di Paola Rossi
Il Sole 24 Ore, 17 dicembre 2019
Corte di cassazione - Sezione IV penale - Sentenza 16 dicembre 2019 n. 50562. La responsabilità penale del padrone del cane va accertata "in positivo" e non è presunta, a differenza della responsabilità civile per i danni. Così il cane che morde perché reagisce al dolore provocato dal passaggio di una bicicletta sulla sua coda è evenienza connotata da "assoluta abnormità ed eccentricità", che va ben oltre il generale obbligo di garanzia di cui è gravato il padrone dell'animale, il quale - in via generale - risponde anche nel caso in cui vi siano stati comportamenti imprudenti della vittima. Con la sentenza n. 50562 di ieri la Corte di cassazione ha così accolto il ricorso contro la condanna del padrone del cane per il reato di lesioni colpose.
La vicenda - Il fatto riguardava il morso che l'animale aveva assestato al polpaccio di un minore mentre questi andava in bicicletta. I giudici di legittimità annullano la condanna e rinviano al giudice di pace, per un nuovo esame della vicenda, affinché sia accertata la circostanza che il ragazzino avrebbe prima pestato la coda del cane con la ruota della sua bici, e che solo dopo - e per reazione - avrebbe subito il morso.
Tale circostanza era stata invece - erroneamente - ritenuta irrilevante dal giudice di pace unitamente a quell'altra, affermata sempre dalla difesa, secondo cui il cane non sarebbe stato sciolto, ma al guinzaglio. In tal modo sarebbe rientrato nell'ampio dovere di custodia anche il fatto "assolutamente abnorme ed eccentrico".
Il giudice di pace aveva invece erroneamente pretermesso lo specifico esame ritenendolo irrilevante tout court nella sede penale. Si tratta, al contrario, di verificare l'esistenza di quel "caso fortuito" che fa venir meno anche la responsabilità civile, ma che in sede penale va accertato autonomamente dal giudice perché non è onere specifico dell'imputato fornirne la prova.
La responsabilità penale e civile - Infatti, la Cassazione chiarisce che, l'imprudenza altrui non esclude la responsabilità di chi detiene l'animale e che la colpa della vittima solo mitiga e non esclude la responsabilità di chi riveste un ruolo di garanzia.
Ma, ai fini penali, l'accertamento deve essere "positivo" e non presuntivo. La presunzione, infatti, vale in termini di responsabilità civile, e viene meno solo se all'origine del danno si dimostra l'avverarsi di un caso fortuito: unico elemento che slega il danno occorso alla vittima dalla responsabilità per i danni di chi riveste il ruolo di custode.
Giudizio di rinvio - La Cassazione, infine, indica al giudice del rinvio la strada da seguire e precisa che la responsabilità penale per le lesioni colpose prodotte dall'animale in custodia va verificata secondo i canoni dell'articolo 672 del Codice penale, anche se ormai depenalizzato a reato amministrativo. Infatti, come spiega la sentenza di legittimità: nel processo penale non si può partire dalla presunzione fissata dall'articolo 2052 del Codice civile con conseguente inversione dell'onere della prova.
controradio.it, 17 dicembre 2019
Il Garante dei detenuti della Toscana Franco Corleone chiede la riforma del Codice Rocco: "la riforma che ha portato alla chiusura degli Opg sta funzionando: ci sono 31 Rems in Italia, strutture con 650 persone, il problema è che non si è affrontato il nodo di fondo cioè quello legato al perché di queste misure di sicurezza"
gnewsonline.it, 17 dicembre 2019
L'edizione 2019 de "L'Altra Cucina... per un Pranzo d'Amore", iniziativa organizzata e promossa Prison Fellowship Italia Onlus, Rinnovamento nello Spirito Santo e Fondazione Alleanza Onlus del RnS, si terrà il 18 dicembre in contemporanea in dodici istituti penitenziari italiani e coinvolgerà circa 2000 detenuti.
di Annalisa Chirico
Il Foglio Quotidiano, 17 dicembre 2019
L'algoritmo studiato per velocizzare i processi. La formula matematica per prevedere i crimini. Come cambierà il sistema giudiziario con l'intelligenza artificiale? Un'indagine.
Vi fareste giudicare da un giudice robot? Affidereste a un algoritmo, per quanto smart, la decisione sulla vostra libertà personale o sulla vostra proprietà? Non siamo in un film fantasy. L'applicazione dell'intelligenza artificiale al settore giuridico porta con sé una cascata di conseguenze pratiche e una riflessione, affascinante e spaventosa insieme, sulle ricadute in termini di tutela dei diritti fondamentali e di giusto processo.
di Errico Novi
Il Dubbio, 17 dicembre 2019
Da Pd e renziani no alla legge Costa: solo a febbraio i loro correttivi alla norma Bonafede. Sulla prescrizione poteva consumarsi un conflitto nucleare. Sarà invece una guerra fredda. Lunga e dall'esito incerto. Dal vertice di maggioranza celebrato ieri sera (ancora non concluso al momento di mandare in stampa questo numero del giornale) un punto dovrebbe risultare chiarito: le distanze sulla norma Bonafede sono irrecuperabili ma non faranno cadere il governo, almeno per ora. Il ministro della Giustizia respinge definitivamente la prima richiesta degli alleati: rinviare lo stop ai termini di estinzione dei reati. Entrerà in vigore il 1° gennaio come previsto.
di Domenico Grillone
noidicalabria.it, 17 dicembre 2019
In Regione l'indice dei femminicidi è il secondo più alto d'Italia. La Calabria risulta essere la seconda regione italiana a più alto indice di femminicidio in rapporto alla popolazione femminile, preceduta dal Trentino Alto Adige (0,41 donne uccise l'anno ogni 100mila donne residenti).
È solo uno dei dati, decisamente inquietanti, presenti nel primo Rapporto sulla violenza di genere in Calabria, realizzato dall'Osservatorio Regionale sulla violenza di genere grazie all'indagine Istat sui Centri anti violenza e ai dati amministrativi del Ministero dell'Interno, presentato nella sala Calipari del Consiglio regionale.
Un lavoro ragguardevole, realizzato grazie all'impegno costante di Mario Nasone e Giovanna Cusumano, rispettivamente coordinatore e vicecoordinatore dell'Osservatorio che per elaborare il rapporto si sono avvalsi, tra l'altro, della preziosa collaborazione del gruppo di monitoraggio attivato dallo stesso Osservatorio con la consulenza della prof.ssa Giovanna Vingelli, ricercatrice dell'Università della Calabria e del dottore Domenico Tebala dell'Ufficio territoriale Istat.
Per quanto riguarda le denunce, in Calabria il numero dei reati commessi è aumentato (da 1.746 del 2014 a 1.893 nel 2018), il 71% di vittime sono di sesso femminile e 83% sono italiane, il reato più frequente è, a differenza del dato italiano, quello degli atti persecutori (663, 35% sul totale) seguito dai maltrattamenti contro familiari e conviventi (612, 32% sul totale).
In particolare il reato delle violenze sessuali sono il 5% dei reati commessi (101), in diminuzione rispetto al 2014 (-22%) e contro le donne per il 90% mentre in Italia rappresentano il 10% dei reati commessi (4.887), ma in aumento rispetto al 2014 (+15%) con il 92% di vittime femminili.
In Calabria il numero dei condannati è pari a 318 casi (+6% rispetto al 2014), soprattutto per maltrattamenti in famiglia o verso i fanciulli (99, 31,1% sul totale, +20% rispetto al 2014) e per percosse (61, 19,2% sul totale, +58% rispetto al 2014).
Da non trascurare il numero di condannati per omicidio consumato (51, 16% sul totale) anche se in diminuzione rispetto al 2014 (-27%) e per violenza sessuale che è invece in crescita (46, 14,5% rispetto al totale, +9% rispetto al 2014). In Italia nel 2017 si è raggiunta quasi la quota di 10mila condannati. La tipologia di reato più frequente nel triennio 2014-2017 è quella dei maltrattamenti in famiglia o verso i fanciulli (3.153, 34,2% sul totale, +23% rispetto al 2014) seguita dalla violenza sessuale (1.871 casi, 20,3% sul totale, +17% rispetto al 2014).
Altri dati contenuti nel rapporto indicano che circa il 31% dei calabresi ritiene accettabile la violenza nella coppia almeno in alcune circostanze (media italiana 25%); a una donna che ha subito violenza da parte del proprio compagno/marito, il 59% della popolazione calabrese consiglierebbe di denunciarlo (media italiana 64,5%) e il 32,2% di lasciarlo (media italiana 33,2%), ma solo il 13,8% indirizzerebbe la donna verso i centri antiviolenza (media italiana 20,4%), il 10,9% le consiglierebbe di rivolgersi ad altri servizi o professionisti (media italiana 18,2%) e solo lo 0,3% suggerirebbe di chiamare il numero verde 1522 (media italiana 2%)
il 13,2% dei calabresi ritiene che spesso le accuse di violenza sessuale sono false (media italiana 10,3%) e il 4,2% che non è una violenza se un marito/compagno obbliga la moglie/compagna ad avere un rapporto sessuale contro la sua volontà (media italiana: 1,9%).
Ed ecco i territori nei quali sono avvenuti i femminicidi: la provincia con il maggior numero di donne uccise è Cosenza n.12; a seguire Reggio n. 8; Crotone n. 3; Vibo Valentia n. 1; Catanzaro n. 1. Nella provincia di Cosenza sono avvenuti il 48% dei femminicidi della Regione e nella provincia di Reggio Calabria il 32%.
"Le caratteristiche, le dinamiche dei femminicidi, le età delle donne uccise, la relazione tra vittima ed autore del delitto - si legge nel rapporto - sono sovrapponibili a quelle del resto d'Italia". Per ultimo una riflessione che mette in guardia dalle facili deduzioni che si possono trarre ad una lettura superficiale del rapporto:
"Che la prima regione a più alto indice di femminicidio sia il Trentino e la seconda sia la Calabria, la prima del nord e la seconda del sud, che ogni anno il maggior numero di femminicidi avvengano in Lombardia, dimostrano che il fenomeno pervade l'Italia in modo omogeneo.
Ricercare da parte di alcuni, nei casi di femminicidio al sud, specificità sociologiche nella supposta cultura retrograda del sud è fuorviante e pregno di luoghi comuni e pregiudizi. Penso soprattutto alle giovanissime.
Le ragazze del sud ascoltano le stesse canzoni delle ragazze del nord, vestono alla stessa maniera, usano gli stessi linguaggi, condividono le stesse passioni e gli stessi sogni. Vivono le stesse dinamiche sentimentali ed affettive. Credere che gli atti di violenza nei loro confronti siano espressioni di arretratezza del sud è assolutamente sbagliato ed un modo sbrigativo per relegare il fenomeno a espressioni marginali del Paese e liquidarlo con faciloneria.
Le ragioni del femminicidio, invece, come dimostrano i dati riferiti dall'Onu e come dichiarano le Convenzioni Internazionali stanno nei rapporti diseguali tra i generi, storicamente e culturalmente determinati in ogni parte del mondo. È un fenomeno universale, strutturale ed antico".
Gazzetta del Mezzogiorno, 17 dicembre 2019
Carcere sovraffollato a Taranto: mancano letti e materassi. A denunciarlo è il Sappe, il sindacato autonomo di polizia penitenziaria, che spiega che la struttura del capoluogo jonico ha raggiunto quota 640 detenuti a fronte dei 310 posti regolamentari e per questo ci sarebbero difficoltà anche a reperire letti e materassi, per cui il carcere di Taranto il più affollato della nazione, non può più ospitare detenuti, se non facendoli dormire per terra.
"È possibile - prosegue la nota del Sappe - che carceri come Cosenza abbiano 232 detenuti a fronte di 218 posti; Paola 229 a fronte di 182; Rossano 296 a fronte di 263; Catanzaro 682 a fronte di 633 e, addirittura sotto, Reggio 302 a fronte di 337 e Vibo 319 a fronte di 407 posti? In Puglia invece a Bari 461 detenuti per 299 posti; Trani 364 per 227 posti; Foggia 623 per 365 posti; Lecce 1099 per 610 posti e infine la vincitrice, Taranto. Anche altre regioni limitrofe come Campania e Abruzzo potrebbero accogliere detenuti".
Nel caso della Puglia, lunga 400 km, il Sappe respinge la motivazione addotta spesso per il sovraffollamento diseguale, quella della "territorialità della pena (i detenuti devono scontare la pena in carceri prossime alla residenza dei familiari)" perché - spiega - "un detenuto di Trani, Foggia, Lucera, San Severo ristretto nel carcere di Taranto o Lecce è più lontano dalla propria famiglia di un detenuto Tarantino ristretto a Cosenza (circa 200 km) o Rossano (159); oppure un detenuto Leccese o Tarantino ristretto a Trani, Foggia, San Severo o Lucera sarebbe più lontano che se fosse ristretto a Lanciano o Vasto". Il Sappe chiede perciò al capo Dap Basentini e al Ministro della Giustizia Bonafede "urgenti provvedimenti con vigorosi sfollamenti dalle carceri pugliesi".
giustizianews24.it, 17 dicembre 2019
Le critiche sprezzanti mosse a Pietro Ioia per la sua nomina a Garante dei detenuti; le critiche livorose che fanno leva esclusivamente sul suo passato da ex narcotrafficante ed ex detenuto come se lo status di pregiudicato sia qualcosa che si eterna nel tempo nonostante l'evidente percorso di recupero e di reinserimento nella società che nel caso di Ioia è lungo 14 anni, non fanno altro che calpestare la Costituzione.
È quanto scrivono in un documento congiunto la Giunta della Camera penale di Napoli (guidata dall'avvocato Ermanno Carnevale) e "Il carcere possibile" (Associazione presieduta dall'avvocato Anna Maria Ziccardi) a seguito delle polemiche che hanno accompagnato la nomina voluta dal sindaco di Napoli Luigi de Magistris.
Nella nota vengono anzitutto stigmatizzati i molti interventi che "si sono distinti quali echi persistenti di quella perenne propaganda, cui assistiamo purtroppo da tempo, volta ad edificare l'idea di un diritto penale del nemico. Che nella polemica urlata e nella (voluta) disinformazione trova ragione d'esistere e linfa vitale".
E c'è spazio anche per una censura delle note dichiarazioni di Matteo Salvini, che in una conferenza stampa tenuta nel carcere di Poggioreale dove la visita agli agenti della Penitenziaria ha riservato le parole più aggressive a Pietro Ioia e alla sua nomina: "Da ultimo, si è unito al coro delle voci sdegnate l'Onorevole Salvini che ha del tutto impropriamente utilizzato il pulpito del Carcere di Poggioreale non già per manifestare il proprio pensiero sulle condizioni dei detenuti ma per affermare che la nomina di Ioia quale Garante dei detenuti suscita "Vergogna e schifo", e "grida vendetta davanti a Dio e davanti agli uomini".
Per gli avvocati non vi è dubbio che questo tipo di interventi non fa altro che calpestare "i diritti e i doveri" di cui Ioia ha al pari "di ogni altro cittadino" e "non già per caritatevole concessione di chicchessia, ma perché lo prevede la legge. La più importante delle nostre leggi.
La Costituzione". Ecco perché, concludono, gli avvocati "le espressioni inaccettabili" che tendono a mettere in risalto il lontano passato di Ioia e non gli ultimi 14 "contrassegnati peraltro da un grande impegno sociale proprio in favore di quanto sono ristretti nelle nostre carceri", "offendono i principi di solidarietà sociale, di uguaglianza formale e sostanziale e di finalità rieducativa della pena, pilastri di civiltà giuridica scolpiti nella nostra Carta Costituzionale - e che ben dovrebbe ricordare chi, negli alti incarichi istituzionali ricoperti, quei valori ha giurato di "osservare lealmente" - per disegnare un modello di società inclusiva, molto diversa da quella evocata dallo strepitio di queste voci".
di Raffaele Calcabrina
ciociariaoggi.it, 17 dicembre 2019
Due delitti quasi fotocopia, commessi in carcere ai danni di altrettanti detenuti. È cominciato ieri, davanti alla Corte d'assise (presieduta dal presidente della sezione penale, il giudice Francesco Mancini) il processo per duplice omicidio a carico di Daniele Cestra, 42 anni, di Sabaudia.
Saltata, in udienza preliminare, l'opzione rito abbreviato si va dunque davanti alla giuria popolare. Si comincia oggi con una prima udienza filtro e dunque interlocutoria per incardinare il processo e stabilire il calendario delle prossime udienze. L'imputato, rappresentato dagli avvocati Angelo Palmieri e Sinuhe Luccone, aveva chiesto un abbreviato condizionato a una perizia psichiatrica e a una medico legale sulle vittime. Richiesta, alla quale si era opposto il pubblico ministero Vittorio Misiti, titolare dell'indagine, che il Gup aveva respinto dando il là al rinvio a giudizio. Cestra, peraltro, sta scontando una condanna, sempre per omicidio, a 18 anni, motivo per il quale si trovava detenuto nella casa circondariale di Frosinone.
I delitti per i quali è imputato sono risalenti il primo, quello di Pietro Paolo Bassi, al 15 giugno 2015 e il secondo, di Giuseppe Mari di Sgurgola, all'agosto del 2016. Le indagini sono iniziate dal secondo delitto. Inizialmente il decesso del compagno di cella di Cestra era stato archiviato come un suicidio, ma qualcosa non quadrava per cui sono state richieste indagini più approfondite. Il pm Misiti aveva disposto la riesumazione della prima salma per far luce su quanto avvenuto nel giugno del 2015 all'interno del carcere. Questo perché sono state ravvisate delle analogie con l'episodio più recente.
In quel periodo l'imputato era ristretto nel capoluogo ciociaro - da dove è stato poi trasferito - per espiare la condanna definitiva per l'omicidio di Anna Vastola, l'ottantunenne uccisa, il 9 dicembre del 2013, con un colpo alla testa inferto con un oggetto contundente durante una rapina nella sua abitazione di via don Giuseppe Capitanio a Borgo Montenero, a San Felice Circeo.
La procura aveva affidato al medico legale Daniela Lucidi gli accertamenti necroscopici, mentre la difesa di Cestra si era affidata al consulente di parte Giuseppe Manciocchi. Successivamente era stata disposta un'integrazione delle operazioni peritali per valutare se vi sia stata quell'asfissia meccanica ipotizzata dalla procura o se si sia trattato di un suicidio tramite impiccagione.
Per l'accusa per il delitto di Mari sarebbero stati utilizzati dei "mezzi soffici" (probabilmente un lenzuolo o anche altro) per esercitare la compressione del collo e l'ostruzione delle vie respiratorie. Oltre a ciò, si ipotizza anche l'utilizzo di corpi contundenti. Il medico legale ha riscontrato, tra le altre cose, la frattura dell'osso ioide e la rottura del timpano. Per quanto riguarda Bassi, invece, sarebbe stato immobilizzato (riscontrata la sub-lussazione di due vertebre) e successivamente sarebbe stato impiccato.
di Tiziana Cardarelli
Il Messaggero, 17 dicembre 2019
Ieri mattina il primo decesso: Salvatore Lupo, 31 anni, della cosca di Monreale. Alle 17 la seconda vittima: Onofrio Cavallo di 51 anni. Ufficialmente entrambi per arresto cardiaco.
Due morti, entrambi siciliani, entrambi nella stessa ala del carcere. Un giallo avvolge il penitenziario di Frosinone anche se, ufficialmente, entrambe le morti sono da attribuire a cause naturali.
Nel carcere di Frosinone ieri mattina un trentunenne della cosca Monreale di Palermo è deceduto per arresto cardiaco; a nulla sono serviti i soccorsi da parte degli operatori del 118 prontamente allertati. Nel pomeriggio caso simile per non dire identico: un altro detenuto cinquantenne, ospite nella stessa ala del penitenziario dove poche ore prima era morto il trentunenne, ha avuto anche lui un arresto cardiaco che l'ha lasciato esanime; anche per lui i soccorsi sono stati vani.
Vi è quantomeno un sospetto da parte degli inquirenti su queste due morti che sanno di "giallo" da chiarire. Pur essendo state archiviate come morti naturali si aspetta per entrambi l'esame autoptico per cercare di ricostruire i fatti che presentano un alone di mistero sconcertante.
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