di Emanuele Giordana
Il Manifesto, 18 dicembre 2019
Militari in subbuglio, il governo "esaminerà nel dettaglio" la decisione della Corte. Pena di morte per Pervez Musharraf dice la sentenza di una corte ad hoc pachistana che mette la parola fine alla lunga vicenda giudiziaria dell'ex dittatore, ex presidente ed ex generale dal 2016 rifugiatosi a Dubai.
Pena capitale per alto tradimento - la condanna più grave in un Paese che ha tra l'altro sospeso la moratoria sulle esecuzioni di Stato - per aver sospeso la Costituzione durante gli anni del suo regime. La notizia arriva come una bomba e sembra mettere una pietra tombale sul destino dell'uomo che dal 1999 al 2008 ha retto il Paese. Ma è davvero la parola fine?
L'esecutivo del premier Imran Khan viene in soccorso, sebbene con prudenza, al generale. Il governo pachistano infatti "esaminerà in dettaglio" la decisione della corte le cui motivazioni saranno rese note a breve. È la prima volta nella storia del Paese che un capo dell'esercito viene dichiarato colpevole di alto tradimento e condannato per questo a morte e non sarebbe evidentemente un bel precedente. Awan ha aggiunto che gli esperti legali analizzeranno tutti gli aspetti legali e politici, nonché l'impatto sugli interessi nazionali, dopo di che una dichiarazione del governo verrà resa nota. È un distinguo che fa intravedere il fatto che la parola fine si allontana. Ma c'è di più. La condanna colpisce indirettamente gli uomini in divisa, vero potere neppur troppo occulto del Paese. E infatti i militari prendono subito posizione.
Una dichiarazione dell'Inter-Services Public Relations (Ispr), ala mediatica dell'esercito, dice che "la decisione è stata accolta con molto dolore e angoscia dalle forze armate". La dichiarazione porta la firma del generale Asif Ghafoor: "Un capo di stato maggiore e presidente del Pakistan, che ha servito per oltre 40 anni e ha combattuto guerre per la difesa del Paese non può essere un traditore". I giochi dunque non sono affatto chiusi. Del resto il team legale di Musharraf, malato di cuore, può appellarsi ricorrendo alla Corte Suprema. E se questa confermasse il verdetto della corte speciale, il presidente avrebbe pur sempre l'autorità costituzionale ai sensi dell'articolo 45 per perdonare un imputato nel braccio della morte. Le accuse a Musharraf riguardano il periodo che va dal 3 novembre al 15 dicembre 2007. In quel pugno di giorni il generale dittatore dichiara lo stato di emergenza e sospende la Costituzione cosa che gli permette di giurare come presidente non eletto.
Ma non si ferma lì: per evitare ostacoli imprigiona 61 giudici dei gradi più alti del sistema giudiziario incluso l'uomo che sta all'apice della piramide, il Chief Justice Iftikhar Mohammad Chaudhry, che aveva già sospeso dal servizio ma che un vasto movimento popolare aveva fatto reinsediare. È forse il suo scivolone più grosso, un calcolo politico che gli mette contro magistrati e società civile già turbati dall'ennesimo golpe militare.
Il 2007 è davvero un pessimo anno per il Pakistan che si chiude con l'assassinio di Benazir Bhutto. La sentenza è forse anche il segnale di un desiderio di autonomia della magistratura e di come debba essere giudicato traditore chiunque violi la Costituzione civile. Concetto che finisce per dire indirettamente che l'epiteto "traditore" si dovrebbe storicamente adottare per tutti i dittatori del Paese dei puri. Passati e futuri. In divisa e non.
di Gilberto Corbellini
Il Riformista, 18 dicembre 2019
Chi non studia non sa, chi non sa non capisce, chi non capisce sbaglia, chi sbaglia non è libero, etc. Quasi ovvio. Ma se solo ci si azzarda a dirlo si viene insultati per essere politicamente scorretti o per lesa dignità di persone che si credono libere solo perché agiscono scompostamente, etc. mentre sono eterodirette o mosse da irrazionali impulsi lesisi e autolesivi.
Decine di studi sui profili di coloro che hanno votato Trump e Brexit, mostrano che il livello di istruzione è il principale parametro predittivo del voto populista. Ma se si dice che il populismo italiano è la conseguenza del grave tasso nazionale dell'analfabetismo funzionale si viene messi alla gogna. Ci saranno sicuramente persone molto istruite che si riconoscono nel populismo e persone poco istruire che lo rifuggono, ma la statistica dice che le persone con bassi livelli di istruzione è più probabile che votino dal lato populista.
"Analfabetismo funzionale" non è un insulto, ma una definizione tecnica, relativa a persone che sanno leggere e scrivere (in Italia l'analfabetismo totale quasi non esiste, trattandosi dello 0,2%), ma non sanno estrarre da un testo il suo preciso contenuto o scoprire che è falso. Dal 28% (fonte Ocse) al 48% (Human Development Index) degli adulti italiani tra 16 e 65 anni è colpito da questa condizione. Siamo ultimi tra i Paesi Ocse e siamo tra gli ultimi in Occidente.
Persino i recenti risultati del test Ocse-Pisa certificano il dramma. Paesi che avvertono meno dell'Italia il problema, come la Francia, hanno lanciato dal 2016 una campagna capillare per migliorare i livelli di istruzione media sulla base di interventi fondati su prove di efficacia, e non mere di chiacchiere pseudo-pedagogiche. L'ascesa del populismo forse non si spiega ovviamente solo o direttamente con bassi livelli di istruzione. C'entrano anche i social media, internet, il fallimento politico della sinistra, la crisi finanziaria, etc. Ma gli effetti di questi fattori cambiano a seconda della base culturale e psicologica delle persone su cui agiscono. È possibile che la correlazione con la scarsa istruzione sia in realtà una spia di altri fattori.
Per esempio, l'apertura mentale delle persone, misurata da test che rilevano specifici tratti della personalità (Big Five) come la disposizione o meno a socializzare, a essere creativi, emozionalmente stabili, interessati alla complessità, etc. Esistono studi sul profilo di personalità di chi ha un orientamento populista, e tutti portano al risultato che è caratterizzato da chiusura mentale e tende a essere convenzionale e tradizionalista.
Sembra che esista una significativa correlazione tra apertura mentale e prosecuzione degli studi superiori, nonché per orientamenti meno populisti. Ergo, può darsi che coloro che decidono di andare all'università abbiano meno probabilità di avere opinioni populiste, anche prima di ricevere istruzione extra, e i livelli di istruzione potrebbero indicare una apertura preesistente, e livelli di istruzione bassi possono semplicemente segnalare una mentalità più tradizionale o "chiusa". Alcuni pensano che non siano i livelli di istruzione che qualcuno riceve, a modellare le opinioni populiste, ma il "tipo".
L'educazione contemporanea metterebbe troppa enfasi sul superamento di test, abuso di indicatori biblio-metrici o sulle prospettive occupazionali di uno studente, invece di insegnare il pensiero critico e le capacità analitiche. Se non viene insegnato a mettere in discussione ciò che ascoltiamo, il populismo diventa più attraente. Oggi, "pensiero critico" è una delle espressioni più usate anche in Italia, quando ci si lamenta di troppa pseudoscienza o superstizione, ma se si interroga chiunque non si riceverà una definizione uniforme. Eppure, si possono costruire mappe di concetti, teorie, valori e procedimenti utili alle persone per capire e affrontare le sfide della contemporaneità.
Il pensiero critico serve perché i politici avvelenano le statistiche per calcoli personali, ovvero adattano le variabili alla loro argomentazione, dando semplicemente priorità al loro successo elettorale, senza necessariamente mentire. Non hanno alcun interesse a cercare la verità interrogando questioni complicate. Inoltre, lo scontro tra le visioni politiche è controproducente poiché il dibattito quasi sempre si basa sulla polarizzazione, che non mette in discussione la fissità o dogmaticità di presunte verità alternative.
La politica ridotta a battaglia demagogica tra fazioni di tifosi minaccia la democrazia in quanto gli elettori sono scoraggiati dal mettere in discussione regimi di verità fisse, proposte come approdi sicuri. Istituzioni come università o partiti politici non possono fare nulla per impedire una tendenza perversa. La mancanza di pensiero critico e il perpetuarsi della demagogia favoriscono la percezione della naturale incertezza dell'esistenza come una ansiogena insicurezza, che accetta risposte acritiche.
I politologi degli anni Cinquanta sapevano che l'istruzione svolge un ruolo chiave per la maturazione di un'autoconsapevolezza politica. Tanto più, quindi, in una società della conoscenza dove servono strumenti precisi o definiti per analizzare i problemi e valutare le decisioni. Sempre che siamo ancora in tempo.
di Daniela Fassini
Avvenire, 18 dicembre 2019
Gli ultimi rapporti di Acnur e Cir parlano di 60mila rifugiati (6mila rinchiusi nei Centri governativi) e un milione di persone senza aiuti. Il problema più urgente? I campi di detenzione. Lo dicono tutti, dalle associazioni in campo per i diritti umani ai governi fino alle agenzie Onu. I centri dove gli stranieri, intercettati sul territorio libico senza un regolare visto, vengono rinchiusi e lasciati in balìa di miliziani con pochi scrupoli.
È qui che avvengono "situazioni indicibili", come aveva denunciato il segretario generale dell'Onu, Guterres, in relazione all'ultimo rapporto sulla situazione nel Paese nordafricano. In assenza di un governo stabile, i migranti vengono venduti come merce di scambio.
Spostati da un lager a un altro, schiavizzati e torturati per estorcere denaro dai familiari costretti ad ascoltare, al cellulare, i dolori delle torture dei propri cari. "Meglio morire in mare che in un lager libico" raccontano i migranti soccorsi in mare da quelle poche navi Ong che ancora lo possono fare.
Attualmente in Libia, secondo l'ultimo rapporto dell'Alto commissariato Onu per le Nazioni Unite, sono circa 6mila i migranti rinchiusi nei dieci principali centri di detenzione del governo di accordo nazionale di al-Sarraj, riconosciuto a livello internazionale. Ma sarebbero tre volte tanto quelli "non governativi" e fuori controllo. Ad oggi, l'Acnur ha registrato 60.000 richiedenti asilo in Libia, ma è riuscita a ricollocarne solo 2.000 circa all'anno.
La capacità dell'agenzia dei rifugiati di ricollocare i richiedenti asilo dalla Libia dipende dalle offerte da parte di Paesi ospitanti sicuri, soprattutto in Europa. A novembre, un appello urgente dal centro di detenzione di Zawiya, dove sono rinchiuse 650 donne e uomini (tra cui 400 eritrei ed etiopi) è stato rilanciato da don Mussie Zerai, presidente dell'agenzia Habeshia: "Viviamo costantemente nella paura, sentiamo continuamente spari nelle vicinanze, siamo chiusi qui, senza protezione, senza vie di fuga in caso di attacco, rischiamo la vita", raccontano i detenuti quando riescono a mettersi in contatto con il presule.
Don Zerai chiede a tutte le istituzioni europee e alle agenzie per i diritti umani di mobilitarsi per mettere in atto un piano straordinario per queste persone. Dall'inizio dell'anno allo scorso 15 novembre, sempre secondo gli ultimi dati diffusi dall'Acnur, sarebbero complessivamente 8.155 i rifugiati e migranti intercettati dalla cosiddetta guardia costiera libica e riportati a terra.
Si tratta, in particolare, di 6.547 uomini, 508 donne e 777 minori. La maggior parte delle persone riportate in Libia proviene da Sudan (3.250 persone), Mali (520), Bangladesh (456), Costa d'Avorio (439) e Somalia (391). La maggior parte delle imbarcazioni intercettate è diretta in Europa ed è in partenza da Zwara e Garabulli, rispettivamente a ovest ed a est di Tripoli.
"Da gennaio, più di 8.600 migranti che hanno tentato la traversata del Mediterraneo sono stati riportati in Libia in centri di detenzione sovraffollati, dei quali le Nazioni Unite hanno documentato le condizioni inaccettabili, le violazioni dei diritti umani e le sparizioni - denuncia l'Oim, l'Organizzazione internazionale per le migrazioni.
È necessario che siano intraprese azioni rapide per smantellare il sistema di detenzione e trovare soluzioni alternative per proteggere le vite dei migranti". Ma la guerra civile ha messo in ginocchio l'intera economia del Paese nordafricano. Il Centro italiano per i rifugiati parla di circa un milione di persone bisognose di assistenza umanitaria. Sono soprattutto cittadini libici, sfollati, senza cure mediche né medicinali.
di Carmine Gazzanni
Il Giornale, 18 dicembre 2019
Le parole utilizzate dal leader della Lega, Matteo Salvini, non possono essere derubricate a mera battuta. Dopo la decisione della presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, di non ammettere la norma sulla cosiddetta "cannabis light" al voto in Aula, l'ex vice-ministro dell'Interno ha ringraziato la seconda carica dello Stato e ha tuonato: "Bloccata in Senato la norma sulla coltivazione e la distribuzione di droga di Stato: no allo Stato spacciatore".
La domanda, a questo punto, nasce spontanea: quanto c'è di vero in quanto riferito dal segretario del primo partito italiano? In sintesi, nulla. E a dirlo non è nessun rivale politico ma una relazione contenente dati oggettivi e redatta dal dipartimento per le Politiche antidroga della presidenza del Consiglio, che fa capo direttamente a Giuseppe Conte. Il report, consegnato solo poche settimane fa in Parlamento, presenta dati a dir poco drammatici. Partiamo dalla mortalità.
L'utilizzo di droghe pesanti in Italia miete quasi una vittima al giorno: 334 nel 2018, 38 in più dell'anno precedente. In media, una ogni 26 ore. Il 12,8% in più rispetto ai 296 dell'anno precedente, con una quota particolarmente rilevante (+92%) tra le donne over 40. La causa del decesso è stata attribuita in 154 casi all'eroina, in 64 alla cocaina, in 16 al metadone, in 2 alla metamfetamina, in 1 caso all'amfetamina, in 1 alla benzodiazepina, in 1 al furanilfentanil e 1 a psicofarmaci. In 94 casi (28,1%) la sostanza non è stata indicata. Mai, dunque, alla cannabis.
E non va meglio sul fronte delle persone "in trattamento" per l'uso di stupefacenti: un totale di 133.060 (88% uomini, dipendenti soprattutto da eroina e coca). Ma se i 568 servizi pubblici per le dipendenze e le 839 strutture socio-riabilitative censite (su 908 presenti) notano un "invecchiamento della propria utenza", sono i dati sui ricoveri a indicare come molti assuntori non siano consapevoli dei rischi. In un anno, infatti, sono state 7.452 persone finite in ospedale, più di 20 al giorno.
E "più della metà di tali diagnosi fa riferimento a sostanze miste o non conosciute", col sospetto che sia la punta dell'iceberg di una "popolazione insorgente di utilizzatori di sostanze sintetiche e Nps, in maggioranza giovani". E qui si apre un nuovo fronte. Attraverso il web, infatti, iniziano ad arrivare in Italia "Nuove Sostanze Psicoattive": cannabinoidi, catinoni e oppioidi sintetici, in genere ordinati su Internet e ricevuti per posta.
Sono "oltre 400", si legge ancora, i "siti/forum/account social molto usati soprattutto dai giovani", come "piattaforme di vendita online", per i quali sono state "avanzate al ministero della Salute, 17 proposte di oscuramento di siti": Le indagini hanno "portato al sequestro di quasi 80 kg e 27mila dosi di sostanze sintetiche".
Dati eloquenti, dunque, che lasciano intendere come la narrazione di una certa politica sia assolutamente errata. "Stiamo provando in tutti i modi pur di invertire la rotta - spiega a La Notizia l'onorevole Alessandra Mammì (M5S), da sempre impegnata sul fronte sociale - Abbiamo costruito un Intergruppo parlamentare composto da più di 100 deputati.
L'Intergruppo affronta in modo trasversale la tematica sostenendo la legalizzazione: ci servirà anche per fare convegni, trasmettere corrette informazioni. È veramente urgente, informare anche con campagne di sensibilizzazione perché non è pensabile pensare che chi fuma cannabis passi poi alle droghe pesanti, come la destra vuol far credere.
di Stefano Vecchio
Il Manifesto, 18 dicembre 2019
La Relazione sulle droghe 2019, è sostanzialmente una fotocopia di quella del 2018, con l'aggravante che non è firmata da alcun rappresentante del Governo. Preoccupa questa "rimozione" della politica dalle droghe ma ancor di più il vuoto politico che crea. Un vuoto politico che oggi tende ad essere riempito con le proposte di Salvini di inasprimento dell'art 73 del Dpr 309/90, prevalentemente volte a intensificare la criminalizzazione dei consumatori e, ancor peggio, con la presa di posizione sulle stesse corde repressive del Ministro dell'Interno. In questo quadro politico preoccupante si colloca la Relazione al Parlamento che fa risaltare i limiti delle rilevazioni e l'assenza di una analisi sugli effetti delle politiche adottate ormai da 30 anni.
La Relazione, pur presentando questi limiti ormai strutturali, presenta alcuni elementi che, per quanto "inconsciamente" autocritici, di fatto descrivono il fallimento delle politiche di stampo punitivo-repressivo della legge italiana, incentrate sulla patologizzazione dei comportamenti legati all'uso di droghe e alla diffusione di rappresentazioni stigmatizzanti delle persone che usano sostanze psicoattive. Emerge che negli ultimi anni vi è stato un sensibile ampliamento e differenziazione del mercato e delle sostanze circolanti, con l'immissione di droghe sintetiche, con la corrispondente diffusione di modelli di consumo differenziati.
Un ricercatore attento, e magari qualche esponente governativo, avrebbe dovuto trarne le conseguenze che le politiche costruite sul modello della guerra alla droga non hanno raggiunto gli effetti attesi. Se proprio si dovesse rappresentare un "allarme" dovrebbe essere rivolto ai danni sociali, economici e a carico della convivenza, di questo modello di politiche fallimentari.
Se incrociamo i dati dei consumi con l'utenza dei servizi uniformemente diffusi in Italia, i SerD e le Comunità Terapeutiche, la maggioranza (65%) degli utenti di questi servizi è rappresentata da un target che fa riferimento all'1% di utilizzatori di eroina e da una minoranza di assuntori di cocaina. Di persone che usano la cannabis, sostanza più diffusa, se ne contano pochissimi e prevalentemente per effetto delle sanzioni amministrative, cioè per effetto della legge.
Il sistema attuale dei servizi, per ammissione implicita della Relazione, non è cioè pensato per rispondere alle nuove realtà dei consumatori di sostanze psicoattive. Dietro le sbarre troviamo circa un terzo dei detenuti per effetto dell'art. 73 della legge sulle droghe, che conferma quanto da noi scritto nel decimo Libro Bianco sulle droghe.
Il Dipartimento Politiche Antidroga rifiuta il confronto con le prospettive delle ricerche internazionali e italiane (condotte da Forum Droghe) che, sulla scorta del modello di Zinberg "droga set e setting", avrebbero consentito di comprendere le specificità dei modelli di consumo diversificati rilevati e evidentemente non compresi in quanto ingabbiati attraverso le discutibili categorie patologizzanti di rischio e alto rischio.
Nonostante vi sia un paragrafo per gli interventi di Riduzione del Danno, come per il 2018, non compare una analisi puntuale che avrebbe fatto emergere che sono questi i servizi che incontrano i consumatori che non si rivolgono ai servizi ordinari. E ricordiamo che la Riduzione del Danno, inserita nei LEA dal 2017, attende ancora la sua completa declinazione a livello nazionale e rimane a tutt'oggi un diritto "sospeso".
In assenza della politica, la Rete della società civile, degli operatori e delle persone che usano sostanze si incontrerà a Milano (28-29 febbraio) per rendere pubbliche le proposte per un cambio di rotta delle politiche sulle droghe per un governo del fenomeno dei consumi di sostanze psicoattive radicalmente alternativo al modello penale e patologico etichettante del Dpr 309/90.
di Francesca Paci
La Stampa, 18 dicembre 2019
Il ministro degli Esteri al premier libico: Ankara non deve intervenire militarmente. L'Italia rilancia l'iniziativa europea. A breve l'uomo forte della Cirenaica a Roma.
"Nei prossimi giorni l'Italia nominerà un inviato speciale per la Libia, una figura di alto profilo che rappresenterà il nostro Paese e risponderà direttamente alla Farnesina". Il ministro degli esteri Luigi Di Maio atterra a Ciampino dopo la visita lampo a Tripoli, Bengasi e Tobruk con l'annuncio di un rilancio diplomatico a tutto campo.
"È stata una giornata densa di appuntamenti, l'Italia ha indubbiamente perso terreno il Libia ma è il momento che recuperi il suo ruolo naturale e dia una mano in un Paese amico, vicino, a rischio terrorismo e nel pieno di una grave crisi umanitaria", spiega Di Maio. Nel giro di poche ore l'ha ripetuto come suggello di un impegno personale ai suoi due interlocutori principali, il premier Fayez al Sarraj e l'avversario irriducibile Khalifa Haftar, il primo da risentire al telefono stamattina stessa e il secondo atteso a Roma già nelle prossime settimane.
La missione del ministro degli Esteri nasce dall'urgenza imposta alla partita dall'entrata a gamba tesa della Turchia, pronta a intervenire militarmente al fianco del Governo di accordo nazionale (Gna). A Tripoli Di Maio è andato per porgere la mano ai fini di "una soluzione negoziale" ma soprattutto per fare pressione affinché al Sarraj congeli il patto con Erdogan ("sono accordi critici a partire dai confini marittimi", dice) e tenga lontani i suoi soldati. Le parole di Di Maio ai leader del Gna su questo sarebbero state molto nette: la Turchia non deve intervenire militarmente, non potete farli entrare. Una preoccupazione che, al netto di tante differenze, accomuna Roma a Parigi e Berlino.
Dall'entourage del premier libico riferiscono di aver apprezzato, ha apprezzato anche Misurata, la potente città-Stato il cui sostegno al Gna, al netto del recente malumore di alcune milizie per il ritardo nel pagamento degli stipendi, non è mai venuto meno. Però, con la pressione dei bombardamenti alla periferia della capitale, hanno messo i loro paletti fermi, ribadendo che prima di qualsiasi potenziale negoziato Haftar deve rinunciare all'offensiva e tornare da dove è venuto, ossia a Bengasi.
L'Italia gioca di rimessa. A seguito di mesi di assenza il nostro Paese torna a mettere nelle mani nella conflittuale eredità post Gheddafi e lo fa cercando d'inserirsi tra i tanti giocatori in campo. Dopo aver incontrato al Sarraj, Haftar ma anche il vice premier Maitig, il ministro degli Esteri Siala, il presidente della camera dei rappresentanti Aguila Saleh, Di Maio vuole allargare il tavolo: "Parlerò con il segretario di Stato americano Mike Pompeo, con il ministro degli Esteri turco e con quello russo, ci sono molti attori in Libia, qualsiasi interferenza non è una buona notizia per la pace e per questo dobbiamo essere in contatto con diversi Paesi e spingere sul ruolo dell'Italia e dell'Unione EUropea".
Roma, sottolinea più volte, "appoggia gli sforzi dell'inviato delle Nazioni Unite Salamé" e la piattaforma da cui partire è la conferenza di Berlino, pianificata per fine gennaio. Le carte in mano non sono buone. Con Haftar Di Maio ha insistito sul nuovo approccio, vale a dire basta con le foto di summit inconcludenti e lavorare agli interessi comuni.
Nelle ore in cui dialogava con Sarraj a Tripoli, un C-130 prelevava a Bengasi 5 bambini con gravi malattie per trasportarli al Bambin Gesù di Roma, una missione umanitaria a sfondo diplomatico. Haftar, ci riferiscono, è soddisfatto. Tripoli anche. In sottofondo però si continua a sparare, sempre più vicino.
di Marilyn Aghemo
lettoquotidiano.it, 18 dicembre 2019
Un primo bilancio che arriva da Panama dopo la sparatoria in carcere. Ora il Presidente della Repubblica vuole capire cosa sia accaduto. Secondo una primissima ricostruzione, tutto è iniziato dopo una rissa in due padiglioni dell'Istituto con "guerra" interna tra carcerati. In un secondo momento la Polizia è riuscita ad entrare all'interno della prigione e porre fine alla sparatoria, nonostante le tante perdite.
La Polizia ha sequestrato dopo un controllo otto armi da fuoco che i detenuti avevano nascosto all'interno delle loro celle. Il Presidente della Repubblica ha rilasciato un primo commento sulla grave situazione: "la presenza di armi in carcere è una cosa gravissima". Per questo è ora in atto una indagine, non solo per ricostruire tutta la vicenda di cui sopra ma anche per scoprire se ci siano o meno complicità da parte degli agenti interni di custodia.
Il vicedirettore Munoz ha dichiarato alla stampa locale - La Prensa - che il bilancio dei morti potrebbe salire nelle prossime ore, essendo due dei feriti in condizioni gravissime. The Sun ha riportato tempo fa le condizioni dei carcerati in questo istituto che non ha nulla a che vedere con il suo nome di battesimo. Secondo quanto emerso le celle sono piccole e sovraffollate, non esistono cure mediche e in molti casi i carcerati sono in attesa di giudizio - così da restare all'interno delle celle per anni. Non c'è igiene, bagni sporchi e la doccia viene fatta in cortile con dei secchi perché spesso e volentieri manca l'acqua.
di Rosario Dolce
Il Sole 24 Ore, 17 dicembre 2019
Corte di cassazione, sentenza 12 dicembre 2019, n. 50366. Accade spesso che, nonostante la necessità di lavori urgenti in costruzioni che minacciano rovina negli edifici condominiali (come i solai dei garage), non si formi la volontà assembleare e non vengano stanziati i fondi necessari. Ma non può ipotizzarsi la responsabilità per il reato di cui all'articolo 677 del Codice penale a carico dell'amministratore del condominio per non aver attuato interventi che non erano in suo materiale potere. Al contrario: ricade su ogni singolo proprietario l'obbligo giuridico di rimuovere la situazione pericolosa. Così ha chiarito la (Corte di Cassazione, Sezione I Penale, con la Sentenza n 50366/2019)
Il fatto - Un proprietario di un appartamento di un fabbricato condominiale fatiscente riceve un'ordinanza del sindaco, contingibile e urgente, per eseguire i lavori di messa in sicurezza e rimozione del pericolo di crollo. Il condomino, però, si difende dal provvedimento di condanna poi conseguito (per aver omesso l'esecuzione delle opere dovute) indicando l'amministratore quale responsabile dell'evento, in funzione della sua posizione di garanzia, di cui all'articolo 40 del Codice Penale.
Lo scudo penale - In altri termini, il proprietario assume che la presenza dell'amministratore condominiale funga da "scudo penale", in quanto soggetto attivo del reato al posto dei proprietari, i quali, al più, potrebbero essere chiamati a rispondere a titolo di responsabilità sussidiaria. La Corte di Cassazione, però, respinge la tesi difensiva.
I presupposti - La Cassazione ha affermato anzitutto che il provvedimento sindacale era destinato soggettivamente ai proprietari degli immobili ubicati nel fabbricato e non all'amministratore. Inoltre ha rilevato come tra le attribuzioni dell'amministratore non vi sia quello di provvedere alla manutenzione straordinaria del fabbricato, potendo, al più, disporre in termini di messa in sicurezza del medesimo, laddove sussistano i fondi per disporre al riguardo.
La Corte ha anche chiarito che, nel caso previsto dal terzo comma dell'articolo 677 del Codice penale, è sufficiente per l'amministratore, per andare esente da responsabilità, intervenire sugli effetti della rovina, interdicendo, ove ciò sia possibile, l'accesso o il transito delle persone (sul punto è stata anche richiamata la sentenza 21401/2009).
"Molestia possessoria" - Ma non basta: secondo un'altra corrente giurisprudenziale (di rilievo "civile"), tuttavia, l'amministratore non può neppure interdire l'uso delle cose comuni, adducendo ragioni connesse alla sicurezza dei condomini o dei terzi, potendo una simile condotta finire per ledere il contenuto del diritto che su di esse compete a ciascun partecipante: integrandosi, per contro, una molestia possessoria (Cassazione, sentenza 6 febbraio 1982, n. 686).
di Damiano Aliprandi
Il Dubbio, 17 dicembre 2019
Il capo del Dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Francesco Basentini, sentito la scorsa settimana in commissione Antimafia presieduta da Nicola Morra e volta ad approfondire i profili applicativi del 41bis, ha spiegato che solo il carcere di Sassari, il Bancali, ha la struttura idonea per ospitare i reclusi al cosiddetto carcere duro.
di Eleonora Martini
Il Manifesto, 17 dicembre 2019
Al via il processo ter, alla sbarra un generale e sette carabinieri. Due imputati si costituiscono parti civili nei confronti dei superiori. Si è aperto ieri con un colpo di scena e con un nuovo giudice monocratico che ha preso il posto del precedente, astenutosi perché ex carabiniere, il processo agli otto militari dell'Arma accusati di aver nascosto la verità sulla morte di Stefano Cucchi e di aver falsificato documenti per depistare le indagini. Un piano messo in atto secondo l'accusa almeno in tre occasioni, nel 2009, nel 2015 e nel 2018, ed evidentemente ben riuscito, visto un inutile processo durato anni contro tre innocenti poliziotti penitenziari, mentre venivano tenute nascoste le violenze perpetrate dai due carabinieri Alessio Di Bernardo e Raffaele D'Alessandro (condannati in primo grado per omicidio preterintenzionale) sul giovane geometra romano arrestato il 15 ottobre 2009 e morto una settimana dopo in ospedale.
Ma ora che la verità si è fatta largo durante il processo bis e che il pm Giovanni Musarò ha scoperchiato il verminaio nella catena di comando che arriverebbe fino ad un generale, davanti alla giudice Giulia Cavallone della 7° sezione penale il procedimento appena aperto ha già assunto una nuova prospettiva, con i due imputati di grado più basso che accusano altri due imputati di rango più alto di aver impartito loro ordini contrari alla legge.
Infatti, il luogotenente Massimiliano Colombo Labriola, all'epoca comandante della stazione di Tor Sapienza, e il carabiniere Francesco Di Sano, che in quella caserma durante la notte ebbe in custodia un Cucchi già dolorante e con la schiena spezzata dal pestaggio subito dai carabinieri della stazione Appia, hanno chiesto di costituirsi parti civili nei confronti del maggiore Luciano Soligo (a quel tempo comandante della Compagnia Montesacro dalla quale dipendeva Tor Sapienza) e del colonnello Francesco Cavallo (nel 2009 tenente colonnello, capoufficio del comando del Gruppo Roma) che li precedono nella scala gerarchica.
Come ha riferito in aula il loro difensore, Labriola e Di Sano accusano Soligo e Cavallo di aver ordinato loro la rettifica dell'annotazione di servizio sulla condizione di salute di Cucchi: "Non sapevano del pestaggio - ha detto l'avvocato Giorgio Carta - Colombo Labriola non hai mai incrociato Cucchi e venne estromesso dalle operazioni perché Soligo si presentò in caserma e diede ordini direttamente ai carabinieri che avevano redatto il documento. Quanto a Di Sano, era in partenza per la Sicilia ma fu contattato da Soligo affinché prima eseguisse la modifica richiesta. Col senno di poi, ora capiamo l'insistenza dei superiori, ma all'epoca non sapevano nulla. Se non avessero eseguito quell'ordine sarebbero incorsi in un reato militare".
Colombo Labriola e Di Sano si sono seduti sul banco degli imputati ed hanno ascoltato l'intera udienza, insieme ad altri due degli accusati, il capitano Tiziano Testarmata, comandante della IV sezione del nucleo investigativo, e il colonnello Lorenzo Sabatino, allora comandante del reparto operativo. Non erano invece presenti il generale Alessandro Casarsa, nel 2009 comandante del Gruppo Roma, Cavallo, Soligo e il carabiniere Luca De Cianni accusato di calunnia nei confronti di Riccardo Casamassima, il primo militare ad aver rotto il muro di omertà.
Alla prossima udienza, fissata per il 20 gennaio, la corte scioglierà la riserva sull'ammissione delle parti civili che, oltre alla famiglia Cucchi e ai tre agenti penitenziari, è stata richiesta anche da Casamassima, dalla Presidenza del Consiglio dei ministri, dai ministeri dell'Interno, della Difesa e della Giustizia, e dalle associazioni Antigone e Cittadinanzattiva. I tre poliziotti penitenziari tramite i loro avvocati hanno però citato il ministero della Difesa, come responsabile civile dei danni subiti, "in quanto organo di riferimento dell'Arma dei carabinieri".
Un processo, insomma, che mostra già alle prime battute le contraddizioni di un sistema, di un corpo che risponde a regole e gerarchie militari ma che ha funzioni di polizia e si occupa di ordine pubblico e della sicurezza dei cittadini. È un po' un peccato perciò che la giudice Giulia Cavallone abbia deciso di vietare le foto e le riprese video "perché - ha spiegato però - il diritto di cronaca viene già garantito dalla presenza dei giornalisti in aula".
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