di Lanfranco Caminiti
Il Dubbio, 20 dicembre 2019
Il Tribunale supremo spagnolo si è preso una bella lavata di capo dalla Corte di giustizia europea. La Corte ha infatti stabilito che Oriol Junqueras, eletto eurodeputato il 26 maggio nelle fila di Esquerra Republicana de Catalunya- Erc, godeva dell'immunità parlamentare dal momento in cui sono stati proclamati i risultati delle elezioni, seguendo così la linea segnata dal procuratore generale il 12 novembre in cui già si negava la validità di rivendicare "formalità successive" pretese dalla Spagna, come il giuramento della Costituzione nei locali della Giunta elettorale, per consentire la presa di possesso del seggio.
La sentenza, letta dal presidente della Corte di giustizia Koen Lenaerts, stabilisce che "una persona che è stata proclamata ufficialmente eletta al Parlamento europeo deve essere considerata, per questo fatto e da quel momento, come membro di tale istituzione, ai fini dell'articolo 9 del protocollo sui privilegi e immunità dell'Unione, e gode, da questo punto di vista, dell'immunità prevista nel secondo paragrafo dello stesso articolo".
Che cosa accadrà adesso non è chiaro - benché Erc ne abbia chiesto l'immediata scarcerazione - perché Junqueras, in carcerazione preventiva al momento dell'elezione a deputato europeo, è stato condannato in via definitiva a 13 anni il 14 ottobre scorso, per sedizione e malversazione (l'accusa iniziale era di ribellione, con una richiesta di 25 anni di carcere), insieme a nove leader indipendentisti: l'ex presidente del parlamento catalano Carme Forcadell (a 11 anni e 6 mesi), Jordi Cuixart e Jordi Sànchez, leader di due organizzazioni della società civile, Òmnium e Assemblea Nazionale Catalana, (a 9 anni), e gli ex ministri catalani Dolors Bassa, Joaquim Forn, Raul Romeva, Jordi Turull e Josep Rull: un totale di cento anni di carcere per l'organizzazione del referendum sull'indipendenza della Catalogna dell'1 ottobre 2017.
"La justícia ha arribat des d'Europa. La giustizia è arrivata dall'Europa. I nostri diritti e quelli di 2 milioni di cittadini che hanno votato per noi sono stati violati. Nullità della pena e libertà per tutti noi! Continuiamo come abbiamo fatto fino adesso!", ha twittato Junqueras. E Puigdemont, ex presidente della Generalitat catalana: "Encara queden jutges a Europa. Ci sono ancora giudici in Europa. Libertà per @ junqueras. La Corte di giustizia europea difende gli stessi criteri che abbiamo difeso noi contro il Parlamento europeo e le autorità spagnole, che hanno cercato di alterare il funzionamento della democrazia europea".
Questa sentenza potrebbe costituire da precedente per Carles Puigdemont e l'ex consigliere Toni Comín, entrambi riparati in Belgio, in modo che accedano al loro ruolo di eurodeputato: eletti alle ultime europee, non hanno potuto assumere la loro funzione, perché recarsi a Madrid per prestare giuramento sulla Costituzione spagnola come prevede la legislazione nazionale avrebbe significato l'arresto, in quanto su entrambi pendeva mandato di estradizione, che ora peraltro dovrà essere esaminato dalle autorità belghe e spagnole alla luce dell'immunità.
Le autorità spagnole quindi non trasmisero all'Europarlamento la proclamazione dell'elezione dei tre catalani (il terzo era, appunto, Junqueras) e di conseguenza l'Europarlamento ha finora rifiutato di farli entrare in carica. Stamattina però David Sassoli, presidente del parlamento europeo, all'inizio della sessione plenaria, ha informato l'assemblea parlamentare del contenuto della sentenza della Corte europea e ha chiesto "alle autorità spagnole competenti di conformarsi".
La sentenza arriva in un momento delicato per la politica spagnola, considerando che si è votato quattro volte negli ultimi quattro anni, ma senza riuscire a andare oltre il bloqueo, una paralisi dovuta a una distribuzione del voto che non dà maggioranze certe. Sanchez, segretario del primo partito, il Psoe, con la coalizione di socialisti e di Podemos di Iglesias, può contare su 169 voti a favore sui 350 del Parlamento, contro i 163 delle opposizioni: in questi voti ci sono anche quelli dei partiti regionali non secessionisti, come il PNV basco; e sinora, Junts per Catalunya (gli indipendentisti di centrodestra di Puigdemont), la Cup (indipendentisti di sinistra), Bildu (la coalizione di partiti nazionalisti di sinistra dei Paesi Baschi) e il Bng (i nazionalisti di sinistra della Galizia) gli hanno risposto picche; non ha quindi la maggioranza assoluta di 176 seggi ma può varare un governo di minoranza e raggiungere la fiducia nel secondo voto del Parlamento, a maggioranza semplice, se i 13 deputati di Erc si asterranno.
A Sanchez serve un accordo in Parlamento per far approvare la Legge di bilancio dopo mesi di esercizio provvisorio, ma non può promettere niente che sia al di fuori della Costituzione e delle leggi spagnole, quindi niente diritto di autodeterminazione. Però, recentemente, in una conferenza stampa alla Moncloa Sánchez non ha più detto che saranno illegali e perseguibili per legge i referendum come quelli del Primo ottobre del 2017. E ora, c'è la sentenza della Corte europea.
di Adriano Sofri
Il Foglio, 19 dicembre 2019
Sono giorni in cui si affollano le richieste di sottoscrivere per cause diverse. Desidero ospitare quella di "Ristretti Orizzonti", illustrata dalla direttrice, Ornella Favero.
"... da anni cerchiamo di garantire un'informazione approfondita e puntuale sulle pene, sul carcere, sulla giustizia, e lo facciamo gratuitamente, perché ci interessa arrivare a più persone possibile, e conquistarle non alle nostre idee, ma a una visione più critica dei temi che ci sono cari. Noi facciamo un lavoro di prevenzione per la collettività e alla sicurezza pensiamo davvero, incontrando migliaia di studenti che si confrontano con le persone detenute su come si può scivolare in comportamenti a rischio, e finire per rovinarsi la vita. Questo può essere un modello di educazione alla legalità per tanti ragazzi: i 'cattivi' che mettono a disposizione le loro testimonianze, un allenamento a 'pensarci prima' di fare una scelta sbagliata e a diventare adulti responsabili.
di Davide Galliani*
Ristretti Orizzonti, 19 dicembre 2019
1. Dopo la pubblicazione del libro "Il diritto alla speranza. L'ergastolo nel diritto penale costituzionale", scritto con Emilio Dolcini, Elvio Fassone, Paulo Pinto de Albuquerque, Andrea Pugiotto e Mauro Palma, molte persone mi hanno chiesto: "di preciso, cosa è la speranza?". Provo, da parte mia, a sviluppare qualche riflessione.
2. È speranza che, quando è nata l'Europa, quasi tutti gli Stati fondatori avevano la pena di morte, mentre oggi più nessuno. E siamo passati da 6 a 28 nella piccola Europa e da 10 a 47 nella grande Europa.
Il Messaggero, 19 dicembre 2019
Promuovere il lavoro penitenziario attraverso l'istruzione e la formazione professionale dei detenuti nell'ambito del progetto "Mi riscatto per il futuro". È l'obiettivo del Protocollo d'intesa che il Ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, e l'Amministratore Delegato di Enel, Francesco Starace, hanno siglato oggi in via Arenula.
Il progetto punta a realizzare un programma formativo qualificante in favore dei detenuti, finalizzato all'acquisizione di competenze spendibili nel mondo del lavoro. In particolare negli istituti penitenziari saranno attivati percorsi, modulari e flessibili per contenuti e durata, per favorire il recupero e l'acquisizione di abilità e competenze individuali e individuare possibili inserimenti lavorativi professionalizzanti per i detenuti.
di Giuseppe De Lorenzo
Il Giornale, 19 dicembre 2019
Nei penitenziari l'attività di monitoraggio delle forze dell'ordine. Ecco come funziona. Vedi il carcere e pensi che il problema, quella struttura, dovrebbe risolverlo. Invece spesso si trasforma in una sorta di megafono per jihadisti, l'humus perfetto per reclutare terroristi. Anis Amri, il killer di Berlino, era tra questi. Dopo un periodo al fresco in Italia, dove si è radicalizzato, ha preso la via della Germania e con un tir ha fatto strage di "infedeli".
di Alessia Guerrieri
Avvenire, 19 dicembre 2019
Sesta edizione dell'evento di Natale organizzato da Rinnovamento nello Spirito Santo con chef stellati in cucina e vip come camerieri. Martinez: aggiungiamo sapore alla giustizia con la solidarietà. Uno spicchio di normalità racchiuso in un pranzo "al sapore di misericordia". C'è molto di più dei piatti pur elaborati, in quei dodici menù da ristorante di lusso che altrettanti chef stellati hanno preparato per più di 2mila detenuti che ieri, da Nord a Sud, si sono seduti ad una tavola imbandita a festa.
di Gian Domenico Caiazza
Il Dubbio, 19 dicembre 2019
Sappiamo che ogni anno si prescrive grossomodo il 10% del totale complessivo dei procedimenti penali, ma veniamo tenuti all'oscuro di quali siano i reati che si prescrivono, ed in quale percentuale ciascuno di essi. Vi sentiamo ripetere che questa riforma sarà una svolta di civiltà perché abolirà questo odioso strumento di privilegio dei ricchi e dei potenti, che la "fanno franca" dai reati di grave allarme sociale che essi commettono in tal modo impunemente, frustrando le aspettative di Giustizia delle parti offese e di tutti i cittadini. Bene. Abbiamo il diritto di verificare questa affermazione con i numeri, con le statistiche?
Noi avvocati penalisti - ed anche i Magistrati, ci creda signor Ministro! - sappiamo perfettamente che la prescrizione è l'istituto più democratico, popolare, interclassista che esista nel nostro codice, e che sono centinaia di migliaia ogni anno (su milioni di procedimenti penali) i cittadini di ogni censo, ceto e professione a beneficiarne, ad onta della storiella dei potenti "impuniti", utilissima ad alimentare fortune editoriali e politiche ma frutto della più colossale opera di mistificazione alla quale si sia potuti assistere in questi ultimi anni.
Ci metta a tacere una volta per tutte, Signor Ministro! Certifichi questa pretesa verità con la forza invincibile delle statistiche che tuttavia solo Lei - il suo Ministero, intendo - possiede. Ordini all'Ufficio Statistica di mettere a disposizione di tutti i Parlamentari, e di tutti i cittadini, i dati -degli ultimi dieci anni, diciamo- che ci consentano di sapere quali siano i reati falcidiati dalla vituperata prescrizione, e dunque a vantaggio di quali soggetti o categorie sociali ed in danno di quali.
In poche ore il Suo Ministero è nelle condizioni di fornire questa fondamentale informazione, che consentirà a tutti di formarsi una opinione consapevole e fondata sui fatti, non sulle formule o sugli slogan. Siamo certi che in questa nostra richiesta di trasparenza e di accesso ai dati della Pubblica Amministrazione. Lei - che ha voluto presentarsi come il Ministro che apre le stanze delle Istituzioni ai cittadini - non vorrà e non potrà deluderci.
di Giovanni Negri
Il Sole 24 Ore, 19 dicembre 2019
Ma è impasse totale sulla prescrizione. L'Anm: nessun effetto dirompente. Si accorciano le distanze sulle intercettazioni. Ma sulla prescrizione la tensione resta alta. Oggi pomeriggio a Palazzo Chigi, un nuovo vertice tra le forze di Governo, con il premier Giuseppe Conte, dovrebbe contribuire a smarcare almeno il tema delle intercettazioni sul quale resta in piedi l'ipotesi di presentare un decreto legge già domani in consiglio dei ministri, l'ultimo dell'anno.
Bonafede sottolinea un ottimismo di fondo sul pacchetto di correzioni alla riforma Orlando che dovrebbe permetterne un'entrata in vigore rivista sì, ma ampiamente digeribile anche dal Pd. Nel merito l'intervento messo a punto dal ministero disciplinerà la fase transitoria, prevedendo l'applicabilità del nuovo regime di svolgimento delle operazioni, indirizzato a elevare il livello di tutela della privacy, solo alle intercettazioni autorizzate per il futuro.
In questo modo si eviterebbe una delle maggiori criticità segnalate dai capi delle principali Procure, l'assenza di una disciplina esplicita della fase transitoria. Ma tra le modifiche più sostanziali entrerà anche un peso accresciuto del pubblico ministero nella selezione del materiale rilevante per lo svolgimento delle indagini, accantonando quello inutile nell'archivio riservato. Tutte modifiche che, sottolineano anche i dem, non stravolgono l'impianto originario della riforma e ne renderebbero più agevole il varo.
Quanto allo strumento, in alternativa al decreto legge, per il quale le ragioni di necessità e urgenza coinciderebbero in larga parte con quanto segnalato dai capi procuratori, ci sarà il canonico decreto "Mille Proroghe" di fine anno, sempre al consiglio dei ministri di domani, al quale agganciare un ulteriore slittamento di 6 mesi del blocco della Orlando in attesa di perfezionare un eventuale disegno di legge. Impasse totale invece sul fronte della prescrizione. Dove a questo punto anche nel Pd si dà per scontato il debutto al 1° gennaio del blocco dei termini dopo il giudizio di primo grado voluto e difeso a oltranza da Bonafede.
La contromossa è già pronta: un disegno di legge da presentare in Parlamento nei primi giorni della prossima settimana, nel quale saranno tradotte tutte le proposte fatte dai dem e mai recepite dalla Giustizia. Un testo sul quale, più che sul ddl Costa, destinato ad andare in Aula alla Camera nella seconda metà di gennaio, sul quale anche le opposizioni potrebbero dimostrare un'apertura. E ieri, in audizione in commissione Giustizia alla Camera intanto, dall'Anm è arrivato un sonoro via libera alla riforma Bonafede che "va nella direzione giusta".
Per l'Associazione nazionale magistrati nessun effetto immediato dirompente si produrrà sui processi in corso: proprio per la natura sostanziale dell'istituto, la nuova disciplina si applicherà solo ai reati commessi dopo il i° gennaio 2020, e dunque i relativi effetti si verificheranno al momento del giudizio di primo grado, "naturalmente variabile nel tempo, ma anche, potenzialmente, tra alcuni anni".
L'Anm "smonta" poi anche la critica sull'impatto immediato che la riforma avrebbe sui casi di arresti in flagranza e relativi riti direttissimi: "È evidente che l'eventuale stato cautelare conseguente costituisce una causa tipica di speditezza del processo, che dunque, anche conia nuova disciplina prescrizione, non rimarrebbe certo "galleggiante" all'infinito".
di David Allegranti
Il Foglio, 19 dicembre 2019
Dopo settimane di traccheggiamenti, il ministero della Giustizia ha fornito finalmente delle risposte alle questioni poste dal Foglio - grazie a un'interrogazione del deputato di Forza Italia Pierantonio Zanettin - sulla mancata assunzione dei 251 magistrati che hanno vinto il concorso bandito nel 2017. Non male, si fa per dire, la giustificazione dei Cinque stelle: secondo il dicastero di Alfonso Bonafede, i rallentamenti sono responsabilità del Csm.
Ma andiamo con ordine. "Nell'anno 2019 si è verificata una particolare contingenza temporale per cui si sono sovrapposti gli esiti di due procedure concorsuali", ha spiegato il sottosegretario alla Giustizia Vittorio Ferraresi. La prima indetta con decreto ministeriale il 19 ottobre 2016 e l'altra indetta il 31 maggio 2017. "I vincitori del primo dei due concorsi indicati sono stati già regolarmente assunti grazie alla copertura finanziaria che ha trovato spazio nella legge di bilancio dello scorso dicembre".
Il concorso bandito nel 2017, ha detto Ferraresi, "ha risentito di rallentamenti che risalgono alla fase relativa all'approvazione della graduatoria. In particolare, dopo la pubblicazione con riserva della prima graduatoria lo scorso 24 luglio, il Consiglio Superiore della Magistratura, il successivo 16 ottobre ha pubblicato la graduatoria definitiva". Insomma, secondo il ministero della Giustizia, la colpa del rallentamento dell'assunzione è del Csm, che però aveva espresso una riserva solo su un candidato, non su tutta la graduatoria.
"Ne è conseguita una inevitabile dilatazione temporale malgrado la quale, essendo ormai prossima l'approvazione della legge di bilancio per le coperture finanziarie dell'anno venturo, mi sento di rassicurare gli interroganti sulla speditezza dell'ulteriore corso della procedura con l'imminente assunzione dei vincitori".
Il decreto di nomina però, stando alla legge, sarebbe dovuto avvenire entro 20 giorni dalla pubblicazione della graduatoria. Se anche prendessimo per buona la data del 16 ottobre - quando il Csm ha pubblicato la nuova graduatoria sciogliendo la riserva su una candidata - i giorni di ritardo sarebbero molti di più, visto che sono già passati oltre sessanta giorni.
Comunque, ha detto Ferraresi, "nel disegno di legge di bilancio per il 2020 è prevista l'autorizzazione di spesa destinata all'assunzione dei magistrati ordinari vincitori del concorso bandito con decreto ministeriale il 31 maggio 2017 e la provvista finanziaria risulta già inserita nello stato di previsione del ministero della giustizia con decorrenza 1 gennaio 2020.
Del resto, con lo storico incremento del ruolo organico della magistratura di 600 unità, questo ministero ha già dato ampia dimostrazione, nei fatti, della particolare attenzione con cui guarda alle politiche assunzionali del personale giudiziario, in linea con la ferma convinzione che l'efficienza della giustizia passa innanzitutto attraverso un significativo rafforzamento organico di chi l'amministra quotidianamente".
Naturalmente, questo ampliamento è ancora tutto da verificare ma i Cinque stelle lo spacciano già per fatto, osserva il deputato Zanettin: "Abbiamo capito che evidentemente si trattava di un problema di copertura. Le assunzioni avranno luogo a partire dal primo gennaio prossimo però dobbiamo rilevare che c'è stato uno svarione: il ministro Bonafede s'era dimenticato di appostare nella legge di bilancio 2019 i fondi necessari per assumere i magistrati vincitori del concorso 2017. La considero una sciatteria imperdonabile e senza precedenti.
Il ministro Bonafede in ogni occasione parla con toni trionfalistici di un aumento epocale dell'organico dei magistrati frutto del suo impegno. Però come dimostra questo episodio la sua narrazione molto distante dalla realtà dei fatti".
di Paolazzurra Polizzotto
ecointernazionale.com, 19 dicembre 2019
Sono giornate molto intense e tese per la giustizia penale italiana, a seguito delle diverse astensioni proclamate dall'Unione Camere penali, a causa della riforma della giustizia operata dal Ministro Alfonso Bonafede in tema di Prescrizione.
La riforma è la c.d. "legge spazza-corrotti" che, nel corso dei lavori parlamentari, per effetto di un emendamento presentato dai relatori di maggioranza (Movimento Cinque Stelle), è diventata anche, almeno nelle intenzioni, una legge spazza-prescrizione. Tale legge è destinata ad avere effetti significativi, per quanto limitati a una parte soltanto (circa un quarto) del complessivo numero dei procedimenti che, annualmente, vengono definiti con la declaratoria di prescrizione del reato.
Il punto dolente di questa legge è contenuto nell'art. 1, lett. d), e), f) della legge n. 3 del 2019, disposizioni che entreranno in vigore il 1° gennaio 2020. La legge preannuncia una soluzione ben più radicale: il blocco del corso della prescrizione del reato dopo la sentenza di primo grado (o il decreto di condanna), indipendente dall'esito, di condanna o di assoluzione.
È proprio questa, in sintesi e nell'essenza, la novità con la quale i penalisti sono chiamati a confrontarsi: una prescrizione del reato che non potrà più maturare in appello o in cassazione. Questa riforma chiama in causa la funzione della pena e la sua concezione orientata anche alla riabilitazione e al reinserimento sociale del reo.
La prescrizione è un principio del nostro stato di diritto molto importante ed è evidente, infatti, come una soluzione del genere - che dovrebbe dispiegare i propri effetti dal gennaio 2020, ma che si spera venga modificata entro la scadenza - sia assolutamente inadeguata ed inadatta a diminuire i tempi dei processi e, anzi, pregiudichi irrimediabilmente la posizione giuridica della persona sottoposta a processo penale. Non è, in altre parole, colpendo un istituto quale la prescrizione, prerogativa necessaria all'interno di uno Stato democratico e di diritto, che va trovata la soluzione in relazione ai tempi della Giustizia.
Per completare il quadro, il ministro Bonafede durante un'intervista al programma Rai Porta a Porta, ha impropriamente dichiarato: "Quando per il reato non si riesce a dimostrare il dolo, e quindi diventa un reato colposo, ha termini di prescrizione molto più bassi" un'affermazione quanto mai errata, che ha spinto il Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Palermo a chiedere le dimissioni del Ministro.
La gravità di un'affermazione risiede nel fatto che può indurre l'opinione pubblica a una scorretta e pericolosa visione della distinzione tra dolo e colpa nel nostro ordinamento e creare un grande confusione anche in tema di prescrizione. Infatti, dolo e colpa sono definiti giuridicamente "elementi soggettivi del reato": un fatto commesso con dolo è commesso intenzionalmente, e l'autore del reato quindi è cosciente delle conseguenze della sua azione; nel fatto commesso con colpa, invece, chi commette il reato non lo fa intenzionalmente e non ha preso coscienza delle conseguenze del suo gesto.
Il dolo, secondo il codice penale italiano, rappresenta il criterio tipico di imputazione, mentre la colpa rappresenta l'eccezione, con la conseguenza che di colpa si risponde solo nei casi espressamente previsti dalla legge. Inoltre, per determinare la prescrizione, in linea generale, si deve fare riferimento alla pena massima prevista per quel reato. Il ministro Bonafede sembra invece confondere reato colposo e reato doloso e sembra suggerire che il reato colposo sia una versione "tenue" del reato doloso, alla quale si ricorre quando non si può dimostrare l'intenzione: sembra cioè che dica che un reato colposo sia in ogni caso un reato in cui non si riesce a dimostrare il dolo.
Ma se volevamo cadere più in basso, ci siamo già riusciti. A coronare queste drammatiche vicende per la giustizia penale italiana, non sono solo gli strafalcioni del ministro Bonafede, ma anche l'approvazione del Decreto Legislativo correttivo del riordino delle carriere delle Forze di Polizia, avente come relatore Emanuele Fiano ed attualmente sottoposto all'esame delle commissioni parlamentari.
La vicenda. Un tema molto delicato e complesso che va avanti da diversi anni, quello del riordino delle carriere delle Forze di Polizia. Questi decreti attuativi sono finalizzati a modificare i compiti e i ruoli che fino ad ora spettavano ai direttori delle carceri e ai comandanti con la qualifica di dirigente. Infatti, attualmente, il direttore del carcere è il Capo gerarchico della struttura e coordina tutte le aree cooperative presenti all'interno degli istituti di pena, ma se venissero approvati questi decreti, il rapporto tra direttore e comandante cambierebbe da gerarchico a funzionale, attribuendo al comandante - che sia sempre primo dirigente - la gestione della sicurezza all'interno del carcere.
Al momento, il direttore del carcere si occupa della gestione contabile, ha competenza circa le sanzioni del richiamo e della ammonizione (art. 40 o.p.) ed a lui spetta l'ultima valutazione nei casi di impiego della forza ed uso dei mezzi di coercizione (art. 41 o.p.).
Qualora questi decreti venissero approvati, al direttore del carcere verrebbe sottratto anche il potere disciplinare, con la conseguenza - a tratti paradossale - che il direttore di un istituto di pena, pur restando sempre responsabile della struttura da lui diretta, non solo non è più il capo gerarchico di quell'istituto, ma non può neanche sanzionare chi lavora per lui e magari ha violato una normativa. Dunque, lo spettro del populismo giudiziario è sempre presente.
Tra le proposte contenute all'interno del decreto correttivo del riordino delle carriere delle Forze di Polizia, è stato avanzato il timore che la riforma possa comportare un ritorno al passato, con una "militarizzazione" del carcere. ?Oggi i direttori che gestiscono gli istituti di pena sono dei civili, ricoprendo un ruolo super partes tra le diverse figure che cooperano all'interno degli istituti e garantendo l'equilibrio tra le istanze di sicurezza e la funzione rieducativa della pena.
Anche il Coordinamento Nazionale dei Magistrati di Sorveglianza (Conams) ha espresso non poche perplessità e preoccupazioni in merito a questi decreti correttivi, ed infatti Antonietta Fiorillo, Presidentessa del Conams ha dichiarato: "Con una prima lettura in attesa di possibili ed eventuali modifiche che con questa doppia dirigenza che si andrebbe a creare, le difficoltà non sono poche, perché occorre una tale unità d'intenti e la nostra preoccupazione è che tutto questo refluisca in maniera non positiva sull'andamento generale del carcere, sia per quanto riguarda la sicurezza ma anche la parte trattamentale del carcere".
Insomma, non sono pochi i problemi che il sistema giudiziario, e anche quello penitenziario, stanno affrontando in questo periodo. Sicuramente questo cambio di gerarchia all'interno degli istituti di pena non contribuisce a migliorare la situazione attuale che versa sempre di più in una fase emergenziale. A prendere parte di questo dramma non è solo l'Italia - che rischia una Torreggiani Bis - ma anche altri paesi europei come Francia, Macedonia, Romania e Ungheria.
La situazione delle carceri europee, è più grave di quanto possiamo immaginare, e non abbiamo bisogno di un cambio di gerarchia con annessa militarizzazione dei direttori e delle direttrici, ma semplicemente di iniziare a fare ordine con gli strumenti che la nostra legge sull'ordinamento penitenziario ci offre.
- Europa, armi spuntate contro le mafie: manca il coordinamento
- Rischia il carcere chi non presenta la dichiarazione dei redditi
- Il diritto all'oblio e i complessi rapporti cronaca-storiografia
- Toscana. Il Cesvot pubblica una guida sulla messa alla prova e i lavori di pubblica utilità
- Trento. Niente casa popolare ai parenti di chi è stato in carcere










