di Antonio Iorio
Il Sole 24 Ore, 18 dicembre 2019
Sarà possibile l'applicazione della misura della custodia cautelare in carcere per i delitti di omessa presentazione delle dichiarazioni delle imposte sui redditi, Iva e sostituto di imposta. Ciò, in conseguenza dell'aumento delle pene per questo reato che passano da un anno e sei mesi a due anni (nuova pena minima) e da quattro anni a cinque anni (nuova pena massima).
Infatti la custodia cautelare in carcere (articolo 280 del Cpp) può essere, tra l'altro, disposta per delitti, consumati o tentati, per i quali sia prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a cinque anni, oltre che, evidentemente, in presenza di determinate circostanze che valuterà il Gip.
Ne consegue che con riferimento ai reati tributari (decreto legislativo 74/2000), la custodia cautelare non può essere adottata per: dichiarazione infedele delle imposte sui redditi e Iva (articolo 4), in quanto anche le nuove modifiche prevedono una massima inferiore a i 5 anni (4 anni e 6 mesi); omesso versamento ritenute (articolo 10 bis), Iva (articolo 10 ter) e indebite compensazioni di crediti non spettanti (articolo 10 quater); sottrazione fraudolenta al pagamento delle imposte per importi inferiori ai 200mila euro.
Occorre ricordare che il delitto di omessa presentazione della dichiarazione dei redditi, dell'Iva e del sostituto di imposta (sanzionato in futuro con la reclusione da due a cinque anni e non più da 18 mesi a quattro anni) per il quale sarà possibile in futuro l'applicazione della custodia cautelare in carcere concerne non solo i cosiddetti evasori totali (soggetti completamente sconosciuti al fisco), ma anche le ipotesi di estero-vestizione societaria, stabili organizzazioni non dichiarate in Italia, e trasferimenti fittizi di residenza all'estero di persone fisiche.
Da segnalare infine che gli aumenti di pena previsti per i delitti di omessa presentazione della dichiarazione (redditi, Iva, sostituto di imposta) e di infedele dichiarazione (redditi e Iva) faranno venir meno, per i procedimenti riguardanti questi reati, la citazione diretta a giudizio da parte del Pm.
Sinora per questi illeciti penali - abbastanza diffusi - essendo prevista una pena massima non superiore a 4 anni, una volta terminate le indagini preliminari, la Procura ove non avesse ritenuto di richiedere l'archiviazione, provvedeva a citare a giudizio (e quindi all'udienza dibattimentale) l'imputato. In futuro invece anche per questi delitti (essendo prevista ora una pena massima superiore a 4 anni) il Pm dovrà richiedere il rinvio a giudizio al Gip, il quale, all'esito di un'udienza preliminare, deciderà se assecondare la richiesta del Pm ovvero disporre il non luogo a procedere. Da notare che in molti tribunali questa modifica comporterà anche un maggior carico di lavoro per i giudici monocratici "togati" in quanto, in presenza di un rinvio a giudizio da parte del Gup, la fase dibattimentale non può svolgersi innanzi ad un giudice "onorario" a differenza delle ipotesi di citazione diretta a giudizio.
livesicilia.it, 18 dicembre 2019
Attualmente sono in fase di svolgimento due corsi per operatore edile in due diversi reparti. Reinventarsi muratori, elettricisti o idraulici. Apprendere un mestiere e trovare un impiego stabile. Una seconda possibilità per l'inserimento socio-lavorativo dei soggetti detenuti. Grazie all'attività di formazione e di tirocini sarà più facile il reinserimento lavorativo delle persone che stanno scontando la loro pena al carcere Pagliarelli di Palermo.
Il progetto "Avviso 10/2016 - Costruisci il tuo futuro" è attuato dal Panormedil-Cpt, l'ente unico per la sicurezza e formazione nell'edilizia. Si tratta di un intervento realizzato nell'ambito delle iniziative promosse dal programma operativo Regionale Sicilia 2014/2020 cofinanziato dal Fondo sociale europeo.
L'ente bilaterale presieduto da Mario Puglisi, vicepresidente Pasqualino De Vardo, lo ha realizzato in associazione con E.N.G.I.M. Ente Nazionale Giuseppini del Murialdo e Ance Palermo Associazione Nazionale Costruttori Edili di Palermo: l'obiettivo è quello di affermare il principio del fine rieducativo della pena e di offrire una reale "seconda possibilità" alle persone che si trovano in regime di detenzione ordinario o in regime alternativo alla detenzione.
Il progetto prevede la realizzazione di cinque corsi di formazione. Attualmente sono in fase di svolgimento due corsi per operatore edile in due diversi reparti, oltre la selezione dei partecipanti che vede coinvolti 120 detenuti. Il carcere diventa così non solo il luogo in cui scontare una pena ma anche il punto di partenza per una nuova vita.
E niente può agevolare un percorso di questo tipo come il reinserimento nel mondo del lavoro. In questi giorni, i docenti del Panormedil-Cpt hanno anche celebrato un piccolo momento conviviale con il detenuto nei due reparti coinvolti dal progetto.
di Monica Musso
Il Dubbio, 18 dicembre 2019
La donna dovrà trascorrere 15 anni in una Rems. Prima di uccidere i due bimbi la donna era stata segnalata più volte per alcuni comportamenti sintomatici di una preoccupante intolleranza nei loro confronti. Vizio totale di mente: è quanto ha deciso il Gup di Roma Anna Maria Gavoni, che ha assolto Alice Sebesta, la detenuta tedesca che il 18 settembre 2018 ha ucciso i due figli, scaraventandoli dalle scale nel reparto nido del carcere di Rebibbia.
La donna dovrà trascorrere 15 anni in una Rems, struttura sanitaria per l'esecuzione di misure di sicurezza. Anche il pm Eleonora Fini aveva chiesto l'assoluzione per vizio totale di mente. La donna, difesa dall'avvocato Andrea Palmiero, poco prima della sentenza ha reso dichiarazioni spontanee in aula.
"Non è vero che sono una cattiva madre, non ho usato alcuna crudeltà - ha detto. L'ho fatto per salvare i miei figli: a loro ci penso ogni giorno". Uscita dall'aula ha abbracciato in lacrime il suo avvocato. Una donna affetta da "una grave forma di dissociazione", che al suo ingresso in carcere aveva già alle spalle un percorso clinico di 9 anni.
Un particolare che era emerso nel corso dell'incidente probatorio, finalizzato a capire se la donna, arrestata il 26 agosto 2018 perché trovata in possesso di 10 chili di marijuana, fosse capace di intendere e di volere. "La sua è una patologia abbastanza forte - spiegava allora al Dubbio l'avvocato Palmiero - e il consulente ha rilevato una grave forma di dissociazione".
Le sue condizioni, però, non erano state ritenute incompatibili con il regime carcerario, nonostante quanto contenuto in un documento firmato dal capo del Dipartimento di amministrazione penitenziaria, Francesco Basentini, visionato dall'Ansa subito dopo la tragedia. Prima di uccidere Faith, di 4 mesi, e Divine, di 19 mesi, la donna sarebbe stata segnalata più volte "per alcuni comportamenti, sintomatici di una preoccupante intolleranza nei confronti dei due piccoli", tanto che il personale del carcere aveva segnalato "la necessità di accertamenti anche di tipo psichiatrico".
Prima di compiere il terribile gesto, la donna aveva atteso che le altre detenute sfilassero prima di lei per poi rimanere in disparte e sbattere ripetutamente, con forza, il corpo dei suoi due bimbi per terra. Una volta compreso quanto stava accadendo, sono intervenute alcune agenti della polizia penitenziaria e diverse detenute rom per cercare di fermare la furia della donna.
"Adesso i miei figli sono liberi, gli ho dato la libertà", aveva spiegato la donna al suo avvocato, giustificando così la tragica fine dei suoi figli. Nel corso dell'interrogatorio, la donna aveva affermato di aver "mandato mio figlio a Dio". E aveva aggiunto: "ho cercato un posto dove buttare i bimbi perché certamente andranno in cielo. Non voglio che questo mondo li distrugga".
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 18 dicembre 2019
Corte di cassazione - Sentenza 48250. È ampia, ma non illimitata, la forza attrattiva della giurisdizione italiana nella repressione delle attività legate al favoreggiamento dell'immigrazione clandestina. La Cassazione, sentenza n. 48250 della Quinta sezione penale, ha affermato che, in assenza di un fondamento normativo che permetta di derogare al principio di territorialità, non esiste giurisdizione della magistratura italiana su reati commessi dallo straniero in danno dello straniero e interamente consumati all'estero, anche se connessi con reati (nella specie associazione per delinquere e favoreggiamento dell'immigrazione clandestina) per i quali la giurisdizione italiana è accertata.
È stato così respinto il ricorso del Pm di Catania contro la decisione del Tribunale, in sintonia peraltro con quella del Gip, che aveva respinto la richiesta di carcerazione preventiva nei confronti di un uomo accusato dei delitti di sequestro di persona a scopo di estorsione, tortura aggravata e violenza sessuale, commessi in Libia ai danni di alcuni migranti approdati successivamente in Italia. Per il pubblico ministero, il Tribunale avrebbe ritenuto, sbagliando, che requisito necessario per affermare la competenza del giudice italiano su reati interamente commessi fuori dal territorio dello Stato è l'esercizio del diritto di inseguimento, quando invece a dovere essere valorizzato sarebbe il rapporto di stretto collegamento tra gli illeciti commessi all'estero e quelli per i quali è certa la competenza nazionale.
La Cassazione però non è stata di questo parere e ha ricordato innanzitutto il peso da attribuire agli istituti del diritto di inseguimento e della presenza costruttiva. Sulla base di convenzioni internazionali (quella di Ginevra del 1958 e quella di Montego Bay del 1982), infatti, le autorità dello Stato hanno il diritto di inseguire la nave straniera, sospettata di avere contribuito alla commissione di reati, anche oltre i limiti delle acque territoriali, a patto che l'operazione sia iniziata quando la nave era nel mare territoriale. È questo aggancio tra nave straniera e ambito territoriale nazionale a giustificare l'estensione della potestà punitiva dello Stato ai reati commessi in acque internazionali, ma strettamente collegati a quelli compiuti negli spazi assoggettati a giurisdizione nazionale.
Altro elemento considerato dalla giurisprudenza è stato poi quello della presenza costruttiva, che permette di ritenere legittimo l'inseguimento anche della nave che non è mai entrata nelle acque territoriali, quando l'imbarcazione che vi ha invece fatto ingresso può essere considerata parte della medesima flotta. Una ricostruzione, quest'ultima, che prende in considerazione la sostanziale unitarietà delle imbarcazioni, dando importanza alla condotta delle "navi figlie", permettendo di agire anche nei confronti della "nave madre".
In ogni caso, conclude la Cassazione, non è mai stato affermato il principio sostenuto dal Pm, per cui la connessione sarebbe criterio autonomo di individuazione della giurisdizione italiana per fatti commessi all'estero, da e ai danni dello straniero.
di Andrea Vivaldi
La Repubblica, 18 dicembre 2019
A Sollicciano ieri un guasto ha lasciato senza riscaldamento 400 persone. Infiltrazioni di acqua a Pisa e Massa Carrara. La denuncia: "Mancano agenti. Intervenga il ministro Bonafede".
L'impianto di riscaldamento fuori uso al carcere di Sollicciano a Firenze. Le infiltrazioni d'acqua al Don Bosco di Pisa e a Massa Carrara. La rissa e l'aggressione a Porto Azzurro sull'Isola d'Elba. Tredici istituti sovraffollati e polizia penitenziaria carente praticamente in ogni sede. Sono senza tregua le difficoltà nelle carceri toscane.
I problemi strutturali sono numerosi e disseminati in tutta la regione. Ieri a Firenze è dovuta intervenire la Regione e la Misericordia per portare 400 coperte ai detenuti. "Il riscaldamento è guasto, per l'ennesima volta - scrive la Camera penale di Firenze - come l'anno scorso e come nel 2016. Fa freddo".
Le già precarie condizioni di vita e lavoro sono aggravate da un numero di condannati oltre i limiti: 671 persone in eccesso secondo i rilevamenti di fine novembre. Di questi 282 a Sollicciano, 48 a Massa, 44 a Lucca, 29 a San Gimignano. Solo tre sedi hanno numeri in regola. Dati all'opposto con quelli della polizia penitenziaria che conta invece una carenza nell'organico: 296 agenti in meno rispetto a quanto previsto per legge.
Tra le celle si crea un clima di agitazione che innesca, come accaduto nei mesi scorsi, momenti di violenza. L'ultimo caso a Porto Azzurro sull'Isola d'Elba, dove una guardia è rimasta coinvolta in una colluttazione ed è stata portata all'ospedale di Portoferraio, ricevendo poi una prognosi di 10 giorni. "La grave situazione in cui versa questo istituto - spiega dopo l'episodio Donato Capece, segretario generale del Sappe - è dovuta soprattutto alla mancanza di sicurezza".
In molti penitenziari della Toscana sono necessari interventi di più tipo. A Pisa, ad esempio, non sono ancora stati conclusi i lavori per il settore femminile. Serve sistemare il teatro del carcere di Volterra. C'è da risolvere la sezione trattamentale a Lucca. Definire la chiusura dell'istituto a Grosseto. Il Gozzini di Firenze è in attesa di un possibile cambio di destinazione per ospitare solo il reparto femminile.
Ci sono condizioni complesse anche al Don Bosco di Pisa: "Qui sono stati fatti alcuni lavori di ristrutturazione, ma non sono sufficienti - spiega Grieco Eleuterio, segretario generale regionale della Uilpa. Il centro clinico ha avuto un crollo del soffitto e la struttura interna è ferma da 15 anni. Avere condizioni dignitose per i detenuti vuol dire averle anche per il personale".
Non a caso dopo il guasto di ieri a Sollicciano, la Camera penale ha chiesto l'intervento di Alfonso Bonafede, ministro della giustizia, per risolvere la situazione di "quelle celle sovraffollate, umide e fredde".
E ha poi puntato il dito contro lo stato decadente dell'edificio: "La struttura è afflitta da un'umidità ineliminabile, perché l'acqua filtra ovunque - dice la Camera - e quando manca il riscaldamento quel freddo continuo entra nelle ossa, ti fa ammalare, ti fa sentire ancora più solo e lontano dal mondo là fuori, ti fa sentire ancor più abbandonato".
Corleone: "I fondi ci sono ma la burocrazia frena tutto"
In diversi penitenziari della Toscana ci sono problemi strutturali che si trascinano da tempo. Franco Corleone, Garante regionale dei detenuti, ha affrontato in più occasioni la questione, sottolineando l'importanza d'investire per i diritti e la vita dei carcerati.
Corleone, mancano i soldi per gli interventi?
"I fondi ci sarebbero. Per la Toscana sono stati stanziati oltre 13 milioni e 800 mila euro, ma per ora sono stati usati solo in parte. Ci sono procedure lentissime: controlli lunghi, ditte che si rivelano non in regola, magari con problemi di trasparenza antimafia. Ricorsi e slittamenti che durano anni. Quando finalmente arrivano i soldi, ormai non bastano più perché erano stati stanziati anni prima".
Ci sono interventi urgenti da realizzare? La situazione è drammatica in alcuni penitenziari, come dimostra il black-out a Sollicciano...
"Abbiamo 13 cantieri aperti nella regione. Ci sono miglioramenti importanti per la dignità dei detenuti. A Pisa deve ancora essere inaugurato il nuovo reparto femminile con bagni non più a vista. Il Gozzini di Firenze sta aspettando di diventare una sede solo femminile: potrebbe essere un luogo diverso che dia valore al reinserimento e alla differenza di genere".
Come si contrasta il cronico problema del sovraffollamento nelle carceri della nostra regione?
"In Toscana il 33,8% delle persone è in cella per spaccio. E se a questi aggiungiamo i tossicodipendenti, spesso arrestati per furto o scippo, andiamo sopra il 50%. Aumentando le pene per questi reati definiti dalla legge "di lieve entità", cresce il sovraffollamento. Il meccanismo scoppia".
Esiste un modello alternativo?
"Manca un progetto culturale e politico per il carcere. Bisogna cambiare per la vita interna. Servono educatori e scuola. In Catalogna il personale è tutto civile, la guardia nazionale viene solo per rivolte. Dobbiamo decidere se avere istituti di custodia o di riabilitazione in cui si lavora. È una questione di scelte".
di Andreina Baccaro
Corriere di Bologna, 18 dicembre 2019
Si è portato dietro la chitarra Gianni Morandi, ieri entrando nel carcere della Dozza insieme al gotha dell'imprenditoria bolognese. L'occasione era una festa di scambio di auguri natalizi con detenuti e agenti della penitenziaria organizzata grazie alla collaborazione della direttrice del carcere Claudia Clementi e del provveditore per l'Emilia-Romagna e le Marche del dipartimento dell'amministrazione penitenziaria Gloria Manzelli.
Il cantante, che è stato "pizzicato" per caso all'ingresso dai cronisti subito dopo l'inaugurazione della nuova aula bunker per i processi, ha sottolineato "l'importanza di questa visita, perché ci sono persone che fanno un lavoro di riabilitazione e imprenditori bolognesi che offrono questa possibilità".
Oltre a fare gli auguri di Natale a dipendenti e detenuti, ha scherzato Morandi, "se si divertono sono pronto a cantare". Tra gli imprenditori in visita alla Dozza c'era il presidente di Confindustria Emilia, Valter Caiumi, che nel rimarcare l'importanza dei progetti sulla promozione del lavoro in carcere ha spiegato che "si vuole vedere se c'è spazio per espanderli.
Abbiamo colto l'occasione per cercare di capire da un lato quali iniziative già sono in corso alla Dozza", dove ad esempio "si fanno attività di assemblaggio con alcune imprese bolognesi, con il contributo dei tecnici delle varie aziende", e dall'altro "se c'è la possibilità di estendere i progetti in altre carceri".
Sull'utilità del lavoro in carcere, che "rappresenta una possibilità di rifarsi una vita" si sofferma anche Maurizio Marchesini, presidente di Marchesini Group, spiegando che "questi ragazzi sono lavoratori come gli altri, e quando escono li inseriamo nelle nostre aziende e in quelle dell'indotto, quindi siamo qui a fare gli auguri di Natale come facciamo con i nostri dipendenti".
Marchesini ha anche sottolineato che "Morandi ha accettato subito l'invito, non c'è stato bisogno di convincerlo". Presenti anche Alberto Vacchi (Ima), Isabella Seragnoli (Coesia e Gd) e Flavia Franzoni.
manfredonianews.it, 18 dicembre 2019
Oltre 3.000 strenne natalizie destinate a dipendenti e collaboratori del gruppo Megamark di Trani assemblate e confezionate nella Casa Circondariale di Foggia. Al lavoro da alcuni giorni sono Matteo e Carlo, i due ragazzi assunti a tempo indeterminato dalla Cooperativa Sociale "Pietra di Scarto" di Cerignola che, nel luglio 2018, avviò il progetto "In me non c'è che futuro" in partnership con la Direzione della Casa Circondariale, il Provveditorato agli Istituti Detentivi di Puglia e Basilicata e la Farmalabor di Canosa di Puglia; obiettivo dell'iniziativa realizzare all'interno dell'istituto penitenziario un laboratorio di packaging per favorire l'inserimento lavorativo dei detenuti ospiti della struttura.
È il secondo anno che Matteo e Carlo confezionano le strenne per il Gruppo Megamark (presente nel Mezzogiorno con oltre 500 supermercati Dok, A&O, Famila e Sole365), grazie anche al sostegno dell'omonima Fondazione, sempre attiva e sensibile alle tematiche sociali del territorio.
"Questo progetto per noi rappresenta una grande sfida, non esente da difficoltà - dichiara Pietro Fragasso, presidente di "Pietra di Scarto" - che vuol realizzare il dettato costituzionale del recupero del detenuto già all'interno del carcere, attraverso l'arma di riscatto più potente che esista: il lavoro.
E non è un caso che abbiamo deciso di intitolare il Laboratorio, dove Carlo e Matteo tutti i giorni lavorano, alla figura di Piero Calamandrei, padre della Repubblica, che tanto si è battuto per i diritti di chi sconta una pena. Il sostegno della Fondazione Megamark racconta di un territorio che sa costruire sinergie positive capaci di generare opportunità lavorative concrete che vanno oltre le semplici buone intenzioni e sanno farsi sostanza, economia solidale".
"Il lavoro - ha dichiarato Francesco Pomarico, direttore operativo del Gruppo Megamark - è un diritto di tutti, a maggior ragione di chi intravede in esso un riscatto sociale mentre sconta una pena in carcere che, a nostro avviso, deve offrire la possibilità di una seconda vita. Insieme alla nostra Fondazione sosteniamo anche quest'anno il progetto, lieti che ognuno dei nostri 3.000 collaboratori, scartando il proprio pacco dono, possa comprendere l'importanza dei percorsi di riabilitazione sociale e recupero lavorativo dei carcerati".
cn24tv.it, 18 dicembre 2019
È stato avviato nel carcere di Catanzaro il progetto di genitorialità dal titolo "Essere genitori oltre le sbarre". Lo scorso 16 dicembre le stanze della struttura sono state riempite di disegni, giochi, merende a basi di dolci.
Questo momento di socialità in vista del Natale è una tappa del progetto Genitorialità portato avanti dall'Istituto in collaborazione con l'associazione Universo Minori, presieduta da Rita Tulelli. La direttrice della Casa Circondariale Angela Paravati spiega: "Il progetto intende elaborare e ridefinire i valori, le emozioni ed i pensieri dei detenuti rispetto al proprio ruolo genitoriale".
Le attività di gruppo sono state tenute settimanalmente fin da ottobre da risorse qualificate, tra cui la psicologa Maria Teresa Villì, dell'associazione Universo Minori, con l'obiettivo di accrescere la relazione emotiva tra detenuti e figli e sono state quindi una preparazione all'incontro di oggi. Il ruolo di genitore, seppur limitato dalla detenzione, deve rimanere sempre attivo e vigile ed è spesso la motivazione migliore per un reinserimento sociale onesto".
La presidente Rita Tulelli ha ringraziato la direzione dell'Istituto "per una collaborazione che va avanti da anni e che è l'esempio dei risultati proficui che istituzioni e realtà del terzo settore possono raggiungere attraverso un cammino comune".
Il progetto proseguirà nel corso dei prossimi mesi per creare una maggiore connessione emotiva con il contesto esterno, anche attraverso l'analisi dei valori e dei pensieri disfunzionali. L'obiettivo è condurre i detenuti a conoscere le emozioni principali (rabbia, paura, tristezza, gioia), sapere come e quando si presentano, quali effetti hanno sul corpo e sui pensieri, riconoscerle in sé e negli altri.
di Giuliano Giulianini
earthday.it, 18 dicembre 2019
L'intervista a padre Vittorio Trani, fondatore e presidente dei Volontari di Regina Coeli racconta la quotidianità dell'associazione Voreco, che si occupa di assistenza ai detenuti del carcere romano, durante e dopo la pena. Un'attività, allargata ai senzatetto e ai bisognosi di Roma, sostenuta dalla comunità del quartiere con donazioni e servizi gratuiti assicurati da medici, legali e consulenti volontari.
Pochi luoghi sono tanto rappresentativi delle bellezze, potenzialità e criticità di Roma quanto via della Lungara. In poche centinaia di metri si passa dagli incanti dell'orto botanico ai ricoveri di fortuna sotto i ponti del Tevere; dagli angoli turistici con negozi e ristoranti alle strutture ospedaliere del vicino Bambin Gesù; dai locali alla moda di Trastevere alle mura del carcere di Regina Coeli. Proprio dalla comunità del penitenziario nasce l'associazione Volontari di Regina Coeli che a via della Lungara gestisce un centro di accoglienza per ex detenuti e bisognosi del quartiere. Un'accoglienza morale e materiale cui partecipa anche la comunità locale, donando cibo, medicine, abiti e disponibilità al volontariato. Ecosistema, la trasmissione di Earth Day Italia trasmessa da Radio Vaticana, ne ha parlato con padre Vittorio Trani, fondatore e presidente dell'associazione Vo.Re.Co.
La novità di questi mesi è la "farmacia di strada" che ha aperto nella sede di Vo.Re.Co. in via della Lungara. Che attività fa questa farmacia, che affianca l'ambulatorio già attivo da tempo?
"È nata come "espressione naturale" proprio della presenza dei medici, il sabato mattina. Si sentiva il bisogno di avere dei medicinali da poter dare. È stato il frutto di una collaborazione tra chi produce le medicine, i farmacisti, e diverse associazioni che si occupano di persone che sono del disagio e hanno bisogno di medicine. Abbiamo avuto un'inaugurazione in cui si sono impegnati chi può darci delle medicine e dei privati che stanno mandando medicinali di loro iniziativa".
Personalmente ho visto oggi una signora portare dei medicinali donati da lei. Che altro possono fare le persone che vogliono sostenere quest'associazione di volontariato. Di che generi di prima necessità avete bisogno, per distribuirli alle persone che assistete?
"Tutto! Si può dire: che ognuno vada in farmacia, compri una medicina - possibilmente medicine da banco, di prima necessità, che qui sono molto importanti - e le porti qui. Vengono prese in carico dai farmacisti che le selezionano e poi entrano nel circuito. Questo è uno dei punti dove si distribuiscono le medicine, ma altre vengono portate in centri di altre associazioni che si occupano dei poveri".
La connotazione particolare di questa associazione Volontari del Regina Coeli è appunto la vicinanza con il carcere. Vicinanza fisica ma anche morale: lei è cappellano del carcere. C'è un'osmosi fra questi due luoghi: qui si assistono anche gli ex carcerati. Chi sono queste persone? Di che cosa hanno bisogno, una volta che hanno finito il loro percorso dentro il carcere?
"Stasera arriverà un detenuto che sta dentro Regina Coeli e lavora all'esterno: può rimanere qui alcune ore il pomeriggio e la domenica. È una collaborazione: questa persona, che ha la fiducia dell'amministrazione, avrà delle ore da passare qui in alternativa al trascorrerle in carcere. Inoltre ci sono (nel centro di accoglienza, nda.) due detenuti che sono usciti ma che non avevano casa; quindi hanno chieste dei giorni per potersi guardare un po' attorno. Già ci sono in lista altri due che usciranno il 7 gennaio e rimarranno qui: uno quindici giorni, un altro un mese. Inoltre si è instaurata una prassi: ai detenuti che sono soli ed hanno già trascorso una pena abbastanza "robusta", e a cui si vuole dare un minimo di fiducia, danno un permesso del giorno qui. Quindi io li vado a prendere la mattina alle 9 e li riporto la sera. È una forma di collaborazione molto interessante. Poi qui c'è lo smistamento della biancheria e di quanto altro (donazioni, nda) viene portato poi in carcere. È un rapporto molto bello".
C'è anche un'altra faccia del quartiere: quella dei "ragazzi di strada" come li ha definiti un suo volontario: le persone che vivono nel quartiere, che siano ex detenuti, o stranieri arrivati a Roma, o anche italiani che hanno perso la casa. Che rapporto c'è fra il quartiere e queste persone che magari passano la notte sotto i ponti o nella struttura che voi avete a disposizione?
"C'è un piccolo riflesso bello. Quando abbiamo aperto l'alloggio (in via S. Francesco di Sales, poco lontano, nda) gli abitanti della zona erano tutti guardinghi, mi guardavano come a dire "questo prete adesso ci mette una rogna qui a due passi. Dopo un anno mi hanno chiesto scusa, dicendomi: "Questi ragazzi non li sentiamo". Non hanno avuto mai un problema. Ma l'aspetto più importante è che si è creato un rapporto di solidarietà: nel quartiere abbiamo chi ci dà la pizza; chi i dolci; abbiamo la John Cabot University qui vicino che ci dà parte della cena per tre giorni a settimana; hanno aperto delle attività di accoglienza che, quando hanno cose che avanzano ce lo portano. Con il quartiere si è creato un buon rapporto, considerando anche un aspetto di ricambio: ogni quindici giorni noi diamo alle famiglie bisognose del quartiere un pacco di viveri piuttosto corposo. Poi, con l'espressione organizzativa del quartiere che è la parrocchia, abbiamo aperto la "Casa del papà". Tutta la parrocchia ci è vicina, aiutandoci anche dal un punto di vista economico: tra tutte questa attività, la spesa più robusta è quella delle utenze; per quanto riguarda il resto, mangiare, (vestiario, servizi, nda) al 90% ci arriva dalla solidarietà".
Un'altra connotazione del quartiere è il Bambin Gesù, qui vicino. I "papà" a cui ha accennato sono quelli che accompagnano i figli a fare le cure all'ospedale pediatrico, e spesso hanno bisogno di aiuto. Che cosa possono ottenere qui?
"Spesso capitava la sera che qualche signore, giovane per lo più, con la valigia in mano ci chiedeva dove poter passare la notte; perché aveva ricoverato il figlio o la figlia al Bambin Gesù, la moglie era rimasta lì, e lui doveva trovare un alloggio. Questo si ripeteva spesso, e così la parrocchia ha offerto la disponibilità a darci un ambiente. Noi l'abbiamo sistemato e abbiamo raggiunto un accordo col Bambin Gesù che seleziona le famiglie povere che arrivano, soprattutto dall'estero: il papà in genere (perché la mamma rimane là) ci viene segnalato è noi lo accogliamo gratuitamente. Questo papà che arriva può rimanere il tempo che è necessario per il figlio che è ricoverato; dorme gratuitamente; può cenare qui, se vuole, la sera alle 19; e può fare colazione. È un'opportunità molto grande".
Tra gli altri servizi che Vo.Re.Co fornisce alla comunità ci sono anche quelli legali, il Caf, un avvocato in sede, Chi sono le persone che vengono in cerca di questi servizi? Quali sono le loro esigenze?
"Possiamo fare uno sguardo unico. Questa è gente che sta in mezzo alla strada; che non ha nessuno; non ha assistenza legale, né per i problemi che possono sorgere. Teniamo presente che molte di queste persone hanno fatto qualche "tappa" a Regina Coeli, e quindi c'è qualche problema. Ci sono problemi legati alla parte fiscale, quindi c'è il Caf della Uil; ci sono problemi legati alla salute. Quindi stiamo cercando di creare un punto di riferimento per le cose essenziali. Proprio questa mattina ho avuto un incontro, e forse a gennaio partiranno altri servizi sanitari: un cardiologo, un otorino, ecc. Vorremmo garantire che chi sta in mezzo alla strada con qualche problema possa avere un punto di riferimento per tutte queste cose, o almeno avere indicazioni su dove, eventualmente, poter trovare soluzioni".
Stiamo entrando nell'inverno, nei mesi più freddi dell'anno. Roma è pronta a rispondere alle esigenze di solidarietà, di accoglienza e di supporto alle persone che purtroppo non hanno un rifugio, una casa o una famiglia che se ne occupi?
"Si fa tanto chiasso su questo. Basterebbe un po' di buona volontà: che tutti facessero qualcosa. Per esempio a noi qui manca una sala di appoggio per far sì che, durante la giornata, questa gente che sta in mezzo alla strada, soprattutto i malati e gli anziani, possa avere l'opportunità di stare a guardare la televisione, poter leggere qualcosa, e passare la giornata. Noi non abbiamo questa possibilità, ma nelle parrocchie, in qualche contesto, si potrebbe fare questo servizio. Senza sbandierare chi sa che cosa; ma dare la possibilità della dignità alle persone che si trovano in mezzo alla strada. Perché per chi è anziano e malato stare in mezzo alla strada quando fa molto freddo è veramente un dramma".
di Elena Scarici
Corriere del Mezzogiorno, 18 dicembre 2019
Resteranno in carcere 130 ospiti, altre trenta potranno andare a casa in permesso premio. Per Natale molte delle 160 donne detenute della Casa circondariale femminile di Pozzuoli andranno a casa. Almeno una trentina con i permessi premio già accordati. Per i colloqui in sede alla Vigilia del 24 molte ospiti potranno stare con i figli e i mariti. Per chi resta "dentro" ci sarà comunque la possibilità di festeggiare.
Per loro la Comunità di Sant'Egidio ha preparato una festa il 30 dicembre con un ricco buffet e un concerto di Rosa Chiodo: si ballerà, si canterà e si cercherà di dimenticare. In questo istituto di pena si respira un'aria di umanità e di sensibilità. All'interno storie di solitudine, amarezza, depressione, ma anche di colpe non dovute per reati di cui qualche volta ci si accusa per difendere i propri figli. Nella mattinata trascorsa in compagnia del cardinale Sepe, ad ascoltare il quartetto Discantus, con la splendida voce del soprano Martina Sannino, qualcuna prova a raccontarsi.
Valentina è una bella ragazza alta e con un viso fresco, ha 25 anni, deve scontare il "definitivo" di un anno e mezzo. Viene da Secondigliano: è in cella per una rapina. "L'unico reato che ho commesso - dice - è stato in un momento di debolezza. Lavoravo in un bar, finivo tardi la sera e venivo da una forte depressione, i miei genitori "quel giorno" non riuscivano a rintracciarmi, non avrebbero mai immaginato che avessi commesso un reato".
Valentina è fra le ragazze che hanno partecipato al presepe vivente che si è tenuto qui la settimana scorsa. Per Natale non potrà andare a casa, è qui solo da un mese. Sarà in compagnia delle altre: "Qui c'è un bel clima, con le compagne ci vogliamo bene, io credo che si possa sempre migliorare, voglio cambiare vita".
Questo è un po' un sentire comune, parla così anche Luana, 33 anni di Taranto: "Non mi hanno fatto mai sentire sola anche se non sono di Napoli". C'è anche Anna, 60 anni, è in carcere per un reato del quale si dice "colpevole con la legge, ma non con il Signore". La fede l'ha aiutata a superare un grosso dolore: la perdita di un figlio ventenne. Per le feste Anna andrà a casa in permesso, così potrà stare con i suoi sette figli.
"So che devo stare bene e uscire di qui per loro, soprattutto per Marco che è disabile. Le assistenti e la direttrice sono brave con noi, voglio ringraziarle". Dalla sua cella si vede una croce, forse quella della chiesa di San Gennaro. "È da un po' che è spenta - dice - credo sia guasta, vi chiedo di farla riparare, quella croce illuminata mi dà tanta speranza".
Una realtà che ti resta nel cuore questa di Pozzuoli. Qui dentro si lotta per la rieducazione. La direttrice Carlotta Giaquinto: "Cerchiamo di creare osmosi tra il carcere e il territorio, perché crediamo che le nostre detenute siano persone che facciano parte a pieno titolo della società".
Tante le attività che si fanno, dalla torrefazione del caffè "Lazzarelle", ai corsi di estetica e di teatro, alla gestione di una piccola boutique. Il tutto per sentirsi donne e vive anche qui dentro. Quando esci e vedi di fronte lo splendido panorama del Golfo, su cui il penitenziario si affaccia, pensi di essere più fortunata a stare fuori e impari - forse - a non giudicare troppo facilmente.
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