo, perché se la pena non finisce si leva la speranza e non si consente la rieducazione. Il secondo riguarda il sovraffollamento, che rende la vita impossibile. Basti pensare che la Corte di Strasburgo ha condannato due volte l'Italia per trattamento inumano dei detenuti.
L'ultimo paradosso è rappresentato dal fatto che - nonostante la pena di morte sia stata abolita anche dai codici militari - in carcere si continui a morire. E si muore talvolta per violenza subita ma molto più spesso per suicidio, sia da parte dei detenuti che del personale.
Nel dirsi soddisfatto per l'elezione di una donna a presidente della Corte Costituzionale, per la prima volta nella storia, il giurista ha elencato tra i vari esempi di non parità sociale gli ebrei, i migranti e le donne, aggiungendo a questi la categoria dei detenuti.
Durante l'incontro, moderato dall'avvocato Antonello Arru, sono intervenuti anche Antonello Spada, presidente dell'Unione Regionale degli ordini forensi della Sardegna, Aldo Luchi, presidente dell'Ordine degli avvocati di Cagliari e Giuseppe Conti, presidente dell'Ordine degli avvocati di Sassari.
"Credo che nel momento in cui si riapre la casa di Gramsci, una persona che in carcere ha vissuto e ha sofferto, ed è morta non appena è uscita, in nome della libertà e delle proprie idee - ha affermato in conclusione Flick - sia importante riflettere su queste tematiche per capire quanto oggi sia urgente riaprire un dibattito sul carcere, che sembra essere stato abbandonato e dimenticato di fronte alle esigenze della sicurezza".
L'Igf è organizzato dalla Fondazione Casa Museo Antonio Gramsci e dal Comune di Ghilarza, con il supporto di Ras, Fondazione di Sardegna e Isre, e il patrocinio del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, l'Icom, la Fihrm, l'Ambasciata del Sudafrica in Italia, e la collaborazione di numerosi enti, istituzioni e associazioni.
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