di Francesca Valente
altarimini.it, 17 dicembre 2019
Una trentina le persone che hanno avuto accesso alle cinque sezioni per condividere tempo e spazi. Il 12 dicembre una trentina di persone ha osservato la prima nevicata della stagione da una prospettiva del tutto inedita: le finestre del carcere di via Santa Cristina a Covignano di Rimini. Questo grazie alla seconda edizione di "Celle aperte", l'iniziativa proposta dal cappellano don Nevio Faitanini e resa possibile dalla disponibilità della direzione, rappresentata della dottoressa Carmela De Lorenzo, e del commissario capo Aurelia Panzeca, in virtù anche del buon successo della prima edizione che si è svolta con le stesse modalità nel mese di giugno.
Il Magistrato di Sorveglianza di Bologna ha autorizzato l'ingresso nelle cinque sezioni dell'istituto penitenziario a una trentina di persone provenienti da otto realtà volontaristiche, solidali o cooperativistiche del territorio riminese che a vario titolo operano dentro e attorno la Casa circondariale, occupandosi dei temi della legalità e della privazione della libertà. C'erano rappresentanti delle associazioni Caritas Rimini Onlus, Papa Giovanni XXIII, della parrocchia San Benedetto di Cattolica, del Centro per le famiglie del Comune e della Diocesi di Rimini, del gruppo di volontari, della Congregazione delle suore missionarie di Cristo: un gruppo eterogeneo di persone di tutte le età e provenienze, alcune in carcere per la prima volta, attirate dall'opportunità di poter trascorrere un'intera giornata all'interno dei "Casetti" fianco a fianco con le persone recluse, con la rara opportunità di avere accesso alle sezioni dove si trovano le celle, vivendo tutti i momenti che scandiscono la giornata-tipo di una persona detenuta.
Dall'apertura delle celle del mattino dopo la prima conta alla "chiusura" per il pranzo delle 11.30 (anche se, con l'occasione di questa iniziativa, le celle sono state lasciate volutamente "aperte" per consentire un maggiore contatto e interscambio tra le persone detenute e i volontari in visita), fino alle due ore d'aria dalle 13 alle 15, per terminare con il bilancio condiviso dell'esperienza, che è stato tracciato da detenuti e volontari insieme nella cappella della casa circondariale dalle 15.30 alle 16.30. La giornata si è conclusa con un brindisi - rigorosamente analcolico - per scambiarsi, con l'occasione, non soltanto i ringraziamenti ma anche gli auguri di Natale.
Alla prima chiamata di giugno aveva risposto un gruppo più ristretto di persone, segno che la possibilità di guardare il carcere da dentro è una prospettiva che attira non tanto i curiosi del tema e degli spazi reclusi, ma più che altro coloro che vogliono entrare più in sintonia con il contesto e con gli argomenti della vita carceraria che così poco ancora si conoscono, soprattutto da chi ne parla più spesso e volentieri. "Celle aperte" è un progetto che ha pochi eguali nelle carceri italiane e che è arrivato nel carcere di Rimini grazie alla mediazione della cappellania: il buon esito della giornata dietro le sbarre è stato condiviso da tutti, ospiti, partecipanti e polizia penitenziaria, i quali hanno auspicato in modo trasversale che l'iniziativa possa ripetersi presto, e più spesso, perché in grado di alleggerire i pensieri, alleviare gli animi e rompere la routine della quotidianità carceraria, e questo non soltanto per le persone recluse.
Le prime impressioni - Tra i volontari sono molte le impressioni che sono state condivise con don Nevio, don Matteo Donati della parrocchia di Cattolica e il vicario del Vescovo Francesco Lambiasi, don Maurizio Fabbri. Da chi ha dimenticato giudizi e pregiudizi trovandosi di fronte a persone di cui non ha voluto conoscere i reati, rispondendo così alla chiamata della sua professione di fede, a chi si è trovato inaspettatamente a confidarsi, a chi invece ha preferito fare domande anche sulle cose più pratiche, come il lavaggio dei vestiti o il funzionamento della spesa personale. A colpire una volontaria è stato quel tempo perlopiù vuoto, quell'assenza di attività o passatempi che rischia di rendere diseducativa la permanenza in carcere e di trasformare quel vuoto in "tempo perso". A onore del vero però va precisato che giovedì mattina non erano presenti i detenuti quotidianamente impegnati nell'attività di pulizia dei locali dell'istituto, come anche in mensa, lavanderia e nei lavori di manutenzione del fabbricato, ovvero 29 persone, cui va aggiunta una trentina di partecipanti ai corsi di alfabetizzazione, di scuola media e di biennio di base. Senza dimenticare E poi ci sono le altre attività e momenti di confronto e animazione organizzate da parte delle diverse associazioni di volontariato che hanno accesso alla struttura.
Ad attirare un'altra volontaria è stato il bisogno di vedere con i propri occhi se in quel luogo c'era ancora speranza per l'umano, una risposta interiore che ha risuonato come un "sì". Il momento del pranzo è stato di pura condivisione, fin dalla sua preparazione. Tra una resistenza e un cenno di timidezza, molte delle persone detenute scese dalle sezioni al termine della giornata trascorsa insieme hanno voluto ringraziare al microfono chi aveva dedicato loro il proprio tempo libero e chi l'aveva resa possibile, in un intercalare di riconoscenza che ha fatto comprendere, oltre alla valenza di iniziative simili, anche la loro efficacia.
orticalab.it, 17 dicembre 2019
"Innocenti evasioni": uno spettacolo organizzato dai detenuti della Casa di reclusione di Sant'Angelo dei Lombardi che oggi hanno preso parte alla Manifestazione ludico-ricreativa. Gli stessi si sono esibiti con volontà ed emozione attraverso momenti di lettura di poesie, prodotte da loro, alternati a momenti canori. Erano presenti circa 70 detenuti e alcuni parenti che hanno assistito alla rappresentazione dei propri cari.
Un evento voluto e promosso da Samuele Ciambriello, Garante Campano delle persone private della loro libertà personale che evidenzia l'importanza di questi momenti di condivisione e aggregazione sostenendo "la musica ha una funzione educativa, una funzione terapeutica che ci rende solidali e aiuta a risollevarci dalle difficoltà e problematiche quotidiane. Questi sono momenti di notevole importanza perché incitano alla socializzazione, maturano le emozioni e sono terapeutici. Infatti li ritengo fondamentali perché "musicoterapici".
Per lo stesso motivo ho promosso altre iniziative analoghe, un concerto presso il carcere di Benevento l'11 dicembre e un altro è stata programmata per il 13 dicembre nel carcere di Salerno". Erano, inoltre, presenti alla Manifestazione il Direttore della Casa di reclusione Paolo Pastena, il Comandante Giovanni Salvati e l'ispettrice Pasqualina Solito. Ospite d'onore il cantante Maurizio.
di Alessandro Capriccioli*
Il Riformista, 17 dicembre 2019
Non ha nulla di rieducativo, è solo un moltiplicatore della pena. Sovraffollato, sei o sette persone per cella, senza docce, niente palestra, campo di calcio irraggiungibile, poco personale.
Nella Casa circondariale di Cassino, che come Consigliere regionale ho visitato nei giorni scorsi, la cosa più difficile da dimenticare sarà il freddo. Un freddo pungente e umido che penetra negli infissi, passa per i corridoi e si infila nelle celle, da cui gli ospiti si difendono con maglioni, felpe di pile e cappellini di lana e che nell'isolamento raggiunge l'apice facendosi gelo, al punto da far sembrare incredibile non soltanto che qualcuno possa viverci dentro ventiquattr'ore al giorno, ma anche che qualcun altro possa lavorarci.
Un'ora e mezza al mattino e un'ora e mezza al pomeriggio: questi gli orari di accensione dei termosifoni in una struttura che è tutta infiltrazioni e spifferi, e che sembra letteralmente cadere a pezzi. Letteralmente, dico, perché un'ala intera del carcere è sprofondata lo scorso mese di marzo, col conseguente trasferimento ad altri istituti dei detenuti che vi alloggiavano, e da allora è rimasta chiusa in attesa delle decisioni del caso su un eventuale ripristino o sulla definitiva demolizione.
Oltre a questo, che già di per sé non è affatto poco, tutti i problemi purtroppo comuni ad altre carceri: un notevole sovraffollamento (i detenuti sono sei o sette per stanza, e perfino fare in modo che possano mangiare tutti insieme diventa un problema); il personale della polizia penitenziaria in forte sotto numero rispetto a quanto sarebbe necessario (si parla di alcune decine di persone, non di quisquilie) e con un'età media piuttosto avanzata (circostanza che per un lavoro usurante come questo non è un dettaglio); la mancanza di strutture per garantire agli ospiti la possibilità di svolgere un minimo di attività fisica (non c'è una palestra, per raggiungere il campo da calcio sarebbe necessario passare per la parte inagibile e non è stato ancora individuato un percorso alternativo); la difficile gestione quotidiana dei detenuti con problemi psichiatrici da parte di personale che getta il cuore oltre l'ostacolo, ma avrebbe competenze e mansioni diverse; l'assenza di docce in cella e il conseguente disagio legato all'igiene personale, oltre che ai turni e al contingentamento dei tempi.
È un problema, tra tutti gli altri, perfino il parcheggio per il personale che lavora nell'istituto, costretto ogni giorno a fare i salti mortali in giro per la città perché non esiste un'area dedicata. Tutto ciò induce chi, come me, è investito di un potere ispettivo che coincide con una precisa responsabilità, a chiedere al Ministro della Giustizia Bonafede e al Capo dipartimento dell'Amministrazione penitenziaria Basentini che vengano risolte urgentemente le questioni più critiche, a partire da quella del riscaldamento; ma allo stesso tempo, in linea più generale, non può non suscitare una serie di (angosciose) riflessioni sul senso della pena che viene scontata in luoghi come questo.
Non solo in relazione alla sua troppo spesso solo supposta (ancorché esplicitamente prescritta dalla Costituzione) finalità rieducativa, che di fronte a criticità del genere non è oggettivamente possibile espletare (nonostante la buona volontà e la dedizione di chi è chiamato ad attendervi), ma soprattutto in ordine al fatto, in posti come il carcere di Cassino plasticamente evidente, che in condizioni simili la pena si moltiplica, perché alla detenzione si somma l'inadeguatezza della struttura, con tutte le problematiche che essa fa precipitare sulle persone.
Mancano i fondi. Questa è l'affermazione che fa da chiosa a qualsiasi tentativo di dibattito sul tema. Ed è proprio in questa mancanza di fondi, che tradotta significa mancanza di volontà, di visione. di strategia, che sta il cuore del problema. Sulle carceri non si investe perché si decide scientificamente di non investire.
O, per dirla meglio, perché le carceri non vengono percepite dalla classe politica di questo paese come luoghi di riscatto per le persone e al tempo stesso fabbriche di sicurezza per la collettività, ma in modo opposto: discariche sociali, luoghi di mortificazione umana, riserve di marginalità e di esclusione. Presidi che anziché provvedere al "reinserimento" di chi si è allontanato. commettendo un reato, dal cosiddetto "patto sociale" allargano e amplificano una forbice che arresto dopo arresto, detenzione dopo detenzione, finisce per trasformarsi inesorabilmente in un divario incolmabile.
Anche per questo il freddo di Cassino è difficile da dimenticare: perché è la metafora di un freddo che pervade il rapporto tra la cosiddetta parte "sana" della società e le sacche di emarginazione che quella società prima contribuisce a produrre, e poi relega ciecamente nella sfera dell'irrimediabile. Un freddo che paralizza, in tutti i sensi.
*Consigliere regionale del Lazio +Europa Radicali
di Federica Gregori
Il Piccolo, 17 dicembre 2019
Un film di ascolto e osservazione, che pedina i suoi protagonisti e lascia al contempo respirare il paesaggio, tutto triestino. Perché "Confini", presentato di recente al Torino Film Industry, è un progetto di documentario che ha per protagonista una particolare famiglia triestina di origini istriane finita, suo malgrado, sulle prime pagine di tutti i giornali.
Tra i dieci finalisti del premio Solinas, selezionati tra 65 script, gli autori, non triestini, Riccardo Campagna e Federico Savonitto hanno suscitato grande interesse e attenzione dai produttori - Beppe Leonetti li ha subito appoggiati e li sta seguendo a distanza - raccontando la quotidianità di Duilio, Maria Albina e Gabriella Rasman, la famiglia che fa quotidianamente i conti con i fantasmi dell'omicidio del figlio e fratello Riccardo, ucciso in casa dalla polizia nel 2006. A sorpresa, però, "Confini", possiede un taglio molto diverso da quanto ci si potrebbe aspettare in casi del genere.
"È da un anno che stiamo girando, Riccardo Campagna e io: il materiale raccolto è molto buono e stiamo avendo ottimi risconti da persone titolate, insomma: siamo sicuri che il film si farà" racconta Federico Savonitto. Di Codroipo, ha vissuto a Palermo e a Roma.
Al Centro Sperimentale, da studente e poi da tutor didattico, ha incrociato il palermitano Riccardo Campagna. "È lui ad avermi raccontato questa storia - spiega Savonitto: era incappato in un video pubblicato in rete da Giuliana Rasman. Già da adolescente, avevo vissuto qualcosa del genere quando a San Vito al Tagliamento un ragazzo venne ucciso dalla polizia. Sopraffatti dal dolore, i genitori non fecero nulla per far uscire la verità: uno dei tanti casi sommersi, spacciato come suicidio ma in realtà un'uccisione a randellate.
Incuriositi, abbiamo deciso di andare sul posto insieme. Quando siamo arrivati a Domio, l'impatto con i Rasman è stato subito fortissimo: è come se ci avessero accolti come emanazioni del loro figlio, e ci siamo sentiti un po' a casa anche noi. Loro, comunque anziani, continuano a coltivare la campagna con le mani, si fan forti nel dolore: secondo noi hanno una gran tempra".
Da questo fertile incontro non scaturisce però né un reportage né un film che va a inseguire i colpevoli, toccando invece corde impensate.
"Non ci interessa l'aspetto giudiziario ma quello umano - racconta il regista - interrogandoci su come un dolore simile possa essere metabolizzato, su che conseguenze ha, sulla complessità di un evento simile. E ci interessano le loro origini: sono arrivati dall'Istria negli anni 60 e hanno sempre subito una certa condizione di minoranza, di esclusione.
Volevamo raccontare il mondo istriano che si portano dietro e che si tengono stretti, a volte messo in pericolo dai tanti interessi edilizi in quella zona. I nostri protagonisti rappresentano un modo di stare al mondo in via di estinzione". La resistenza dei Rasman è simboleggiata proprio dall'orto che Duilio e Maria Albina coltivano pazientemente, mentre il bisogno di giustizia è raccontato dal muoversi da un'aula giudiziaria all'altra di Giuliana.
"Abbiamo già girato un anno raccontando le varie fasi del passaggio delle stagioni - conclude Savonitto - ora continueremo, e fra un anno contiamo di averlo pronto. Siamo in continua ricerca, ma soprattutto cerchiamo di non mettere mai il nostro giudizio davanti all'osservazione e al puro ascolto".
genova24.it, 17 dicembre 2019
Lo spettacolo nasce dal laboratorio del Teatro dell'Ortica condotto da Mirco Bonomi e Anna Solaro con i detenuti. "Emozioni recluse", questo il titolo dello spettacolo organizzato all'interno del progetto Amal, coordinato dalla Coop. Soc. Il Cerchio delle Relazioni, nell'ambito di un finanziamento regionale tramite bando del Fse.
Lo spettacolo nasce da un lavoro teatrale sulle emozioni, parallelo all'intervento che viene svolto dal Cipm Liguria, Associazione di Promozione Sociale, che gestisce percorsi per uomini autori di maltrattamento e di reato a sfondo sessuale sia all'interno delle strutture carcerarie, sia all'esterno. Lo spettacolo viaggia sul terreno delle emozioni percepite nell'ambito della clausura carceraria, ma anche della riflessione sui propri percorsi di vita.
Un lavoro che spazia da momenti corali in cui si esplorano aspetti legati al movimento e all'uso dello spazio, importante per chi è costretto in carcere, a momenti di racconto individuale in cui emergono elementi di interiorità.
"Il teatro è l'occasione che hanno di esprimersi - spiega Mirco Bonomi, direttore artistico del Teatro dell'Ortica e regista di Emozioni Recluse insieme ad Anna Solaro - c'era chi inizialmente era come catatonico, mentre oggi è protagonista sulla scena, perché prova a mettersi in gioco. E poi c'è chi ha scoperto di aver un talento o altre sfumature della propria personalità che potranno essere trasportati altrove, nella vita dopo il carcere. Ed è questo l'obiettivo del teatro sociale: far si che le persone possano crescere e stare meglio".
Al laboratorio hanno partecipato inizialmente 16 persone mentre sul palco saranno andranno in scena dieci persone. Tutti sex offender: "Qualcuno non voleva farlo temendo di essere riconosciuto, una volta fuori, ma poi ha accettato. Sono percorsi che devono avere tempi lunghi, in cui ognuno si mette in gioco come può, ed è come andare in terapia.
In questo senso il teatro è un modo per veicolare, anche indirettamente, determinati sentimenti e sensazioni, ed esprimersi senza farsi distruggere dal male". Un percorso di coinvolgimento che permette una ridefinizione di sé, primo passo per uscire fuori dalla recidiva che in questo ambito è potenzialmente molto alta: con percorsi di questo genere le percentuali di chi ricommette un reato del genere scende dal 90-80% al 20-30%, secondo le statistiche. "Il recupero va fatto anche con chi è violento, e non solo con le donne vittime - spiega Bonomi - perché se non lavoriamo sugli oppressori, il fenomeno non può cessare d'esistere".
"Emozioni Recluse". Giovedì 19 dicembre 2019 ore 21:00. Teatro dell'Arca via Clavarezza 14/25 Genova. Intero € 12,00 - Ridotto € 10,00, con i detenuti della Casa Circondariale di Genova Pontedecimo e gli attori del Teatro dell'Ortica Antonio Carletti, Marco Tulipano e Luca Puglisi, regia di Anna Solaro e Mirco Bonomi, coordinamento pedagogico Romina Soldati.
Per assistere allo spettacolo che si svolge dentro al teatro del carcere di Marassi è assolutamente necessario prenotare il biglietto entro martedì 17 dicembre ore 11 compilando tutti i dati richiesti al seguente link https://www.teatronecessariogenova.org/tno-tda/eventi/emozioni-recluse/
di Emanuel Manchi*
Buone Notizie - Corriere della Sera, 17 dicembre 2019
Una giovane di Senigallia propone al carcere di Ravenna un laboratorio artistico. Sette detenuti sono coinvolti nella realizzazione di un progetto di installazione urbana. Al termine di 5 mesi di lavoro, l'opera viene esposta in una strada del centro storico.
Un giorno è entrata nel nostro salone del carcere di Port'Aurea di Ravenna (Ra) una ragazza. L'educatrice del carcere dove stiamo scontando la pena, Daniela Bevilacqua, ci ha spiegato che aveva intenzione di creare insieme a noi un progetto artistico. Era un'esperienza nuova per tutti. Là per lì eravamo un po' stupiti, ma chi vuole fare un progetto artistico in carcere?
Poi dalla sorpresa siamo passati alla curiosità e abbiamo ascoltato il racconto. Giorgia Pettinari, in arte Pettigio, è una giovane di Senigallia (An) che ha studiato a Ravenna alla scuola di mosaico e si è laureata all'Accademia di Belle Arti. Ci ha fatto subito una bella impressione, si capiva che amava l'arte in generale, nelle sue forme, e che era appassionata del suo lavoro.
Sorridente, un po' timida, Giorgia si è fatta spazio e ci ha spiegato cos'era "L'eco del fiume", un progetto di arte urbana da lei ideato, nato con il desiderio di far rivivere il passato di città d'acqua di Ravenna. Nonostante Giorgia non sia di Ravenna, proprio come alcuni di noi, si è innamorata di questa città. Come far rivivere il passato?
Attraverso un'installazione temporanea in una caratteristica via del centro storico, dove un tempo scorreva davvero un fiume, il Lamone. La via dove avremmo costruito insieme a Giorgia il nostro progetto si chiama Vicolo Gabbiani. Sorpresi dalla giovane età di Giorgia e dalla sua buona volontà di renderci partecipi, sette di noi si sono iscritti al progetto "L'eco del fiume".
Nonostante solo due di noi avessero già lavorato il legno o dipinto, ci siamo subito sentiti a nostro agio. Il nostro compito era quello di realizzare a mano 42 gabbiani di legno, ciascuno dipinto in modo diverso e unico.
Lavorare insieme è stato veramente bello, più stavamo dentro al laboratorio interno alla Casa Circondariale di Ravenna, più i gabbiani prendevano forma e più il progetto dell'Eco del fiume ci prendeva. A volte ci sembrava di costruire proprio un'opera d'arte, questi gabbiani erano leggeri e con le ali lunghe, ci davano una bella sensazione e avevamo voglia di vederli finiti. Giorgia diceva che era merito della nostra forza, della nostra energia di detenuti, che si sprigionava per realizzare un vero stormo di gabbiani liberi, sospesi tra sogno e realtà.
Ovviamente il confronto fra noi, chiusi in carcere, e i gabbiani, liberi in volo, ci dava forza e ci faceva anche sognare la libertà, come nel libro di cui ci ha parlato la direttrice Carmela De Lorenzo, Il gabbiano Jonathan Livingston. Per realizzare i gabbiani ci abbiamo messo cinque mesi. Il laboratorio era sempre rumoroso e pieno di vita, si sentivano muoversi le tavole in legno, i seghetti traforavano, i colori, i pennelli.
Non vedevamo l'ora di vedere l'installazione. I nostri gabbiani hanno preso il volo nel mese di ottobre. Soddisfatti ed entusiasti del lavoro svolto, abbiamo avuto un certo rammarico per non poter essere lì con Giorgia, il giorno dell'inaugurazione, a presenziare. Ci hanno raccontato che chiunque passava di lì, lungo il Vicolo Gabbiani, alzava gli occhi al cielo, turisti, passanti curiosi, residenti, tutti ammiravano i nostri gabbiani sospesi in volo tra le mura degli edifici del centro storico e ascoltavano un audio che trasmetteva i suoni dell'antico fiume.
Dev'essere stato proprio bello! Il rumore del fiume doveva riportare i passanti a una dimensione antica, come se tornassero al passato. Abbiamo poi visto le foto dell'inaugurazione, tutto è andato a buon fine, il risultato è stato ottimo: e chi l'avrebbe mai detto?!
Grazie Giorgia, grazie a chi ha permesso tutto questo. Un po' è anche merito nostro, se questo eco del fiume è stato apprezzato. Siamo consapevoli di aver dato tutti noi stessi come contributo, perché abbiamo creduto in questo sogno. Il progetto ci ha fatto crescere e ci ha dato la forza di non smettere di credere che nella vita si può cambiare.
*Ex detenuto
di Francesco Grignetti
La Stampa, 17 dicembre 2019
La presidente del Senato: "Inammissibile, serve un disegno di legge". Insorge il M5S: "La droga non c'entra, vanno tutelati gli agricoltori". L'emendamento sulla cannabis light, quella a bassissimo grado stupefacente che fino a qualche mese fa si vendeva nei negozi, non s'ha da inserire nella legge di Bilancio.
Con decisione inappellabile, la presidente del Senato, Maria Elisabetta Casellati, ha tagliato un nodo che da giorni aggrovigliava le discussioni tra maggioranza e opposizione e ha dichiarato "inammissibile" l'emendamento per estraneità di materia. Una decisione apparentemente tecnica, ma in realtà ad alto tasso politico e simbolico.
Che in Aula ha fatto applaudire freneticamente il centrodestra e però ha precipitato la presidente Casellati nel gorgo delle polemiche per tutto il giorno. "Siamo molto dispiaciuti della sua decisione - ha attaccato il senatore Matteo Mantero, M5s, firmatario dell'emendamento della discordia - l'emendamento non riguarda la droga, ma semplicemente degli agricoltori.
Le chiedo di dimostrare che la sua scelta era scevra da qualsiasi pressione della sua parte politica e voler mettere in calendario in votazione alla prima seduta utile la richiesta di urgenza per lavorare sulla canapa industriale, che ho depositato a luglio". Il suo collega Alberto Airola ha poi rincarato contro chi avrebbe adottato una "decisione politica".
E il ministro per i Rapporti con il Parlamento, Federico D'Incà, ha appena salvato le forme: "Pur rispettando la decisione e l'autonomia della presidente del Senato, non posso non rimanere amareggiato". Accuse che sono state respinte dalla Casellati al mittente. "Come ho già specificato più volte - ha replicato a Mantero - mi spiace che lei si riferisca a una decisione che dovrebbe essere scevra da condizionamenti politici.
Le voglio far presente che lo sono tutte le mie decisioni. È una decisione meramente tecnica. Se ritenete questa misura importante per la maggioranza, fatevi un disegno di legge". Non c'è da meravigliarsi. Anche la liberalizzazione della cannabis light, infatti, al pari della liberalizzazione della sorella maggiore, è tema incandescente. Matteo Salvini, che da ministro gli aveva dichiarato guerra, ha ringraziato la presidente "a nome di tutte le comunità di recupero d'Italia. È stata evitata la vergogna dello Stato spacciatore".
Così anche Giorgia Meloni. O il senatore Maurizio Gasparri, che per primo era insorto al Senato contro l'emendamento grillino: "Forza Italia si batte contro le droghe. Ben vengano quelli che hanno condiviso la nostra contestazione a questo emendamento. Più siamo, meglio è". Di fatto, infilando l'emendamento nel convoglio blindato della legge di Bilancio, su cui il governo si apprestava a chiedere il voto di fiducia, non ci sarebbe stata partita. E perciò esulta il centro studi Livatino, di area cattolica: "Decisione di correttezza costituzionale".
di Filippo Miraglia
Il Manifesto, 17 dicembre 2019
Se la stella polare di questo governo continuerà a essere la paura, difficilmente avrà lunga vita. È la paura però che sembra continuare a determinare le scelte, o meglio le non scelte, in tema di diritti e immigrazione. Il dibattito sulla riforma della cittadinanza, ad esempio, è ancora ingabbiato dentro formule poco utili se non addirittura controproducenti.
Non si tratta di sostituire allo Ius Soli lo Ius Cuturae, apparentemente più rassicurante. Qualunque sia la formula, la destra xenofoba, che su quest'argomento gioca in attacco, spesso senza avversari, non rinuncerà a fare la sua propaganda.
Sarebbe opportuno guardare alla sostanza della proposta e alle sue implicazioni concrete oltre che a quelle culturali e politiche. La proposta denominata "Ius Culturae" quale strada indica? Il minorenne straniero, nato o cresciuto in Italia, può chiedere (i suoi genitori possono chiedere) di diventare italiano se, questa sembrerebbe essere la proposta, ha frequentato (qualcuno addirittura dice con successo) un corso di studi. Fino a 16 anni in Italia la scuola è obbligatoria e rappresenta, secondo la nostra Costituzione, un diritto garantito a tutti dalla Repubblica, senza distinzione.
Un minorenne che non frequenta la scuola può essere addirittura sottratto alla potestà dei genitori. Trasformare un diritto, quello allo studio, in una condizione per l'accesso alla cittadinanza, significa ribaltare i presupposti della nostra democrazia: è la Repubblica che garantisce le condizioni per il diritto allo studio e non il minorenne o la sua famiglia che lo fanno per poter ottenere la cittadinanza.
Se i partiti, i sostenitori di questa formula, vogliono introdurre un ostacolo, alzare l'asticella per l'accesso alla cittadinanza, indichino, come già avviene per la naturalizzazione, un numero di anni di presenza, e non un corso di studi. Hai meno di 12 anni, sei nato o arrivato in Italia? Per diventare italiano devi essere presente nel Paese da 5 anni. Nessun minorenne straniero può eludere l'obbligo scolastico. Quindi se un bambino o una bambina vivono in Italia da 5 anni, certamente frequenteranno la scuola dell'obbligo.
Il modo in cui si affronta il tema dei diritti degli stranieri e della cittadinanza ha avuto, e continuerà ad avere, un peso decisivo nell'orientare l'opinione pubblica. Se la politica rinuncia al suo ruolo educativo, pedagogico, diventa solo gestione del potere. In politica, ogni parola, ogni atto, deve indicare una direzione, un campo di scelte ideali. La destra, da sempre, e in questi ultimi anni in maniera molto efficace, l'ha capito e usa ogni strumento per conquistare spazi e consenso. Le forze democratiche e di sinistra faticano a trovare un terreno identitario dal quale partire per indicare una direzione chiara e condivisa, e spesso si affannano a rincorrere le destre sul loro campo, o scelgono il silenzio. Il risultato è il disastro politico e l'arretramento culturale che è davanti agli occhi di tutti.
Le associazioni hanno avanzato, oramai da anni, una proposta contenuta nella legge d'iniziativa popolare de L'Italia sono anch'io, oggi ripresentata alla Camera dall'on Boldrini. Una proposta che prevede una riforma complessiva della legge n.91/92. Pensavamo e pensiamo ancora che sia necessario e urgente intervenire per sottrarre alla discrezionalità dell'amministrazione pubblica l'accesso alla cittadinanza sia per i minorenni che per gli adulti. Siamo anche consapevoli che in Parlamento si debba ricercare una mediazione. Ciò che non è accettabile è che la mediazione contenga un "dovere in più" per gli stranieri, alimentando così luoghi comuni e razzismo nei loro confronti.
La riforma della cittadinanza è una battaglia di civiltà e noi intendiamo continuare a farla a fianco dei giovani di origine straniera. Il 18 dicembre, giornata internazionale per i diritti dei lavoratori migranti e delle loro famiglie, saremo in piazza con la rete Saltamuri, la campagna Io Accolgo e Italianisenzacittadinanza. Sarà un nuovo inizio. E non ci fermeremo fino a quando non avremo ottenuto l'obiettivo di cambiare questa brutta legge.
La Repubblica, 17 dicembre 2019
Sono 816mila quelli che si sono trasferiti all'estero negli ultimi 10 anni, in calo del 17% chi viene dal continente africano. Aumentano gli italiani che si trasferiscono all'estero, diminuiscono invece gli immigrati dall'Africa. A rivelarlo sono i dati dell'Istat. Nel 2018 le cancellazioni anagrafiche per l'estero sono 157 mila (+1,2% sul 2017).
Di queste, quasi tre su quattro riguardano emigrati italiani (117 mila, +1,9%). Le iscrizioni anagrafiche dall'estero sono circa 332 mila, per la prima volta in calo rispetto all'anno precedente (-3,2%) dopo i costanti incrementi registrati tra 2014 e 2017. Sono dunque 816 mila gli italiani che si sono trasferiti all'estero negli ultimi 10 anni. Oltre il 73% ha 25 anni e più; di questi, quasi tre su quattro hanno un livello di istruzione medio-alto. Il calo, invece, degli immigrati in Italia provenienti dal continente africano nel 2018 è pari al -17%.
Gli italiani emigrati - Nel decennio 1999-2008 gli italiani che hanno trasferito la residenza all'estero sono stati complessivamente 428 mila a fronte di 380 mila rimpatri, con un saldo negativo di 48 mila unità. Dal 2009 al 2018 si è registrato un significativo aumento delle cancellazioni per l'estero e una riduzione dei rientri (complessivamente 816 mila espatri e 333 mila rimpatri); di conseguenza, i saldi migratori con l'estero dei cittadini italiani, soprattutto a partire dal 2015, sono stati in media negativi per 70 mila unità l'anno.
La regione da cui emigrano più italiani, in valore assoluto, è la Lombardia con un numero di cancellazioni anagrafiche per l'estero pari a 22 mila, seguono Veneto e Sicilia (entrambe oltre 11 mila), Lazio (10 mila) e Piemonte (9 mila). In termini relativi, rispetto alla popolazione italiana residente nelle regioni, il tasso di emigratorietà più elevato si ha in Friuli-Venezia Giulia (4 italiani su 1.000 residenti), Trentino-Alto Adige e Valle d'Aosta (3 italiani su 1.000), grazie anche alla posizione geografica di confine che facilita i trasferimenti con i paesi limitrofi.
Tassi più contenuti si rilevano nelle Marche (2,5 per 1.000), in Veneto, Sicilia, Abruzzo e Molise (2,4 per 1.000). Le regioni con il tasso di emigratorietà con l'estero più basso sono Basilicata, Campania e Puglia, con valori pari a circa 1,3 per 1.000. A un maggior dettaglio territoriale, i flussi di cittadini italiani diretti verso l'estero provengono principalmente dalle prime quattro città metropolitane per ampiezza demografica: Roma (8 mila), Milano (6,5 mila), Torino (4 mila) e Napoli (3,5 mila); in termini relativi, tuttavia, rispetto alla popolazione italiana residente nelle province, sono Imperia e Bolzano (entrambe 3,6 per 1.000), seguite da Vicenza, Trieste e Isernia (3,1 per 1.000) ad avere i tassi di emigratorietà provinciali degli italiani più elevati; quelli più bassi si registrano invece a Parma e Matera (1 per 1.000).
Nel 2018 il Regno Unito continua ad accogliere la maggioranza degli italiani emigrati all'estero (21 mila), seguono Germania (18 mila), Francia (circa 14 mila), Svizzera (quasi 10 mila) e Spagna (7 mila). In questi cinque paesi si concentra complessivamente il 60% degli espatri di concittadini. Tra i paesi extra-europei, le principali mete di destinazione sono Brasile, Stati Uniti, Australia e Canada (nel complesso 18 mila).
Gli spostamenti interni - Si continua a spostarsi per il lavoro dal Sud verso il Settentrione e il Centro Italia e il fenomeno è in lieve aumento. Secondo il rapporto Istat sulle iscrizioni e cancellazioni anagrafiche della popolazione residente | nel 2018, sono oltre 117 mila i movimenti da Sud e Isole che hanno come destinazione le regioni del Centro e del Nord (+7% rispetto al 2017). A soffrire sono soprattutto Sicilia e Campania, che nel 2018 perdono oltre 8.500 residenti italiani laureati di 25 anni e più per trasferimenti verso altre regioni.
I flussi di cittadini stranieri - Tra gli italiani che espatriano si contano anche i flussi dei cittadini di origine straniera: si tratta di cittadini nati all'estero che emigrano in un paese terzo o fanno rientro nel luogo di origine, dopo aver trascorso un periodo in Italia e aver acquisito la cittadinanza italiana. Le emigrazioni di questi "nuovi" italiani, nel 2018, ammontano a circa 35 mila (30% degli espatri, +6% rispetto al 2017). Di questi, uno su tre è nato in Brasile (circa 12 mila), il 10% in Marocco, il 6% in Germania, il 4% nella ex Jugoslavia e in Bangladesh, il 3,5% in India e in Argentina.
I paesi dell'Unione europea si confermano le mete principali anche degli espatri dei "nuovi" italiani (55% dei flussi degli italiani nati all'estero). In particolare, con riferimento al collettivo dei connazionali diretti nei paesi dell'Ue, si osserva che il 17% è nato in Marocco, il 16% in Brasile, il 7% nel Bangladesh. Ancora più in dettaglio, i cittadini italiani di origine africana emigrano perlopiù in Francia (62%), quelli nati in Asia nella stragrande maggioranza si dirigono verso il Regno Unito (90%) così come fanno, ma in misura molto più contenuta, i cittadini italiani nativi dell'America Latina (26%). I cittadini nati in un paese dell'Ue invece emigrano soprattutto in Germania (42%).
Età e livello di istruzione - Nel 2018, gli italiani espatriati sono prevalentemente uomini (56%). Fino ai 25 anni, il contingente di emigrati ed emigrate è ugualmente numeroso (entrambi 18 mila) e presenta una distribuzione per età perfettamente sovrapponibile. A partire dai 26 anni fino alle età anziane, invece, gli emigrati iniziano a essere costantemente più numerosi delle emigrate: dai 75 anni in poi le due distribuzioni tornano a sovrapporsi. L'età media degli emigrati è di 33 anni per gli uomini e 30 per le donne. Un emigrato su cinque ha meno di 20 anni, due su tre hanno un'età compresa tra i 20 e i 49 anni mentre la quota di ultracinquantenni è pari al 13%.
Considerando il livello di istruzione posseduto al momento della partenza, nel 2018 più della metà dei cittadini italiani che si sono trasferiti all'estero (53%) è in possesso di un titolo di studio medio-alto: si tratta di circa 33 mila diplomati e 29 mila laureati. Rispetto all'anno precedente le numerosità dei diplomati e laureati emigrati sono in aumento (rispettivamente +1% e +6%). L'incremento è molto più consistente se si amplia lo spettro temporale: rispetto a cinque anni prima gli emigrati con titolo di studio medio-alto crescono del 45%, rispetto a 10 anni prima sono 182 mila.
Quasi tre cittadini italiani su quattro trasferitisi all'estero hanno 25 anni o più: sono poco più di 84 mila (72% del totale degli espatriati); di essi 27 mila (32%) sono in possesso di almeno la laurea. In questa fascia d'età si riscontra una lieve differenza di genere: nel 2018 le italiane emigrate sono circa il 42% e di esse oltre il 35% è in possesso di almeno la laurea, mentre, tra gli italiani che espatriano (58%), la quota di laureati è pari al 30%. Rispetto al 2009, l'aumento degli espatri di laureati è più evidente tra le donne (+10 punti percentuali) che tra gli uomini (+7%), Tale incremento risente in parte dell'aumento contestuale dell'incidenza di donne laureate nella popolazione (dal 5,3% del 2008 al 7,5% del 2018).
I rimpatri - L'altra faccia della medaglia è costituita dai rimpatri: nel 2018, considerando il rientro degli italiani di 25 anni e più con almeno la laurea (13 mila), la perdita netta (differenza tra rimpatri ed espatri) di popolazione "qualificata" è di 14 mila unità. Tale perdita riferita agli ultimi dieci anni ammonta complessivamente a poco meno di 101 mila unità.
La ripresa delle emigrazioni di cittadini italiani è da attribuire in parte alle difficoltà del nostro mercato del lavoro, soprattutto per i giovani e le donne e, presumibilmente, anche al mutato atteggiamento nei confronti del vivere in un altro Paese - proprio delle generazioni nate e cresciute in epoca di globalizzazione - che induce i giovani più qualificati a investire con maggior facilità il proprio talento nei paesi esteri in cui sono maggiori le opportunità di carriera e di retribuzione. I programmi specifici di defiscalizzazione, messi in atto dai governi per favorire il rientro in patria delle figure professionali più qualificate, non si rivelano quindi del tutto sufficienti a trattenere le giovani risorse che costituiscono parte del capitale umano indispensabile alla crescita del Paese.
Le iscrizioni anagrafiche dall'estero registrate nel corso del 2018 ammontano a 332.324, in calo del 3,2% rispetto all'anno precedente; di queste, 286 mila riguardano cittadini stranieri (86% del totale). A livello nazionale il tasso di immigratorietà è pari a 4,7 immigrati stranieri ogni 1.000 abitanti.
I flussi migratori verso l'Italia - L'andamento dei flussi migratori in ingresso nell'ultimo decennio per macro-aree di provenienza evidenzia un calo generale delle immigrazioni per tutti i paesi esteri: dopo l'incremento dovuto alle regolarizzazioni e all'ingresso di Romania e Bulgaria nell'Unione europea osservato nei primi anni Duemila, i trasferimenti dall'estero hanno avuto un lento declino.
Dal 2015 al 2017 le immigrazioni sono tornate ad aumentare per via dei flussi numerosi provenienti dai paesi che si affacciano sul Mediterraneo, caratterizzati prevalentemente da cittadini in cerca di accoglienza per asilo e protezione umanitaria. Nel 2018, questi ingressi hanno subito una battuta d'arresto.
Nel 2018 le iscrizioni anagrafiche dall'estero più numerose provengono, in valore assoluto, da paesi europei: la Romania con 37 mila ingressi (11% del totale) si conferma il principale paese di origine seppur in deciso calo (-10% rispetto al 2017).
Meno numerosi i flussi provenienti dall'Albania (oltre 18 mila) ma in forte aumento rispetto all'anno precedente (+16%). Seguono le iscrizioni da Ucraina (8 mila, -2%), Germania (oltre 7 mila, +9%) e Regno Unito (poco meno di 7 mila, +12%). Per gli ultimi due flussi si tratta prevalentemente di cittadini italiani che fanno rientro in patria dopo un soggiorno all'estero.
Sempre consistenti, ma nettamente in diminuzione, le immigrazioni provenienti dal continente africano, in particolare quelle provenienti da Nigeria (18 mila, -24%), Senegal (9 mila, -20 %), Gambia (6 mila, -30%), Costa d'Avorio (5 mila, -27%) e Ghana (5 mila, -25%) che durante il 2017 avevano fatto registrare aumenti record. Il Marocco è l'unico paese africano che segna una variazione positiva rispetto all'anno precedente (17 mila, +9%).
Tra i flussi provenienti dall'area asiatica, i più cospicui sono quelli da Bangladesh e Pakistan (entrambi 13 mila, ma in calo rispettivamente di 8% e 12%), le immigrazioni dall'India invece ammontano a oltre 11 mila e aumentano del 42% rispetto al 2017. In aumento anche le iscrizioni dall'America: dal Brasile si contano circa 24 mila iscritti (+18%), dal Venezuela circa 6 mila (+43%) e dagli Stati Uniti oltre 4 mila (+16%).
Le immigrazioni di cittadini italiani ammontano a 47 mila nel 2018 (14% del totale iscritti dall'estero). Si tratta di flussi provenienti in larga parte da paesi che sono stati in passato mete di emigrazione italiana. Ai primi posti della graduatoria per provenienza si trovano, infatti, Brasile e Germania (che insieme originano complessivamente un quarto dei flussi di immigrazione italiana), Regno Unito (10% sul totale immigrati italiani), Svizzera (9%) e Venezuela (7%). Per alcuni di essi è plausibile l'ipotesi del rientro in patria dopo un periodo di permanenza all'estero.
di Corinna De Cesare
Corriere della Sera, 17 dicembre 2019
La storia di Clemmie Hooper, nota su Instagram come @mother_of_daughters, è diventata in Inghilterra molto nota. Perché da sconosciuta ostetrica britannica, questa ragazza trentenne al centro di moltissime polemiche è diventata una cosiddetta "mumfluencers" con migliaia di follower. Che utilizzava però account fake per insultare e denigrare quelle che lei considerava sue rivali.
"All'inizio di quest'anno - ha ammesso - sono venuta a conoscenza di un sito web che conteneva migliaia di commenti negativi su di me e sulla mia famiglia. Leggerli mi ha fatto male e mi ha influenzato molto di più di quanto non avessi capito in quel preciso istante". Ha cominciato così a fare altrettanto sulle pagine social delle sue "nemiche" fino a quando, Clemmie Hooper, ha deciso di autodenunciarsi, cancellare e chiudere tutti i suoi account social e chiedere al Consiglio infermieristico e ostetrico del Regno Unito di poter non praticare mai più.
Il suo, ha raccontato anche il Financial Times, è solo uno dei tanti esempi di come i social possano cambiare la vita lavorativa delle persone. Non solo in Gran Bretagna. Solo pochi mesi fa il caso di Tommaso Casalini, vice allenatore della squadra giovanissimi del Grosseto Calcio che dalla sua bacheca Facebook aveva rivolto insulti nei confronti di Greta Thunberg, l'attivista svedese di 16 anni. In poche ore la sua esternazione aveva fatto il giro del web e il club del Grosseto calcio annunciò il licenziamento in tronco "per comportamento non consono alla linea tracciata dalla società che punta sui valori morali prima ancora che su valori tecnici". Nel 2018 è stata la volta di una dipendente di un'azienda elettronica di Forlì che ne parlò, anche lei su Facebook, come di "un posto di m...". La Cassazione ha ritenuto il post diffamatorio e ha ritenuto il licenziamento legittimo.
Il problema però è che spesso i confini non sono così netti. Virginia Mantouvalou, professoressa specializzata in diritti umani e diritto del lavoro all'University College London, ci ha scritto un intero paper accademico dal titolo: "Ho perso il lavoro dopo un post su Facebook. È corretto?". Secondo la professoressa i licenziamenti per l'attività sui social media dovrebbero essere considerati legittimi in occasioni limitate: "i datori di lavoro non dovrebbero avere il diritto di censurare le opinioni e le preferenze morali, politiche e di altro genere dei loro dipendenti anche se causano danni agli affari".
Infatti, generalmente, in queste cause legali vengono implicati il diritto alla vita privata e il diritto alla libertà di parola. "Il problema però è che i tribunali non hanno familiarità sulla materia dei social - spiega il paper - e che queste piattaforme, essendo online, sono spazi che diventano praticamente pubblici". Quali sono i limiti a ciò che possiamo pubblicare senza rischiare di perdere il lavoro?
La Corte europea dei diritti dell'uomo ha esaminato in più occasioni se e quando una limitazione (quella di pubblicare post su Facebook o altri social) ha avuto uno scopo legittimo e se i mezzi impiegati sono stati proporzionati allo scopo perseguito. "La natura del lavoro assunto e le dimensioni dell'azienda sono fattori importanti che devono essere presi in considerazione nella valutazione del danno della reputazione al datore di lavoro - spiega il paper di Mantouvalou.
Ma il datore di lavoro non è un giudice della moralità dei suoi dipendenti". La materia insomma è controversa ma, esclusi i reati veri e propri come nel caso della diffamazione, può aiutare sempre sottolineare che le proprie opinioni sui social sono da intendersi personali e non rappresentative dell'azienda per cui si lavora.
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